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Giorgia Meloni e il fascismo di Pulcinella

23 Agosto 2022 22 min lettura

Giorgia Meloni e il fascismo di Pulcinella

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La campagna elettorale ci ha consegnato, tra i vari temi, quelli del rapporto tra Fratelli d’Italia e il fascismo. Fascismo sia sul piano storico, dato che il partito è l’erede del post-fascista Movimento Sociale Italiano, di cui mantiene la fiamma tricolore nel simbolo, sia rispetto ai movimenti neofascisti che, tra Europa e Americhe, flirtano con partiti conservatori tradizionali ed estrema destra populista.

Meloni stessa, prendendo l’iniziativa all’interno di questo dibattito e delle possibili ricadute, ha realizzato un video in tre lingue (inglese, spagnolo e francese) per spiegare che "la destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia da decenni ormai, condannando senza ambiguità la soppressione della democrazia e le infami leggi contro gli ebrei” e rassicurare in particolare la stampa e i paesi esteri. Prima ancora, Meloni era stata intervistata da Fox Business. A queste sortite internazionali bisogna poi sommare la recente intervista alla testata ultraconservatrice britannica The Spectator.

Salvo pochi editoriali apertamenti critici, il video è servito allo scopo, complice anche l’abitudine italiana di titolare riportando i virgolettati dei politici, a prescindere dal contenuto (e quindi sposando il loro punto di vista nel primo sguardo concesso al lettore, senza porsi troppi dubbi). Tuttavia se anche il sito Shalom, della comunità ebraica di Roma, o la redazione del Guardian parlano di “abiura” o di una Meloni che “respinge le radici neofasciste del suo partito” sono evidenti i meriti della strategia adottata.

Certo, la retorica che impiega Meloni, così come la tradizione (o se preferite la “matrice”) in cui si inserisce, si basa sul veicolare il messaggio effettivo attraverso la dissimulazione, entro uno schema “noi vs loro”, in particolare mascherando le intenzioni effettive con i concetti chiave delle democrazie liberali: “la libertà è per noi il bene più prezioso”, dice nel video, e così lo è di solito la volontà popolare. Come faceva notare su Facebook lo storico Carlo Greppi:

continua il gioco delle tre carte: il cenno è impersonale e del fascismo, a suo dire, la destra italiana (?) avrebbe condannato, senza ambiguità (!), “la privazione della democrazia e le infami leggi anti-ebraiche” [non razziali/razziste]. Oltre che basata su presupposti falsi, è un po’ striminzita e assai incompleta, questa, come “condanna del fascismo”. E, vien da sé, per gran parte del video Meloni si dilunga nel demonizzare la sinistra e auspica una gestione del potere più agevole, rapida, reazionaria. Ovviamente non si parla di migranti, di persone omosessuali, di famiglia; di tutti i temi che svelerebbero i canini dell’estrema destra italiana.

Prima di proseguire, tuttavia è bene focalizzarsi su un aspetto: non è il caso di sottovalutare Meloni. Per esempio, l’uso dell’ironia contro di lei, come per l’ormai arcinoto video “Sono Giorgia: Sono una donna, sono una madre, sono cristiana” ha finito per rendere pop e orecchiabili i suoi messaggi anti-LGBTQ+ e la visione della donna come madre di famiglia, tanto che il libro pubblicato con Rizzoli nel 2021 si intitola per l’appunto Io sono Giorgia. Non soltanto, ma nel 2021 una certa tendenza della stampa internazionale a parlare dell’ascesa del “fenomeno” Meloni, complice il sorpasso sulla Lega nei sondaggi, menzionava quasi sistematicamente il video divenuto “virale”. E parliamo di un video che negli scopi degli autori voleva "sbeffeggiare" il messaggio politico di Meloni.

Più dei dibattiti attorno ai video, più dei referendum su Meloni che assecondano la polarizzazione attorno a lei, è utile analizzare i punti di forza e i punti deboli della leader di Fratelli d'Italia. Vale anche la pena di valutare il contesto italiano, quelle criticità nei rapporti e nelle strutture di potere senza le quali gli anticorpi delle democrazie liberali resistono con più vigore all'assalto dei populismi nazionalisti. La carenza di questi anticorpi è tra gli aspetti più problematici del momento storico che viviamo.

