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Perché il Nobel allo scrittore Peter Handke è un errore

13 Ottobre 2019 6 min lettura

Perché il Nobel allo scrittore Peter Handke è un errore

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Giovedì sono stati assegnati i premi Nobel per la letteratura, dopo un anno di sospensione causato dallo scandalo che aveva coinvolto Jean-Claude Arnault, fotografo svedese e marito di una giurata del Premio, condannato nel 2018 per due aggressioni sessuali. A seguito dello scandalo e di ulteriori indagini a carico di Arnault per dei finanziamenti a una società che organizzava eventi culturali, alcuni membri del Comitato Nobel si erano dimessi, e sospendere per un anno il Premio è sembrato un segnale forte per recuperare la fiducia compromessa.

Sono stati così assegnati i Nobel sia per il 2018 che per il 2019. Per il 2018 ha vinto la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, per il 2019 lo scrittore austriaco Peter Handke, con la seguente motivazione: «Per un lavoro influente che con ingegno linguistico ha esplorato la periferia e la specificità dell'esperienza umana». Sulla decisione di premiare quest’ultimo si sono da subito addensate polemiche. Il Times ha espresso una dura condanna, con un articolo a firma della testata che definisce l'assegnazione del premio «ignobile». Handke infatti ha in passato avuto posizioni controverse sul criminale di guerra Slobodan Milošević e sul conflitto serbo-bosniaco, dall’apologia fino al negazionismo, passando per la contestazione del massacro di Srebrenica. Idee ampiamente note ed espresse anche nelle sue opere, in particolare nel libro Un viaggio d'inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero giustizia per la Serbia. Già in quegli anni - nel 1999 - lo scrittore Salman Rushdie aveva criticato aspramente Handke, in un pezzo corrosivo dove lo classificava secondo al Premio internazionale coglione (“moron”) dell’anno, dietro a Charlton Heston, per le posizioni apologetiche. A ciò si somma, come ricordato tra gli altri su Facebook dalla scrittrice Helena Janeczek, la presenza di Handke al funerale di Milošević, dove tenne un contestato discorso - va da sé che tra partecipare a un funerale e tenere allo stesso un'orazione c'è una differenza non di poco conto. Quell'anno, il 2006,  finì per rifutare il Premio Heine, chiudendo così le proteste sollevate da alcuni politici tedeschi contro l'assegnazione all'autore.

Le polemiche sul Nobel hanno coinvolto persino capi di Stato (come il premier albanese Edi Rama e quello kosovaro, Hashim Thaçi), mentre Munira Subasic, presidente dell'associazione Madri di Srebrenica, ha chiesto assieme all'associazione che venga ritirato il premio allo scrittore. Come è facile immaginare, il massacro di Srebrenica è ancora una ferita aperta nella regione balcanica. Si trattò di un vero e proprio genocidio guidato dal generale Ratko Mladic: oltre ottomila musulmani bosniaci radunati e uccisi, intanto che lo stesso generale pronunciava parole rassicuranti davanti alle telecamere sull'occupazione della città da parte delle milizie serbo-bosniache. La pulizia etnica e il genocidio avevano di nuovo fatto irruzione in Europa, e Srebrenica fu l'episodio più orribile e cruento di una strategia sistematica ai danni dei musulmani bosniaci. Di fronte a un crimine di tale portata, revisionismo, negazionismo o giudizi ambigui hanno tutti il riverbero della continuità ideologica.

Come accade quando un artista è messo sotto accusa per le sue posizioni, il dibattito si estende a inglobare annose separazioni tra vita e opere, o tra letteratura e politica. Tuttavia la decisione dell’Accademia di Stoccolma è sbagliata sotto molteplici punti di vista, ed è fuori fuoco pretendere nel caso specifico una qualsivoglia separazione. Sono parte degli scritti di Handke e il suo ruolo pubblico di intellettuale al centro delle polemiche, non il suo vissuto personale, o comportamenti privati. E intervistato a riguardo, a commento del Nobel, preferisce difendersi in modo davvero penoso e meschino con frasi come: «Io parlo solo da scrittore. Le mie non sono posizioni politiche, non sono un giornalista».

