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L’invasione dell’Ucraina in nome della Russia ma contro i russi

1 Marzo 2022 7 min lettura

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L’invasione dell’Ucraina in nome della Russia ma contro i russi

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di Giovanni Savino*

La settimana apertasi il 21 febbraio, con la convocazione del Consiglio di sicurezza russo, e che si sta concludendo con i combattimenti in Ucraina, resterà tragicamente nella storia come esempio della precipitazione di un conflitto evocato da troppo tempo. Le immagini degli elicotteri Mi-28 in volo sui villaggi ucraini, il suono della contraerea a Kiev, la popolazione rifugiatasi nelle stazioni delle metropolitane della capitale e di Kharkiv accompagnano queste giornate di tensione internazionale, e di paura per milioni di persone. Paura che c’è non solo in Ucraina, ma anche in Russia, dove vi è tanta incomprensione per quest’avventura militare. 

Quando nel 2014 venne annessa la Crimea gli studiosi avevano osservato il fenomeno del Crimean consensus, in grado di portare Vladimir Putin al suo massimo storico nel gradimento della popolazione, l’83%. Oggi, nonostante gli ultimi dati, risalenti all’inizio di febbraio, diano un consenso per il presidente pari al 71%, non vediamo un sostegno alla guerra.

Una ricostruzione delle dinamiche interne in Russia può permettere di capire i perché dell’assenza di un consenso favorevole a quella che viene chiamata dalle autorità russe “operazione speciale”, e quali implicazioni quest’ultima ha sulla popolazione. La messa in onda della seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza russo lunedì 21 febbraio, annunciata come vera e propria diretta, aveva il compito di mostrare al paese e alle potenze straniere, prima di tutto agli Stati Uniti, l’assenza di divergenze nell’establishment politico, e lanciare la fase finale dell’escalation di questi mesi. La discussione nel Consiglio sul riconoscimento delle due repubbliche di Donetsk e Luhansk, in alcuni casi, è sembrata una recita delle parti, con alcuni esponenti, come Sergey Naryshkin, direttore dell’Agenzia del controspionaggio, l’SVR, che si è confuso esprimendosi per l’annessione delle due regioni alla Russia, immediatamente redarguito da Putin.

A sancire l’ultima fase dell’escalation è stato il discorso di Putin trasmesso la sera del lunedì. Un discorso dai toni accesi, una violenza verbale mai raggiunta prima d’ora, dove si riprendevano temi già sviluppati in un lungo articolo dell’estate scorsa, intitolato ambiziosamente Sull’unità storica dei russi e degli ucraini (Ob istoricheskom edinstve russkikh i ukraintsev), pubblicato il 12 luglio 2021. In quel testo Putin forniva una lettura della formazione dell’identità nazionale ucraina come artificiale, prima sostenuta e foraggiata dalla dominazione polacca per separare l’unità “spirituale” e “nazionale” dell’Antica Rus’, politica in seguito proseguita durante l’impero asburgico, di cui faceva parte da fine Settecento la Galizia orientale (oggi Ucraina occidentale). A peggiorare le cose, nell’ottica del presidente russo, sarebbero stati i bolscevichi, considerati “artefici” dello Stato ucraino. Nel discorso di lunedì 21 febbraio quest’ultimo punto è stato centrale per fornire una legittimazione storica alquanto discutibile alle posizioni putiniane: Lenin avrebbe, in questa ottica, costruito l’Ucraina, tanto da far definire il paese come “l’Ucraina di Vladimir Ilich Lenin”, e, in modo concitato, Putin ha sottolineato questo passaggio sostenendo di essere pronto a far vedere a Kiev come procedere davvero alla “decomunistizzazione”. Un termine scelto non a caso, negli anni rivendicato dagli attivisti ucraini, e che però per il presidente ha un significato particolare, non legato alla rimozione dei monumenti e della simbologia legate all’Unione Sovietica, ma alla ridefinizione dei confini stabilitisi nel corso del XX secolo, stabiliti a spese dell’unità imperiale russa. Una rivendicazione inquietante, se si pensa al fatto che ristabilire la “giustizia storica” appellandosi alle frontiere di inizio Novecento vorrebbe dire ridiscutere l’assetto politico di buona parte dell’Europa orientale, del Caucaso e dell’Asia centrale. In conclusione di questo discorso, molto emotivo, Putin ha annunciato il riconoscimento delle repubbliche popolari del Donbass.

