Filtri, link, contenuti degli utenti. Cosa cambia con la riforma del copyright

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Il 12 settembre il testo di riforma della direttiva copyright è stato votato ed approvato dal Parlamento europeo. Si tratta in sostanza del medesimo testo bocciato a luglio, ma stavolta il voto è stato a favore, anche se con l’approvazione di alcuni emendamenti che comunque ne mutano ben poco l’impianto.

Precisiamo subito che il cammino della direttiva non è finito. Adesso il testo approvato sarà posto in discussione col Consiglio dell’Unione, dal quale dialogo, a porte chiuse, uscirà un testo, tra quello del Parlamento e quello del Consiglio, che poi sarà votato nella plenaria del Parlamento, probabilmente a gennaio 2019. Dopo di che, essendo una direttiva, occorre che i vari Stati la recepiscano per diventare legge, potendo anche entro certi limiti modificarla. Un paese europeo potrebbe in teoria anche non recepirla, ma questo farebbe scattare procedure di infrazione nei confronti del paese.

Libertà di panorama

La libertà di panorama, cioè un’esenzione che renda lecito fotografare ciò che è visibile nella pubblica via, non è prevista all’interno della direttiva, nonostante tale eccezione fosse richiesta da molti. Quindi non è lecito condividere foto delle vacanze con monumenti, assolutamente no ai giochi di luce della Torre Eiffel, attenzione a riprendere gli autobus con annunci e marchi ai lati del veicolo, e in genere tutto ciò che è soggetto a diritti d’autore non può essere ripreso e condiviso nemmeno se si trova sullo sfondo.

Contenuti generati dagli utenti

Il testo approvato non contiene nessuna esenzione per gli user generated content, cioè il riutilizzo di opere a fini di critica, revisione, illustrazione, caricatura o parodia (come i meme).

Estrazione di testo e dati

L’articolo 3 è stato in parte modificato. Riguarda un argomento che riceve poca attenzione, ma che risulta estremamente importante per i giornalisti e le startup e tutti coloro che lavorano coi dati. Si tratta del Data Mining, come ad esempio l'identificazione all'interno di un archivio di un gruppo di utenti in base a caratteristiche comuni, tipo la provenienza geografica.

La norma stabilisce un’eccezione al copyright, tra l’altro obbligatoria e non è possibile superarla tramite accordi contrattuali.
Purtroppo l’eccezione ha portata limitata alle organizzazioni di ricerca escludendo tutte le imprese e i singoli ricercatori, compreso quindi i giornalisti. L’esenzione riguarda solo la ricerca scientifica limitando notevolmente l’ambito di utilizzo. L’eccezione, inoltre, può essere neutralizzata tramite l’uso di misure di sicurezza da parte degli editori (tipo limitare lo scaricamento dei dati ad una certa quantità per ogni minuto).

Protezione per gli eventi sportivi

L’articolo 12a è stato introdotto nel testo come emendamento. È piuttosto interessante notare che alcuni parlamentari pare non sapessero nemmeno della sua esistenza, compreso lo stesso relatore Voss. Sentito sul punto, infatti, si è mostrato stupito che l'articolo, da lui votato, fosse nel testo.

Occorre ricordare che i filtri di caricamento già impediscono l'immissione sulle piattaforme online anche di brevi spezzoni di eventi sportivi. In ogni caso, il nuovo articolo prevede il divieto di rendere disponibile (pubblicare online o comunque inviare ad altri, cioé comunicazione o diffusione) parte dell’evento sportivo, come ad esempio brevi filmati, fotografie, e anche selfie a bordo campo. Tranne per l’organizzatore ovviamente.

