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Clima: il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 è l’anno decisivo per intervenire

1 Gennaio 2020 21 min lettura

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Clima: il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 è l’anno decisivo per intervenire

21 min lettura

Gli incendi violenti che hanno devastato la Siberia, l’Amazzonia, l’Australia e la California, l’aumento delle temperature che hanno portato a un rapido scioglimento della calotta polare nell’Artico, il requiem per i ghiacciai che si stanno sciogliendo sulle Alpi, l’innalzamento del livello dei mari che sta portando all’erosione delle coste, l’attivismo di Greta Thunberg, la disobbedienza civile di Extinction Rebellion e gli scioperi per il clima di tantissimi studenti che hanno colorato e animato le strade delle capitali di tutto il mondo, le dichiarazioni di emergenza climatica da parte di città e governi nazionali e i Green Deal proposti negli Stati Uniti e dall’Europa. Infine, la vittoria dei cittadini olandesi che, per la prima volta, hanno portato lo Stato in tribunale e ottenuto una sentenza storica che costringe il governo a rivedere le politiche sulle emissioni di gas serra e collega gli impatti dei cambiamenti climatici alla violazione dei diritti umani, avendo più coraggio di tanti negoziati internazionali sul clima.

Possiamo dire che il 2019 è stato l’anno in cui il cambiamento climatico è uscito dai suoi circuiti specialistici e di nicchia ed è diventato tema di dibattito pubblico, fino a farsi leva di attivismo civico e impegno sociale e questione rilevante dell’agenda politica mondiale.

«Sono 30 anni che mi occupo di cambiamento climatico e per 29 di questi, come scienziati, abbiamo lavorato quasi inosservati», ha detto ad AFP Corinne Le Quere, presidente dell'Alta Commissione francese per i cambiamenti climatici e membro del comitato britannico sui cambiamenti climatici. «Il 2019 è stato qualcosa di nuovo».

«Quest'anno, il movimento per l'emergenza climatica ha raggiunto un punto di non ritorno e migliaia di persone hanno iniziato a essere coinvolte nelle politiche climatiche e si sono attivate per cambiare le cose», ha affermato a The Verge Laura Berry, direttrice della ricerca di The Climate Mobilization, organizzazione che si è occupata di diverse campagne per fare pressione sui governi affinché dichiarassero lo stato di emergenza climatica.

Nel 2019 ben 1288 amministrazioni (tra Comuni e Stati) hanno dichiarato lo stato di "emergenza climatica". In larga parte si è trattato di decisioni simboliche, in alcuni casi di punti di partenza per un'azione reale. In ogni caso, prosegue Berry, è stato il culmine di sforzi coordinati da parte di migliaia di attivisti in tutto il mondo che spingono i governi ad agire in modo deciso contro le minacce poste dall'emergenza climatica. Nel maggio 2019, il Regno Unito è diventato il primo governo nazionale a dichiarare un'emergenza climatica, seguito immediatamente dalla Scozia e dal Galles. New York è stata la città più grande al mondo ad averlo fatto insieme all'approvazione di una serie di interventi per ridurre le emissioni di gas serra dell'80% entro il 2050 . Barcellona ha avviato proprio ieri la più grande area a basse emissioni del Sud Europa: sarà vietato l'ingresso alle auto a benzina acquistate prima del 2000 e a quelle a diesel più vecchie del 2006 nell'intera area metropolitana (95km quadrati). Per le auto di questo tipo che entreranno nell'area è prevista una multa tra i 100 e i 500 euro. L'obiettivo è quello di incentivare l'utilizzo dei mezzi pubblici di trasporto.

Il 2019 è stato, in altre parole, l’anno della “consapevolezza climatica”. 

Secondo un recente sondaggio di Pew Research negli USA, circa due terzi dei cittadini intervistati (67%) è convinto che il governo sta facendo troppo poco per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici e mantenere alta la qualità dell’aria e dell’acqua e ben il 77% concorda, al di là di ogni posizione politica, che la strada da seguire è lo sviluppo di fonti energetiche alternative come l'energia eolica e solare e la tecnologia dell'idrogeno invece di aumentare la produzione di combustibili fossili. Oltre il 60% ha affermato che i cambiamenti climatici stanno condizionando la loro vita e più della metà ha dichiarato di essersi impegnato nella riduzione degli sprechi alimentari per motivi ambientali (80% degli intervistati), di usare meno materie plastiche (72%) e di guidare meno e ricorrere ad auto a noleggio o a macchine condivise (52%). 