I punti di forza di Giorgia Meloni

1) Il suo progetto politico ha una dimensione internazionale

Quello di Fratelli d’Italia è un progetto politico con una visione precisa e strutturata, con una prospettiva internazionale. Tutto ciò manca e mancava alla Lega di Salvini, che è sempre stato debole nei rapporti con altri paesi dell’Unione europea, evanescente - nel migliore dei casi - nel fronteggiare la stampa straniera, e troppo esplicito nei suoi elogi pro-Putin, che sono la punta dell’iceberg delle relazioni tra il suo partito e Mosca. Alcuni esempi di questi elementi sono: le inchieste condotte da giornalisti come Giovanni Tizian e Stefano Vergine (dallo scoop sulla trattativa al Metropol di Mosca al Libro nero della Lega); l’inchiesta della magistratura che, pur andando verso l’archiviazione, non dissipa nessuna ombra politica; la figuraccia rimediata a inizio invasione dell’Ucraina con il sindaco polacco di Przemys, che pure è membro di un partito di destra populista, Kukiz'15. Meloni può contare inoltre sul suo ruolo di leader del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei. Ruolo che quindi le permette una maggiore capacità di azione e di tessitura di relazioni, cui si sommano le attività di think-thank di area della galassia politica in cui si muove.

Il fatto che, sui palcoscenici internazionali si sforzi di parlare sempre nella lingua del paese in cui si trova è naturalmente strategico a questa dimensione. Quando insomma si presenta al raduno di Vox in Spagna, e recita la versione spagnola del suo “Io sono Giorgia…”, c’è poco da prendere in giro. A quella platea e al pubblico spagnolo arriva quel messaggio, non certo i tweet di scherno. Così come nel video diffuso nelle scorse settimane, benché si noti nel linguaggio corporeo una certa difficoltà, benché siano evidenti meriti e demeriti dell'insegnante di dizione, passa l’immagine di una leader che parla a una comunità internazionale, menzionando riferimenti e interlocutori precisi (il partito repubblicano americano, i Tory britannici e il Likud israeliano). Vi immaginate Salvini che fa un video del genere? Tra i tre partiti che compongono oggi lo schieramento di destra, Meloni è poi la meno impresentabile, e questo riguarda anche i trascorsi con la Russia.

2) Può prendere voti tanto al Nord quanto al Sud

Sempre a differenza della Lega, in apparenza principale concorrente per un’area ideologica populista-nazionalista, Fratelli d’Italia non ha certo il problema dell’antimeridionalismo. Inoltre, in base al principio ben radicato su tutto lo stivale per cui il carro su cui si salta è quello del vincitore, Meloni ha da tempo iniziato a incassare nomi di peso. Ricordiamoci per esempio di Vittorio Feltri, o l’ex sindaco di Verona Federico Sboarina. Senza contare, venendo ai giorni scorsi, il redivivo Giulio Tremonti.

3) La questione di genere

Meloni potrebbe diventare la prima presidente del Consiglio italiana, un fattore di novità storico. Per il gattopardesco principio del “bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è”, chi inquadra le questioni di genere slegate da quelle di classe, insomma, in caso di vittoria parlerà del risultato come qualcosa di positivo in sé. C’è poi il fatto che a sinistra, tra gli uomini, il sessismo sia un problema che si è più spesso portati ad attribuire ad altri: aspettiamoci da questo punto di vista molte “gaffe” o “figuracce” da parte di uomini del campo progressista. Se poi Salvini parla da "papà", proiettando lo stereotipo maschile della famiglia tradizionale, Meloni parla da "madre", e la mamma, si sa, è sempre la manma; c'è una componente di empatia che "l'uomo forte" non può permettersi.

Sul piano politico e delle possibili ricadute nel dibattito pubblico, le principali conseguenze possono essere due. La prima è quella di attirare il femminismo transescludente, in base al principio che “la nemica dei miei nemici è mia amica”, o rafforzare il femonazionalismo. Questo può aiutare a diffondere maggiormente propagande e politiche anti-immigrazione o anti-islam nel secondo caso, e anti-LGBTQ+ nel primo caso.

