Dissenso comune: la lettera delle attrici italiane contro le molestie sessuali è per ora un’occasione sprecata

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Centoventiquattro attrici, registe, produttrici e lavoratrici dello spettacolo italiano hanno firmato una lettera-manifesto contro le molestie sessuali. L’appello si chiama “Dissenso comune”, è nato da “due mesi di incontri e confronti tra un gruppo sempre più largo di donne” ed è stato diffuso da Repubblica, per poi essere ripreso su tutti i giornali.

“Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse. Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza”, si legge nella lettera.

Le lavoratrici dello spettacolo scrivono che il loro “non è e non sarà mai un discorso moralista. La molestia sessuale non ha niente a che fare con il ‘gioco della seduzione’. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza”. Si tratta, invece, di “un fenomeno trasversale”, parte “di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi”.

Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo. Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema. Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura.

La lettera è sicuramente un primo passo: era ottobre del 2017 quando in tutto il mondo è scoppiato lo scandalo molestie sessuali in seguito al caso Weinstein, ed è da allora che in Italia si attendeva una presa di posizione da parte del mondo dello spettacolo. Bene che sia arrivata, dunque. Pur apprezzando lo sforzo, però, “Dissenso comune” non è abbastanza. Anzi, è un’occasione sprecata. E questo per diverse ragioni.

La prima è di ordine temporale. Per mesi abbiamo cercato di spiegare come nella denuncia delle molestie il “quando” non sia importante e che il fatto che un episodio sia denunciato dopo 15 minuti, 15 giorni o 15 anni non ne intacchi la serietà (al di là del livello legale). Per lo stesso motivo, la questione temporale su cui voglio soffermarmi non tanto è legata al ritardo di aver parlato dopo quattro mesi dall’inizio dello scandalo, quanto a cosa è successo in questo periodo di tempo.

Negli Stati Uniti è stato uno sconquasso. Da quando le denunce sono iniziate, un centinaio di figure di pubblico rilievo sono state accusate di abusi e molestie sessuali sul luogo di lavoro, con conseguenze anche concrete: produttori, attori, registi, potenti anche di altre industrie che per anni avevano agito nella totale impunità sono stati costretti a fare i conti con il fatto che certi comportamenti non sono più tollerati. Nel frattempo, il movimento #metoo si è espanso a macchia d’olio, tanto da essere nominato persona dell’anno dalla rivista TIME. Successivamente è arrivata la campagna "Time’s up", lanciata alla serata di Golden Globe da decine di attrici vestite di nero in segno di protesta: si vuole fare ancora un altro passo, attraverso un fondo di difesa legale e pressioni per lavorare a livello legislativo. Anche in altri paesi #metoo si è diffuso.

In Italia non c’è stata nessuna presa di posizione forte collettiva o individuale a partire da quanto stava accadendo a Hollywood. Per quattro mesi nessuno ha sentito il bisogno di usare la cassa di risonanza della propria notorietà per dire “è vero, succede a tutte e succede anche qui”. È un problema che ovviamente non riguarda solo il cinema: la discussione sulle molestie sessuali non è mai decollata nel nostro paese neanche nel mondo dei media, dell’arte o della tecnologia, laddove anche in questi ambiti altrove sono fioccate accuse. Però tutto questo processo è partito dalla denuncia di attrici, dipendenti e collaboratrici dello spettacolo che hanno parlato contro un grosso produttore di Hollywood, prendendosi gli onori e – più spesso – gli oneri di questa scelta. Per questo motivo anche qui lo sguardo è stato puntato su quell’industria in particolare.

In questi quattro mesi, comunque, di cose ne sono successe anche in Italia. Nel nostro paese si è parlato molto del caso Weinstein perché la prima persona a decidere di esporsi con nome e cognome contro l’ex presidente Miramax è stata Asia Argento. L’attrice è stata bersaglio di critiche, insulti, editoriali volgari, veri e propri processi mediatici per alcune settimane. Non una parola è stata detta in suo supporto dalle colleghe.

Attrici e lavoratrici del cinema si sono invece pronunciate in sostegno di Giuseppe Tornatore, accusato da Miriana Trevisan – la cui versione è stata immediatamente messa in dubbio – di averle messo le mani addosso durante un incontro avvenuto venti anni fa, e di Fausto Brizzi. Quest’ultimo era stato oggetto di diverse denunce da parte di giovani attrici, che avevano raccontato a Dino Giarrusso de Le Iene di essere state molestate sessualmente dal regista. Brizzi è stato difeso a spada tratta da collaboratori e attrici – ad esempio Nancy Brilli, Claudia Gerini o Cristiana Capotondi, che pure è tra le firmatarie di “Dissenso Comune” – mentre sulle ragazze che avevano parlato si è abbattuta una tempesta di accuse, insinuazioni e discredito, senza che nessuna collega dicesse nulla.

La lettera di “Dissenso comune” così com’è scritta, dunque, sarebbe andata bene forse tre mesi fa: il periodo in cui il mondo dello spettacolo italiano è rimasto in silenzio non è stato solo lungo, ma denso, decisivo, a tratti doloroso, sfiancante.

