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La battaglia sul copyright alle battute finali: le forze in campo e i diritti dei cittadini da salvaguardare

23 Gennaio 2019 11 min lettura

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La battaglia sul copyright alle battute finali: le forze in campo e i diritti dei cittadini da salvaguardare

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Il 18 gennaio scorso il Consiglio dell’Unione europea ha respinto il mandato negoziale che avrebbe dovuto definire la posizione degli Stati membri per i negoziati finali col Parlamento europeo. Ben 11 paesi (Germania, Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Slovenia, Italia, Polonia, Svezia, Croazia, Lussemburgo e Portogallo) hanno votato contro il testo di compromesso proposto dalla presidenza del Consiglio rumeno. Quasi tutti i paesi contestano sia l’articolo 11 che l’articolo 13 nelle attuali stesure, in quanto non tutelerebbero sufficientemente i diritti dei cittadini.

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A seguito di questo voto l’agenda della direttiva è stata modificata cancellando temporaneamente i negoziati, che avrebbero dovuto partire il 21 gennaio per poi concludersi col voto finale del Parlamento intorno al 14 marzo. Adesso i tempi si fanno più incerti, col rischio che i negoziati siano posticipati ulteriormente, e probabilmente a dopo le elezioni europee, previste per la fine di maggio.

Le criticità dell'articolo 11

L’articolo 11 crea un diritto irrinunciabile in base al quale i titolari del copyright dovranno autorizzare espressamente la ripubblicazione delle notizie, compreso brevi estratti. L’articolo non definisce i termini utilizzati nella norma, per cui starà ai paesi che la recepiscono stabilire cosa è “sito di notizie”, “piattaforma commerciale” e “collegamento”. La conseguenza sarà che 28 nazioni potrebbero avere normative diverse e quindi regimi di licenza differenti. Chi vorrà riutilizzare le notizie dovrà negoziare singolarmente le licenze. I “piccoli” potranno mai permettersi tutto ciò?

Su questo articolo si sono avvicendati numerosi equivoci alimentati ad arte proprio dagli editori, cioè i primi beneficiari di questo diritto creato apposta per loro. In realtà la norma non tutela affatto gli autori, ma protegge gli investimenti economici. Non c’è alcun riferimento ad una creatività a rimarcare la differenza con il copyright che comunque prevede una soglia minima di originalità per la protezione.

Per cui l’articolo 11 copre un qualsiasi link comprendente un qualsiasi numero di parole, indipendentemente dalla loro “originalità”. E questo determinerà problemi per tutti, compreso gli stessi giornali. In fondo, il giornalismo odierno non è un continuo rimando di notizie tra i giornali? Quindi, se La Stampa cita La Repubblica che cita Il Corriere della Sera, dovranno pagarsi i diritti connessi l’un con l’altro?

Il testo del Consiglio presenta ulteriori problemi. Una clausola di salvaguardia libera gli “atti di collegamento ipertestuale quando non costituiscono comunicazione al pubblico”, ma è poco chiaro. Sicuramente un titolo col link è atto di comunicazione al pubblico. Inoltre il Consiglio vorrebbe applicare la norma alle sole fonti di informazione basate sull’Unione europea, cosa che metterebbe i siti europei in svantaggio rispetto agli altri nel mercato globale.

Nota positiva è che il Consiglio, adottando un chiarimento del Parlamento, escluderebbe i fatti inclusi negli articoli dalla tutela, per cui un giornalista avrebbe il permesso di riferire i fatti ripresi da altri articoli. La norma, in sostanza, autorizza il giornalista a fare il giornalista.

L'articolo 11 è una norma che creerà solo problemi, la cui unica conseguenza sarà concentrare il traffico nelle mani dei grandi editori, a spese dei piccoli, La medesima norma, infatti, è stata già introdotta in Spagna, con la conseguenza che Google ha chiuso il servizio di News, e il risultato come è stato una generale diminuzione del traffico, maggiore per i piccoli editori. A tal proposito Google ha già anticipato che, in caso di approvazione dell'articolo 11, potrebbe chiudere il servizio News in tutta l'Europa. Non è bastata la lezione della Spagna?

In breve, il fine della norma è di concedere maggiore potere negoziale ai grandi editori rispetto alle grandi aziende tecnologiche. Il risultato sarà che si spartiranno il mercato “uccidendo” letteralmente i piccoli editori. Per questo motivo la coalizione Innovative Media Publishers, insieme a 37 associazioni di editori di piccole e medie dimensioni, e società di media e digital native in tutta Europa, ha inviato una lettera ai politici di riferimento per esprimere tutte le preoccupazioni in merito all’articolo 11.