La cosiddetta link tax (che non è una tassa sui link)

L’art. 11 è stato approvato con una modifica che esclude la sua applicazione nel solo caso in cui l’hyperlink sia accompagnato da “parole singole” (“individual words”). La modifica in sé non sposta molto la questione perché la norma riguardava e riguarda la pubblicazione dei cosiddetti snippet, cioè l’insieme di un link, un titolo e qualche parola. Adesso sembrerebbe che anche l’indicazione dell’intero titolo, essendo più di “individual words”, possa portare al pagamento dei diritti connessi. Il motivo probabilmente sta nel fatto che in Germania Google ha preso a utilizzare il solo titolo con link.
L'idea alla base dovrebbe presumibilmente essere quella di tutelare la "fonte" originale da possibili copie. Dimenticando che il giornalismo odierno non è altro che la continua replica e il rimando o la citazione di altre fonti. Un articolo che riporta quello che dice un altro articolo che commenta quello che dice altra fonte, e così via. C'è grande differenza da quello che fa Google News? Se Repubblica cita il Corriere che commenta la Stampa, chi pagherà i diritti a chi? (vedi tweet di Thomas Baekdal)

Il punto fondamentale è che molti non hanno compreso la reale portata della norma. Alcuni giornali hanno anche giocato sull’equivoco che tale norma avrebbe per la prima volta (sic!) portato le grandi aziende del web a pagare i contenuti (articoli di giornali) che normalmente condividerebbero e sfrutterebbero gratis. Come dire che fino ad oggi le grandi aziende del web “rubavano” contenuti ai giornali, da domani invece non lo potranno fare più. Il che è piuttosto singolare, poiché se ieri rubavano vuol dire che c’era una norma che prevedeva che quel comportamento fosse un “furto”. Se c’era una norma, a che serve fare una norma del tutto nuova?

In realtà si è trattato di introdurre un nuovo diritto del tutto inesistente prima, che dovrebbe, forse, garantire un nuovo flusso di incassi all’editoria che si trova in piena crisi. Non c'entra la pirateria, non c'entra il furto di contenuti. Il punto che viene rimarcato è che spesso gli utenti degli aggregatori di news leggono lo snippet (cioè il titolo più alcune parole e il link all’articolo sul giornale) senza però cliccarci sopra, cioè dopo aver letto il titolo sull’aggregatore di news non vanno a leggere l’articolo sul giornale. Il ché sembrerebbe più che altro far pensare che l’articolo non interessa l’utente. Non sarebbe il caso di scrivere articolo (e titoli) migliori?

Inoltre, se il problema è che le grandi aziende del web (in primis Google) “rubano” i contenuti dei giornali, la strada migliore non sarebbe quella di impedire il “furto”? Ed è un’operazione banale, basta inserire un parametro (disallow) all’interno di un file (robots.txt) che si trova nella cartella principale (root) del sito web del giornale. Basta questo perché lo spider o crawler di Google non indicizzi gli articoli indicati. Lo si può fare per singole pagine, per singoli spider (quindi Google News no, Google Search si, ad esempio), ed è il normale modo di gestire l’indicizzazione dei contenuti online. Chiunque abbia mai gestito un sito web lo sa perfettamente. E sicuramente lo sanno tutti gli editori. Infatti esiste allo stato una proposta (della parlamentare Marijete Schaake) che mira a sanzionare il mancato rispetto di questo parametro, che comunque è strettamente rispettato da Google. Perché gli editori non hanno mai usato questo sistema per impedire il “furto”? Forse perché la presenza su Google News per loro è essenziale.

A questo proposito basterebbe avere studiato gli eventi passati per capire di cosa si parla. In Belgio nacque il problema per la prima volta. E Google News rispose espungendo i contenuti dei giornali dal suo servizio. Furono gli stessi editori a chiedere a Google di riammetterli nel servizio, precisando che in realtà quello che volevano era un sovvenzionamento per aiutare la transizione al digitale. E Google pagò un una tantum. Poi il problema si ripropose in Germania. La risposta di Google, di nuovo, fu di espungere tutti gli articoli di giornali dal servizio di News. Chi voleva essere presente in Google News doveva chiederlo espressamente autorizzando Google alla pubblicazione e rinunciando a qualsiasi remunerazione. Risultato? Chi prima e chi dopo, tutti gli editori hanno autorizzato e rinunciato ai soldi. Perché? Perché si sono resi conto che rende di più stare su Google News che starne fuori.

