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Perché in Italia parlare di violenza e molestie sessuali è dannatamente difficile

14 Ottobre 2019 8 min lettura

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Perché in Italia parlare di violenza e molestie sessuali è dannatamente difficile

7 min lettura

Venerdì mattina sul Corriere della Sera è stata pubblicata un’intervista a Maila Andreotti, ciclista 25enne, vincitrice di 20 titoli italiani su pista, che recentemente ha abbandonato la nazionale dopo aver parlato di casi di molestie sessuali e psicologiche nel mondo del ciclismo.

Leggendola, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un interrogatorio: tra le domande rivolte all'atleta dal giornalista ci sono insinuazioni, commenti e affermazioni volte a sminuire quanto raccontato. È rappresentativa di come in Italia parlare apertamente di molestie sessuali sia dannatamente difficile. E del perché molte donne decidano di tacere.

Alcuni passaggi:

«Il marcio l’ho visto la prima volta che ho incontrato un certo massaggiatore. Mi faceva domande strane, faceva battute un po’ spinte, entrava nella mia camera senza bussare e mi diceva “spogliati” prima dei massaggi».

E lei si è spogliata?
«Sono rimasta in maglia e slip».

Con i massaggiatori non si fa così?
«No. E comunque, proprio perché lui era un uomo e io una ragazzina, avrebbe dovuto avere più tatto. Un massaggiatore normalmente entra, ti mette un asciugamano addosso e ti massaggia. Lui stava a guardarmi mentre mi spogliavo. Mi sono sentita a disagio».

Può essere solo scarsa professionalità.

«No, e l’ho capito quando mi ha massaggiato solo il sedere».

Sei sicura che è una molestia? Non è che stai esagerando? Qui il giornalista si fa portavoce della convinzione radicata nel senso comune italiano per cui se non ti blocca i polsi, non ti strappa i vestiti o ti estorce contatti non richiesti non si possa parlare di violenza, figuriamoci di molestie sessuali. E quindi il racconto viene derubricato: non molestie, ma "scarsa professionalità".

«Mi sono lamentata con il mio allenatore dicendo che volevo l’altro massaggiatore».

Non c’era una massaggiatrice?
«No, nonostante alcune ragazze l’abbiano chiesto. Finita la trasferta in Portogallo, mi è stato fatto sapere che avrei dovuto farmi andare bene anche le cose che non andavano. Sono stata lasciata a casa dalla nazionale per due anni».

Cosa le fa pensare che non l’abbia fatto perché i suoi risultati non erano buoni?
«I risultati li avevo. Era l’unico a non voler investire sulla mia specialità e su di me».

L’insinuazione: non è che non eri abbastanza brava? Non è che ora parli per vendicarti?

Salvoldi ha avuto atteggiamenti sconvenienti?
«Diceva: “Lascia la porta della camera aperta”. E lui entrava in qualsiasi momento, che tu fossi vestita o no».

Anche altre atlete si sono lamentate per lo stesso motivo?
«Tra di noi, più e più volte. Ma nessuna ha voluto dirlo all’esterno».

Sarà sconveniente, ma non sono vere e proprie molestie.
«Io fisicamente da Salvoldi non sono mai stata molestata. Le ragazze che hanno avuto rapporti con lui erano tutte consenzienti. Io sollevo la questione psicologica, non fisica. Certe cose non vanno bene a priori».

Sarà sconveniente, ma non sono molestie. Alle donne viene sempre spiegato cosa è molestia sessuale e cosa non lo è, per cosa dovrebbero alzare la voce, nonostante lo provino sulla propria pelle.

Successivamente Andreotti parla delle relazioni che il tecnico avrebbe intrattenuto con altre atlete, favorendole rispetto alle altre. «Ricordo ragazze che piangevano perché venivano lasciate da parte per una che non era la più forte. Tante hanno smesso per questo». Rapporti che non erano costrizioni, ma che la ciclista definisce «molestie psicologiche, ti metteva in condizione di annullare te stessa».

La risposta è ancora una volta sminuire: "Non poteva essere una strategia tecnica?"

