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Perché è difficile comunicare la crisi climatica

12 Marzo 2022 18 min lettura

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Perché è difficile comunicare la crisi climatica

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Cammino in una città della pianura padana. È il primo pomeriggio, l’aria è tiepida. La centralina più vicina segna 16 gradi. Sembra aprile. Ma il calendario dice che siamo all’inizio di febbraio. Ho caldo. Mi sono tolto il giubbotto (già leggero). Con una giornata così, avrei potuto persino lasciarlo a casa. Sentirò più fresco solo al tramonto. Sì, fa un po’ troppo caldo per essere febbraio.

La mia non è una sensazione ingannevole. I dati mostrano che qualcosa sta accadendo. Negli ultimi anni gli inverni sono più miti e più brevi. Gli estremi freddi sempre meno freddi. Il gelo sempre più raro. Secondo i dati di Copernicus, il programma europeo di osservazione della Terra, la stagione invernale 2019-2020 in Europa è stata la più calda mai registrata, specialmente nel nord e nell’est del continente. La temperatura media è stata di 3.4 gradi superiore a quella rilevata tra il 1981 e il 2010.

L’ISPRA, nel rapporto sugli indicatori del clima in Italia nel 2020, riporta che «le notti e i giorni freddi mostrano una chiara tendenza a diminuire». Il numero di giorni con gelo, ovvero le giornate in cui la temperatura minima è uguale o minore di zero gradi, è stato inferiore a quello del periodo tra il 1961 e il 1990, il sesto tra i più bassi della serie, con «una anomalia di meno 15 giorni». Nel resto dell’anno, invece, stanno aumentando il numero dei giorni estivi, quelli in cui si registra una temperatura massima superiore ai 25 gradi, e quello delle notti tropicali, in cui la temperatura minima non scende al di sotto di 20 gradi. Le ondate di calore estive crescono in frequenza, durata e intensità.

Le temperature troppo alte in inverno favoriscono fioriture precoci, che possono causare gravi danni al settore agricolo. Nel 2021, nella seconda metà di febbraio, un’ondata di calore invernale ha investito l’Europa, con valori da primavera inoltrata. A marzo ci sono state gelate che hanno colpito diverse colture.

Il 2022 è iniziato con temperature miti in gran parte del continente europeo. Anche in Italia il 2021 si è chiuso con clima più autunnale, che invernale, o addirittura primaverile al centro-sud. Ai primi di gennaio era una notizia che arrivasse un po' di inverno in Italia. L'ARPA Lombardia scrive che l’inizio di febbraio è stato «eccezionalmente mite e secco». Non ha piovuto per settimane. Il fiume Po, vicino a dove abito, è entrato in secca. A metà febbraio le temperature si sono un po' abbassate. Piogge e qualche nevicata, anche in pianura, hanno mitigato, non abbastanza, una siccità che durava da dicembre e che è proseguita fino all'inizio di marzo.

L’inverno non sta cambiando solo in Italia e in Europa. Negli Stati Uniti le ondate di gelo stanno diventando più brevi. Si osserva un'evidente tendenza, in questa direzione, nel periodo che va dal 1970 agli anni più recenti. Tutte le stagioni mostrano uno spostamento verso temperature più elevate. Le olimpiadi invernali in Cina sono state le prime ad aver impiegato per il 100% neve artificiale. Le temperature di febbraio, nelle città che hanno ospitato questa manifestazione dal 1950 a oggi, sono aumentate nel complesso di circa 2.5 gradi. A Milano e Cortina d’Ampezzo, che ospiteranno l’edizione del 2026, si registrano temperature più alte di circa 3 gradi. Il centro di ricerca Eurac Research, in Alto Adige, osserva che «sotto i 2000 metri, la stagione della neve si è ridotta in media di 22-34 giorni negli ultimi cinquant’anni». Al di là degli sport invernali, la scarsità di neve ha conseguenze sulle riserve idriche e aumenta la possibilità di siccità nelle stagioni primaverile ed estiva.