Circa quest’ultimo aspetto, una precisazione che diventerà via via più importante negli anni a venire. Per chi pensa che l'obiettivo dell'area gender critical sia davvero di combattere il “il culto trans” e non di negare alle persone trans ("persone danneggiate" ed "enorme problema per un mondo sano" secondo Helen Joyce) l'accesso a diritti fondamentali, portiamo all’attenzione il caso del Regno Unito. Qui l'attivismo anti-trans, sotto la sigla ombrello gender critical, sta iniziando a difendere terapie di conversione, o ad attaccare il fatto che la Scozia abbia reso i prodotti mestruali gratuiti come una manovra per imporre un linguaggio “gender neutral”, fino a negare il problema della povertà mestruale. Lungo la direttrice gender critical, insomma, aspettatevi insospettabili radicalizzazioni nei prossimi anni.

4) Sa sfruttare le debolezze dell’avversario

Al di fuori di episodi specifici, senza evidenziare contraddizioni evidenti e senza cementificare il tutto con una capacità di ragionare solida, le varie etichette appiccicabili (“razzismo”, “fascismo”) a Meloni scivolano via facilmente. Se si resta insomma nel piano della pura retorica e dei simboli, se l’etichetta è usata perché, sotto sotto, si deve mostrare la propria superiorità morale, si compie una sottovalutazione non indifferente.

Meloni sa infatti usare elementi di compassione nella propria comunicazione, e sa poi usare quell’empatia come un’arma contro gli avversari. Nel 2021, ad esempio, ha dedicato il Premio Atreju alla memoria a Willy Monteiro Duarte, il 21enne di origini capoverdiane ucciso nel 2020. Il Premio è stato consegnato alla madre del giovane, in una toccante cerimonia.

Se andiamo ancora a leggere Io sono Giorgia, Meloni così parla della morte di Willy Monteiro Duarte:

Quando lessi la notizia ricordo di aver pianto, pensando a lui e, come sempre, alla sua mamma, che si vedeva strappato l’amore della sua vita solo per averlo cresciuto con valori sani, da uomo. Racconto la storia di Willy perché lui merita di essere ricordato, e perché lui e la sua famiglia non meritavano, invece, la strumentalizzazione che è stata fatta della sua morte. [...]  Mi sono vergognata di una classe dirigente che pensa di poter sfruttare qualsiasi cosa a suo uso e consumo, e che distorce la realtà pur di poterla piegare a suo vantaggio. Willy non è morto perché era di colore [sic], Willy è morto perché era un bravo ragazzo. [...]  Quelle quattro bestie che hanno pestato a morte Willy, a differenza di ciò che qualche imbecille ha provato a sostenere, non c’entrano nulla con la cultura di destra, e infatti non avevano alcuna simpatia per noi. Sono invece figli di tutt’altra «cultura»: quella di chi ha propagandato tra i giovani modelli come Gomorra per farci sopra i milioni, di chi non ha combattuto l’uso e lo spaccio di sostanze stupefacenti (due dei quattro avevano precedenti per spaccio, e se fossero state accolte le nostre proposte probabilmente quella sera non si sarebbero trovati a piede libero), e sono figli di quei modelli cari a certi artisti «progressisti», o «comunisti col Rolex» che dir si voglia, per i quali il successo si misura con la cilindrata delle macchine, il costo delle borse, il numero di partner che si riescono ad avere e quello delle droghe che si riescono ad assumere.

Perché Meloni riesce a fare ciò, facendo passare messaggi tra loro opposti (la strumentalizzazione di una morte dopo aver biasimato la strumentalizzazione?). Prima di tutto perché, da politica navigata, ha imparato negli anni a far di necessità virtù, essendo cresciuta politicamente in un'area dove le donne sono facilmente considerate "il sesso debole". In secondo luogo, perché ha ben chiara la differenza tra definire una categoria astratta come esterna al suo gruppo di riferimento e le caratteristiche che la devono definire. L’elemento costante è la gerarchia tra “bravi cittadini” (noi) e “cattivi cittadini” (gli altri): l’importante è avere il potere di definire, includere ed escludere. Il senso di appartenenza non richiede coerenza logica.

Infine, Meloni sfrutta il fatto che la sinistra (la cui classe dirigente in Italia è ad egemonia bianca) non sa affrontare le proprie contraddizioni e problematizzare le proprie forme di razzismo, o il proprio conservatorismo (come establishment). Pensiamo ad esempio al complesso del salvatore bianco, ossia a quella forma di razzismo in cui le persone razzializzate servono a esaltare la bontà dei bianchi, mantenendo inalterate le gerarchie sociali - l’immagine tipo è il selfie dell’operatore umanitario accanto al bambino nero, in un villaggio africano. Pensiamo al protagonismo del ceto intellettuale di sinistra, a quanto siamo restii a “passare il microfono”. Pensiamo al problematico westsplaining che domina il dibattito sull’invasione dell’Ucraina. Pensiamo a quanto è diffuso il classismo intellettuale nel paese, allo snobismo riservato a chi non è laureato.