Sono tutti dati interessanti che testimoniano come l’attenzione al riscaldamento globale e al cambiamento climatico stia entrando nelle vite quotidiane. E, riguardo agli Stati Uniti, sono un indice significativo di come il clima possa diventare uno dei temi della prossima campagna elettorale per le presidenziali, alla luce anche della decisione dell’attuale Presidente, Donald Trump, di sfilare gli USA dagli accordi di Parigi del 2015. L’elezione del nuovo presidente potrebbe segnare un indirizzo importante nelle politiche mondiali sul clima.

Seppur con approcci molto diversi, il cambiamento climatico è entrato nei programmi di diverse forze politiche, commenta sul Guardian Carlo Invernizzi-Accetti, professore associato di Scienza Politica alla City University of New York. È diventato piattaforma programmatica di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti e programma istituzionale dell’Europa con la recente proposta di un Green New Deal presentata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. È entrato nell’enciclica “Laudato Si” del 2015 di Papa Francesco, inserita in una più ampia critica del “mito moderno del progresso materiale illimitato”, e nel Sinodo dello scorso ottobre. “Perfino alcuni filoni dell'estrema destra – conclude Invernizzi-Accetti – hanno iniziato a sviluppare la propria declinazione di ambientalismo", collegando gli effetti del cambiamento climatico nelle loro retoriche contro la globalizzazione e l'immigrazione che si traduce in una forma “di ‘nazionalismo verde’ incentrato sulla protezione delle culture, dei prodotti e delle tradizioni locali”.

Se il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 sarà quello delle decisioni da prendere. 

Lo scorso anno l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU aveva pubblicato un rapporto che mostrava gli effetti del riscaldamento globale a seconda che le temperature si innalzino nei prossimi 30 anni di 1,5 o 2 gradi. Mezzo grado di differenza, spiegava il rapporto, possono esporre decine di milioni di persone in tutto il mondo a pericolose ondate di calore, alla siccità o alle inondazioni costiere, potrebbero portare, in un caso, al danneggiamento delle barriere coralline, nell'altro a una loro distruzione. Mezzo grado in più significherebbe una probabilità 10 volte maggiore dello scioglimento dei ghiacciai d'estate e la perdita dell’habitat che consente la vita di orsi polari, balene, foche e uccelli marini.

Inoltre, secondo l’Emission Gap Report pubblicato dall’ONU un mese fa, gli accordi sulla riduzione delle emissioni raggiunti a Parigi nel 2015 sono già insufficienti per mantenere l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi in modo tale da limitare gli impatti dei cambiamenti climatici. «Più rinviamo gli interventi, più sarà fuori portata l’obiettivo di tenere l’incremento delle temperature entro gli 1,5 gradi prima del 2030», ha dichiarato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente. Per limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi, bisognerebbe tagliare le emissioni di anidride carbonica del 25% fino al 2030, spiega il rapporto.

A fine 2020 ci sarà la Conferenza internazionale sul clima di Glasgow in cui dovranno essere resi definitivamente attuativi gli accordi presi a Parigi cinque anni fa.  

Su Valigia Blu abbiamo parlato di cambiamento climatico e riscaldamento globale da più punti di vista: l'impatto e le cause di fenomeni estremi come incendi, innalzamento del livello dei mari, uragani e scioglimento dei ghiacciai; le evidenze scientifiche che definiscono cosa è il cambiamento climatico ricostruendo il dibattito all’interno della comunità accademica e analizzando, smontandole, le tesi dei negazionisti climatici; l’attivismo di tanti giovani e cittadini che si sono organizzati e hanno cercato di fare pressione sui governi mondiali con scioperi per il clima, azioni di disobbedienza civile e cause in tribunale contro gli Stati; la copertura mediatica, la decostruzione della disinformazione che circola sui media e delle teorie del complotto nate intorno alla figura di Greta Thunberg, l’adolescente svedese che da un anno e mezzo manifesta per un intervento rapido e deciso che contrasti il riscaldamento globale; l'analisi delle proposte politiche in campo e cosa fare concretamente per limitare le emissioni e continuare a dare energia e ad alimentare il pianeta in modo sostenibile. 