Immagine: Climate Central

Quando si parla di cambiamenti climatici bisogna prestare attenzione a non isolare singoli casi ed eventi (e guardarsi da chi lo fa di proposito per negare l'esistenza del problema). Alcuni giorni più caldi della media non dimostrano, di per sé, il riscaldamento globale. Qualche giorno insolitamente freddo non lo smentisce. C'è una normale variabilità, di anno in anno. Ciò che dobbiamo osservare sono le tendenze nel medio e lungo periodo.

Quello che sta accadendo è inequivocabile. 2016, 2020, 2019, 2017, 2015, 2021, 2018, 2014, 2010, 2013. I dieci anni più caldi mai registrati, dalla metà del XIX secolo ad oggi, sono concentrati nell'ultimo decennio.

Mi aggiro in una città della pianura padana in un primaverile febbraio, di un anno che - è una facile previsione - si aggiungerà molto probabilmente alla serie. Il caldo che avverto è un segnale di tutto questo. La temperatura media del pianeta, misurata su tutto il globo, è già aumentata di più di 1 grado dall'era pre-industriale. Se ora sta già succedendo tutto questo, cosa accadrà a 2 gradi? Questo valore è l'obiettivo minimo dell'Accordo su clima di Parigi del 2015, che fissa però anche un obiettivo più ambizioso: 1.5 gradi.

1.5 «non è un numero arbitrario, non è un numero politico, è un limite planetario, è scienza reale, ogni frazione di grado in più è pericolosa», dice Johan Rockström, direttore dell'Istituto per la ricerca sull'impatto climatico di Potsdam. Oltre questa temperatura, soprattutto oltre i 2 gradi, entriamo in un territorio inesplorato. Considerati gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra dichiarati dagli Stati, siamo diretti ora verso i 2.4- 2.8 gradi. Come spiega Carbon Brief, se gli impegni più a lungo termine verranno rispettati l'aumento della temperatura potrebbe forse fermarsi a 1.8 gradi. Ma sono promesse che si devono tradurre subito in azioni politiche. Al momento, è un esito molto ottimistico.

Gli sforzi di questi anni hanno prodotto qualche risultato. Le prospettive più terrificanti di un riscaldamento del pianeta fino a 4 gradi, e oltre, potrebbero essere state scongiurate. Ma superare 1.5 e poi 2 gradi comporterebbe comunque impatti ancora più gravi di quelli attuali.

La testa è affollata da questi pensieri. Come affronteremo tutto questo? A che punto arriveremo? Provo a immaginare quello che accadrà la prossima estate. Un’altra stagione di ondate di calore, di temperature massime ben al di sopra dei 30 gradi. Notti tropicali a 20 gradi. Eventi meteoclimatici estremi, come quelli che osserviamo negli ultimi anni, con piogge e venti distruttivi. La fisica dell'atmosfera ci dice che il riscaldamento globale può intensificarli.

Sono forse afflitto da eco-ansia, la condizione che l'Associazione Psicologica Americana definisce come uno stato di paura cronica per una qualche apocalisse ambientale? Non temo per me stesso. Non è come la paura di affogare, volare o morire. In questi ultimi due anni si è parlato spesso di pandemic fatigue, in riferimento all'ansia e alla stanchezza per la pandemia. Io soffro forse di climate fatigue. Un continuo stato di frustrazione e tristezza per la condizione in cui tutti ci troviamo, al cospetto della crisi climatica. Frustrazione, tristezza. Impotenza. Forse anche rabbia. Un fastidio di fondo, per ciò che mi trasmette l'atmosfera collettiva. Cammino per strada, incrocio altre persone. Provo una sensazione di isolamento. Mi sento come nel quadro di Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan. Uno sciame di corpi, i volti pallidi e spiritati, incombe sull'osservatore. Di lato, più avanti, l'ombra di una figura umana si muove nella direzione opposta. Ecco. A me sembra di camminare nella direzione opposta.

Mi occupo di comunicazione della scienza. Cercare di capire quello che passa per la testa della gente, quando si parla di problemi come il cambiamento climatico, dovrebbe essere parte della mia attività. Uno dei miei compiti sarebbe quello di trasformare studi e dati in un qualcosa che sia non solo comprensibile, informativo e interessante, ma anche significativo per le altre persone.

