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Le foibe, la Giornata del ricordo e la richiesta di dimissioni: il caso Montanari non dovrebbe nemmeno esistere

28 Agosto 2021 5 min lettura

Le foibe, la Giornata del ricordo e la richiesta di dimissioni: il caso Montanari non dovrebbe nemmeno esistere

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Non dovrebbe nemmeno esistere un “caso Montanari”, eppure ci troviamo qui a parlarne; d’altronde in Italia la cagnara, tanto più quando infame, è una tavola che si imbandisce con poco e che rapidamente si affolla. Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena in carica dal prossimo ottobre, da alcuni giorni è infatti accusato di “negazionismo sulle foibe”, a seguito di un articolo pubblicato sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano il 23 agosto.

Qual è la colpa di Montanari? Aver criticato quel revisionismo che, attraverso anche la strumentalizzazione della Giornata del ricordo, punta a riscrivere il giudizio sul nazifascismo e i suoi crimini. Nel fare ciò, ha ricordato i pericolosi tentativi di equiparare massacri delle Foibe e Shoah, facendo passare i primi come “pulizia etnica”.

Poco importa, come fatto notare da Francesco Pallante sul Manifesto, che nel muovere le sue critiche Montanari si sia appoggiato, citandole esplicitamente, alle parole dello storico Angelo D’Orsi. Tanto è bastato infatti perché si arrivasse a chiederne le dimissioni dietro l’etichetta di “negazionista”. Lo hanno fatto, tra gli altri, Libero (“un comunista che nega le foibe”) Matteo Salvini e il deputato di Italia Viva Gabriele Toccafondi. Mentre La Nazione non ha problemi a titolare con un virgolettato inesistente "Le foibe? Un falso" L’accusa di Montanari spacca il consiglio. L'attuale rettore in carica, Pietro Cataldi, è invece intervenuto in difesa del suo successore e dell'immagine dell'ateneo:

Sono costretto a ricordare anche che i casi nei quali un rettore è costretto a dimettersi sono peraltro regolati da una legislazione severa e sono altamente formalizzati, e di certo non comprendono la valutazione di quanto affermato in prospettiva culturale o politica o storiografica. [...] Nei casi in cui si manifestassero espressioni dannose all'immagine dell'Università per Stranieri di Siena, aggravate da errate definizioni del suo più alto organo istituzionale, l'Ateneo sarà costretto a difendersi dal danno di immagine nelle sedi competenti.

Naturalmente in casi del genere, tacciono la voci dei liberali a corrente alternata. Oppure abbiamo un Suttora sull’Huffington Post, che ci propone il pilatesco derby tra fascismo e antifascismo. Destra, sinistra, e uno scroscio d’acqua a lavar via il contesto.

È ovvio a chiunque voglia anche solo per decenza guardare al contesto generale che la cagnara contro Montanari serve a distrarre. Proprio Montanari infatti si era dimesso dal Consiglio superiore dei Beni Culturali, per protesta contro la nomina di De Pasquale a sovrintendente dell’Archivio centrale. Un caso assai spinoso che ha visto il ministro competente, Franceschini, evitare di rispondere nel merito tanto agli addetti quanto alle associazioni che avevano sollevato perplessità per un incarico delicato e una nomina che è tutto fuorché all’altezza del compito.

Ma la distrazione è anche nei confronti di casi come quello di Durigon, che si è infine dimesso dopo le polemiche per la sua proposta di nominare al fratello del Duce il parco di Latina dedicato a Falcone e Borsellino. Dimissioni che però si accompagnano a un sostanziale silenzio sulle inchieste di Domani e Fanpage, che lo chiamano in causa rispettivamente circa i clan di Latina e le ingerenze sulle indagini riguardanti i 49 milioni truffati dalla Lega.

Senza contare, sempre per l’ambito di nomine imbarazzanti in relazione al fascismo, quella di Mario Vattani ad ambasciatore di Singapore. Se nel 2012 i suoi trascorsi con l’estrema destra neofascista gli erano valsi il richiamo dalla carica di console in Giappone, nel 2021 pare che ciò non crei più problemi di curriculum, anzi.

Distorcere e problematizzare dunque le dichiarazioni di Montanari, creando così il caso del comunista cattivo che nega i massacri delle foibe, serve a stabilire una contrapposizione. Entro questa contrapposizione si diluiscono le questioni politiche più spinose, verso cui la stampa dovrebbe puntare i riflettori e verso cui l’opinione pubblica in generale dovrebbe tenere la guardia alta. E si può squalificare l’antifascismo da prerequisito politico a elemento della polarizzazione politica, mentre i suoi rigurgiti trovano sempre più spazio nelle istituzioni e nel discorso pubblico.

Ma non è solo questo il problema. Il mese scorso infatti, su Valigia Blu avvertivamo come la proposta di Fratelli d’Italia di introdurre il negazionismo e l’apologia del massacro delle Foibe fosse un’operazione culturale utile anche a fare pressione sul mondo accademico. Il fatto che un rettore venga attaccato con questa calunniosa accusa, quindi, serve anche ad alimentare un clima intimidatorio, in particolare verso gli storici. È facile comprendere come un ricercatore precario, per esempio, in un clima del genere abbia meno risorse per difendersi da eventuali pressioni.

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La verità storica, quel processo che interroga il lavoro sulle fonti degli studiosi, attraverso la propaganda viene così attaccata da una narrazione collettiva. Le emozioni artificiosamente prodotte e l’ideologia identitaria nazionalista si sostituiscono ai fatti storicamente accertabili. Il fatto che in questo caso l’estrema destra possa persino stare a guardare, o non debba giocare da sola in attacco, dovrebbe darci la misura di quanto la situazione sia grave.

Ma si sa - non prendiamoci in giro - come funzionano le questioni di principio in Italia. Vanno bene quando possiamo imbastire performance autorefrenziali - quanti quintali di scemenze sono stati riversati negli ultimi mesi circa il pericolo censura accademica in Stati Uniti e Gran Bretagna per colpa della “wokeness”? Adesso che un accademico italiano è tirato in ballo per aver citato in pratica uno storico è per caso scoppiata un’epidemia d’artrite che impedisce di scrivere?

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Oppure, se proprio si vede il problema all’orizzonte, prima di procedere si controlla la parrocchia d’appartenenza di chi è tirato in mezzo, come se la questione riguardasse lui e lui soltanto. Per cui tra sé e sé magari qualcuno si dice “ah, Montanari è troppo di sinistra”, o “no, no, Montanari mi sta sul cazzo dal 15 febbraio 2018, quando ci ho discusso su Twitter”, e passa oltre.

Ma - e ancora, non prendiamoci in giro - gli attacchi cui è sottoposto in questi giorni Tomaso Montanari sono una pericolosa pedagogia politica. Attraverso di essa, siamo trasportati in una classe dove si vuole insegnare agli accademici che non devono essere “troppo politici”, “troppo militanti”. Che, fuori dai cerimoniali previsti dalle voci preposte d’ufficio, non bisogna alzare troppo la voce, dir cose sconvenienti. E, a quanto pare, tra le cose attualmente sconvenienti in Italia c’è ricordare che i massacri delle foibe non furono pulizia etnica.

Immagine anteprima Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons (foto riprodotta in parte)

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