Il passo del Cremlino non è sembrato una novità, già sul finire della settimana precedente appariva chiaro che Mosca avrebbe riconosciuto le entità separatiste, e probabilmente vi sarebbe stata una riedizione in veste russa dell’Operazione Attila del 1974 a Cipro, quando l’esercito turco intervenne, conquistando l’area settentrionale dell’isola e stabilendo uno stato con rapporti, a quasi cinquant’anni di distanza, solo da Ankara. Ma a far presagire il peggio son state le discussioni sui confini delle aree di Luhansk e Donetsk che la Russia avrebbe considerato legittimi: se fino al pomeriggio di martedì sembrava essere quasi certa una risoluzione “soft”, dove si riconoscevano i territori controllati dai separatisti, di nuovo Putin ha alzato ulteriormente la tensione, dichiarando come la Russia riteneva le aree delle due regioni sotto controllo ucraino (circa il 70%) sotto la sovranità dei ribelli. 

La logica seguita dal presidente russo è sembrata quella del piano inclinato, procedendo sempre più in là, precipitando il paese nel conflitto. L’operazione militare – nome ufficiale dell’aggressione, ed è vietato dall’Autorità russa sulle comunicazioni (Roskomnadzor) usare altre espressioni – lanciata giovedì mattina ha lasciato la popolazione russa in uno stato di shock collettivo. Già la sera del 24 febbraio si sono tenute le prime manifestazioni di protesta in varie città russe, con migliaia di persone a Mosca e a San Pietroburgo. Risulta sempre difficile fornire una stima esatta dei numeri dei manifestanti, perché negli ultimi anni, e soprattutto dopo le proteste contro l’arresto di Navalny nel gennaio del 2021, le tecniche repressive hanno raggiunto livelli di spaventosa raffinatezza: arresti dei potenziali leader appena varcano la soglia di casa, fermi all’uscita della metropolitana, cariche di alleggerimento degli assembramenti in piazza, uniti a retate vere e proprie con l’identificazione dei fermati nei commissariati, da dove poi vengono mandati a processo, con pene sia detentive (fino a 30 giorni di prigione) o pecuniarie. Reati del genere restano poi nei certificati penali, che sono obbligatori per lavorare, un vero e proprio marchio per chi protesta.

Nonostante questo, le proteste però si son ripetute fino a lunedì sera, culminando in ben 6060 fermi, prevalentemente nelle due principali città russe. Ma non ci sono solo le proteste in strada; il premio Nobel per la pace Dmitry Muratov, direttore di Novaya Gazeta, si è rivolto ai lettori e al popolo russo con un videomessaggio (rimosso poi per ordine di Roskomnadzor) in cui dichiarava lo sdegno e il dolore della redazione. Novaya Gazeta non è l’unica voce del giornalismo russo a essersi schierata contro la guerra, perché non solo quelle testate particolarmente colpite dalle leggi di Mosca come Meduza si son esposte, ma anche cronisti e autori dei principali media del paese, con lettere di protesta inviate alle autorità. L’invasione dell’Ucraina, scrive la redazione di Meduza nel suo appello, Anche scienziati, artisti, intellettuali, esponenti del mondo dello spettacolo e della musica si sono schierati contro la guerra, persino i più glamour, come il noto conduttore Ivan Urgant, famoso in Italia per lo show Ciao 2020 o il cantante Valery Meladze. Svetlana Loboda, celebre interprete ucraina di lingua russa e nota alle cronache rosa per una storia d’amore con il leader dei Rammstein Till Lindemann, ha messo su Instagram un video dove in lacrime raccontava come la sua famiglia si trovasse a Kiev sotto le bombe, e facendo appello a fermare la guerra.

