I cambiamenti di Facebook, le lamentele degli editori e le nostre libertà

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di George Brock* – Docente di giornalismo alla City University di Londra

I due annunci di Facebook riguardo il suo ‘news feed’ – che diminuirebbe la priorità delle notizie e consentirebbe agli utenti di classificare la qualità dei media – hanno innescato una straordinaria ondata di autocommiserazione da parte dei media. Data la portata di Facebook (2 miliardi di utenti) e la mole di pubblicità che ha sottratto ai media, questo non sorprende. Ma gran parte di questa indignazione è miope. Ecco allora qualche consiglio alle redazioni e a chi le gestisce.

1. Non dite che non eravate stati avvertiti. Facebook non ha mai garantito, per quanto mi risulta, nessun flusso di entrate particolari a nessun editore, o che non avrebbero cambiato la sua politica e i suoi algoritmi. Quando gli Instant Articles entrarono in scena, molte voci sagge dissero agli editori “Provateli, ma non fateci affidamento. Mai”. Non fingete di non aver sentito questo consiglio.

2. Ma l'imprevedibilità è adesso la più grande minaccia di Facebook per i media. Invece di cercare di provare a costringere Facebook a restituire del denaro che pensate che dovrebbe essere destinato a voi, provate a fare qualcosa con maggiori probabilità di successo. Se Facebook vuole essere gentile con i media (e almeno una parte della compagnia sembra volerlo), fategli capire che un avviso preventivo delle decisioni che influenzeranno le entrate dei gruppi editoriali sarebbe sensato.

3. Attenti agli accordi privati con le piattaforme. Requisiti di trasparenza più ampi e più approfonditi per le piattaforme (quasi certamente imposti dalla legge) sono la chiave per dare un senso e risolvere la sfilza di problemi riguardanti disinformazione, manipolazione elettorale e altre arti oscure a cui Facebook si è prestato, sia volontariamente che inconsapevolmente. Il rapporto tra un cittadino e i propri dispositivi sarà centrale per le democrazie del ventunesimo secolo. Il modo in cui veniamo a conoscenza di ciò che sappiamo (e di cui possiamo fidarci) è un problema che va oltre l'agonia commerciale dei media. Facebook è prima di tutto una gigantesca macchina pubblicitaria, ma ora è anche una macchina “sociale”. O una macchina politica, se preferiamo. La politica riguarda il modo in cui il potere è distribuito all’interno di una società. I dispositivi che utilizziamo per connetterci e raccogliere dati giocano un ruolo sempre più grande in quella distribuzione di potere. E a proposito di potere: provate ad aiutare Mark Zuckerberg a parlare del potere di Facebook. Quella parola non viene mai fuori nelle sue blande divagazioni su "comunità" e "connessione".

4. Scordatevi qualsiasi idea che le piattaforme possano essere costrette a pagare per sostenere i media tradizionali. Rupert Murdoch ha approfittato questa settimana del trambusto di Facebook per suggerire che le piattaforme online dovrebbero pagare gli editori di notizie per i loro contenuti allo stesso modo in cui le TV via cavo pagano i creatori dei programmi per i diritti di trasmissione. Murdoch dovrebbe mandare chiunque abbia abbozzato quella dichiarazione a occuparsi di qualcosa di oscuro in Tasmania: il parallelo è un'assurdità. Le compagnie via cavo non hanno nulla da vendere ai consumatori se non hanno contenuti. I social network vendono spazi pubblicitari sfruttando gli effetti della connessione tra amici. Non hanno bisogno di notizie. Dato che le notizie non hanno mai rappresentato più di una bassa percentuale delle attività totali di Facebook e che sono sfociate in una mare di controversie, posso facilmente immaginare i suoi dirigenti sostenere che andrebbero lasciate perdere per sempre.

5. Ma non è possibile. Facebook adesso non può evitare di essere coinvolto con le notizie. Quindi le persone che a Menlo Park sognano un social network senza notizie saranno deluse. Facebook è semplicemente troppo grande e troppo utilizzato per poter aggirare i dilemmi legati alle notizie e alle forti tensioni ed emozioni che provoca. Facebook fa parte dell'infrastruttura della libertà di parola. Punto.

