Molestie sessuali: nel silenzio assordante politico-mediatico, noi continuiamo a parlarne

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Attorno agli uomini potenti che nelle ultime settimane in giro per il mondo sono stati accusati di molestie sessuali c’è un sistema che per anni ha consentito loro di non far venire fuori queste storie. Per questa ragione, secondo Ronan Farrow, il giornalista che sul New Yorker ha scoperchiato il caso Weinstein, la vera domanda da porsi oggi non è se le donne siano abbastanza coraggiose da parlare, ma: "Siamo noi come società abbastanza coraggiosi da affrontare le riforme necessarie per cambiare questo sistema?"

L’interrogativo è rivolto agli Stati Uniti, dove si è aperto un dibattito su molte questioni - ad esempio anche sul reinterpretare lo scandalo Clinton-Lewinsky come un caso di abuso di potere sul luogo di lavoro. Ma a porsi questa domanda dovrebbe essere anche l’Italia, dove la stampa fa ancora fatica a inquadrare il problema, la politica tace e si continua a considerare il caso molestie e le denunce come fatti di costume: una generale sottovalutazione che fa sì che l’interesse per la questione stia scemando prima che sia stata trovata la chiave per affrontarla. Prova ne è, ad esempio, lo scarso clamore delle accuse all’ex presidente della Figc Carlo Tavecchio – ancora uno dei pochi casi emersi in Italia.

Gli accordi che impediscono alle vittime di parlare in USA

Una questione sollevata da Farrow, e di cui si sta discutendo negli Stati Uniti, riguarda i non disclosure agreement (NDA), gli accordi fatti firmare alle vittime per tacere le molestie: generalmente la parte lesa accetta di non portare il caso in tribunale o parlare pubblicamente in cambio di una somma di denaro. In caso di violazione, l’altra parte può agire in giudizio per interrompere la divulgazione delle informazioni e anche ottenere un risarcimento del danno. In molti si sono chiesti se l’applicazione delle clausole di riservatezza a questo tipo di casi serva principalmente a proteggere i molestatori sessuali, consentendo loro di continuare a perpetrare abusi.

Nell’ultima delle sue inchieste sul caso Weinstein pubblicate sul New Yorker, Farrow racconta che l’ex produttore e capo della Miramax aveva pagato un milione di dollari la modella italiana Ambra Battilana Gutierrez, convincendola a firmare un accordo di non divulgazione che la obbligava a non parlare pubblicamente delle molestie sessuali subite. La donna ha spiegato di essersi consultata con i suoi legali, che le hanno consigliato di firmare perché sarebbe stata "la cosa migliore".

«Ero molto disorientata. Non sapevo bene l’inglese e tutte le parole contenute nell’accordo erano molto difficili da capire», ha raccontato la modella a Farrow. Secondo il giornalista, Weinstein ha utilizzato accordi come quello firmato da Gutierrez per tenere nascosti gli abusi e le violenze sessuali per almeno vent’anni. Ne ha fatto uso con dipendenti, partner negli affari e donne che avrebbero potuto accusarlo – donne che, ricorda il giornalista, "erano spesso molto più giovani e molto meno potenti di Weinstein, e che hanno firmato sotto la pressione degli avvocati".

Zelda Perkins, un’ex assistente del produttore nell’ufficio Miramax di Londra, ha deciso di infrangere l’accordo di non divulgazione firmato nel 1998 dopo aver subito molestie sessuali dal produttore (250 mila sterline da dividere con un’altra dipendente che presentava accuse analoghe). La donna ha detto di aver deciso di parlare – nonostante corra rischi dal punto di vista legale – proprio per fare luce sul sistema degli NDA. «Voglio rompere pubblicamente il mio accordo di non divulgazione. Se nessuno lo fa non ci sarà un dibattito su questo e sulla coercizione subita dalle vittime. Mi sono sentita cadere il mondo addosso, perché pensavo che la legge servisse a proteggere coloro che la rispettano. Ho scoperto che non ha niente a che vedere con bene e male, e riguarda solo soldi e potere», ha dichiarato al Financial Times. Perkins ha anche raccontato di essere stata sottoposta a giorni interi di domande dei legali di Weinstein prima di stilare l’accordo, e di essere uscita esausta dal processo di negoziazione.

La pratica dei non disclosure agreement è piuttosto diffusa nei casi di molestie che riguardano gli Stati Uniti. In passato anche Roger Ailes e Bill O’Reilly avevano – personalmente o tramite Fox News – pagato decine di milioni di dollari per il silenzio di molte donne che li accusavano di averle molestate sessualmente.