La seconda ragione per cui l’appello delle 124 donne italiane non può bastare è che è una lettera monca di una parte fondamentale. Nel ringraziare ed esprimere solidarietà e sostegno verso “tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia” sono proprio queste ultime a mancare: non si fa cenno esplicito ad Asia Argento, a Miriana Trevisan o alle donne che hanno accusato Fausto Brizzi. È una solidarietà astratta, che non raggiunge – neanche tardivamente – coloro che si sono esposte.

In un’intervista al Fatto Quotidiano Asia Argento ha raccontato di essere stata contattata tempo fa dall’attrice Jasmine Trinca, che l’aveva informata che insieme ad altre stavano stilando la lettera. «Quando mi hanno chiamata avevano già buttato giù una prima stesura dell’appello senza neanche consultarmi», ha spiegato, precisando che il testo era «ancora più vago» e «non venivano nominate le attrici italiane che hanno denunciato». Argento ha detto di essere stata messa in una chat di gruppo, e di aver chiesto che tra le partecipanti venisse inserita anche Miriana Trevisan. «Non l’hanno contattata fino a un paio di giorni fa, forse non la reputavano all’altezza. Io e Miriana abbiamo aperto questa porta e ci siamo beccate delle bastonate», ha aggiunto.

L’attrice ha dunque espresso il suo dissenso «per una cosa troppo annacquata», chiedendo alle firmatarie «di specificare i nostri nomi».

Nell’intervista Argento ha anche ricordato di non aver «mai ricevuto un sms di sostegno» da parte delle firmatarie: «Capisco che magari si vergognavano a parlare con i giornali e le televisioni, ma almeno privatamente avrebbero potuto dimostrare solidarietà. Invece è stato silenzio assoluto. Un silenzio assordante».

Infine, “Dissenso Comune” è insufficiente perché nella dichiarata volontà di non ridurre la questione molestie a qualche caso specifico ma di affrontarla come questione sistemica, si adagia su una vaghezza che vanifica qualsiasi intento politico. Le firmatarie dicono di non voler puntare “il dito contro un singolo ‘molestatore’”, di non essere interessate alla “gogna mediatica”.

Che quella delle molestie sessuali sia una questione fortemente legata a un sistema di potere è fuor di dubbio. Quello che è altrettanto pacifico, però, è che se negli Stati Uniti sono "saltate delle teste" ed è iniziata una seria riflessione è stato perché qualcuno ha deciso di denunciare il caso concreto, di fare nomi e cognomi. Se non ci fossero state le silence breaker, nessuna azienda avrebbe iniziato indagini interne, nessun giornalista avrebbe lavorato a queste storie, nessun caso sarebbe finito in tribunale. E, probabilmente, non saremmo qui dopo quattro mesi a parlarne. Il sistema è animato da persone, braccia, gambe. Se non si "colpiscono" quelle, è difficile che si senta anche solo lontanamente sotto attacco.

Intervistata da Vanity Fair, Cristina Comenicini, una delle firmatarie di “Dissenso Comune”, ha ribadito che la scelta «di ignorare i casi singoli» è stata fatta «per guardare il disegno nel suo complesso. Abbiamo scelto di non fare nomi, per denunciare l’intero sistema. Abbiamo scelto di fare un passo indietro, per farne uno in avanti». La lettera, ha aggiunto, «è un documento politico, di analisi di un sistema intero. Non volevamo perderci in querelle, in gossip che lasciano il tempo che trovano».

Derubricare le denunce o il riferimento a casi concreti come “gossip”, però, depotenzia ulteriormente il messaggio che la lettera vorrebbe far passare. Il gossip, semmai, è quello che già succede da tempo: nomi che circolano in corridoi, chat private e camerini.

Giulio Cavalli ha scritto su Left che sarebbe stato bellissimo se le firmatarie avessero avuto “il coraggio di ammettere di avere paura”: “Scrivere nero su bianco che fare i nomi costa. C’è più forza nell’ammettere la paura che nel proclamarsi paladine di una battaglia che nasce già piuttosto spuntata”.

Fare i nomi non è un obbligo, come non lo è a prendersi il rischio di esporsi (specialmente dopo quello che abbiamo visto in questi quattro mesi). Ma qual è il senso politico di un appello generico contro “il sistema” se neanche si appoggiano esplicitamente le denunce di coloro che il rischio se lo sono preso? La speranza è che sia davvero solo un primo passo, la paura è che possa essere l’unico, fuori fuoco e tardivo.

“Facciamo finta che non siano passati quattro mesi. Che abbiamo appena cominciato. Che una battaglia che durerà anni stia ancora contando i suoi soldati”, ha scritto su Facebook Giulia Blasi, che in Italia è stata fra coloro che hanno lanciato #quellavoltache. “Dite di voler cambiare il sistema. Come volete farlo? Da dove intendete cominciare? Come possiamo aiutarvi?”

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Foto in anteprima via Ansa

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