Ma il cambiamento climatico non è un tema scientifico come gli altri. Non è come raccontare le scoperte in campi come l'astronomia, la fisica delle particelle o la paleontologia. Non è come parlare di buchi neri, bosoni o dinosauri. Il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica, è un problema che ha immense implicazioni sociali. Chi si occupa di comunicazione del cambiamento climatico ne è cosciente. In una certa misura, se ne interessa proprio per questo. Perché avverte che tra le azioni necessarie per affrontare questa crisi c'è anche la comunicazione.

Conosciamo da tempo la causa primaria della crisi climatica: le emissioni di gas serra, in particolare CO2, prodotte dall'uso dei combustibili fossili (petrolio, carbone, gas). Le azioni più urgenti sono collettive. La prima è abbandonare il più rapidamente possibile le fonti fossili e passare a un sistema energetico basato su fonti non-fossili. È la transizione di cui si discute in questo periodo. Non è iniziata oggi, ma dobbiamo accelerarla ora.

La lotta contro la crisi climatica richiede interventi di tale importanza e portata che non è pensabile si possano affrontare senza una diffusa consapevolezza del problema e delle sue conseguenze. È necessario costruire quello che l'organizzazione Climate Outreach chiama mandato sociale. Un vasto sostegno della popolazione alle politiche per il clima. Dobbiamo coinvolgere, mobilitare, motivare l'opinione pubblica. La crisi climatica non può essere una questione che interessa solo scienziati, attivisti, decisori politici, addetti ai lavori dell'informazione. Deve essere una priorità per l'intera società.

Per conseguire questo obiettivo abbiamo bisogno anche della comunicazione. Ci stiamo riuscendo? Non ne sono sicuro. Quando  ci rifletto, mi ritrovo ancora nel quadro di Munch. Ho la sensazione di camminare nella direzione opposta. Cosa pensano le persone del cambiamento climatico? Alcuni dati dovrebbero sembrarmi incoraggianti.

L'Eurobarometro ha intervistato quasi 27mila cittadini europei tra marzo e aprile 2021. Alla domanda «quali dei seguenti pensate sia il singolo più serio problema per il mondo?» il 18% del campione ha risposto «il cambiamento climatico». L'elenco delle opzioni comprendeva altri temi, come la povertà, la fame, la scarsità di acqua potabile, la diffusione di malattie infettive, la situazione economica, il terrorismo internazionale. Ma alla domanda «quanto ritenete sia serio il problema del cambiamento climatico?» il 93% del campione europeo ha risposto «serio». Il 90% è d'accordo con l'obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra per raggiungere lo zero entro il 2050. In un sondaggio realizzato in Italia nell'autunno del 2021 dall'Istituto Affari Internazionali, il cambiamento climatico è giudicato una minaccia per la sicurezza nazionale dall'89% degli intervistati. Più delle pandemie, degli attacchi cibernetici, dell'ascesa della Cina come potenza globale o delle tensioni tra Occidente e Russia.

Da questi risultati sembrerebbe che l'opinione pubblica sia consapevole della rilevanza del problema. Io però non sono sicuro che questi sondaggi ci dicano tutta la storia. Non sono certo che riescano a catturare la percezione collettiva del problema. Già nel 2008 l'Eurobarometro registrava un elevato livello di preoccupazione e di sostegno alle azioni per il clima. Inoltre, non si tratta di stabilire se lo stato del clima sia più importante della crisi economica o della guerra.

Da comunicatore della scienza devo andare più a fondo. Come vivono le persone il cambiamento climatico nella propria vita? Che modelli mentali adottano a riguardo? Come si raffigurano il problema, qual è la loro intuizione di ciò che accade nel mondo circostante? Si rendono conto di quanto è stato rapido il riscaldamento globale? Hanno una chiara comprensione dei suoi effetti?

