Riforma Copyright: il dibattito che è mancato per responsabilità dei media

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

di Maurizio Codogno (Wikimedia Italia)

Domani è previsto il voto finale sulla riforma della direttiva copyright la cui discussione è stata rinviata da luglio. Il medesimo testo verrà discusso e votato dal Parlamento europeo, insieme ad oltre 200 emendamenti.

La nuova direttiva sul copyright ha l’obiettivo di ammodernare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea, ferme al 2001 quando Internet era una cosa piuttosto diversa rispetto a oggi. Il testo ha visto contrapporsi voci a favore, in particolare le grandi aziende del copyright e i grandi editori, e voci critiche, cioè cittadini, e esponenti delle startup digitali online, oltre che i principali pionieri ed esperti della rete, come Sir Tim Berners Lee, creatore del World Wide Web e David Kaye, relatore sulla libertà di espressione per l’ONU. Anche un nutrito gruppo di parlamentari europei hanno espresso preoccupazioni per l’impatto della normativa sui diritti fondamentali dei cittadini.

A far discutere sono stati soprattutto due articoli della riforma, noti come link tax (articolo 11) e upload filter (articolo 13). L'articolo 11, per come è formulato, consentirà agli utenti di pubblicare link a siti di notizie se il servizio che stanno utilizzando ha acquistato una "licenza di collegamento" dalla fonte di notizie che linkano. In altre parole, i link con ritagli di articolo che copia-incollano titolo e prime righe di un articolo saranno illegali senza una licenza.
L'articolo 13 prevede l’obbligo per le piattaforme del web di stringere accordi di licenza con l’industria del copyright, o di rispondere dei contenuti immessi dagli utenti sui loro server, con ciò costringendo tutte le piattaforme, compreso quelle che favoriscono il contatto diretto tra artisti e pubblico, così consentendo di saltare l’intermediazione dell’industria, a realizzare strumenti di filtraggio preventivo dei contenuti immessi dagli utenti. Cioè, in base ad accordi tra l’industria del copyright e le grandi piattaforme del web si deciderà cosa e lecito e cosa non lo è online.

Su un tema così complesso e che riguarda tutti è mancato un dibattito basato sui fatti da parte dei media, e non sono state evidenziate le conseguenze sulla libertà di manifestazione del pensiero di una normativa di tale tipo. Una corretta informazione avrebbe potuto mettere al centro la discussione le problematiche fondamentali, cioè la necessità di migliorare le condizioni di licenza degli artisti, laddove ad un aumento dei profitti dell’industria del copyright a doppia cifra, non corrisponde un adeguamento dei guadagni degli artisti, sulla necessità di favorire le alternative al business attuale, e sulla necessità di combattere, seriamente, la pirateria che è prevalentemente al di fuori della grandi piattaforme del web.

Leggi anche >> Cosa succederà con la riforma europea del copyright?

Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato un articolo in cui si annunciava in pompa magna che «nove italiani su dieci pensano che i giganti web debbano pagare per i contenuti che usano»; il catenaccio precisa che «l’89 per cento dei cittadini concorda sul fatto che i colossi della Silicon Valley corrispondano agli autori il giusto se usano il loro lavoro». Questo secondo uno studio - ripreso da più testate - "commissionato da Europe for Creators, movimento di cittadini, creativi e quasi 250 organizzazioni a sostegno della Direttiva Europea per il Copyright". Nel caso ve lo foste chiesti, il testo della direttiva sta tornando in aula all'Europarlamento: dopo la bocciatura di luglio del pacchetto completo, mercoledì si voterà sui singoli emendamenti proposti dai vari deputati.

Per dirla tutta, Europe for Creators è semplicemente un'emanazione della GESAC, l'associazione delle equivalenti europee della SIAE, e non sono riuscito a scoprire quanti siano i semplici cittadini, o anche solo i creativi indipendenti, che ne fanno parte. Insomma, l'articolo è molto di parte: poco importa. Al limite importa di più che il link ai risultati del report non fosse stato inserito nell'articolo di Repubblica, forse perché il nome del sito poteva far venire strane idee: i curiosi possono comunque trovarli qui (per la cronaca per la ricerca sono stati “intervistati” tra il 24 e il 30 agosto 800 cittadini on line). D'altra parte se mi fosse stato chiesto: "È a favore o contro un'implementazione da parte della UE di regole per garantire la rimunerazione di artisti e creatori di contenuti nella distribuzione dei loro contenuti sulle piattaforme Internet (YouTube, Facebook, ecc.)?", avrei risposto di sì come l'89% degli italiani, esattamente come mi sarei unito all'86% che ha risposto affermativamente alla domanda: "Pensa che le piattaforme come Google o Facebook dovrebbero rimunerare i media quando riusano i loro contenuti (articoli, foto, video, ecc.)?". La parola chiave è "riusano". Se tu prendi qualcosa fatto da qualcun altro, costoro hanno tutti i diritti di volere essere pagati per il loro sforzo, esattamente come i media dovrebbero chiedere il permesso ed eventualmente pagare per i contenuti "presi dalla rete". Peccato che «l’articolo 11 della Direttiva, erroneamente chiamata (sic) “link tax”», come recita la notizia, in realtà si applicherebbe anche se si prendono solo le prime righe del testo se non addirittura solo il titolo, in barba al diritto di cronaca.