Vi è anche la propaganda, ma che al momento non riesce a far breccia, spesso dai toni minacciosi e riecheggianti le peggiori pagine del XX secolo. Una propaganda spesso rozza, brutale, e che ha un effetto boomerang. Oltre all’immancabile anchorman Dmitry Kiseliov, e le sue minacce al mondo intero con le 500 testate nucleari pronte all’utilizzo, un editoriale del giornalista Pyotr Akopov, da sempre noto per le sue posizioni nazional-conservatrici, sul portale dell’agenzia di stampa RIA Novosti ha suscitato tali polemiche da essere rimosso dal sito (ma è disponibile la visualizzazione su web archive). L’editoriale, intitolato L’avanzata della Russia e il nuovo mondo (Nastuplenie Rossii i novyi mir), contiene dei passaggi significativi su cosa sia questa guerra per un nazionalismo russo risuscitato per l’occasione. Scrive infatti Akopov: 

La Russia ristabilisce la sua integrità storica, unificando il mondo russo e il popolo russo nel suo insieme di grande-russi, russi bianchi e piccolo-russi. Se ci rifiutassimo di adempiere a questo compito, permetteremo a questa divisione di radicarsi nei secoli e tradiremmo non solo la memoria dei nostri avi, ma verremmo maledetti dai nostri discendenti per aver consentito lo smembramento della terra russa (…) Vladimir Putin ha preso su di sé la responsabilità storica – e non è un’esagerazione – di non lasciare irrisolta la questione ucraina alle generazioni future.

Secondo l’autore, il popolo russo soffrirebbe di aver perso la propria ancestrale unità, e la costruzione dell’Ucraina come Anti-Russia sarebbe un abominio storico da dover liquidare. Tesi avanzate già nella tarda età imperiale, quando i nazionalisti russi definivano le rivendicazioni ucraine di autonomia culturale e politica un artificio inventato dai polacchi, dagli austriaci e dai tedeschi, con la collaborazione dei cadetti e dei socialisti e l’immancabile contributo degli ebrei, per indebolire l’assetto imperiale. L’idea riproposta oggi di un unico popolo, di cui ucraini e russi farebbero parte, cozza però con quanto avviene in queste giornate nelle città sotto i bombardamenti e gli attacchi delle forze armate di Mosca. Non vi sono accoglienze calorose, anzi, la popolazione spesso va incontro ai giovani soldati parlandoci, anche apostrofandoli in malo modo, e in russo, come è possibile vedere dalle centinaia di video pubblicati sui social. Non riescono a capire, gli abitanti di Kharkiv, di Odessa, di Kherson, di Chernihiv, perché coloro che credevano loro fratelli stiano in questo momento attaccandoli, sconcerto esemplificato in un video di un utente Instagram girato nei dintorni di Mariupol, dove un uomo di mezz’età, visibilmente alticcio, grida a una pattuglia di soldati “io sono russo, ma sono cittadino ucraino, qui siamo in Ucraina, cosa cazzo volete qui?”.

Un conflitto doloroso, in grado di spezzare legami storici, con avvenimenti tragici come il bombardamento del centro di Kharkiv di lunedì 28 febbraio, con decine di vittime, e le cui giustificazioni risuonano tetre e illusorie: chi rivendica l’inizio della guerra 8 anni fa, chi vede nelle “operazioni chirurgiche” dell’esercito e dell’aviazione russe una prova di umanità, chi ritiene vi sia spazio per la geopolitica, ragionando non di come far cessare il fuoco, ma gettando benzina sul fuoco. Per fortuna si tratta di posizioni minoritarie, spesso confinate sui social, e senza grande presa in un contesto in cui per i russi oggi vi è spazio solo per il dolore e lo shock della guerra ai fratelli e alle sorelle d’Ucraina.

*Giovanni Savino, storico, si occupa di Russia e Europa orientale. Autore di saggi e articoli sul nazionalismo russo, è in uscita la sua monografia "Il nazionalismo russo, 1900-1914: identità, politica, società", Federico II University Press fedOA Press, Napoli 2022. Potete trovarlo su Twitter @giovsav e nel suo canale Telegram Russia e altre sciocchezze

Immagine in anteprima via abcnews.go

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