Rispondere a queste domande è più complesso e, per farlo, non è sufficiente realizzare sondaggi. Dobbiamo approfondire questi dati e studiare quali sono i fattori che condizionano le opinioni, che influenzano la percezione della realtà del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Esiste un'ampia letteratura di studi sulla psicologia del cambiamento climatico. È un settore di ricerca poco conosciuto, ma importante per chi si occupa di comunicazione della scienza. Conoscere quali sono gli elementi che determinano gli atteggiamenti individuali nei confronti del cambiamento climatico ci permette di costruire dei modelli che descrivono come le persone percepiscono il tema. I ricercatori che si occupano di questo campo applicano metodi sperimentali, esaminano gruppi di persone, studiano campioni di popolazione. Cercano correlazioni, effettuano analisi statistiche, indagano i rapporti di causa ed effetto tra i fattori cognitivi, demografici, socio-culturali e le opinioni e le credenze che si ritrovano nella collettività. Le conoscenze che si accumulano grazie a questi studi servono anche a capire come possiamo migliorare la comunicazione.

Chi comunica il cambiamento climatico trova davanti a sé diversi ostacoli, che non riguardano solo la caratteristica complessità di un argomento scientifico. Ci sono barriere da superare, innalzate dalla natura intrinseca del problema. Distanze psicologiche, temporali e fisiche da colmare. Il riscaldamento globale può apparire un problema che comporterà conseguenze serie sì, ma tra qualche decennio, non oggi. La retorica di certi discorsi, in effetti, va in questa direzione. Si dice sempre che «abbiamo il dovere di pensare alle future generazioni», eppure il cambiamento climatico è già qui. Non riguarda un imprecisato e lontano futuro, ma il nostro presente.

L'aumento della temperatura del pianeta è avvenuto in un tempo rapidissimo, anche sulla scala del tempo umano. Ma non abbastanza da apparire dirompente agli occhi di molti. Gli esseri umani hanno cambiato il clima della terra in appena due secoli. Dopo la Rivoluzione Industriale, Homo sapiens è diventato una forza geofisica capace di plasmare il volto stesso della Terra e di mutare il corso della sua storia ambientale, soprattutto dalla metà del XX secolo. Con tutte le sue attività, non solo quelle legate alle emissioni di gas serra. Gran parte dell'aumento della temperatura si è verificato dopo la seconda guerra mondiale, in appena pochi decenni. Gli scienziati hanno iniziato a lanciare allarmi sull'aumento della temperatura globale più di 50 anni fa, negli anni '80 il problema ha iniziato a imporsi come questione politica. Non cogliamo però la velocità di questi processi.

C'è poi una distanza fisica. Il riscaldamento globale causa un'ampia quantità di effetti, non soltanto meteorologici e climatici, in tutti i continenti. La scienza da tempo li studia. Molti di questi, come la fusione dei ghiacci dell'Artico e dei ghiacciai di montagna o la distruzione delle barriere coralline, avvengono in aree remote, disabitate o poco abitate. Difficilmente possiamo farne esperienza. Altri producono conseguenze più dirette per gli esseri umani. Come l'innalzamento del livello degli oceani, una realtà che sta già investendo le comunità di paesi come le Fiji. Ogni paese, in tutti i continenti, sta subendo diversi tipi di impatti. Ondate di calore, siccità, eventi meteorologici estremi. Anche i media parlano di questi fenomeni con una certa frequenza. Ma che reale percezione abbiamo di tutto questo nelle nostre comunità, nella nostra vita?

Sono state realizzate molte ricerche per comprendere se e come le persone stiano avvertendo gli effetti del cambiamento climatico. Gli autori di uno studio, esaminando i dati relativi a campioni di popolazione in 89 paesi, sono riusciti a trovare una corrispondenza tra l'aumento delle temperature locali, registrato dai dati strumentali, e ciò che le persone riferiscono riguardo alla propria percezione individuale. L'aumento della temperatura è l'effetto più intuitivo, ma il riscaldamento globale genera molti altri fenomeni ambientali ed ecosistemici.