I problemi dell'articolo 13

L’articolo 13 è il più rimaneggiato, ormai si fa fatica a capirne anche il senso. In breve oggi prevede che le piattaforme online debbano concludere accordi di licenza coi titolari dei dritti in caso di comunicazione al pubblico. In sostanza per ogni materiale caricato online. Cosa che è impossibile, in quanto Youtube, per fare un esempio, dovrebbe identificare i soggetti titolari dei diritti nel video caricato da una band, ciascuno membro, poi cercare i produttori, ecc... . L’unico sistema è di creare delle licenze collettive estese che, notoriamente, portano magrissimi profitti agli artisti.

Inoltre le piattaforme devono assicurarsi che nessun contenuto non autorizzato sia disponibile sui loro siti, oppure ne saranno direttamente responsabili per violazione del copyright. Il che comporta che la piattaforma dovrà necessariamente (anche se la norma non lo prevede espressamente, ma è l’unica opzione possibile) filtrare i contenuti prima del caricamento (cosa che tra l’altro è vietata dalla norma stessa, pensate il genio nel redigerne il testo).

La norma, quindi, modifica gli obblighi previsti dalla direttiva eCommerce, che prevede la rimozione di contenuti immessi dagli utenti in presenza di una conoscenza dell’illecito, con l’obbligo di filtrare i contenuti illeciti prima che essi siano caricati. In una tale prospettiva avrebbe avuto senso uno studio sull’applicazione dei sistemi di filtraggio, già presenti sulle piattaforme online, e quindi l’impatto sui diritti dei cittadini. Studio che non ci risulta sia stato preso in considerazione nel dibattito sull’articolo 13 a livello europeo. Anzi, si è generalmente partiti dall’idea, del tutto priva di dimostrazione, che i sistemi di filtraggio siano a basso prezzo (falso) e che siano efficientissimi (falso anche questo).

Ad esempio, uno studio del 2018 (This Video is Unavailable”: Analyzing Copyright Takedown of User-Generated Content on YouTube) rivela che, con riferimento a video parodistici caricati dagli utenti, circa il 33% sono stati rimossi per motivi di copyright. Ricordiamo che la parodia è un’eccezione al copyright. Questo descrive l’atteggiamento delle major nei confronti dei diritti degli utenti. E questo nonostante la pubblicità (di tale di tratta) dell’industria sui giornali (gli editori sono sostanziamene schierati a fianco dell'industria del copyright contro le aziende tecnologiche) che vedrebbe l’industria quale ultimo bastione per la tutela dei diritti degli artisti e dei cittadini (lavoratori) in genere.

A tal proposito basti ricordare l’ostruzionismo ad oltranza dell’industria (con l’ottima sponda dei governi dell’epoca) nell’approvazione del trattato di Marrakesh, un modello equo per aiutare le persone con disabilità, visto con vero “orrore” dall’intera industria del copyright, come del resto tutto ciò che è in odore di “pubblico dominio” o “eccezioni” o “limitazioni” al copyright, cioè tutto ciò che limita i loro profitti.

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L’attuale formulazione prevede un’esenzione per le piccole e le micro imprese, un modo elegante per dire “non vi azzardate a crescere” più di tanto. Il costo dei sistemi di filtraggio, infatti, è una nota barriera all’ingresso del mercato, ormai dominato da poche imprese che quei sistemi li hanno già (es. ContentId di YouTube, costato circa 60 milioni). Ma pare che questa esenzione non trovi molti sostenitori, per cui c’è il rischio che venga rimossa nel testo definitivo.

Perché il filtraggio non funziona

Il problema principale è e rimane l’utilizzo dei sistemi di filtraggio. Già sono utilizzati volontariamente da alcune grandi aziende, ma imporli per legge creerebbe un ovvio scompenso a sfavore degli utenti. Per evitare responsabilità dirette, le aziende finirebbero per rimuovere tutto ciò che è in dubbio.