Proponiamo qui di seguito una serie di articoli che, a nostro avviso, fotografano bene quanto accaduto in questo 2019.

  • Cambiamento climatico: vademecum contro la disinformazione

Il 2019 è stato il secondo anno più caldo di sempre del decennio più caldo mai registrato sulla Terra. I ghiacciai dell’Artico si sono sciolti più velocemente e hanno impiegato più tempo a riformarsi nuovamente in autunno. Grandi fasce oceaniche sono rimaste calde per quasi tutto l'anno provocando in alcune regioni tempeste tropicali devastanti che hanno sorpreso gli esperti per la loro intensità. Alcune zone dell'Europa sono state colpite da ondate violente di calore. Dalla Siberia all’Artico, dalla California fino in Australia grandi incendi sono scoppiati in tutto il mondo. 

Si tratta di eventi estremi sempre più frequenti che preoccupano gli scienziati perché semrano essere collegati e intensificarsi a vicenda spingendo il sistema climatico globale sempre più vicino a punti di non ritorno che potrebbero portare alla rottura dei sistemi ecologici. 

«È una situazione davvero seria. Stiamo entrando in un ciclo autosufficiente di riscaldamento globale che potrebbe portare a 3-5 gradi Celsius di riscaldamento entro la fine del secolo», ha spiegato Omar Baddour, che ha contribuito a compilare un rapporto dell'Organizzazione meteorologica mondiale che mostra che oltre 10 milioni di persone sono state sfollate dagli estremi climatici nella prima metà del 2019.

In questo articolo abbiamo raccolto qui le risposte ad alcuni degli interrogativi e dei dubbi più diffusi sul cambiamento climatico. Un vademecum che può tornare utile anche nelle discussioni sui social media.

  • Amazzonia, Siberia, Africa: un mondo in fiamme

Gli incendi che hanno devastato l’Amazzonia hanno fatto notizia e scatenato una vera e propria crisi politica internazionale. Ma rappresentano solo una delle tante aree che stanno bruciando in tutto il mondo. In Africa centrale vaste distese di savana sono finite in fumo, le fiamme hanno consumato a ritmi mai osservati di recente le regioni artiche della Siberia.

Il riscaldamento delle temperature può incrementare l’eventualità che ci siano incendi. A loro volta, gli incendi contribuiscono ai cambiamenti climatici perché rilasciano anidride carbonica e possono distruggere alberi e vegetazione che producono ossigeno mentre immagazzinano le emissioni presenti nell’aria.

A destare l’attenzione degli studiosi sono soprattutto gli incendi artici, particolarmente preoccupanti perché, oltre alla combustione di alberi e prati, va in fiamme anche la torba che quando brucia rilascia molta più anidride carbonica per ettaro rispetto agli alberi.

Da luglio, gli incendi hanno bruciato circa 2,5 milioni di ettari in Siberia, più di 1 milione di ettari di tundra e foreste innevate in Alaska. Tutto questo ha portato i ricercatori a pensare che la combinazione dei cambiamenti climatici e incendi possa alterare in modo permanente le foreste della regione. L’Artico si sta riscaldando due volte più velocemente del resto del pianeta e, man mano che le temperature salgono, “ci si aspetta che ci siano più fulmini che sono causa significativa di incendi”, innescando così un cortocircuito in cui gli incendi accelerano il cambiamento climatico con l’emissione nell’aria di quantità importanti di anidride carbonica.

  • Biodiversità sotto attacco: “Stiamo erodendo la nostra sicurezza alimentare, la salute e la qualità di vita del mondo”

Il cambiamento climatico è uno dei fattori chiave (insieme al consumo di suolo, a quello delle risorse, all'inquinamento e alla diffusione di specie invasive) che sta portando alla distruzione della biodiversità del nostro pianeta. Dalle barriere coralline che spariscono sotto gli oceani alle foreste pluviali che diventano ruscelli nelle savane, la natura viene distrutta a una velocità da decine a centinaia di volte superiore alla media degli ultimi 10 anni. E l’accelerazione dell’impoverimento dei sistemi naturali di supporto alla vita della Terra sta mettendo a repentaglio la società umana.