È difficile stabilire come sensazioni e percezioni individuali si traducano in opinioni e atteggiamenti. Il paradosso, psicologico, sociale, comunicativo, del cambiamento climatico è questo. Da un lato, «il clima è tutto», come titolava la rivista Time. L'inizio di una fase di stabilità climatica, 12mila anni fa circa, è stato uno dei fattori che hanno permesso lo sviluppo delle civiltà. Il clima ha condizionato la storia umana. La variabilità del tempo meteorologico e delle stagioni scandisce il trascorrere della nostra vita. Dall'altro lato, il clima e i suoi mutamenti sembrano qualcosa di invisibile, di astratto. Che aspetto ha il cambiamento climatico? Riusciamo a dargli un volto?

Pensiamo al caso della pandemia. Quando la diffusione del virus ha iniziato a fare notizia, tutti abbiamo intuito di cosa si trattasse. Sì, anche la pandemia ha avuto i suoi negazionisti (spesso sono stati gli stessi che hanno negato il cambiamento climatico). La cattiva informazione e la disinformazione hanno spesso confuso le idee. Ma la natura del problema è stata fin da subito comprensibile per tutti. Capivamo quale pericolo potesse rappresentare. Il coronavirus era una realtà fisica, perfino visibile. I media mostravano immagini e ricostruzioni del virus. Il nemico aveva un volto, così come gli effetti del suo passaggio. Cosa sia una malattia infettiva lo capiamo. La maggior parte delle persone non ne ha una conoscenza scientifica, ma abbiamo una coscienza storica, che ci riporta alla mente epidemie, pandemie, pestilenze. Nello spazio di poche settimane ci siamo visti precipitare in un'emergenza mondiale che ha imposto una risposta immediata nello spazio di poche settimane. In gioco c'erano la tenuta del nostro sistema sanitario, la nostra salute, tutta la nostra società.

Con il cambiamento climatico le cose sembrano più complicate. Sta già cambiando la nostra vita e lo farà sempre di più. Per la scienza le sue manifestazioni sono evidenti. Per il resto della società sono più difficili da cogliere. Gli individui sono in grado di percepire alcuni mutamenti dell'ambiente in cui vivono, specialmente chi lavora in certi settori come l'agricoltura. Ma non ci si può attendere che, da soli, sappiano intravedere le correlazioni con le cause e le dinamiche globali. Queste devono essere mostrate. Per questo motivo, ad esempio, gli spazi che la televisione dedica alle previsioni meteorologiche potrebbero essere un'occasione per spiegare queste correlazioni. Ad esempio, durante un'ondata di calore. Questo, ad oggi, almeno in Italia, non si fa quasi mai. Sono occasioni mancate per aumentare la consapevolezza del pubblico.

C'è poi un'altra questione da affrontare. Quanto sanno le persone del cambiamento climatico? Questo è un altro aspetto complesso della comunicazione della scienza. Nel 2017, parlando del caso dei vaccini, avevo spiegato su Valigia Blu, perché la scienza non si comunica a suon di schiaffi. Avevo scritto di come, con il tempo, sia stata superata l'idea per cui l'incomunicabilità tra scienza e società sia da imputare solo all'ignoranza della seconda. Le persone non sono contenitori da riempire di dati e nozioni. Peraltro, parlando di persone, come ho fatto finora, non intendo certo riferirmi solo a quelle che con facilità etichettiamo come “ignoranti” e “analfabete”.

Noi esseri umani non ci limitiamo a registrare informazioni con i nostri sensi dalla realtà che ci circonda. Le interpretiamo, filtrandole anche attraverso le esperienze personali, le visioni del mondo, i valori personali, le ideologie. Questi fattori concorrono a formare le nostre opinioni. Da quando è emerso come tema pubblico, il riscaldamento globale è diventato una questione politica. E le azioni di contrasto alle emissioni hanno trovato l'opposizione di alcuni settori politici, oltre che dell'industria dei combustibili fossili. Tuttora, il negazionismo climatico attecchisce più facilmente in alcune ideologie e culture politiche. Non dobbiamo stupirci. Il cambiamento climatico è il risultato di un complesso di oggetti e meccanismi naturali. Ad esempio, la CO2 è un gas serra. È una sua proprietà, che a produrla siano le attività umane o sorgenti non-umane. Questa realtà è perciò indifferente alle nostre visioni ideologiche. Ma quando tutto questo genera conseguenze per la società umana, che richiedono una risposta umana, a quel punto la questione smette di essere solo di dominio della scienza, cioè dell'attività che indaga la natura. Per questa ragione, spesso, non basta presentare l'ultimo rapporto sul clima per convincere tutti che dobbiamo agire.

