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Il dibattito sulla guerra in Ucraina e il nostro bisogno di preservarci

23 Marzo 2022 7 min lettura

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Il dibattito sulla guerra in Ucraina e il nostro bisogno di preservarci

7 min lettura

di Costanza Jesurum

La vitalità di una democrazia si diagnostica in base alla vivacità del suo dibattito interno. Almeno da questo punto di vista possiamo essere felici degli angosciati scontri che in questi giorni portiamo avanti a tutte le altezze. Piccole conferenze di Yalta si tengono al bar di riferimento, prove generali di negoziato si stilano nelle bacheche dei social, i giornali si industriano, e si infiammano i dibattiti dove si scontrano i diritti all’etica dei maitre a penser di nuova generazione, o saliti nuovamente alla ribalta - come, tra gli altri, Luciano Canfora o Donatella di Cesare.

Nell’impossibilità di incidere davvero sul corso della Storia con la S maiuscola, i cittadini esorcizzano il proprio timore e la propria impotenza informandosi e ridefinendo la propria posizione in merito alla guerra in Ucraina. “Noi, che siamo professori universitari o giornalisti” diceva ansioso per esempio Alessandro Orsini alle telecamere di Piazzapulita nella puntata del 10 marzo, “siamo pagati per pensare!”. Che è un bellissimo concetto, con una sua verità, ma che mi è parso venato da un certo egotico ottimismo. Non è sicuro che il presidente del Consiglio gli faccia cioè una telefonata, prima del prossimo incontro diplomatico, ancora più remota è l’ipotesi che lo faccia Zelensky, e gli dica “grazie, Ale, meno male ci sei tu” - Putin non lo consideriamo perché Putin è in questo dibattito la grande rogna che per diversi motivi, non si discute, al massimo si blandisce.

Abbiamo ottime ragioni per essere così scatenati, così rabbiosi e così empatici. L’invasione dell’Ucraina ha rinverdito le antiche ostilità tra NATO e imperialismo russo. L’Ucraina, sola davanti a un invasore spropositatamente potente, sollecita in ogni modo i paesi NATO e l’opinione pubblica occidentale con una strategia emotiva molto efficace. D’altra parte la scelta militare di Putin più che una “denazificazione” sembra essere l’inizio di un'avanzata territoriale che potrebbe continuare oltre i confini ucraini. Come facciamo a non essere tutti spaventati? Tutte queste forze spingono per un conflitto di portata mondiale, perché oltre all’Ucraina potrebbero intervenire Stati dotati di difese nucleari. Questa cosa ci toglie il fiato e la esorcizziamo come possiamo. Siamo oltretutto in un’epoca di interconnessione perenne e, come è stato per la gestione emotiva della pandemia, gestiamo emotivamente la minaccia nucleare con una collettivizzazione degli interrogativi politici. Cosa sarebbe meglio fare?

La rappresentazione mediatica del conflitto si sta per altro sviluppando secondo un modello che abbiamo già osservato in altre occasioni e che sembra procedere per tappe obbligate. Arriva l’evento che lascia sbigottiti e che in prima battuta si manifesta con colorazioni molto distinte, con giudizi di valore molto netti e confini definiti. Sappiamo tutto del Pericolo, sappiamo tutto del Rimedio. Poi l’evento diviene una cascata di informazioni e di pareri che riformulano il quadro, e che in linea parziale creano dei chiaroscuri. All’inizio c’era la tranquilla Ucraina invasa a sorpresa dal terribile Putin, poi sono tornate in superficie le problematiche irrisolte del Donbass e della Crimea. Successivamente qualcuno ha avanzato delle ipotesi per capire gli eccessi di Putin – in relazione alla politica internazionale, per esempio riflettendo sull’allargamento della NATO nell’Europa orientale. A seguire sono emersi nelle rappresentazioni pubbliche i russi vittime del dittatore Putin, e gli Ucraini che non subiscono la guerra in una disperata difesa come ultima ratio, ma che manifestano un certo appassionato cinismo e sfrontatezza in una leadership che rivendica il coraggio di ammazzare. È quello che ha sconcertato un po’ tutti nelle interviste che su LA7 hanno rilasciato a Otto e mezzo la vicepremier Irina Vereshchuk, e a Piazzapulita la ex premier Yulia Tymoshenko: entrambe hanno ribadito la necessità di una no fly zone, incuranti del fatto che ciò potrebbe spalancare le porte a una terza guerra mondiale, anche di fronte alle perplessità dei loro interlocutori.

C’è da dire che, per quanto si sfumino i confini e si moltiplichino le opinioni, Putin rimane decisamente incriminato, decisamente condannato, decisamente inappoggiabile. E anzi, ulteriori scelte fatte in politica interna, come l’oscuramento di piattaforme come Facebook e Twitter, la carcerazione di migliaia di dissidenti, il giro di vite sulla libertà di espressione e di stampa, hanno inasprito la sensazione di trovarsi davanti a un nuovo dittatore, così come rimane indifendibile anche il suo modo di gestire il conflitto, per esempio il fatto che si siano stabilite delle tregue che sono state regolarmente violate, e che ci si sia accordati per dei corridoi umanitari che non sono stati rispettati. Sul fatto che Putin sia un leader pericoloso violento antidemocratico c’è insomma grande accordo nell’opinione pubblica, ma proprio questa terribile intrattabilità, lo rende una specie di convitato di pietra, a cui dal basso non si fanno richieste. Dunque l’opinione pubblica si struttura su come risolvere la situazione – dividendosi tra chi vede come unica strategia l’osteggiarlo, e chi invece vede come unica strategia l’accontentarlo. L’Ucraina diventa una specie di pedina in mezzo a questo calcolo, e le riflessioni sulla pace in quel territorio un complemento di argomento dei nostri scopi.