Ma per fortuna tutto questo non è poi così importante. Il famigerato articolo 11 è solo uno dei tanti punti della direttiva. Certo, creerebbe un pericoloso precedente sull'inserimento di nuovi diritti di copyright su porzioni del testo, ma non è detto che la cosa colpisca il cittadino comune. Ciò che è davvero importante è che la possibilità di votare sui singoli emendamenti apre la strada a introdurre migliorie senza snaturare l'impianto della direttiva, eliminando lacciuoli nati non si sa bene quando e come, che a volte non portano vantaggi a nessuno, in una situazione lose-lose (in cui tutti perdono).

Un punto per esempio ignoto ai più è quello relativo alla libertà di panorama. Nei paesi del nord Europa è assodato che i palazzi e i monumenti che si trovano in luoghi pubblici possano essere fotografati e chi ha fatto la foto abbia pieni diritti anche commerciali di usarla. In Italia no: il fatto stesso di avere creato il monumento dà automaticamente un diritto anche sulle fotografie scattate da altri. Arriviamo addirittura all'assurdo che Facebook può tranquillamente inserire quelle foto, perché il materiale in essa presente non può essere riusato commercialmente, mentre Wikipedia non può farlo perché la sua licenza prevede la possibilità di uso commerciale. Infatti l'articolo 70, comma 1-bis della legge d'autore recita:

È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro.

Le cose possono cambiare: per dire, in Belgio vigeva una legislazione ancora più restrittiva della nostra ma da un paio d'anni è finalmente possibile fotografare l'Atomium o altre opere permanentemente esposte al pubblico (non quelle all'interno dei musei, insomma). La formulazione originaria della direttiva taceva sul tema: un compromesso piuttosto buffo in un testo che dovrebbe uniformare le legislazioni nazionali.

Un altro punto importante è quello sulle opere orfane, quelle cioè che non sono accessibili al pubblico attraverso i canali commerciali tradizionali. Prendiamo un libro fuori catalogo, di un editore scomparso. Attualmente l'unico modo per leggerlo è sperare che esista una copia cartacea in una qualche biblioteca vicina e prenderlo in prestito. Non sarebbe bello che si potesse digitalizzare tale opera e renderla disponibile a chiunque – pochi o tanti che siano – sia interessato a leggerla? Di per sé il testo originale della direttiva prevedeva tale possibilità ma aggiungeva una serie di condizioni tali che rendeva molto difficile usufruirne. Vari emendamenti intendono modificare la situazione, riconoscendo la tutela degli autori che magari non vogliono che l'opera torni disponibili ma semplificando la gestione. Non è che si possa dire che tutte le informazioni necessarie si trovavano in fondo a un casellario chiuso a chiave che si trovava in un gabinetto inservibile sulla cui porta era stato affisso il cartello 'Attenti al leopardo'! Un altro emendamento ribadisce quella che a uno come me pareva un'ovvietà: se un'opera è di pubblico dominio, le sue riproduzioni fedeli complete o parziali, compresa la digitalizzazione, non possono essere soggette a diritto d'autore o diritti connessi. Dove ci sarebbe la creatività nel digitalizzare un'opera? Chiedetelo a Google, che ci si fa i soldi dando noccioline alle biblioteche che gli concedono il materiale.

Un'ultima postilla: tutti questi emendamenti che ho citato non sono trovate estemporanee di qualche eurodeputato che voleva il suo quarto d'ora di celebrità. Nel documento ufficiale le proposte – spesso peggiorative per gli utenti finali – della commissione JURI che erano state presentate in blocco a luglio sono quelli da 1 a 86, mentre le successive, tra cui quelle che ho raccontato, erano state votate a maggioranza spesso larga da altre commissioni Ue. Insomma, sono tutte opinioni di buon senso, al di là delle idee delle singole persone, e non voli pindarici. Non sarebbe stato bello che i media avessero anche parlato di queste cose, invece che appiattirsi sulla "erroneamente chiamata Link Tax"?

...

Su questo tema leggi anche:

I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla (dove spieghiamo perché se una riforma del copyright è importante questa riforma è invece pericolosa per i diritti dei cittadini, e menzioniamo i pareri degli esperti contrari all’attuale testo).

Tornano le proteste dei cittadini contro la direttiva copyright: in pericolo i nostri diritti (dove rispondiamo alle critiche dell’industria dell’editoria e del copyright contro la posizione dei cittadini contrari all’attuale testo della direttiva).

La Commissione europea costretta a rivelare uno studio sulla pirateria tenuto nascosto

Firma la petizione su Change.org → Stop the censorship-machinery! Save the Internet!

Altro materiale sulla campagna SaveYourInternet

Articolo di CopyBuzz (dove si spiega perché la direttiva copyright imporrà un sistema di filtraggio dei contenuti addirittura peggiore di quello americano).

Immagine in anteprima via pixabay.com

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