Il problema riguarda anche le istituzioni americane. Il Washington Post ha spiegato che i dipendenti del Congresso hanno 180 giorni per denunciare le molestie subite a uno speciale ufficio dedicato (Office of Compliance) che si occupa delle accuse nei confronti di membri e dipendenti di Capitol Hill. Viene quindi messo in moto un processo di consulenza e mediazione, che spesso si conclude con la firma di un accordo di confidenzialità.

«Non è un processo favorevole alle vittime. È un processo che protegge le istituzioni. Credo che [se indagassimo] scopriremmo che le molestie sessuali sono un fenomeno dilagante nelle istituzioni. Ma nessuno vuole saperlo, perché in quel caso dovrebbero fare qualcosa al riguardo», ha spiegato Jackie Speier, membro del Congresso per il Partito democratico che ha spinto per una revisione del trattamento dei casi di molestie sessuali.

BuzzFeed ha visionato i documenti riguardanti un reclamo di una donna che sosteneva di essere stata licenziata per non aver ceduto alle avance sessuali del democratico John Conyers. Alle accuse è seguito un accordo di non divulgazione per oltre 27 mila dollari (provenienti dall’ufficio del politico). Matthew Peterson, che ha assistito legalmente la donna, ha definito il processo "disgustoso": «Ti senti come se fossi stata tradita dal tuo governo solo per esserti fatta aventi. É come essere abusati due volte». Conyers ha confermato l’esistenza dell’accordo, si è dimesso dalla commissione Affari Giudiziari, ma negato le accuse di molestie che però nel frattempo sono aumentate.

Recentemente la CNN ha parlato con diverse donne vittime di molestie che hanno firmato accordi di non divulgazione. «Mi sento come se la mia voce manchi dal coro delle vittime che adesso stanno parlando», ha detto una donna che ha firmato un NDA dopo aver presentato una denuncia per molestie sessuali all’ufficio preposto del Congresso cinque anni fa. «Il clima era differente rispetto ad adesso. Allora sembrava insostenibile – ha aggiunto – Mi è sembrata l’opzione migliore per me al momento. L’aspetto positivo è che sono riuscita a lasciarmi quella parte della mia vita dietro le spalle, senza doverla costantemente rivivere».

Secondo Debra Katz, legale che si è occupata di diversi casi al Congresso, la procedura è «estremamente unilaterale e pesante, e sostanzialmente impone riservatezza e non divulgazione a vita». Le donne che si rivolgono all’Office of Compliance hanno bisogno degli stipendi e del lavoro per sopravvivere a Washington, «così fanno il calcolo che non sarebbe un bene per le loro carriere fare una denuncia pubblica, e preferiscono ottenere qualcosa piuttosto che niente».

La scrittrice americana Rebecca Solnit ha dichiarato che gli accordi di non divulgazione l’hanno sempre “inorridita”, perché «lo stupro e le aggressioni sessuali sono atti che zittiscono: dicono che la tua sovranità sul tuo corpo, i tuoi diritti umani, il tuo diritto di dare consenso o non darlo non hanno significato per me». L’accordo di non divulgazione, secondo la scrittrice, silenzia ancora una volta le vittime: «L’intero processo è parte di un silenziamento sistemico».

Nel suo libro Gli uomini mi spiegano le cose, Solnit specifica questo concetto:

La violenza è un modo per azzittire le persone, per negargli voce e credibilità, per affermare il proprio diritto di controllare il diritto altrui di esistere. (...) Al cuore della lotta femminista affinché lo stupro, il date rape, la violenza sessuale coniugale, la violenza domestica e le molestie sessuali sul luogo di lavoro assumessero lo statuto giuridico di reati c’è stata la necessità di assicurare credibilità e ascolto alle donne. Sono propensa a credere che le donne abbiano acquisito lo status di esseri umani quando si è cominciato a prendere sul serio questo genere di atti (...) E a chiunque stia per sostenere che le intimidazioni sessuali in ambito lavorativo non sono una questione di vita o di morte, voglio ricordare che a quanto pare il caporale di Marina Maria Lauterbach, vent’anni, è stata uccisa una sera d’inverno da un suo collega di grado superiore mentre era in attesa di testimoniare contro di lui perché l’aveva stuprata.