Andreotti ha risposto a tono a tutte le domande e insinuazioni fatte dal giornalista del Corriere della Sera, riportando il piano sulla questione centrale. Ma un'intervista del genere è inaccettabile.

I Comitati Pari Opportunità di Fnsi, Usigrai e l’associazione Giulia Giornaliste ne hanno denunciato la contrarietà al Manifesto di Venezia per una corretta informazione sulla violenza sulle donne, sottolineando "il linguaggio sessista, il tono provocatorio e insinuante, l'approccio denigratorio nei confronti dell'intervistata e di tutte coloro che quotidianamente subiscono violenza, fisica e psicologica, hanno il coraggio di denunciare e finiscono per passare da vittime a bersagli di ulteriore violenza".

In Italia secondo i dati Istat, solo 0,7% delle donne che subiscono molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro presenta denuncia. La maggior parte non ne fa menzione nemmeno in famiglia o nella cerchia più ristretta. Il timore è quello di essere giudicate, di vedere la propria testimonianza messa in discussione: dai funzionari di polizia, dai giudici, dall’opinione pubblica, dai giornali. Le donne questo lo sanno, e si evitano il disturbo. Una situazione che sarà difficile che cambi finché i media continueranno a perpetuare le sesse dinamiche sessiste che giustificano chi commette molestie o violenze e mettono sotto torchio chi racconta di averle subite.

Secondo la denuncia delle giornaliste "c'è una catena, anche nell'informazione, che avalla il metodo di mettere sotto accusa chi ha il coraggio di accusare. Questo non è un modo di informare".

Esattamente due anni fa, a ottobre 2017, negli Stati Uniti scoppiava il "caso Weinstein", e il mondo intero iniziava a parlare seriamente di molestie sessuali sul luogo di lavoro. Usando l’hashtag #MeToo – o le diverse variazioni in ogni paese – le donne hanno iniziato a condividere pubblicamente le loro storie, a puntare il dito contro gli abusi di potere, a far emergere molestie e ricatti, fisici o anche solo psicologici. Ne è nata una conversazione globale, che dal mondo del cinema si è allargata a diversi campi, compreso quello del giornalismo.

In Italia la discussione internazionale sulle molestie è stata catalogata dall’opinione pubblica come gossip e chiacchiericcio. Lo sforzo collettivo di tante donne di parlare di quello che tutti sanno ma nessuno dice è stato trattato come un’allucinazione collettiva, i pochi casi emersi e le denunce presentate come tentativi di “caccia alle streghe”.

Il giornalismo ha una grossa responsabilità. Nell’incapacità di aprire un confronto su quello che succede all’interno delle redazioni – in un mondo dove, riporta Agcom nella seconda edizione dell'Osservatorio sul giornalismo, "solo il 3,9% delle donne dipendenti è riconducibile a una posizione di vertice (nei ruoli di Direttore, Vice–Direttore o Condirettore), a fronte del 14,2% degli uomini" e, secondo un'indagine della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) dello scorso aprile, "l'85% delle giornaliste dipendenti nei media (esclusi i periodici) ha dichiarato di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale" – la copertura media dell’argomento non è stata mai incentrata sui presunti molestatori, ma sulle (poche) donne che hanno parlato: hanno denunciato? Perché non hanno denunciato? Hanno le prove? E perché poi gli ha mandato un messaggio? L’intervista a Maila Andreotti si inserisce in questo filone.

Il problema, comunque, non riguarda solo le molestie, ma come viene trattata sui media la violenza sulle donne in generale. Se da una parte ci sono le narrazioni distorte sul femminicidio – come il “gigante buono” che ha ucciso Elisa Pomarelli – dall’altra c’è una questione enorme che riguarda le sopravvissute, rivittimizzate, esposte, quando non offese.