In questo complesso di reazioni e di valutazioni, si infiltrano però istanze che sulla carta dovrebbero essere irrilevanti ma che invece strutturano le opinioni, in base alle storie politiche e culturali pregresse di chi le formula e che guidano la costruzione degli orientamenti e dei pareri più di qualsiasi logica e pragmatismo. È stato curioso osservare come all’indomani dell’attacco russo all’Ucraina, si venisse a coagulare un primo nucleo di persone, più scettiche rispetto alla convinzione collettiva del fatto che ci si trovasse di fronte a un atto di sopraffazione, e che questo manipolo di scettici erano sostanzialmente i vecchi no vax e ostili al green pass, che soprattutto sui social hanno espresso molti dubbi sul modo in cui i media raccontavano il conflitto. Il punto centrale di questo fenomeno sta in un nucleo identitario che si appunta sulla diffidenza programmatica delle fonti autorevolmente riconosciute, una diffidenza programmatica dei media maggiormente ascoltati e condivisi, per cui buona parte dei novax, ha stabilito che se non si doveva prendere per buono ciò che la comunità diceva a proposito dei vaccini o dei provvedimenti giuridici rispetto a chi non si vaccinasse in tempi di pandemia, la stessa logica andava applicata alle notizie e ai pareri provenienti dai media rispetto all’attuale conflitto. La diffidenza rispetto al discorso collettivo come tratto identitario, è l’aspetto strutturante l’articolazione del discorso più che la disamina oggettiva dei dati di realtà.

Ugualmente sono fioriti un gran numero di pacifisti a sinistra, come forse mai se ne era visti fino ad ora, per il fatto che il disegno politico avrebbe visto l’Ucraina implicitamente sostenuta dalla NATO da un lato, e la Russia implicitamente sostenuta dalla Cina dall’altra. A tutte le altezze in tanti scoprono la sacralità della vita umana, che non bisogna proprio sostenere la guerra, la guerra è una cosa bruttissima, forse perché l’idea di fare la guerra contro l’ex regina delle repubbliche sovietiche nella sua lotta con l’antipaticissima NATO ergo Stati Uniti, crea una sorta di dissonanza ideologica - per cui si assiste a complicati giri retorici da parte di chi da un lato deve ricordare quanto gli è odioso Putin, mentre dall’altro deve spiegare come mai sarebbe tanto strategico non opporsi all’odiosissimo Putin.

In virtù di questa dissonanza ideologica, anche prendendo atto che in effetti tocca non aggredire un leader indifendibile, si è stati portati a ricordare l’espansione NATO, e naturalmente le colpe NATO e americane per un verso – e per un altro a chiedere che in nome della pace, i poveri Ucraini si consegnino alla Russia senza colpo ferire, andando incontro a un destino non proprio tranquillizzante. Anche in questo passaggio, persino portato avanti in genuina buona fede, il calcolo delle conseguenze anche egoisticamente organizzato, si mischia all’altrettanto egoistica organizzazione ideologica e identitaria, l’opinione si riconfigura in termini di posizionamento, e non di pragmatico “che fare?”.

Analogo fenomeno si verifica a destra con l’emergere di una ponderata equidistanza, che ha il merito ideologico e identitario di garantire la continuità con l’antico e speculare antiamericanismo, funzionale a confusi nazionalismi nostrani, e a desideri di patrio orgoglio e indipendenza dalla NATO. Anche qui l’idea che si suggerisce è una resa dell’Ucraina. In linea di massima, la vecchia generazione che aveva osteggiato l’ex Unione sovietica non è quella che gestisce il dibattito politico a destra, e ora al centro c’è un modo più recente di intendere la questione, in alcuni casi – con una sottile fascinazione per una leadership dal sapore fallico, che mantiene una purezza di costumi, che non cede a presunti bizantinismi occidentali che combattono! Che bellezza.

Tutti dunque, anche il grande partito delle persone che tra sinistra e destra invece vedono nel sostegno militare all’Ucraina un atto politico che ha una triste necessità, mischiano visione politica a costruzione identitaria, prognosi future a eredità storiche, anche se ognuno per parte sua rincorre il nobilitante fantasma della complessità, e della discriminazione etica delle azioni possibili. Gli interventisti, anche se chiaramente preferiscono un intervento indiretto, fatto di armi e non di militari mandati al fronte, forse hanno meno problemi a sopportare l’egemonia politica statunitense, e la natura difensiva del patto NATO, e l’idea di armare l’Ucraina mette insieme una coloritura di protezione politica degli oppressi, anche qui espressa in buona fede, e la necessità di arginare una forza montante, e altrimenti incontrollabile.

Di fatto comunque, per quanto tutti si litighi e ci si insulti vicendevolmente accusandosi l’un l’altro di semplificazione, o della agevole prospettiva di chi vive in tempi di pace, tutti sono molto spaventati e in fondo, la costruzione dell’identità rimane l’ultima àncora a cui aggrapparsi. A ben vedere infatti, sia il partito di chi appoggia un intervento bellico, tramite esercito o solo tramite forniture di armamenti, sia il partito di chi invece sottolinea l’importanza della pace, e della resa ucraina, propongono strategie che hanno come scopo sotteso quello di cercare di preservarci. Il pacifismo tenta legittimamente di scongiurare l’escalation nucleare ipotizzando che con questa guerra le mire espansionistiche di Putin si fermino. L’interventismo spera di preservarci dissuadendo con la forza ulteriori ipotesi di allargamento territoriale da parte della Russia. Non sappiamo dove ci stanno portando, ci aggrappiamo disperatamente a quello che siamo.

Immagine in anteprima: frame video Piazzapulita

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