Ed infine, in Spagna la norma prevede che il pagamento dei diritti non è rinunciabile, quindi Google ha semplicemente chiuso il servizio News, trattandosi di un servizio periferico di scarsa importanza (per il business di Google). Risultato? Un forte calo del traffico che ha interessato principalmente i piccoli editori, e quelli indipendenti, un impatto di miliardi di euro all'anno su consumatori, creatori di informazioni, e inserzionisti. La nuova norma e la chiusura degli aggregatori incide sulla concorrenza nel mercato, sulla libertà di informazione e genera ostacoli all'innovazione e allo sviluppo di nuovi progetti locali (qui il rapporto). La perdita di traffico da parte dei giornali è stata fino al 14% per i piccoli editori, il 6% per i grandi editori. L’unico risultato ottenuto con le Link Tax è la contrazione del mercato, dove le perdite maggiori sono state sopportate dai piccoli editori. Alcuni piccoli editori locali hanno dovuto chiudere.

Quindi è apparso ovvio che serve più Google News ai giornali che viceversa, ma soprattutto Google News aiuta molto di più i piccoli editori a farsi trovare dagli utenti.

In conclusione: gli editori non vogliono che Google non pubblichi ("rubi") i link ai loro articoli (basta il parametro precisato sopra), ma vogliono stare su Google News e nel contempo vogliono che Google paghi per il “privilegio” di avere i link ai giornali, ai quali Google comunque fornisce un traffico non indifferente. Insomma, la botte piena e la moglie ubriaca.

A questo punto è arduo pronosticare cosa succederà dopo l’eventuale approvazione della direttiva. Anche se è difficile credere che Google lasci passare un precedente come questo. Tra l’altro, come fa notare Innocenzo Genna, Google potrebbe anche decidere di far pagare il servizio di posizionamento ed indicizzazione ai giornali, così compensando la remunerazione dovuta ai giornali.
Sempre usando le parole di Genna, “gli editori corrono il rischio di rimanere senza nulla”. Tutti siamo d’accordo che i giornalisti dovrebbero essere adeguatamente remunerati ma questo non vuol dire che occorre imporre una vera e propria tassa al primo che troviamo con le tasche larghe. L’articolo della direttiva sembra nato, dietro la spinta degli editori tedeschi, con l’unico scopo di trovare qualcuno che paghi la crisi dell’editoria, senza nemmeno provare ad analizzare i motivi di tale crisi, prendendosene le responsabilità.

Il risultato sarà praticamente nullo per gli editori, peggiorativo per i piccoli editori e in genere per la libertà di espressione e di stampa, e finirà per far chiudere gli aggregatori minori che non si potranno permettere di pagare tali remunerazioni, azzoppando un mercato, con perdita di posti di lavoro. Il problema, al solito, è che delle forme di business alternative a quella principale (degli editori e dell’industria del copyright) non se ne parla praticamente mai, per cui la stragrande maggioranza dei cittadini semplicemente non è a conoscenza del reale impatto che tali norme avranno su tanti lavoratori che finiranno a spasso.

Filtri per il copyright

L’articolo 13 è stato approvato con modifiche più sostanziali. Il testo non contiene più un riferimento alle “tecnologie per il riconoscimento dei contenuti” (i filtri), ma prevede semplicemente che la piattaforma che consente agli utenti di condividere contenuti avrà piena responsabilità per ogni parte di contenuto. L’unico modo per non incorrere in responsabilità per i contenuti immessi dagli utenti rimane solo quello di controllare ogni singolo contenuto immesso sui server. Che per ovvi motivi non può avvenire manualmente, ma dovrà aversi tramite sistemi di filtraggio dei contenuti. Questi sistemi, in base a dei sample forniti dall'industria del copyright, rimuoveranno tutti i contenuti che vengono riconosciuti, dai sistemi algoritmici realizzati dalle aziende del web, uguali o simili ai sample forniti dall’industria del copyright. La conseguenza ovvia sarà di incorrere in numerosi errori. Anche se il numero degli errori in percentuale fosse basso, in valore assoluto si parla di numeri davvero preoccupanti (qui una simulazione del filtraggio da parte dell’esperto di sicurezza Alex Muffet).