Il dibattito in Italia: “processi mediatici” e silenzio della politica

Se negli USA – così come nel Regno Unito – lo scandalo molestie sessuali ha raggiunto la politica, costringendola in qualche modo a interrogarsi, in Italia la discussione è rimasta schiacciata sul mondo dello spettacolo e la questione trattata come fenomeno di costume, fino a non parlarne proprio più, in un assordante silenzio politico-mediatico. Come avevamo già analizzato, la cifra principale è stata accusatoria nei confronti delle vittime, e improntata alla strenua ricerca di garantismo per i presunti molestatori.

I problemi di un dibattito di questo tipo sono diversi. Il primo è che si rischia di non percepire la pervasività del fenomeno delle molestie sessuali, specialmente sul luogo di lavoro.

«Ci si è fissati sul mondo dello spettacolo probabilmente perché è da lì che stanno venendo le denunce. Ma le molestie sessuali succedono ovunque. E quello che veramente è dannoso è quello che succede nelle aziende, alle donne con lavori "normali"», spiega a Valigia Blu Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera English. «Dovremmo togliere l’enfasi dal cinema  – aggiunge – , metterla sul mondo lavorativo “normale” e capire quanto i dipartimenti di risorse umane siano veramente attrezzati per affrontare queste cose. Ogni azienda se lo dovrebbe chiedere».

Una seconda questione riguarda la demonizzazione delle denunce fatte attraverso i media, seguendo l’argomento per cui di molestie sessuali si parla in tribunale, mentre in televisione è solo “gogna mediatica”. «Il caso Weinstein inizia con un articolo del New York Times. Sostenere che il giornalismo non c’entri con questo è assurdo, soprattutto quando tante donne dicono che hanno provato a denunciare, hanno provato a parlare con capi, agenti, colleghi o altro e non veniva fuori niente. Quindi il giornalismo ha avuto un ruolo chiave», spiega Serra.

La giornalista ritiene che una volta venute fuori le denunce, certamente dovrà esserci un accertamento. «La vera domanda è: dove va fatto questo processo? Weinstein in un caso è accusato di stupro e andrà sicuramente in tribunale. Per gli altri episodi c’è un’indagine interna subito attivata dalla Weinstein Company, che l’ha anche allontanato. Anche quando le accuse non possono finire in tribunale per varie ragioni (per esempio se in Italia sono passati sei mesi), le aziende stesse possono controllare. Anche Warner Italia, parlando di Fausto Brizzi, potrebbe farlo o averlo fatto», spiega Serra, che ricorda come la BBC abbia recentemente riattivato dei casi di molestie risalenti nel tempo e aperto indagini su di essi. «Quindi – conclude – non è che l’accusa inizia dai media e finisce sui media. Inizia dai media e poi dovrebbe andare oltre: a volte, quando si può, in tribunale, le altre volte dovrebbero essere le aziende stesse ad accertare».

Il terzo problema del dibattito italiano è che manca una riflessione sulle misure che esistono a tutela delle vittime di molestie sessuali. Le leggi esistenti sono sufficienti? Sono migliorabili?

La discussione – considerato come si è parlato del caso sui media – è relegata agli addetti ai lavori. «Nel nostro ordinamento il termine “molestie” è usato solo nell’ambito del diritto del lavoro, mentre in penale si usa la parola “violenza sessuale” anche per indicare atti che non arrivano al rapporto completo, ma si limitano a toccamenti, strusciamenti e rapporti orali. Per cui se parliamo di molestie sessuali stiamo parlando di uno specifico tipo di mobbing, da sanzionare in quelle sedi», spiega a Valigia Blu Alessia Sorgato, legale impegnata nella difesa di donne che subiscono violenza. «Quando parliamo di “violenze sessuali” – aggiunge – intendiamo atti che coinvolgono zone erogene del corpo, commessi con violenza o minaccia o abuso dell'inferiorità psico-fisica della vittima, o che comunque attentano alla libertà sessuale – e in questo rientra anche la possibilità di dire “no”, “non così” o “basta”. In questo caso la donna ha solo due possibilità: o querela, e lo fa entro sei mesi tassativamente dal fatto, oppure tace per sempre».

