L’attacco di Copenhagen. Non siamo già più tutti Charlie?


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Niente equivalenti di #JeSuisCharlie. Niente vignette del bersaglio degli attacchi pubblicate ovunque in segno di libertà e supporto di chi la incarna. Perlopiù, niente di niente. Il doppio attentato a Copenhagen ricalca per molti versi quello a Charlie Hebdo, ma il pubblico non sembra reagire con la stessa veemenza.

In Italia non stupisce, vista la combo letale di San Valentino e Sanremo, nelle stesse ore. Ma non è una reazione isolata. Da stanotte in molti su Twitter, data la freddezza della reazione collettiva, si chiedono: “ci siamo già abituati?”.

 

È una domanda terribile, perché sensata. Per quanto tempo si può mantenere viva l'indignazione? Per quanto la voglia di ribellarsi al sopruso totalitario di non potere esprimere il proprio diritto di satira se non sapendo di stare ingaggiando una potenziale partita con la morte? Quanto stiamo cominciando a respirare la paura di essere i prossimi, quanto ad assorbire una strisciante – e dunque pericolosissima – autocensura?

Io stesso ho cercato in rete le vignette che da anni costringono Lars Vilks a temere per la sua vita e percepito come una resistenza invisibile a pubblicarle, al punto che poi, alla fine, non l'ho fatto. No, non perché siano “offensive”: per un piccolo ma fondamentale senso, istintivo, di vigliaccheria. Aumentato enormemente, per giunta, dalla sensazione di isolamento che ho percepito intorno a me, dal fatto che se le avessi pubblicate sarei stato uno dei pochissimi, forse l'unico a farlo di sostanzialmente tutti i contatti con cui Facebook mi sprona a interagire, e di buona parte di quelli reperiti su Twitter. Il problema di non difendere tutti la libera espressione è proprio questo: che si rende maledettamente più complicata la vita di chi intende farlo.

Certo, non c'è stata solo l'indifferenza o il silenzio. Alcuni hanno reagito in modo opposto, riversando sull'Islam tutto la propria rabbia, abbandonandosi a battute islamofobe o pubblicando la satira più dissacrante con intento provocatorio; altri ancora hanno invitato a non abbandonarsi a banalizzazioni e razzismi, mostrato solidarietà al popolo danese. Di cui, per l'ennesima volta, c'è da segnalare la civiltà e la compostezza delle reazioni nei confronti delle forze dell'ordine: nessuna polemica, molto rispetto per lo svolgersi delle indagini, diversi ringraziamenti per il suo operato. Ma la verità è che sì, c'è già la sensazione che si stia insinuando una certa “normalità” nella straordinarietà dell'essere sotto attacco, e di esserlo per il semplice fatto di voler esercitare la propria libera espressione.

A Repubblica il sopravvissuto di Charlie Hebdo, Patrick Pelloux, parla di un “nuovo fascismo” che “colpisce il cuore delle nostre democrazie”, ed è esattamente così: questo è, all'essenza, il progetto del Califfato, i cui legami con gli attentati di Copenhagen non sono al momento accertati ma senza che ciò impedisca ai suoi sostenitori di essere in trionfo su Twitter da ieri sera. Usando peraltro, non si può fare a meno di notarlo, la evidente disparità di trattamento mediatico tra i crimini di odio che colpiscono musulmani, come a Chapel Hill, e non; segno che ogni vizio, ogni mancanza di correttezza nel nostro sistema mediatico non rende solo un cattivo servizio ai lettori, ma fa anche il gioco della propaganda dei terroristi.

Il problema è capire se ci stiamo rendendo conto dell'entità e del tipo della minaccia, se con il passare del tempo e il moltiplicarsi degli attacchi stiamo imparando a comprendere il nemico o meno, e se le strategie di contenimento messe in atto finora – più controlli, più repressione, più rimozione dei contenuti pro-Jihad – stiano servendo quello scopo, o quantomeno ridurre i rischi, oppure no. Ora forse troveremo un hashtag per organizzare commemorazioni e ricordi, ribadire i nostri valori di cittadini di paesi (più o meno) democratici, oppure mettere insieme un'altra marcia, come a Parigi, per farci sentire uniti e magari dare, incidentalmente, occasione ai leader europei di sfoggiare ancora un po' di retorica sulle libertà che a parole sono così bravi a difendere, e nei fatti a limitare (nel suo nome, peraltro).

Ma l'impressione, soprattutto frequentando i profili Twitter che non dovrebbero nemmeno esistere e invece in qualche modo sempre sopravvivono, è che non ci sia paragone tra la determinazione di chi ci attacca e la nostra, tra la forza con cui viene colpita la libertà di espressione e quindi la democrazia e il misto di inerzia, distrazione e paura di chi dovrebbe difenderla. Tra la potenza della barbarie e della comunicazione della barbarie e il senso di impotenza di chi magari vorrebbe contrastarla davvero. Oggi: domani, chissà.

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