“Il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare”. Articoli scorretti e disonesti

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Ciclicamente, nell'agenda mediatica trova spazio un genere di articoli alla Giovani che non hanno voglia di lavorare 😢 😢 😢. L'ultimo della serie, pubblicato ieri su Repubblica Milano – che riprende Linkiesta –, vede protagonista Angelo Pattini, titolare delle omonime panetterie.

Aggiornamento domenica 29/10/ 2017

E fu così che il signor Pattini dopo giorni di pubblicità gratuita sui media ha annunciato di aver ricevuto 1200 CV e sorpresa delle sorprese si scopre che non sono i giovani a non voler lavorare ma è lui che non legge i curriculum. Valentina, 34 anni e tre figli, da ieri lavora come banconista nella panetteria Pattini di corso Garibaldi. «Avevo mandato il curriculum a inizio ottobre senza ricevere risposta. Mercoledì, leggendo la storia sui giornali, ho chiamato per chiedere spiegazioni. Sono stata convocata per il colloquio giovedì e mi hanno assunta».

A quanto pare, in quella zona nessuno vuole "1400 euro per otto ore". Ma già leggendo l'articolo si capisce che il titolo è fuorviante e la faccenda è più complessa, perché «di curriculum ne sono arrivati tanti» afferma il titolare, ma «non siamo riusciti a prendere quasi nessuno» tra rifiuti e requisiti richiesti non soddisfatti. Da notare l'iperbole nella titolazione impropria: è ovvio che 1400 euro sono mensili e otto ore è il turno lavorativo.

A più riprese, su Valigia Blu ci siamo occupati di storie simili, dove puntualmente si scopriva che le cose non erano esattamente come erano state raccontate. In origine furono i panettieri di Gramellini. Era il 2011 e, stando all'Unione panificatori romana, nessun giovane in zona voleva contribuire a portare nelle tavole del paese un alimento base della dieta nostrana, nonostante la paga di duemila euro al mese. In realtà la (non) notizia riportata nel Buongiorno di Gramellini si riferiva né più né meno a una strategia promozionale con cui si lanciavano corsi di settore, adottata anche in altre regioni, come l'Abruzzo. Gramellini, gli va riconosciuto, aveva poi risposto al primo articolo di Valigia Blu, invece di schifarci in quanto "Cupi Blogger", come era perlopiù in uso nel periodo. Vincenzo Marino, in un Ciao a tutti del 2013, torna sul genere, stavolta coi pizzaioli introvabili al posto dei panettieri introvabili. Nel 2014 Antonio Scalari si occupa di Execo e di un articolo pubblicato sull'Espresso. Mentre nel 2015 Andrea Zitelli smonta l'articolo del Corriere in cui ci si lamentava dei soliti giovani italiani che non avevano voglia di lavorare all'Expo.

Ma, come visto, a sei anni di distanza dai panettieri gramelliniani va ancora in scena il funerale della voglia di lavorare dei giovani italiani. Il 15 luglio scorso, infatti, lo stesso Gramellini tornava sul luogo del delitto, sulla prima pagina del Corriere: stavolta la vittima presunta era la voglia di fare la cameriera. Come riscontrato da Alessandro Gilioli, l'apparente notizia, partita dal Resto del Carlino, non era altro che un vago post su Facebook e una chiacchierata informale con un giornalista del posto.

A proposito invece dell'alternanza scuola-lavoro e delle proteste degli studenti in diverse città d'Italia, su Gli Stati Generali è uscito la scorsa settimana un articolo dal titolo abbastanza esplicito: I millenials viziatelli mi hanno rotto le palle.

Una sorta di evoluzione del genere, dove il decontestualizzato cartello di una manifestazione è lo spunto per una tirata dove si esalta il lavoro e la fatica a partire dagli 11-12 anni, e dove si vomita stizza su una protesta le cui ragioni non sono minimamente trattate. L'autore è Alessandro Maggioni, Presidente nazionale di Federabitazione-Confcooperative.

I tempi, dunque, sono maturi per evidenziare tre elementi ricorrenti di questi articoli e le falsificazioni che mettono in atto.

1. La magnificazione della fatica come capacità a sé. Perché è una falsificazione? Perché anche uno schiavo impara un lavoro, delle competenze. Spero però che tra chi legge non vi sia chi esalta lo schiavo a esempio di lavoratore che si fa il mazzo e non piagnucola. Nel discorso sul lavoro, giocoforza, deve entrare in campo l'analisi di componenti – condizioni lavorative, salario – che riconoscono al lavoratore un concetto di per sé difficile da definire, ma imprescindibile per la realizzazione di una persona e centrale nel diritto al lavoro. La dignità.

Un altro motivo per cui questo concetto è sciocco, sta nel negare proprio il valore delle capacità individuali: se riesco a portare a termine un lavoro in poco tempo, ed è ben fatto, dovrei essere socialmente sanzionabile rispetto a chi per esprimere la stessa qualità impiega il doppio del tempo e suda più proverbiali camicie?