Quanto al termine dei sei mesi, i pareri sono contrastanti. Secondo Sorgato non andrebbe allungato, perché «quello dopo uno stupro ad esempio è un periodo buio, angoscioso, travagliato, fitto di dubbi e di flashback atroci. Prolungare l'agonia di una decisione fa male solo alla vittima». L’avvocata Giulia Bongiorno, invece, intervistata da Le Iene, ha definito quella dei sei mesi una “tagliola vergognosa”. Ciononostante, la legale ha spinto le donne a denunciare anche dopo lo scorrere del termine perché «alcune condotte potrebbero integrare altri reati. Ad esempio la violenza privata nell’ipotesi in cui la donna è costretta ad assistere contro la propria volontà ad atti di autoerotismo da parte dell’uomo. È un reato rispetto al quale c’è la possibilità di fare denunzie anche tanto tempo dopo».

Secondo Sorgato, in generale, la legge attuale «è buona, anche perché non è farina solo del sacco del nostro legislatore, che deve continuamente adeguarsi alle convenzioni internazionali. Il punto è che non la si conosce bene e non la si sa applicare. Bisogna pretendere che siano rispettate le norme a protezione della vittima. Ad esempio consentendole di raccontare la sua esperienza in un ambiente confortevole, dove non abbia mille orecchie e volti presenti oltre al giudice, o facendola testimoniare una sola volta per non dover ripetere mille volte il suo vissuto».

Poco tempo fa Possibile ha convocato una conferenza stampa alla Camera per discutere del tema delle molestie. «Ci stiamo confrontando molto, anche con associazioni o legali specializzati. Stiamo riflettendo sulla possibilità di estendere il periodo per presentare la querela, dai 6 mesi attuali a un periodo maggiore, per offrire alle vittime più tempo per essere pronte a denunciare e a volte per elaborare qualcosa difficile da ammettere anche a se stesse. Presenteremo a breve una proposta di legge in tal senso», spiega a Valigia Blu la deputata Beatrice Brignone. Per quanto riguarda il mondo dello spettacolo, aggiunge, «crediamo che laddove ci siano finanziamenti pubblici, sia doveroso da parte delle istituzioni intervenire e pretendere che ci siano le condizioni perché chi subisce molestie possa denunciarle in sicurezza e vengano assunti provvedimenti e protocolli affinché non si creino le situazioni che in queste settimane stanno emergendo».

Secondo Brignone, considerato che «in genere si tratta di molestie avvenute in presenza di un abuso di potere, è proprio sui limiti e sull’abuso di una posizione di potere che anche la legislazione dovrebbe interrogarsi e intervenire, insieme alla creazione di un sistema adeguato per proteggere chi denuncia le molestie».

E qui arriviamo al quarto problema della discussione in Italia: se si fa eccezione dello sforzo di Possibile, il mondo della politica è sostanzialmente assente. Sul dibattito sulle molestie pesa infatti un grande silenzio di donne e uomini delle istituzioni, da destra a sinistra. Anche la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Maria Elena Boschi – che pure ha la delega alle Pari Opportunità – e la presidente della Camera, Laura Boldrini, per diverse settimane hanno taciuto, se si eccettua qualche dichiarazione sollecitata o rilasciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

«Politicamente non se ne sta occupando nessuno di questa cosa ed è terribile perché c’è un silenzio assurdo. Il dibattito politico è tutto così: non si affronta la questione o lo si fa con un’intolleranza di fondo che mi preoccupa molto. Significa che c’è molto da lavorare se non si capisce che è un problema molto serio e molto forte», commenta Brignone.

L'unica soluzione è un cambiamento culturale

Secondo Rebecca Solnit, persone «che non avevano mai fatto attenzione [al tema delle molestie] sono adesso costrette a riconoscere quanto questo fenomeno sia assolutamente pervasivo e sistemico». Basta guardare ai casi Weinstein o Charlie Rose (storico giornalista della CBS sospeso dopo accuse di molestie sessuali) per rendersi conto di come ci fosse «un intero sistema attorno a loro che favoriva il fatto che denigrassero, molestassero, intimidissero, silenziassero, svalutassero e talvolta aggredissero le donne». Il fatto che il fenomeno sia sistemico, aggiunge Solnit, significa non solo che bisogna parlarne al di là degli specifici nomi altisonanti degli accusati, ma anche porsi la domanda di come cambiare questo sistema: «Come scalzare il patriarcato, la misoginia, la mancanza di empatia, la cultura che fa sì che gli uomini siano considerati potenti e magnifici quando si comportano in questo modo?»