Inoltre i filtri sono imprecisi e soggetti a numerosi abusi. E’ nota la vicenda di Christian Buettner, autore della canzone The Calling del 2016. Nove mesi dopo un musicista di nome Andres Galvis registra il suo remix di The Calling, e il distributore deposita un reclamo per violazione del copyright contro la versione originale di Buettner. Buettner si è visto azzerare i profitti della sua canzone (circa 3000 dollari al mese), e ha dovuto iniziare una strenua lotta dietro le quinti per riappropriarsi della sua opera. «Penso che il problema sia che YouTube suppone che il richiedente abbia sempre ragione», ha detto Buettner al Daily Dot in una email. «E questo è ciò che può renderlo frustrante. Le mie canzoni impiegano mesi di lavoro e io investo migliaia di dollari per creare e rilasciarle».

Il punto è che Youtube non è in grado di decidere chi è davvero il titolare dell’opera, questo devono deciderlo le parti tra loro. Ma, nel frattempo, c’è il forte rischio che il vero titolare sia defraudato dei suoi giusti profitti. E se la contesa avviene tra un singolo autore e una grande corporation da miliardi di fatturato? Come James Rhodes, un artista che esegue un'opera di Bach nella sua casa, registrandola e immettendola online, eppure riceve comunque un avviso di violazione del copyright dalla SonyMusic.

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L'opposizione alla direttiva

Nel corso dei negoziati la proposta di riforma ha ricevuto talmente tante modifiche che, progressivamente, gli oppositori si sono moltiplicati. A cominciare da oltre 4 milioni di cittadini che hanno firmato una petizione. A questi si sono aggiunti esperti della rete e delle politiche di innovazione del calibro di Sir Tim Berners-Lee (con 70 esperti) e il relatore speciale dell’ONU sulla libertà di espressione, oltre 50 ONG a tutela dei diritti umani, gli accademici dei centri di studio sulla proprietà intellettuale, 56 studiosi, gli editori di media innovativi, e Allied for startup. Infine, oltre 110 membri del Parlamento europeo.

Alle suddette critiche si è aggiunta la voce delle grandi associazioni dell'industria cinematografica e delle leghe sportive, che evidenziano come l’attuale versione dell’articolo 13 finirà per avvantaggiare le grandi piattaforme e, quindi, vogliono essere lasciate fuori da questo pasticcio. Che poi è esattamente quello che molti esperti stanno sostenendo da anni. Infatti, la stessa YouTube ha precisato che sarebbero stati abbastanza contenti di una legge che costringe tutti gli altri a costruire (o presumibilmente licenziare da loro) ciò che loro hanno già, i filtri di caricamento. Ancora, una lettera aperta dei più grandi gruppi titolari dei diritti in Europa che chiede di interrompere i negoziati.

In realtà, è bene chiarirlo, l’opposizione di parte dell’industria del copyright deriva dalla comprensione che la normativa favorirà proprio le grandi aziende tecnologiche, laddove l’intera normativa era originariamente pensata per riequilibrare il peso di queste a confronto della grande industria del copyright e dei grandi editori. Dopo i recenti approdi giudiziari, l’industria del copyright crede possibile assumere il controllo delle piattaforme del web tramite il contenzioso, e non vuole “regole” (cioè l’articolo 13) a limitare i suoi piani di conquista.

Il futuro di Internet è tra l’incudine e il martello. Per l’industria del copyright Internet dovrà diventare una grande servizio di video-on-demand dove tutto ciò che fluisce è controllato strettamente da loro. Per le aziende tech Internet sarà una grande piattaforma di distribuzione accentrata nelle mani di poche grandi aziende. In entrambi i casi lo scenario vede perdenti i diritti dei cittadini.

Economie in collisione

Il 2019 potrebbe essere un anno cruciale per Internet, il voto sulla riforma copyright influenzerà enormemente lo sviluppo della rete Internet. Il copyright è, in fin dei conti, una specie di antitesi della rete, il primo basato sul rafforzamento del monopolio dei contenuti digitali, la seconda sulla condivisione e il riutilizzo dei contenuti.

Il copyright è un monopolio temporaneo sulla pubblicazione delle opere creative, concesso agli autori (in realtà oggi per lo più ai produttori e distributori) per consentire loro di vivere dei proventi delle loro opere, quindi per invogliarli a creare di più. Ma a fronte di esso vi è il pubblico dominio, l’insieme delle opere i cui diritti sono scaduti, e quindi sono di tutti. Nel mezzo le eccezioni per assicurare che anche le opere soggette a copyright possano essere utilizzate legittimamente per fini particolari, come ad esempio l’insegnamento, la critica, le recensioni, la satira e la parodia.