«Abbiamo spostato il nostro impatto sul pianeta di frontiera in frontiera. Ma stiamo finendo le frontiere da oltrepassare... Se continueremo a badare solo agli affari, come al solito, ci troveremo di fronte a un rapido declino della capacità della natura di darci quanto basta per il nostro sostentamento e di tamponare i cambiamenti climatici», spiega Eduardo Brondizio, professore di antropologia all’Indiana State University e uno dei co-presidenti della piattaforma intergovernativa per le scienze e le politiche sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (Ibpes) dell’ONU che ha curato lo studio durato 3 anni e che ha coinvolto oltre 450 scienziati e diplomatici. Sono stati raccolti oltre 15mila studi accademici e relazioni provenienti dalle comunità indigene che in prima linea convivono con i cambiamenti dei loro ecosistemi che hanno consentito non solo di fare un inventario delle specie presenti sul pianeta ma di studiare le interazioni tra biodiversità, clima e benessere dell’umanità.

  • Come la nostra produzione alimentare, non solo la carne, sta distruggendo il pianeta

Cosa fare per poter nutrire il pianeta senza alterare i nostri ecosistemi?  Agricoltura, allevamento e alimentazione sono legati a doppia mandata con il cambiamento climatico. Se da un lato, quest’ultimo ha un impatto sulla produzione e sulla qualità delle coltivazioni e del foraggio, sulla disponibilità di acqua, sulla crescita degli animali (per l’esposizione al caldo si riducono le dimensioni del corpo, il peso della carcassa e lo spessore del grasso) e sulla produzione di latte (la diminuzione cala a causa dell’aumento combinato di temperature e umidità relativa), sulle malattie (attraverso la nascita di nuovi agenti patogeni e di parassiti che colpiscono soprattutto le specie con habitat e mobilità limitata e con bassi tassi di riproduzione) e la loro riproduzione in seguito alla combinazione di più fattori come l’aumento delle temperature, della concentrazione di anidride carbonica e delle precipitazioni, dall’altro lato, gli allevamenti contribuiscono alle emissioni di gas serra in tutta la loro filiera, attraverso gli usi del suolo, la produzione dei mangimi per l’alimentazione del bestiame, la fase di digestione, l’utilizzo del letame, il mantenimento e trasporto degli animali.

La “questione della carne”, come l’ha definita sul New York Times Kendra Pierre-Louis, giornalista esperta di cambiamento climatico, dunque, non riguarda solo le emissioni di gas a effetto serra né il suo momento finale, quando il piatto è a tavola, ma l’intero ciclo di produzione degli alimenti. E non si riferisce solo alla carne (e nel caso specifico, esclusivamente alle carni rosse e ai bovini), ma all’equilibrio tra agricoltura, allevamento e i diversi utilizzi dei suoli (cioè per i pascoli, le coltivazioni e quelli lasciati a boschi e foreste).

I ricercatori che hanno studiato negli ultimi decenni il rapporto tra cambiamento climatico e produzione alimentare suggeriscono tre strade: diversificare allevamenti, coltivazioni e usi dei terreni in modo tale da non depauperare la qualità dell'aria, dei suoli e dell'acqua e bilanciare le quantità di gas catturati dalla terra e quelle emesse nell'atmosfera; finanziare ricerche tecnologiche che consentano di ridurre le emissioni prodotte durante le diverse fasi di produzione dei nostri alimenti; coinvolgere produttori e consumatori nella transizione a un'alimentazione a basso impatto sul clima.

  • La crisi idrica non sta arrivando. È già qui

Oltre alla filiera alimentare, i cambiamenti climatici potranno rendere ancora più problematico reperire una risorsa fondamentale come l’acqua. L’accesso all'acqua sarà una delle principali lotte dei prossimi decenni (e a tutti gli effetti già del ​​decennio che stiamo attualmente vivendo). La crisi idrica non sta arrivando, è già qui e le conseguenze possono essere terribili, scrive Peter Green su Quartz. L'acqua sarà per il XXI secolo quello che è stato il petrolio per il XX: la ricchezza di alcune nazioni e aziende, e la causa del declino economico e dell'instabilità politica di altre. In questo articolo mostriamo cosa fare per evitare una crisi ambientale e geopolitica, a partire da alcuni progetti avviati in Cina, Stati Uniti, Messico e Arabia Saudita e alcune sperimentazioni di sistemi ad acqua a circuito chiuso.