Se tutto questo è vero, non possiamo però sottovalutare il fatto che le conoscenze sono indispensabili per sviluppare un giudizio informato. La conoscenza è un fattore che condiziona la percezione pubblica. Qual è il livello di informazione nella popolazione, sui fatti che riguardano il cambiamento climatico? Su questo non disponiamo di molti dati. Se fermassi delle persone per strada (non un'indagine scientifica) e chiedessi loro quanto è aumentata la temperatura della Terra o quali sono gli obiettivi dell'accordo di Parigi, e senza la possibilità di scegliere tra diverse opzioni, non so che risposte raccoglierei. Temo che anche sulla causa del riscaldamento globale non sarebbero sempre chiare.

Senza informazione non è possibile una consapevolezza pubblica. Dobbiamo continuare a diffonderla. Senza usare approcci dall'alto verso il basso, ma rendendo tutti partecipi della scienza e della conoscenza. La ricerca dimostra, inoltre, che la comprensione dell'esistenza di un consenso scientifico sul cambiamento climatico è un fattore che influenza, in positivo, le credenze e le risposte individuali.

Quando parliamo dello stato dell'informazione presso l'opinione pubblica, dobbiamo interrogarci anche sul ruolo che hanno svolto, e svolgono tuttora, i media, che l'opinione pubblica contribuiscono a formarla. Come hanno raccontato giornali e televisioni il cambiamento climatico? La mia risposta, un po' sbrigativa, è: non sempre bene. A voler essere cupi, potrei definirlo il più grande fallimento della storia della comunicazione di massa. Con meno severità, devo quanto meno registrare che il ritardo c'è stato. Non si può non ricordare che alcuni giornali, anche in Italia, hanno dato spazio perfino a posizioni negazioniste. È successo - e succede ancora - su alcuni giornali, perfino sulle pagine di un quotidiano come il Corriere della Sera. Stiamo parlando di opinioni che dovremmo considerare, da un punto di vista culturale, allo stesso livello dell'antivaccinismo. Se ciò non accade, è anche perché il cambiamento climatico non è stato sempre percepito come un tema di scienza. A differenza di quanto avviene nel caso dei vaccini, si è faticato a far comprendere che sulla realtà, le cause, gli effetti del cambiamento climatico c'è un consenso scientifico. Per qualcuno, le preoccupazioni per il futuro del clima e dell'ambiente sono ancora una fissa di attivisti e ambientalisti.

Tuttora, certe grandi firme del giornalismo italiano dimostrano di non avere capito molto della crisi climatica e della transizione ecologica. Sono posizioni condizionate anche da orientamenti ideologici, oltre che da una pigrizia culturale che si riscontra tra commentatori, editorialisti, volti noti del giornalismo. Ma non è un problema che riguarda solo singoli opinionisti. I giornali, nel complesso, dovrebbero ripensare a come affrontano le notizie sul cambiamento climatico, anche dal punto di vista della loro organizzazione interna. Come spiega Wolfgang Blau, il cambiamento climatico è ormai una questione sistemica anche per il giornalismo. È un tema che può comparire nelle storie e nelle notizie di tutte le redazioni di un quotidiano. Perché il clima è tutto.

Anche il dibattito sulla transizione energetica rischia di essere un'occasione mancata. La crisi del gas, l'aumento del costo della bolletta energetica e la guerra in Ucraina possono essere un'opportunità per far comprendere l'urgenza della transizione a un sistema energetico non-fossile. Ma i messaggi che si veicolano, anche sui media, vanno spesso nella direzione opposta.