Il pubblico dominio (libri caduti nel pubblico dominio nel 2019) è sempre stato visto come uno scantinato pieno di cose vecchie, messe da parte, ma con l’avvento delle nuove tecnologie non è più solo una risorsa “occulta” per stimolare la creazione di opere destinate a diventare “di proprietà” (vedi molti dei film della Disney basati sul fiabe antiche), ma qualcosa di nuovo, stimolo per la creazione di contenuti creativi generati in modo decentrato, senza intermediazioni. La struttura aperta di Internet ha permesso un fiorire della creatività mai visto, che ha mandato in crisi le teorie neoclassiche che ci raccontano come senza il copyright e i mercati rigidi, basati sulla scarsità di risorse, le opere creative muoiono.

Il pubblico dominio è il nuovo spazio di diffusione della cultura e trasmissione di valori, uno spazio per comunicazioni libere e accessibili nel quale l’informazione può essere liberamente condivisa.

Il pubblico dominio, quale bene comune, ci aiuta a focalizzare l’importanza di un modello concettuale centrato sui valori personali, sociali e democratici, piuttosto ché sul mercato e la proprietà. E, ci permette di comprendere il ruolo essenziale dell’infrastruttura delle comunicazioni come sfera pubblica accessibile a tutti. I diritti digitali non sono solo delle libertà civili fondamentali, ma anche un prerequisito per la sicurezza dei nostri sistemi democratici e il pluralismo della nostra società. Per impedire i nuovi autoritarismi nascenti dobbiamo smettere di incrementare gli strumenti di censura, con la giustificazione, per chi ancora ci crede, che servono a tutelare i diritti degli artisti.

Il pubblico dominio non è antitetico al mercato, ma è il suo contraltare, è uno spazio necessario e da proteggere. È quello che (con le eccezioni al copyright) rende possibile realizzare una serie di comportamenti che a noi comuni mortali appaiono normali ma che in realtà, senza pubblico dominio e senza eccezioni al copyright, sarebbero illecite. Come citare paragrafi delle opere altrui, recensirne dei passi, criticarle, e così via.

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Il problema è che negli ultimi anni quella che appare una riforma essenziale, perché la normativa europea in materia di copyright è molto risalente nel tempo, è stata sostanzialmente dirottata, a diventare l’insieme dei desiderata dell’industria del copyright, laddove ultimamente il legislatore europeo si è dimostrato anche più realista del re (da cui la presa di distanza di parte dell’industria dal testo attuale). Negli ultimi anni l’Unione europea ha cercato di risolvere un problema del tutto inventato, parte dell’industria del copyright ha convinto i legislatori europei che esisterebbe un cosiddetto “gap di valore” (value gap) determinato dai servizi online (Google, ecc…), quando in realtà sono semplicemente insoddisfatti delle loro, comunque notevoli, entrate. Poiché i profitti complessivi delle aziende tecnologiche sono più elevati, hanno deciso che occorreva drenarne parte a loro favore.

E, nonostante il crescente numero degli oppositori alla direttiva, il legislatore europeo sembra non avere capito che il vero problema di Internet è la compressione eccessiva dei diritti dei cittadini, come la libertà di espressione, e le violazione della privacy. Per mantenere la nostra società libera a aperta, democratica, dobbiamo mettere al centro della discussione, di ogni discussione, i nostri diritti digitali, ma che siano veri diritti e non mere "eccezioni" ai profitti aziendali. Ben altre priorità.

E adesso?

Gli Stati membri hanno tempo fino alla fine di febbraio per raggiungere un nuovo compromesso. Secondo Politico l'accordo sarebbe ancora possibile, se Francia e Germania trovano un intesa sull'esenzione per le piccole e micro imprese (relativamente all'articolo 13). La prima si oppone all'introduzione si tale eccezione, la seconda la considera importante.

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Quello che appare evidente, comunque, è che l’attenzione dell’opinione pubblica alle questioni di copyright, alla fine sta ottenendo un effetto. L’opinione pubblica ha capito che il copyright non è più, come un tempo, una questione di regolamentazione tra aziende, ma che impatta in misura sempre maggiore sui diritti dei cittadini. Insomma, i cittadini fanno sentire la loro voce, nonostante la riforma della direttiva sia da tempo il campo di battaglia dell’industria del copyright contro le grandi aziende del web, e come tale raccontato, falsamente, da alcuni media mainstream.

È sempre più importante mantenere la pressione alta. Ad esempio firmando la petizione linkata più sopra.

Immagine in anteprima via PixaBay

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