  • La bufala del premio Nobel Carlo Rubbia che nega il cambiamento climatico

Nonostante il 97% degli scienziati che si occupa di riscaldamento globale sia d’accordo sull’esistenza del cambiamento climatico e sulle sue cause, i media hanno dato spazio a tesi che tentano di negare il fenomeno o di sminuirne gli impatti.  Ad esempio, ciclicamente riprende a girare il video di un intervento del fisico, premio Nobel, Carlo Rubbia (non un climatologo) durante una riunione delle commissioni riunite "Ambiente e Territorio" di Camera e Senato del 2014. Il video ha un titolo acchiappa-click – "Carlo Rubbia, Nobel per la fisica, smonta la bufala dei cambiamenti climatici" – che non sintetizza correttamente né rispecchia quello che viene detto.

Ma, come spieghiamo in questo articolo, Rubbia in quel video non smonta nessuna "bufala", non afferma che i cambiamenti climatici non stanno avvenendo, non dimostra che non si devono tagliare le emissioni di CO2 né che queste non sono la causa principale dell'attuale cambiamento climatico.

  • Quelli che fanno le battaglie pro scienza e poi negano il cambiamento climatico

Il negazionismo climatico spesso si presenta in forme più difficili da riconoscere. Al punto in cui siamo arrivati rispetto alla crisi climatica, non è necessario rimanere sempre su posizioni negazioniste hard, cioè dichiaratamente tali (ad esempio: il cambiamento climatico non esiste), per essere considerati negazionisti di fatto. Il negazionismo climatico oggi assume anche sembianze soft, più insidiose e infide. Ma non c'è soluzione di continuità tra questi negazionismi e gli obiettivi sono quelli di sempre: negare l'urgenza del cambiamento climatico, opporsi a un rapido e drastico taglio delle emissioni di gas serra e difendere l'attuale sistema energetico. Partendo dal caso dell’Istituto Bruno Leoni, in Italia, abbiamo provato a disarticolare questa forma di negazionismo climatico soft.

  • “Greta Thunberg, operazione pianificata per manipolare l’opinione pubblica”. Analisi di una teoria del complotto

La figura di Greta Thunberg è stata pianificata a tavolino e costruita mediaticamente per favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde ed è il frutto di un esperimento di ingegneria sociale per manipolare, condizionare e spingere le masse ad agire su scala globale. È quanto asserisce Cory Morningstar in un articolo diviso in 6 atti pubblicato tra gennaio e febbraio scorso dal titolo “La fabbricazione di Greta Thunberg”. L’autore del pezzo ha isolato dettagli reali cucendoli tra di loro con interpretazioni spesso forzate all’interno di una cornice molto ampia (favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde) per costruire una narrazione che spieghi il “vero motivo” per cui Greta Thunberg sta protestando contro il clima ed è diventata un modello da seguire. Per certi versi, una costruzione narrativa (ciclicamente ripresa) simile a quella delle teorie dei complotti che fa di Greta Thunberg la George Soros del clima. In questo articolo abbiamo analizzato e decostruito la teoria del complotto costruita intorno all’adolescente svedese.

  • Solo un paese asfittico e rancoroso può discutere di Greta e non del cambiamento climatico

L'esposizione mediatica e l'aura di celebrità che si è creata attorno a Greta Thunberg ha esposto a critiche spesso gratuite e offensive l'attivista svedese, identificata come simbolo dei movimenti di protesta per il clima. Ma Greta non è il capo di un movimento. Greta è un'ispirazione. O, se vogliamo, un esempio. Più che sulla sua figura, ci si dovrebbe concentrare sul movimento contro i cambiamenti climatici che il suo esempio ha ispirato. In una lettera pubblicata sul sito della rivista Scientific American, 240 scienziati esperti di clima hanno dato il loro sostegno al movimento globale degli studenti. Questo passaggio della lettera è eloquente: "Gli studenti di oggi delle scuole elementari e delle superiori hanno vissuto le loro brevi vite su un pianeta sensibilmente diverso da quello in cui ha vissuto qualsiasi altra generazione nella storia della civiltà umana. Ogni anno della loro vita è stato uno dei 20 anni più caldi da quando si è iniziato a registrare le temperature e hanno anche assistito a eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, eccezionali e costosi".