C’è tutta una prateria di contraddizioni, insomma, che un abile comunicatore può sfruttare, in base al “proprio tu parli?”. Se, insomma, l’opposizione politica è puramente retorica e simbolica, e la prassi va da tutt’altra parte, c’è un problema di credibilità che non viene mai risolto, e che può sempre essere impugnato dagli avversari.

I Punti deboli di Giorgia Meloni: “nostalgia” del fascismo e dintorni

1) I rapporti col neofascismo

La classe dirigente di Fratelli d’Italia ha negli ultimi anni dato prova che il Guardian l’ha fatta un po’ troppo facile nel dire che Meloni respinge le radici neofasciste. Molti, troppi episodi ci fanno capire come il legame con il fascismo delle origini, così come con i movimenti apertamente neofascisti, sono difficilmente archiviabili con un paio di dichiarazioni. Tanto più il giornalismo si allontana dalla fissazione di dover instaurare dibattiti pro/contro sul singolo leader (favorendone l’occupazione dell’immaginario, come accadde per il binomio berlusconismo/antiberlusconismo), tanto più si pone il problema di impresentabilità tra le fila del partito.

Pensiamo all’inchiesta di Fanpage "Lobby nera", cui Meloni ha risposto in modo ridicolo (“devo vedere il girato”). O prendiamo anche l’elenco non esaustivo, ma assai significativo, stilato di recente da Leonardo Bianchi per Vice, che raccoglie saluti romani, foto in divisa da nazista, cene fasciste, e i rapporti con partiti e movimenti apertamente neofascisti. La consistenza degli episodi, il fatto che in molti casi si ricorra a giustificazioni o penose dissimulazioni (“goliardata” ecc.), o che le persone coinvolte magari non siano state allontanate definitivamente, ci fa capire che per Fratelli d’Italia una “svolta di Fiuggi” come quella che conobbe Alleanza Nazionale è attualmente impensabile. Al massimo, gli esponenti del partito si possono concedere una sorta di “fascismo di Pulcinella”: si sa, che bisogno c’è di dirlo? Anche perché senza quel contorno di gesti un po' fuori moda, i messaggi veicolati non dispiacciono troppo, anzi.

La stessa Meloni per "abiurare" deve ricorrere a reticenze, perifrasi o falsi sillogismi, come con lo Spectator: "Se fossi fascista, direi di essere fascista. Invece non ho mai parlato di fascismo perché non sono fascista". Abbiamo poi anche quelli per cui “il fascismo è morto con Mussolini”. Come se Mussolini fosse stato una specie di capo-vampiro: una volta sconfitto la progenie è scomparsa, il castello in cui abitava è crollato. O la variante finto-intelletuale: “lo ha scritto De Felice”.

Anche sull’antisemitismo, presente o storico, ricordiamo le difficoltà specifiche di Meloni a difendere la propria opposizione alla commissione “Segre”: assurdo il siparietto con Lilli Gruber, quando si è dovuta trincerare dietro a “e allora la sinistra e Chef Rubio?”. Pensate se dovesse difendersi da una critica simile con un giornalista della BBC o della CNN. Ricordiamo poi un passaggio particolarmente problematico di Io sono Giorgia, dove la tirata contro il “politicamente corretto” finisce con il topos dell'"élite apolide" nemica della patria:

il politicamente corretto è un’onda d’urto, una cancel culture che prova a sconvolgere e a rimuovere proprio tutto quello che di bello, onorevole, umano la nostra civiltà ha elaborato. Anche attraverso il dolore, le divisioni, i conflitti e, ovviamente, le immancabili contraddizioni. È un vento nichilista di bruttezza inaudita che cerca di omologare tutto in nome del One World. Il politically correct insomma, il vangelo che un’élite apolide e sradicata vuole imporre, è la più grande minaccia al valore fondante delle identità.

Anche nella comunicazione di partito, l’aver definito nel 2019 George Soros un “usuraio” va un po’ troppo oltre il lapsus freudiano.