In molti discorsi sulla transizione non si ritrova alcun cenno alla crisi climatica. La ragione principale per cui stiamo parlando di transizione, che dovrebbe motivare la sua accelerazione, non viene pronunciata. Così, può finire per apparire una specie di assurdità. Uno stravolgimento autolesionistico della società e dell'economia. Una cosa imposta dall'Europa, dai burocrati, dalla Cina, dai poteri forti, insomma dai soggetti che possono essere dipinti come nemici, a seconda dei propri orientamenti ideologici.

È comprensibile che molti siano disorientati o indifferenti. Siamo circondati da messaggi green e la parola “ecologico” è sfruttata come un valore aggiunto per rendere più attraente ogni prodotto. Il fatto che viviamo in un mondo inquinato dalle attività umane è riconosciuto da tutti. È una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Un fatto reale, che viene però trattato quasi come un luogo comune. In questo contesto, il problema del riscaldamento globale viene a volte confuso con altre questioni ambientali e si perdono di vista le sue specifiche cause e soluzioni.

A dispetto del gran parlare di green, la verità è che noi esseri umani viviamo in una sorta di perenne isolamento dall'ambiente naturale. Anche questo non aiuta a oltrepassare quelle barriere psicologiche che ho descritto. Dalle nostre case ai luoghi di lavoro e svago, siamo quasi sempre immersi in contesti artificiali. Non ci rendiamo conto delle reti ecosistemiche in cui la nostra specie è inserita, delle nostre connessioni con il resto della biosfera e con l'ambiente, della complessità del sistema climatico, dei cicli biogeochimici globali a cui anche noi esseri umani partecipiamo.

Tra gli addetti ai lavori della comunicazione della scienza, c'è chi si interroga sul ruolo che le emozioni possono svolgere per colmare certe distanze. Vanno usate, nel modo corretto. Da parte mia, non voglio che la genti provi paura. Probabilmente, non servirebbe nemmeno a stimolare il nostro spirito di sopravvivenza o il nostro interesse ad agire il più in fretta possibile per non pagare i costi, anche economici, del riscaldamento globale. Abbiamo però forse bisogno di qualche emozione positiva.

Nel riflettere su tutto questo, sulle difficoltà di comunicare il cambiamento climatico, penso al mio caso personale. A come vivo io la crisi climatica. Se penso alla mia infanzia (sono nato nel 1980), all'adolescenza, agli anni successivi, mi sovvengono ricordi che, ai miei occhi, appaiono vividi. Mattine di inverno, ricoperte di brina di uno spessore che ho smesso di vedere da anni. Freddi, di un tipo che sento sempre più di rado. Estati calde, ma senza temperature infernali.

I ricordi possono ingannare. Ma, come individui e società, abbiamo una memoria che, forse, può stimolarci a desiderare di comprendere meglio i cambiamenti del mondo che ci circonda. Io ho un legame affettivo con i paesaggi rurali (anche questi sono risultato dell'intervento umano sull'ambiente), con le campagne della mia provincia. Le attraverso spesso, deviando dalle strade principali. Mi fermo in vari luoghi, scatto foto di architetture rurali. Una realtà minacciata dallo scriteriato consumo di suolo della megalopoli padana e dall'indifferenza. Nell'osservare tutto questo, rifletto sul nostro rapporto con l'ambiente e il territorio. Da comunicatore, vorrei riuscire a condividere anche queste esperienze personali, non solo dati e informazioni. Perché la comunicazione è una relazione.

Per affrontare la crisi climatica abbiamo bisogno di tutte le nostre risorse e conoscenze. Penso che su questo si potrà misurare anche lo stato della nostra ragione collettiva. Molto più che sul terrapiattismo e altre irrilevanti sciocchezze di cui ci divertiamo a parlare e che si sondano nell'opinione pubblica per misurare il suo grado di razionalità.

Comunicare il cambiamento climatico significa avere ancora fiducia nella nostra capacità di reagire. Chi si sforza di farlo, chi lavora per condividere la conoscenza e coinvolgere tutti nella risposta a questa crisi, non ha smesso di sperarlo.

Immagine in anteprima: Edvard Munch, Public domain, via Wikimedia Commons

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