Post

La fine dei Ferragnez non è la fine degli influencer

12 Aprile 2024 4 min lettura

author:

La fine dei Ferragnez non è la fine degli influencer

Iscriviti alla nostra Newsletter

4 min lettura

E dopo anni d’amore vissuto in pubblico, serie TV sulla loro vita, documentari sulla vita di lei in cui inevitabilmente entrava anche lui, una cerimonia nuziale più seguita di quello di Carlo e Diana e due figli, i Ferragnez fanno la fine di tante altre coppie – celebri e non – e vanno in pezzi davanti ai nostri occhi, come una gigantesca scritta al neon che inizia a lampeggiare e a perdere lettere una dopo l’altra, finché non ne rimane solo lo scheletro grigio e muto. Chiara Ferragni che va a farsi intervistare da Fabio Fazio e non dice niente, Fedez che va da Francesca Fagnani e dice pure troppo, entrambi coerenti con i loro personaggi: e noi a casa che li psicanalizziamo, guarda lei che maniaca del controllo, guarda com’è terrorizzata dall’apparire imperfetta, mentre lui è un agente del caos. Li guardiamo come si guardano gli incidenti stradali, torcendo il collo, affascinati dalla disintegrazione di quella che sembrava la famiglia più felice d’Italia.

La fine di questo amore, che coincide con l’enorme crisi reputazionale di Chiara Ferragni a valle dell’affaire Balocco, sta generando una quantità di editoriali sulla fine degli influencer e della influencer culture, tutti un po’ speranzosi, qualcuno fin troppo deliziato per il tramonto di figure che sembravano potentissime e inattaccabili. A me, tanto per cambiare, sembra che il giubilo per la caduta di Ferragni sia di gusto piuttosto discutibile, ma soprattutto che la notizia della morte degli influencer sia un tantino esagerata.

Facciamo un passo indietro, ma facciamolo bello lungo, a tempi in cui la televisione era nella sua infanzia e Mina, star della canzone e dei programmi Rai, rimane incinta e partorisce un figlio nato da una relazione con un uomo sposato, Corrado Pani. Massimiliano Pani, detto “Paciughino”, è il frutto della colpa, e Mina viene allontanata dalle televisioni di Stato per quasi due anni. Anche nell’Italia moralista di allora, avere un figlio fuori dal matrimonio non era reato, e nemmeno troppo infrequente, a giudicare dalla reazione del pubblico: durante gli anni del suo esilio (solo relativo), Mina continuò a essere seguita dai fan, che evidentemente non avevano alcun problema con quella gravidanza poco ortodossa. Allora, perché allontanarla?

La risposta può essere solo una: Mina, con il suo carisma, talento e straordinario potere mediatico, era una influencer degli anni ’60, la cui fama era stata creata dagli stessi media che cercarono poi di distruggerla. Se il paragone disturba è solo perché diamo per scontato che l’influencer sia una persona che di talento non ne ha, e non è necessariamente così: chiunque goda di po’ di visibilità (per qualsiasi motivo) finisce inevitabilmente per influenzare in qualche modo chi lo segue. Mina fu mandata via non perché aveva avuto un figlio da una relazione adulterina in anni in cui il matrimonio era ancora indissolubile, ma perché quel figlio – non nascosto, anzi, mostrato con amore e felicità in foto posate – era il frutto di una scelta di vita libera, attuata da una donna libera. La donna degli anni ’60 in Italia, percorsa da un fremito di vitalità assoluta, proiettata verso un futuro di indipendenza che sarebbe stato davvero rivendicato solo dalle donne della generazione successiva, ma che scelte come la sua contribuivano a legittimare. La Rai non poteva certo farsi strumento di quella legittimazione così pericolosa e così sovversiva.

Iscriviti alla nostra Newsletter


Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a info@valigiablu.it. Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it.

È almeno dal 2017, anno in cui il Fyre Festival si servì di un gruppo di megacelebrity per pubblicizzare un evento-truffa che fu a un passo dal finire in tragedia, che si parla di fine della cultura degli influencer. Sono passati sei anni, e gli influencer stanno ancora tutti lì, un po’ su Instagram, un po’ su YouTube, moltissimi su TikTok. Sempre di più sono i creator – cioè chi usa i social per creare contenuti appositi, di maggiore o minore valore artistico - che fanno il salto e diventano influencer o approdano ad altre carriere, come Khaby Lame, passato dall’essere il Buster Keaton dei social ad acquisire una voce come giudice di Italia’s Got Talent. Il meccanismo, però, rimane lo stesso: sono persone che, per i motivi più diversi, ci piace guardare. A volte ci raccontano le loro storie, altre volte usano il loro spazio per esibirsi. Quasi sempre, finiscono per venderci dei prodotti. Se c’è una “fine degli influencer” (il cosiddetto “deinfluencing”, per usare uno dei tanti orrendi neologismi del marketing, branca che sembra essere stata creata con lo scopo specifico di vandalizzare allo stesso modo italiano e inglese) è solo nel genere di influencer che vanno per la maggiore: a quelli con un seguito gigantesco e per lo più distratto, le aziende cominciano a preferire quelli più piccoli e con un seguito molto allineato alla loro visione e ai loro interessi. Ma il senso rimane sempre quello. Gli influencer esistono perché ci piace guardarli, e perché nello spazio fra noi e loro si crea un curioso legame che a volte sconfina nella relazione parasociale: pensiamo di conoscerli, ci sembrano degli amici. Se stanno male ci spiace per loro, se sono felici esultiamo. A volte, invece, li seguiamo solo perché ci fanno sentire intelligenti.

Gli esseri umani hanno da sempre gli stessi bisogni essenziali: placare la fame e la sete, conservare la salute e l’indipendenza, amare ed essere amati, sentirsi al sicuro, sperare nel futuro, appartenere a una comunità di cui riconoscono e condividono le regole d’ingaggio. E da sempre, e per sempre, cercano nelle storie degli altri intrattenimento, consolazione, scandalo, eccitazione, modelli virtuosi o comportamenti riprovevoli. Gli influencer dei giorni nostri forniscono tutto questo e anche di più, ma non hanno creato un bisogno nuovo: ammesso e non concesso – e io non lo credo – che l’era dei social sia davvero al tramonto, quello che non finisce e non finirà mai è la voglia e la curiosità delle persone di sbirciare nelle vite degli altri. Di quando in quando, la curiosità di molti incontra il desiderio di esibirsi di alcuni. Ed è subito influencer.

Immagine in anteprima: frame video Rai Play

Segnala un errore