Inoltre il testo abolisce le salvaguardie per i diritti degli utenti, consentendo ai titolari dei diritti e alle piattaforme di contrattare i diritti degli utenti come parte dei termini e delle condizioni delle licenze (13.2 “in line with the terms and conditions set out in the licensing agreement”).

In questo caso sono stare introdotte delle esenzioni. Ad esempio sono esentate le piccole e micro imprese (non le medie imprese come impropriamente qualcuno ha scritto), come da definizione dell’allegato alla direttiva ecommerce. Per cui sono da escludere le aziende con meno di 50 dipendenti e con un fatturato fino a 10 milioni l’anno (revisione novembre 2017). Si tratta di un’esenzione doverosa non fosse altro che aziende più piccole semplicemente non possono permettersi il costo (non basso) dei sistemi di filtraggio dei contenuti.

Altre esenzioni sono previste per i servizi non commerciali, e per le piattaforme di sviluppo software open source. Nonostante proprio l’articolo menzioni le enciclopedia online, non è detto che l’esenzione si possa applicare a Wikipedia perché questa consente il riutilizzo delle opere anche a fini commerciali. Inoltre, l’esenzione non si dovrebbe applicare a GitHub perché su quella piattaforma di sviluppo e condivisione di software non è presente solo software open source.

Il testo appare piuttosto incerto nella formulazione e foriero di dubbi interpretativi. Ad esempio laddove statuisce che la pubblicazione di contenuti da parte delle piattaforme deve considerarsi un atto di comunicazione al pubblico, sembra in contrasto con la direttiva ecommerce e la giurisprudenza esistente. È vero che nelle più recenti sentenze la Corte di Giustizia europea si è incamminata in un percorso di estensione del concetto di comunicazione al pubblico, ma la direttiva pare fare un salto in avanti al momento non giustificabile.

Le stesse aggiunte di esenzioni appaiono più che altro un modo, improprio, per isolare nel campo le grandi piattaforme del web come per additare il “nemico” da combattere. In tal modo la direttiva tradisce un certo spirito di fondo da strumento per tutelare l’industria europea contro lo strapotere delle aziende del web.


Peccato che lo strumento sia, nella pratica, peggiorativo della situazione. Perché è evidente, a tutti coloro che non si fermano ai meri slogan, che assegnare alle piattaforme del web il ruolo di sceriffi della rete, delegandogli il potere di decidere cosa è lecito e cosa non lo è, sicuramente da a tali piattaforme ancora più potere di quello che già hanno.

L'industria dell'intrattenimento ha convinto molti, compreso alcuni artisti, che esiste una tecnologia magica che può identificare le opere protette da copyright e impedire che vengano diffuse, e che l’unico ostacolo è la testardaggine delle piattaforme del web. Molti credono che i filtri si limitino a rimuovere ciò che è illecito. Ma questo presuppone che ci sia un organo terzo che decide cosa è violazione e cosa no. Nella realtà sarà delegata agli algoritmi software, che dovranno realizzare le piattaforme del web, proprio la decisione su ciò che è violazione del copyright e ciò che non lo è.

Inoltre i filtri impediscono agli utenti legittimi, compreso gli artisti, di fare cose lecite. Ad esempio è recentissimo il caso del pianista Rhodes che esegue personalmente un’opera di Bach e riceve una avviso di violazione del copyright per la sua personale esecuzione. Non è un unico caso, e occorre chiedersi, a questo punto, come si concilia con la retorica che vede la direttiva in difesa dei diritti degli artisti, nel momento in cui alcuni artisti si vedono negare la possibilità di pubblicare le loro opere (e quindi di trarne profitto). E’ l’industria che decide chi è artista e chi no? Un artista che non vuole cedere i propri diritti all’industria per questo motivo può essere oscurato? Nella realtà la direttiva tutela gli interessi economici della grandi aziende, e gli artisti che non vogliono cedere i loro diritti alle grandi aziende non riceveranno alcuna tutela da questa normativa.