Una posizione talmente sbagliata e sciocca che non merita nemmeno una contro-argomentazione. C’è dignità nell’ammettere un errore: per quanto grave possa essere stato, per quanto ciò di solito non zittisca nel breve e medio periodo le polemiche, pure consegna al giudizio del tempo la traccia visibile di un conflitto interiore; rammenta come pensieri, idee, valori siano sostanza che muta, evolve o decade, si scontra persino in noi e fuori di noi, con dolore; restituisce ai posteri la complessità dell’animo umano di fronte alle tragedie della storia, la contraddittorietà che caratterizza ciascuno di noi, seppure su una scala di grandezza diversa. Ma il deviare il discorso, lo scegliere di essere ambigui o reticenti, il rifiutare il confronto a posteriori con i propri atti linguistici, quasi con fastidio, è davvero il segno peggiore dei nostri tempi, fatto di troppi intellettuali o politici che tirano il sasso e nascondono la mano, o si attaccano l’etichetta di “controverso” a mo' di griffe. La differenza è che i primi scagliano pietre con maggiore eleganza di movimenti, i secondi provocano più morti.

L’Accademia di Stoccolma ha dunque premiato Handke anche per quelle opere al centro delle polemiche, anche per il negazionismo verso Srebrenica, perché il Nobel per la Letteratura non riguarda testi specifici, ma premia ormai l’intera produzione di un autore. Il Nobel è un premio politico, di quella politica che ispira grandezza, elevazione, parlando alla parte migliore di ciascuno di noi. Lo è non solo per la visibilità mondiale che conferisce, ma per volontà del suo stesso creatore, Alfred Bernhard Nobel, secondo cui andavano premiati coloro che più di tutti hanno «contribuito al benessere dell'umanità». Questa dimensione morale è ricordata anche dal giornalista e scrittore britannico Ed Vulliamy: «Ezra Pound fu tra i più grandi poeti del secolo scorso, ma non vinse mai il Nobel, probabilmente per la sua adesione ideologica al fascismo e l'odioso antisemitismo». E allora, nel computo del giudizio complessivo ad Hadke, dobbiamo in qualche modo collocare nel «benessere dell’umanità» negazionismo e sostegno a criminali di guerra, e l'assenza di una cristallina abiura. Non è un oltraggio alla volontà di ha creato il premio e, soprattutto, alle vittime?

Il Nobel ad Hadke cade inoltre con un tempismo quanto mai infausto. Genocidio, massacri di popolazioni civili, persecuzioni etniche e religiose non sono spettri insepolti della civiltà, ma incombono tangibili in più parti del mondo - o brutalmente, avvengono, mentre nella stessa Europa scalpitano antisemitismo, islamofobia e populismi nazionalisti, fino alle frange più violente del terrorismo di estrema destra. Proprio questa settimana la Turchia ha invaso il confine settentrionale della Siria, attaccando il popolo curdo, facendo le prime vittime tra i civili. Siamo in un quadro geopolitico di polveriera che ha preso fuoco, e mentre le fiamme si levano alte, le future conseguenze dell’incendio appaiono già dolorosamente vaste e terribili. Come pensate che vedano il premio ad Handke, dal punto di vista dei simboli politici, coloro i quali lavorano attivamente per tenere vivo l’incendio?

Infine, è la stessa decisione dell’Accademia di Svezia di sospendere nel 2018 l’assegnazione del premio ad aver creato un clima di attesa, un debito di fiducia e credibilità da ripagare - per ammissione della stessa. In quest’ottica il premio ad Handke è una valuta che non intacca quel debito, e di sicuro non per penuria di possibili scelte. Perché un autore, in particolare nel campo della letteratura, non ha certo l’obbligo dell’impegno politico. Ha, casomai, la doverosa libertà di esplorare la propria poetica, c’è anzi una forma di eroismo, di resistenza cognitiva, nel portare la propria opera nei territori inesplorati al di fuori di ciò che consideriamo, contingente, sottraendosi così all’assedio del reale. Ma nel momento in cui un autore porta la propria opera tra le sponde del presente, della guerra e dei suoi crimini, è lui stesso ad arruolare la poetica di fronte a quell’assedio. Tra tutti i modi di interpretare questa scelta, far finta che ciò non avvenga, voler imporre a ritroso una separazione, negando la scelta a monte, suggerisce un’idea di letteratura da parrocchiano: basta stare seduti composti sui banchi per assolvere alla funzione, non importa cosa avviene fuori dalla chiesa.

Immagine in anteprima via Ansa

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