2) Rapporti di coalizione

In caso di vittoria, Fratelli d’Italia si troverà a governare in una coalizione. Tra i suoi alleati, Salvini dovrà evitare di farsi cannibalizzare sui temi analoghi, per evitare di subire quello che la Lega stessa ha inflitto al Movimento 5 Stelle durante il governo giallo-verde. Berlusconi, invece, benché ormai molto anziano è comunque alla testa del principale impero mediatico in Italia, per cui il peso specifico che può mettere in campo nel dibattito pubblico non è certo eguagliabile da Fratelli d’Italia - avere giornalisti che si schierano a tuo favore è diverso dal pagare loro lo stipendio. Anche in caso di larga maggioranza, la coalizione è un Cerbero le cui teste potrebbe prendersi a morsi tra loro, soprattutto sulla politica estera. In queste condizioni stabilire un’egemonia costringe a continue contrattazioni con gli alleati politici, non solo con i gruppi di potere nel paese.

3) La congiuntura economica e politica è tutt’altro che favorevole

Il quadro geopolitico ed economico è tutt’altro che favorevole. Oltre all’inflazione, alle ricadute che la guerra in Ucraina ha - tra i vari settori - nelle politiche energetiche e sui fenomeni migratori, c’è da considerare che l’emergenza sanitaria della pandemia è tutt’altro che trascorsa. Ci sono poi gli effetti del riscaldamento globale che preoccupano la maggioranza degli italiani. Sono tutti elementi che richiedono decisioni difficili e mostreranno quanto la capacità di vincere le elezioni sia ben diversa dalla capacità di governare - Meloni non brilla certo nel parlare di economia. Per chi ragiona (e si schiera, parliamoci chiaro) e scrive in funzione dei sondaggi e del consenso, ricordiamo il caso del governo Johnson. Vincitore nel 2019 con una larghissima maggioranza, Boris Johnson si è schiantato politicamente per l’incapacità dimostrata nel fronteggiare la pandemia e le conseguenze economiche della Brexit: i vari scandali sono stati le tappe più imbarazzanti o vergognose di una sostanziale inettitudine. Persino sull’immigrazione, che sembrava un cavallo di battaglia da cui era impossibile essere disarcionata, il guanto di ferro ha iniziato a ferire la mano che lo brandisce, come nel caso delle deportazioni in Ruanda.

4) I "nostalgici" non sono l’unico problema della classe dirigente

La dimensione locale ci consegna, con una frequenza non trascurabile, notizie di questo o quell’arresto, di indagini e scandali giudiziari vari. Tra gli ultimi in ordine di tempo, l’inchiesta sulle tangenti per la Fiera di Milano. Nel 2020, la trasmissione Report faceva presente un preoccupante primato:

Fratelli d'Italia non è primo solo nei sondaggi che riguardano il suo leader Giorgia Meloni, ma nell'ultimo anno e mezzo è il primo partito in Parlamento anche per numero di arrestati per 'ndrangheta.

Al di là della necessità di arrivare a sentenza definitiva prima di emettere giudizi certi, ci sono questioni di opportunità politica e di trasparenza che vanno poste circa la classe dirigente del partito e i suoi amministratori locali. Ciò non si limita al semplice problema della “nostalgia”.

Il contesto e i possibili scenari: l’Ungheria è l’Italia che saremo?

Se guardiamo a vari indicatori capaci di perimetrare il livello di democraticità dell’Italia, emerge un quadro tutt’altro che roseo. Per il Democracy index stilato dall’Economist, siamo una “democrazia difettosa”: benché vi siano elezioni regolari, ci sono aspetti problematici sul piano dei diritti, della partecipazione politica e del funzionamento del governo.

Sotto molto aspetti, siamo molto più vicini a paesi dell’’Europa dell’Est come Ungheria e Polonia che a democrazie occidentali come Regno Unito e Germania. Il Parlamento è l’istituzione che in Italia gode della minor fiducia dei cittadini. Per quanto riguarda i diritti LGBTQ+ per esempio siamo agli ultimi posti nell’Unione, addirittura sotto l’Ungheria di Orban. Il nostro Indice di Corruzione Percepita (CPI) aggiornato al 2021, secondo Transparency International, ci vede al 42esimo posto, assieme alla Polonia. Abbiamo un preoccupante deficit di mobilità sociale - peggio di noi in Europa Occidentale solo Spagna e Portogallo - e siamo tra i paesi UE con i peggiori livelli di diseguaglianza sociale, con un poverty gap (che misura l'intensità della povertà) da record. Secondo il Pew Research Center (2019), il 55% degli italiani ha sentimenti negativi verso i musulmani, il 15% verso gli ebrei e l'83% verso rom, sinti e caminanti (la percentuale più alta in Europa).