Questa magnificazione la si vede anche nella più o meno esplicita contrapposizione tra lavoro fisico e intellettuale, come se fossero nemici o elementi in contrapposizione. Come se una persona che svolge un lavoro di tipo intellettuale al tempo stesso incarnasse una denigrazione del lavoro fisico. In modo più o meno sotteso, ai giovani si rimprovera di essere snob, solitamente laureati, che schifano lavori "umili" o fisici. È la stessa stereotipizzazione secondo cui, per esempio, fare l'insegnante non sarebbe un lavoro faticoso o logorante.

2. La narrazione mitica del datore di lavoro. Come in una parodia di fiaba, di fronte a un terribile antagonista (La Crisi Nera!), il datore di lavoro è colui che chiama l'eroe - il giovane - all'impresa: lavorare. Non solo: di solito gli fornisce anche un buon contratto e/o uno stipendio molto alto - veri e propri artefatti magici, di questi tempi. Ma l'eroe rifiuta l'impresa: diventa dunque egli stesso la causa dell'esistenza dell'antagonista, ne è l'immonda giustificazione. E si merita perciò La Crisi Nera come la più giusta delle nemesi, visto che mai accetterà l'impresa, par di capire.

Proprio nell'ultimo articolo si vede la mitizzazione all'opera, sia in senso classico sia nel suo rovesciamento. L'autore stesso si racconta alla stregua di un tradizionale eroe fiabesco, iniziato ai grandi misteri della vita:

Ho iniziato a lavoricchiare da piccolo, d’estate, in negozio da mio zio: mercatino e gelateria. Avevo 11 o 12 anni; lavoro minorile, si direbbe oggi con disappunto: garzone, lavapentole, spatole e vaschette, gelataio al banco. Un’esperienza bellissima; ho conosciuto un sacco di persone di ogni età e ho iniziato da subito a capire che il genere umano é [sic] vario. E non sempre è piacevole. [...] Con quegli spicci che mi guadagnavo – per me allora un luccicante tesoro [...].

Chiamato all'impresa dallo zio, ottiene infatti delle ricompense, ovvero conosce gente e guadagna soldi, superando delle difficoltà (il genere umano "non sempre piacevole") e imparando una morale: "per avere soldi in tasca, se non si è dei banditelli in erba [...] si deve fare una cosa: faticare". Ma quelli che si presentano come conquiste sono esperienze tutto sommato ovvie e comuni - a parte lo zio sfruttatore che ti paga poco perché a te due spicci sembrano un tesoro. A 11 o 12 anni per conoscere persone più o meno piacevoli basta la scuola dell'obbligo e il quartiere di residenza; mentre, se lavori, essere pagato non dovrebbe essere un premio o un tesoro, ma una conseguenza. Ecco perché alla fine, pur partendo da una manifestazione di studenti delle scuole superiori, Maggioni contrappone l'eroe vero al falso eroe:

E io oggi, tra un laureato che ha fatto prima il lavapiatti e uno che spiattella dodici titoli, senza aver capito un accidente della vita, non ho dubbi: scelgo il primo.

Ho provocatoriamente usato elementi da Schema di Propp perché a questi articoli mancano dei prerequisiti giornalistici: i riscontri. Ci si schiera dalla parte di una voce sola (fosse anche la propria) e si cercano solo gli elementi che ne confermano le parole. Si taglia fuori il contesto, qualunque possibilità che contraddica la tesi di partenza. Fatto ciò, ci si butta a braccia aperte nella lamentazione sullo stato presente di costumi dei giovani italiani sfaticati, di solito laureati in facoltà umanistiche.

3. La trasformazione di problemi collettivi (diritto al lavoro) in problemi individuali (immaturità psicologica di chi non lavora stabilmente). Questo è forse il tratto più odioso e violento. Sì, violento: perché se nego dei fatti sociali, delle strutture pre-esistenti all'individuo, se nego o mistifico a livello elementare il quadro che emerge da annuali rapporti sul lavoro (fossero anche positivi), sto compiendo un'operazione ideologica ben precisa. Ossia dire al disoccupato: "Non trovi lavoro? È perché sei stronzo". Il disoccupato è trattato come un contenuto socialmente inaccettabile, proprio perché concretizza il fatto che no, non va tutto bene madama la marchesa. Questi articoli dunque, esercitano di fatto una funzione repressiva, o coadiuvano un'azione repressiva. In questo schema, infatti, se manifesto perché non ho lavoro non sto esercitando un diritto: sto disturbando la quiete pubblica a causa della mia immaturità psicologica. Si respinge la possibilità di individuare un problema scaricandolo sulle spalle di chi per primo ne subisce le conseguenze negative. Il conflitto sociale diventa problema psichico del singolo, l'alienazione prodotta dal conflitto diventa una minaccia per l'ambiente, che nulla ha da spartire con essa.

Il punto non è se il disoccupato meriti o meno la disoccupazione. Porsi questa domanda significa già accettare una narrazione falsificatrice, dove pochi casi diventano rappresentativi di una fascia di popolazione altrimenti eterogenea, e che non riguarda certo solo i giovani e/o i millennials. Il punto, ancora una volta e purtroppo, è che ogni qual volta il giornalismo sconfina nella propaganda – per sciatteria, ricerca di click o cattiva fede – a pagarne le conseguenze sono sempre altri.

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Foto in anteprima via Linkiesta

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