Leggi anche >> Il femminicidio di Elisa Pomarelli: quando i media oltraggiano la vittima

Qualche settimana fa Bruno Vespa ha intervistato in studio a Porta a Porta Lucia Panigalli, una donna scampata per due volte a un tentativo di femminicidio da parte dell’ex compagno – prima personalmente e poi per mezzo di un sicario. Per questo secondo episodio, l’uomo è stato assolto, e ora Panigalli è sotto scorta e teme per la sua vita.

Per tutta la durata dell’intervista le paure della donna vengono minimizzate, mentre viene ripetuta più volte la parola “amore” associata all’agire dell’uomo, nonostante lei avesse chiesto di non farlo.

Il conduttore ha pronunciato frasi come «lei è fortunata perché è sopravvissuta mentre molte donne vengono uccise», ha definito i 18 mesi di relazione con l’uomo che ha tentato di ucciderla «un bel flirtino», e affermato che questo era «così innamorato di lei» da pensare «finché morte non ci separi». In conclusione ha sentenziato che comunque se «avesse voluto ucciderla l’avrebbe uccisa».

Dopo la trasmissione la donna ha dichiarato che nell’immediato non era riuscita «a capire cosa l'avesse «tanto infastidita. E solo in seguito ho realizzato che non mi sono state poste le domande che mi aspettavo dopo i lunghi colloqui con la redazione. Viceversa mi è stato chiesto di rivivere le fasi più truci dell’aggressione subita, senza quasi darmi modo di spiegare il motivo vero per cui mi trovavo in quello studio e senza che si cogliesse l’estrema drammaticità di quanto patito».

L’amministratore delegato della Rai ha condiviso le critiche all’intervista, mentre la Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei giornalisti ha annunciato l’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di Vespa. Quest'ultimo, invece, si è limitato a dire nella trasmissione successiva «se noi abbiamo offeso la sensibilità di qualcuno ci scusiamo». Quel "qualcuno", però, era la donna che gli era stata seduta di fronte, nonché tutte quelle che vivono o hanno vissuto situazioni di abusi.

Esistono linee guida e strumenti a disposizione dei giornalisti per parlare di violenza domestica o sessuale e condurre interviste a sopravvissute, che sono un lavoro delicatissimo. Quando ci si occupa di questi temi bisogna sapere di cosa si sta parlando: intervistare una donna che ha subito una violenza sessuale o una molestia, ad esempio, non è come fare domande a una persona che è stata derubata o come incalzare un politico. Non basta essere intervistatori navigati, esperti di giudiziaria o diritto penale se non si conoscono dinamiche e squilibri di genere, se non si approfondiscono le radici del fenomeno della violenza sulle donne e le conseguenze in cui incorrono coloro che denunciano un abuso, a qualsiasi livello. Non si tratta solo di applicare regole, ma di sviluppare una certa sensibilità – anche quella serve per fare buon giornalismo - per declinare linee guida e consigli, per porsi e porre le giuste domande. Altrimenti il rischio è diventare amplificatori della cultura sessista che giustifica gli abusanti e punta il dito verso chi l'abuso l'ha subito.

Le donne non vengono credute, le loro testimonianze vengono sminuite, ridicolizzate ogni giorno. I media dovrebbero contribuire a creare uno spazio dove possano essere raccontate senza essere trasformate in interrogatori o brutti romanzi noir: affidando la copertura di questi argomenti a giornalisti preparati su temi come violenza e molestie, facendo attenzione al linguaggio, alle suggestioni che vengono sollecitate, a dare un’informazione corretta e rispettosa della persona che ha subito abusi. Se davvero riteniamo che la violenza sulle donne sia un'emergenza, questa discussione dovrebbe essere costante nelle redazioni.

Si avvicina il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, e come ogni anno televisioni e giornali si riempiranno di dati su femminicidi, appelli e spot. Ma finché si faranno grancassa del meccanismo perverso che rivittimizza le donne e le spinge verso il silenzio, tutto questo sarà perfettamente inutile.

Aggiornamenti

Aggiornamento 14 ottobre 2019: Rispetto alla prima versione dell'articolo abbiamo aggiunto l'indagine della FNSI sulle "molestie sessuali nel mondo dei media".

Immagine in anteprima via blastingnews.com

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