Il Gender Exuality Index ci colloca sotto la media europea per quanto riguarda l'uguaglianza di genere. I diritti riproduttivi vedono la 194 fortemente osteggiata, senza contare quanto accade in molte Regioni per la pillola abortiva. Sul versante laicità dello Stato, non dimentichiamo che, assieme alla Polonia, siamo uno dei 13 paesi che hanno ancora leggi contro la blasfemia. Tra gli aspetti che limitano la libertà di stampa, Reporter Senza Frontiere indica la tendenza al conformismo dei giornalisti con la linea editoriale delle testate, la paura delle querele temerarie e il declino economico del settore - cosa che naturalmente incide sulla precarietà economica dei giornalisti e sull’operare in sicurezza.

Cosa ci dice questo quadro? A nostro avviso, che l’Italia è fortemente predisposta, tanto ai vertici quanto alla base della piramide sociale, per una gestione oligarchica o persino autocratica del potere (i "pieni poteri"), in un paese con profonde disuguaglianze e scarsissima mobilità sociale. Per ampliare o rafforzare quella zona grigia in cui la prassi antidemocratica e la centralizzazione del potere rendono vuote le forme e minano le architravi democratiche. C'è troppa voglia di un Uomo forte, o di un Uomo della provvidenza, e nel clima generale potrebbe anche andar bene una Donna della provvidenza. Anche la pregiudiziale antifascista, l’idea che il voto debba fermare derive antidemocratiche, è una motivazione che mostra segni di logoramento. Da questo punto di vista, infatti, il peccato originale del 1994 ha segnato una generazione di persone che, in molti casi, ancora scrive sui giornali e dà lezione di “fascismo degli antifascisti”. Abbiamo già avuto i post-fascisti al governo, prima che si compisse la “svolta di Fiuggi” finiana. Berlusconi sdoganò il Movimento Sociale come forza politica appetibile per i ceti medio-alti già quando disse che tra Rutelli e Fini preferiva il secondo come Sindaco di Roma.

Da allora, in poi, abbiamo assistito a tutta una serie di retoriche legate all’anti-qualcosa, che poi però sono state smentite da accordi politici post-voto. L’antiberlusconismo del Partito Democratico è stato smentito dal Governo Monti; il Movimento 5 Stelle, quello della lotta alla "casta", è stato al Governo con Lega, Partito Democratico e Forza Italia. Le trincee dichiarate a parole, le guerre imposte nel dibattito pubblico come se il dibattito fosse una guerra in cui non si fanno prigionieri, hanno visto i vari generali tradire le proprie truppe di elettori, sfuggendo a qualunque corte marziale o tribunale del popolo. C’è, in questa contraddizione, una prassi nichilista in cui in sostanza il messaggio di fondo che è passato, la pedagogia politica imposta ai cittadini, è stata “vale tutto, fesso è chi crede diversamente”. L’accountability, quel processo di scrutinio e trasparenza con cui i politici e gli amministratori rendono conto del loro operato di fronte all’opinione pubblica, è qualcosa che per i cittadini italiani sembra sempre più sostituito dall’imperativo cortigiano del “non passare per fessi”, intanto che si dà una delega in bianco a questo o quel partito. Siamo inoltre un paese dove il centro-sinistra per anni ha rivendicato i risultati di una gestione securitaria dei fenomeni migratori, grazie a personalità come Minniti. Uno che sulla strage di Macerata è riuscito a dire “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione” - strano che a cotanto veggente sia sfuggita la batosta alle elezioni. Ma questo cedimento all'estrema destra ha riguardato in generale l'Unione europea, basta vedere scandali come quello di Frontex.

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Il fatto che Meloni già abbia iniziato ad attaccare il Reddito di cittadinanza, andando in linea con i maggiori quotidiani e con quella retorica secondo cui bisogna evitare che i cittadini (in particolare i giovani!) diventino dei pigri disoccupati, non è casuale. Dal punto di vista economico, possiamo aspettarci tutto fuorché una destra “sociale”. La classe operaia, così come le rappresentanze sindacali, sono dei fronti da conquistare o sconfiggere tanto per le élite industriali quanto per i populismi nazionalisti, che devono sostituire la coscienza di classe con l’identità nazionale, i lavoratori in sudditi. In un mondo di “noi vs loro”, i pigri disoccupati sono dei cittadini di serie B. Titoli come quello del Giornale “Piano della sinistra: lavorare meno ma scroccare tutto” si inseriscono in questa visione. I fannulloni sono anti-italiani, così come i giovani con "devianze".