Anche Barbara Serra insiste sul problema del porsi i giusti interrogativi, quando si parla di molestie sessuali: «In Italia c’è stata un’ossessione sulle donne, in TV c’era una vittima dopo l’altra. Dov’erano le vere domande su cos’è che non funziona nel nostro sistema e come possiamo tutti uomini e donne cambiare? Se dobbiamo affrontare il problema dobbiamo chiederci: ok, chi trova questo accettabile? Quanti uomini chiudono un occhio, quanti sentono storie da bar e ritengono più facile credere che sia la donna una poco di buono piuttosto che il loro amico un molestatore? Il 99,9% degli abusi che sono venuti fuori sono fatti da uomini, e in Italia invece tutta l’enfasi è stata sulle donne».

Nel suo libro Solnit spiega come nonostante casi di violenza e stupro si verifichino sistematicamente, "quasi mai li si considera un problema di diritti civili o di diritti umani, o un’emergenza, o addirittura uno schema ricorrente. La violenza non ha razza, non ha classe, non ha religione, né una nazionalità, però ha un genere". Questo, ovviamente, "non significa che tutti gli uomini sono violenti. La maggior parte degli uomini non lo è. Inoltre, naturalmente anche gli uomini sono vittime di violenza, molto spesso per mano di altri uomini" e "può accadere, e in effetti accade, che anche le donne commettano atti di violenza nei confronti del partner"; "ma l’argomento, qui, è la pandemia di violenza commessa dagli uomini sulle donne, sia compiuta nell’ambito della relazione di coppia che da estranei".

Quello che serve è un cambiamento culturale. Ma prima di arrivare ai luoghi di lavoro, bisognerebbe partire dall’educazione.

Lorenzo Gasparrini, ricercatore e autore del saggio Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, spiega a Valigia Blu come un’educazione patriarcale abbia un «peso decisivo» nel perpetuare un sistema in cui molestie e aggressioni sessuali trovano gioco facile: «Non si tratta di cercare una causa diretta, come per un fenomeno della fisica, ma di capire che un'intera cultura si muove per anni a costruire un modello di maschilità che prevede come possibile, naturale e normale un certo rapporto di potere tra i sessi».

La medesima educazione fa sì che si affronti il problema con distacco, perché «prevede una casistica enorme per giustificare» molestie o aggressioni sessuali, «in modo che il sistema di potere non venga mai intaccato da un'assunzione di responsabilità generale degli uomini per il modo in cui vengono educati. I quali uomini da quella stessa educazione vengono spinti a pensare che mettere in discussione il sistema patriarcale significhi mettere in discussione la loro stessa identità, per la quale non ci sono alternative». Allo stesso modo si spiegano i commenti accusatori delle donne nei confronti delle vittime: «Il sistema patriarcale – precisa Gasparrini - non crea “uomini” e “donne”, ma ruoli gerarchicamente organizzati. Oltre al fatto che nel ruolo di potere in massima parte occupato da uomini potrebbe esserci anche una donna, va considerato che in molte considerano “naturale” anche uno sprezzante giudizio moralista sulle altre donne che non sanno difendersi o che incorrono in molestie e violenze. Anche questa è educazione patriarcale».

Per questa ragione il sovvertimento deve partire dalle radici. «La scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale; ma proprio per questo è lì che il passaggio verso una cultura di genere incontra le resistenze più forti», aggiunge il ricercatore, secondo cui «un sistema cambia quando la maggior parte di persone che vi è coinvolto capisce che le alternative a quel sistema sono migliori e più efficaci».

Anche per Rebecca Solnit, il cambiamento al quale dobbiamo aspirare non riguarda qualche mela marcia:

"Cosa c’è che non va nella mascolinità? C’è qualcosa nel modo in cui la virilità è immaginata, in ciò che viene lodato e incoraggiato, nel modo in cui si trasmette la violenza ai bambini maschi, che bisogna affrontare.

La scrittrice sottolinea come la liberazione femminile sia stata spesso "descritta come un movimento determinato a usurpare o portare via agli uomini il potere e i privilegi, come se, in uno squallido gioco a somma zero, il potere e la libertà potessero appartenere di volta in volta solo all’uno o all’altro sesso. Ma o si è liberi e libere insieme, o si è schiavi e schiave insieme. Non vi sono dubbi che la mentalità di chi sente il bisogno di vincere, di dominare, di punire, di regnare sovrano sia una cosa terribile e assai distante dalla libertà, e abbandonare questo desiderio impossibile sarebbe un sollievo".

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Immagine in anteprima via quietrev.com

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