6. Seppelliamo il termine ‘fake news’. Ad esempio, i portavoce del governo britannico questa settimana hanno annunciato due iniziative per "combattere" (come piace scrivere ai titolisti) le ‘fake news’. Una di queste riguardava in realtà una nuova unità per rilevare la disinformazione diffusa dagli Stati, una cosa completamente diversa. Pur tenendo conto del fatto che l'attuale Governo (conservatore) è in fase di lento declino terminale, è chiaro che chi ha scritto quegli annunci non avesse idea di cosa stesse dicendo. A parte il problema di definire le notizie che il governo non apprezza come “fake”, questa sorta di riflesso istintivo rischia di capovolgere lunghe tradizioni di protezione della libertà di espressione. Un professore di intelligenza artificiale, dal nome emblematico Yorick Wilks, ha centrato la questione: “Qualcuno a Westminster ha perso completamente il senso di cosa sia una società libera se pensa che il Governo debba interferire nel determinare ciò che è vero e ciò che è falso online”. Un semplice test per valutare le politiche sulla disinformazione: è un rimedio preciso per un danno specifico?

7. Tutti - giornalisti ed editori inclusi - hanno il dovere di aiutare Facebook ad affrontare le questioni filosofiche, politiche e morali che ha di fronte. Trattare le piattaforme come se fossero semplici mezzi tecnici di trasmissione aperti allo sfruttamento da parte di attori cattivi è esattamente ciò che Facebook, Google e Twitter hanno iniziato (a velocità diverse) a riconoscere di non essere. Colpire Facebook e gongolare davanti alle sue difficoltà non lo farà scomparire. Simili questioni su diritti in collisione (es. libertà d’espressione vs privacy vs diritto alla conoscenza) hanno dato per secoli emicranie agli editori e ai legislatori. Paesi simili tra loro, in Europa per esempio, adottano approcci radicalmente diversi basati su storia, cultura ed esperienza. Esempio: l'approccio contrastante ai diritti alla privacy tra Spagna o Francia e Scandinavia.

8. Continuate a ripetere: le news non sono belle. Il problema difficile di Facebook è la tensione tra il suo modello di business e il valore di interesse pubblico delle notizie. Il modello di business si basa sull'interazione tra gli utenti e il tempo trascorso sul social (che Mark Zuckerberg ora vuole che sia "tempo ben speso"). Ciò dà priorità alle emozioni e alla "condivisibilità". L’indignazione e lo sdegno diventano facilmente virali. Le notizie pubblicate e distribuite nell'interesse pubblico fanno probabilmente appello più alla ragione che all'emozione. Possono essere spiacevoli, complicate. Peggio ancora (dal punto di vista di Facebook) le news potrebbero essere meglio veicolate da persone più competenti di altre e perciò svilire il concetto che sui social tutti sanno tutto. L’informazione potrebbe costringerci ad apprendere ciò che preferiremmo non sapere. Niente di tutto ciò si allinea facilmente con "community" o "connessione", che sono così importanti per Facebook. Problema complicato, ma non insolubile.

9. Due cose che potete ripetere a Facebook tutte le volte che volete: sii trasparente e accetta i consigli. Il social network sta conducendo ogni tipo di ricerca (effetti psicologici sui social media, rischi di manipolazione, ecc.); condivide a mala pena pochi dettagli. Mi stupisce che né Facebook né Twitter abbiano mai creato gruppi di consulenza di esperti indipendenti che li consiglino su problemi di interesse pubblico (lo ha fatto Google, con buoni risultati). Ancora meglio, cercate di convincere Facebook a unire trasparenza e consigli. A permettere a esperti e studiosi esterni all'azienda di essere coinvolti nella ricerca, consentendo loro di parlare e scrivere a riguardo. Se questi temi sono davvero i test con cui Facebook vuole determinare la qualità delle notizie, hanno bisogno di aiuto per rafforzarli. (Qui, un interessante lavoro accademico su questo argomento della studiosa olandese Natali Helberger).

10. Infine, smettete di trattare il futuro dei media di notizie come se fosse un gioco a somma zero tra il giornalismo da una parte e le piattaforme dall’altra. I cittadini non vedono chiaramente la distinzione (anche se i media mainstream sono ritenuti più affidabili). Quello di cui tutti - utenti, piattaforme, mezzi di comunicazione - devono preoccuparsi è come distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è,  e come verificare. Nuovi problemi, come la sempre più facile falsificazione del video, sorgono continuamente. Risolvere quel tipo di cose richiederà cooperazione.

Articolo pubblicato su georgebrock.net il 25 gennaio 2018

Immagine in anteprima via pixabay.com

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