Siccome l’Ungheria viene spesso evocata a proposito del pericolo di una deriva autoritaria (lo stesso Guardian lo fa nel suo editoriale), dobbiamo considerare un aspetto fondamentale di come funziona la “democrazia illiberale” di  Viktor Orbán: prenderlo come esempio di regime fascista è infatti improprio e rischia di produrre analisi superficiali. Da questo punto di vista, un paese degno di tale definizione è la Russia (oh, quanti “antifascisti” a sinistra faticano ad ammetterlo!) di Putin nella svolta impressa dalle leggi post-invasione dell’Ucraina.

In paesi come l’Ungheria il potere e il consenso non sono mantenuti attraverso una feroce repressione, come può essere per la già citata Russia, o per la Bielorussia. La repressione ha un costo sociale elevato, e naturalmente mette in allarme la comunità internazionale. Là dove il culto del capo conosce scroscianti applausi, non c'è bisogno di manganellare troppo. Nel caso dell’Ungheria, parliamo pur sempre di uno Stato membro dell’Unione europea, e che quindi deve sottostare a determinati vincoli. Il potere esercitato da politici come Orbán è quello di “autocrati mediatici(informational autocrat) attraverso la manipolazione delle informazioni, i cittadini sono persuasi delle qualità del leader, gli oppositori sono screditati, silenziati o co-optati. Per fare ciò è naturalmente necessario un controllo pressoché assoluto dei media, leggi che permettono di esautorare pesi e contrappesi delle normali democrazia o di influenzarli in modo determinante, di narrazioni che, oltre a cementificare l’identità, forniscono dei nemici esterni che fungono da surrogati dei conflitti reali. Il politologo ungherese Péter Krekó ha di recente esposto il funzionamento di questa macchina di potere e propaganda, distinguendo tra gli elementi strutturali (simili all’hardware di un computer) di cui è composta e le varie strategie di propaganda (i software) che implementa. Il 79% dei media ungheresi, riporta Krekó, è tra le mani di persone pro-Fidesz, il partito di Orbán. Questo è un risultato che Orbán ha raggiunto a partire dal 2010, non nel corso di un anno o di un singolo ciclo parlamentare.

Finché un eventuale governo con Fratelli d’Italia primo partito dovesse durare, vedremo all’opera specifiche direttrici di propaganda e di conflitto, che in parte abbiamo già visto all’opera negli ultimi anni. Su tutte l’impiego di teorie della cospirazione come dispositivo di potere, andando a costruire quell’impasto di “grande bugia” che abbiamo visto per esempio all’opera nella presidenza Trump. Centrale a questo risulterà una visione mitica del passato, in particolare attraverso miti che permettano di riscrivere la Seconda guerra mondiale (e dunque la storiografia fascista) presentando l’Italia come vittima, e gli italiani come un popolo ferito il cui destino è riscattarsi contro i suoi nemici, interni ed esterni. Un certo revisionismo lo vediamo già all’opera da tempo nella toponomastica, andando in giro per la penisola. Inoltre proposte come quella di introdurre il reato di “negazionismo delle foibe”, al pari del negazionismo sulla Shoah, obbediscono a questa strategia, permettendo per imposizione di legge di parlare di “genocidio degli italiani”. Leggi di questo tipo, inoltre, possono agevolare l’attacco al mondo accademico o al mondo editoriale, e in generale qualunque sentimento anti-intellettuale (i "radical chic", i "comunisti col Rolex", e così via).