Ma non basta, perché è noto che i filtri non sono così difficili da superare. E qui soccorre l’esperienza relativa ai filtri utilizzati dal governo cinese che, per ovvi motivi, sono considerati i più efficaci al mondo. Un artista cosa dovrebbe fare? Imparare a superare i filtri del sistema? Se sei un artista dovresti dedicarti alle tue opere. Non hai il tempo di fare altro, e non puoi certo metterti in fila dietro a milioni di altre persone che si sono viste cancellare contenuti dai filtri.
Per l’industria dell’intrattenimento non c’è questo problema, loro hanno un accesso privilegiato alle piattaforme del web, e potranno sbloccare un loro contenuto se dovesse incappare nelle maglie del filtro.

Appare evidente, quindi, che al di là della retorica e degli slogan, l’utilità di questa direttiva per gli artisti, i giornalisti, i creativi in genere, sia piuttosto limitata, se non nulla. Di contro l’impatto della direttiva sulla libertà di espressione online può essere piuttosto pesante. Esempi di come si comportino i cosiddetti filtri ne abbiamo da anni, essendo già presenti, in forma volontaria, sulle principali piattaforme del web (cosa che le favorisce perché già sono conformi di fatto, mentre gli altri dovranno spendere un sacco di soldi per adeguarsi). E ogni giorno si trovano esempi di contenuti che vengono oscurati pur essendo del tutto leciti, come ad esempio è accaduto a luglio per una serie di articoli che, appunto, criticavano (guarda caso) proprio la direttiva copyright.

L’impressione è che la direttiva, inquadrata nell’ambito del Digital Single Market, sia, insieme ad altre norme similari, un modo per riorganizzare l’ambiente digitale, centralizzando il controllo del flusso delle informazioni nelle mani di poche grandi aziende, che fungono da sceriffi del web, e di contro riceveranno ovviamente dei vantaggi. In tal modo l'ambiente economico sarà ristrutturato così che certi modelli economici (es. quelli alternativi, tipo piattaforme che consentono il finanziamento diretto del pubblico delle opere degli artisti, saltando l’intermediazione dell’industria che prevede una cessione dei diritti da parte dell'artista medesimo) non siano più redditizi, portandoli alla chiusura, con grave danno per le piattaforme più piccole e gli editori minori.

La caratteristica di questa riforma è l'assoluta indifferenza ai danni collaterali sui diritti e le libertà dei cittadini, il risultato sarà un deserto culturale con un’unica grande pozza d’acqua sulla quale regneranno le grandi industrie, un deserto nel quale la moltiplicazione delle licenze e una frammentazione dei diritti creerà una pervasiva incertezza giuridica online. Sarà difficile anche solo sapere cosa possiamo fare e cosa è illecito, fermo restando che, alla fine, l'ultima parola sarà non di un giudice, non di uno Stato, ma di un freddo e privato algoritmo.

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Sulla riforma copyright leggi anche:

I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla (dove spieghiamo perché se una riforma del copyright è importante questa riforma è invece pericolosa per i diritti dei cittadini, evidenziando i pareri degli esperti e dei pionieri del world wide web contrari all’attuale testo).

Riforma Copyright: il dibattito che è mancato per responsabilità dei media

Tornano le proteste dei cittadini contro la direttiva copyright: in pericolo i nostri diritti (dove rispondiamo alle critiche dell’industria dell’editoria e del copyright contro la posizione dei cittadini che criticano l’attuale testo della direttiva).

La Commissione europea costretta a rivelare uno studio sulla pirateria tenuto nascosto

Firma la petizione su Change.org → Stop the censorship-machinery! Save the Internet!

Altro materiale sulla campagna SaveYourInternet

Quando si discute dell'impatto negativo della direttiva sulla libertà di manifestazione del pensiero ho notato che questo argomento non fa alcuna presa su molti cittadini, probabilmente perché non è compresa a pieno la sua importanza, per cui segnalo anche anche >> La libertà di espressione nell’era dei social network

Immagine anteprima via RFI_English

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