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Se volete avere un’idea più precisa del conflitto a venire in tal senso, potete farvela ancora grazie al libro Io sono Giorgia, dove il nemico è indicato in modo molto chiaro. I nuovi “comunisti”:

Il comunismo era (ed è) un’ideologia incentrata sulla necessità di negare qualsiasi forma d’identità per conseguire il disegno di una società marxista, fatta di uomini in tutto e per tutto uguali tra loro. Da qui il tentativo di cancellare le appartenenze nazionali attraverso le deportazioni di massa per «mischiare» le etnie all’interno dell’URSS e di imporre l’ateismo di Stato vietando e reprimendo ogni religione. Questa stessa visione, che nega il ruolo e il valore delle identità, la ritroviamo oggi nel pensiero liberal e globalista. Gli strumenti utilizzati sono ovviamente diversi, ma l’obiettivo finale è lo stesso. Le deportazioni di massa dell’epoca sovietica sono state sostituite dalle politiche immigrazioniste; la repressione violenta contro le religioni è stata rimpiazzata dalla demonizzazione sociale e culturale di ogni concetto di sacro; la lotta al «modello borghese» è diventata lotta alla «sovrastruttura» rappresentata dalla famiglia naturale. È incredibile come la visione comunista si sia rafforzata nel mondo da quando il socialismo reale è stato sconfitto dalla storia nei primi anni Novanta. Ecco, il confronto/scontro tra le visioni di destra e sinistra della società e del mondo, alla fine, è rimasto lo stesso.

Capirete bene che, di fronte a un simile nemico, moltissimi liberali - così come coloro che praticano la self-id ideologica per dirsi "moderati" - sono più che disposti a scendere a patti col diavolo. Basta ovviamente che il diavolo si ricordi di occultare bene le corna e le coda, e che non si senta in giro troppa puzza di zolfo. Il tridente, invece, all'occorrenza può tornare utile.

Ma al di là di relazioni pericolose, o sostegni di comodo, c'è una contiguità di linguaggi e prospettive nel quotidiano panorama mediatico. Il connubio scellerato tra estrema destra e stampa nella disumanizzazione, dove tutto è arruolabile pur di attaccare il "nemico" e stabilire chi è il "noi" e chi il "loro", pur di fare sensazionalismo, lo si è visto nel terribile video dello stupro di Piacenza. Tutto è pixellato ma si sente l'audio: la privacy è salva, l'engagement è comunque assicurato.

"Stupro choc" titola il Messaggero (esiste per caso uno stupro che non sia uno "choc"?), mettendo nell'articolo un tweet di Salvini che commenta la notizia pubblicata su un altro sito: "Basta! Difendere i confini e gli Italiani per me sarà un dovere, non un diritto. Sarò presto a Piacenza, per confermare l’impegno della Lega per restituire sicurezza al nostro Paese". Il sito, dopo quasi 24 ore ha rimosso l'articolo col video. Ma nel frattempo Meloni, stavolta in una lingua sola, ha pubblicato direttamente il video sui suoi profili social senza farsi alcuno scrupolo. Così scrive su Twitter:

Non si può rimanere in silenzio davanti a questo atroce episodio di violenza sessuale ai danni di una donna ucraina compiuto di giorno a Piacenza da un richiedente asilo. Un abbraccio a questa donna. Farò tutto ciò che mi sarà possibile per ridare sicurezza alle nostre città.

Verso sera è arrivata la notizia che circa la diffusione del video la Procura di Piacenza "ha avviato o approfonditi accertamenti, trattandosi di un fatto astrattamente riconducibile ad ipotesi di reato". Il Garante per la protezione dei dati personali ha invece avviato un'istruttoria. Sempre ieri sera, i video sono spariti dalla pagina Facebook, dall'account Twitter in Instagram di Meloni. Molto probabilmente sono le stesse piattaforme ad aver rimosso i video, a causa delle segnalazioni in massa - su Twitter si può leggere ora la classica scritta "Questo Tweet ha violato le regole di Twitter". Poche ore prima, Meloni aveva realizzato un video per stigmatizzare "le deliranti mistificazioni della sinistra contro di me". Il Giornale ha invece parlato di "caccia alle streghe delle sinistra", mentre per Libero "la sinistra attacca lei anziché l'immigrato".

In questa efferatezza, nella cinica mancanza di qualunque deontologia, nella finta compassione mentre si dà in pasto una sopravvissuta all'elettorato per invocare "più sicurezza", nella corsa ad attaccare l'avversario senza mai esitare, perché tanto si è deciso che bisogna sempre e solo parlare al proprio pubblico di riferimento, possiamo già scorgere i segni di quanto la vita politica del paese sia predisposta al peggio per i tempi a venire.

Immagine in anteprima:  Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

L'articolo è stato aggiornato per correggere un'imprecisione sul nome del partito di appartenenza del sindaco di Przemys

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