  • Clima, i giovani si stanno organizzando globalmente come mai nessuna generazione aveva fatto prima

Milioni di giovani (e non solo) hanno manifestato in tutto il 2019 lungo le strade e riempito piazze in tutti i continenti del pianeta per chiedere azioni concrete contro la minaccia del riscaldamento climatico.

Gli studiosi dei movimenti di protesta affermano che questo movimento giovanile, unito dall'urgenza globale di azioni per contrastare il cambiamento climatico, ha una propria peculiarità: "In un momento di sfiducia nei confronti delle autorità, i ragazzini – che per definizione non hanno autorità su nulla – stanno guidando sempre più il dibattito pubblico. Utilizzando Internet, i giovani si stanno organizzando attraverso i continenti, come mai nessuna generazione aveva fatto prima di loro. E sebbene le loro richieste di porre fine all'utilizzo di combustibili fossili richiamino le istanze dei vecchi ambientalisti, il loro movimento ha catturato l'attenzione dell'opinione pubblica in modo molto più efficace".

  • Cambiamento climatico: il movimento Extinction Rebellion e la disobbedienza civile come arma di pressione sui governi

«Abbiamo cercato le risposte leggendo la letteratura, la storia del XX secolo, la psicologia, scienza politica, sociologia delle rivoluzioni. Abbiamo individuato tre strade: una campagna via email simile a quelle di GreenPeace che però risultava efficace solo se rivolta a obiettivi specifici e limitati nel tempo; proteste violente che però, se andava bene, aprivano la strada a una guerra civile e, pertanto, non era una via percorribile; la disobbedienza civile di massa, ovvero riuscire ad attivare migliaia di persone dal background differente (giovani, adulti), culture diverse, che pacificamente violano la legge per una causa comune e per far sì che ci sia un cambiamento nell’immediato. In base alla letteratura studiata, era questa la forma di protesta dalle probabilità di successo maggiori».

Extinction Rebellion ha avviato in tutto il mondo azioni di disobbedienza civile per spingere i governi a dichiarare l'esistenza di un'emergenza climatica, a impegnarsi in un'economia a emissioni zero entro il 2025 e a istituire "assemblee di cittadini" - estratti a sorte in un modo simile a una giuria - per controllare democraticamente una transizione così imponente. Dopo gli scioperi sul clima e le azioni di Extinction Rebellion, molti Comuni e governi hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, riconoscendo politicamente la questione del cambiamento climatico.

  • Uccisi, picchiati, censurati: fare giornalismo ambientale sta diventando sempre più pericoloso

Oltre agli attivisti e ai manifestanti ci sono poi i tanti giornalisti che mettono a repentaglio le loro vite per documentare gli effetti del cambiamento climatico. Si pensa che i giornalisti ambientali si occupino di notizie "leggere" sulla natura, che scrivano di delfini, orsi polari, uccelli, alberi o cerchino al massimo di destare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'emergenza del cambiamento climatico. Un lavoro privo di rischi, insomma, e che non mette a repentaglio la propria vita. Ma così non è. Perché, spesso, chi si occupa di giornalismo ambientale fa inchieste sul campo, per raccontare storie che parlano di politiche energetiche, sviluppo industriale e rurale, rendite fondiarie, inquinamento e consumo di suolo, e hanno a che fare con intrecci di potere e di conflitti tra interessi privati e diritti delle comunità locali.

Dalla Russia al Guatemala, dall'India alla Colombia, dalla Liberia alla Filippine, negli ultimi 10 anni sono stati uccisi 13 giornalisti ambientali. Ma almeno altri 16 omicidi potrebbero essere associati a inchieste giornalistiche su tematiche ambientali che vanno dal business dell'agricoltura ai disboscamenti illegali, dagli illeciti nelle concessioni per le estrazioni minerarie ai casi di inquinamento di falde acquifere e fiumi. 

  • Olanda, sentenza storica sul clima: lo Stato, portato in tribunale dai cittadini, condannato a ridurre le emissioni inquinanti

"Il governo olandese ha l’obbligo di ridurre entro la fine del 2020 le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 25% rispetto al 1990. Non rispettare questo limite costituisce una violazione degli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani che tutelano il diritto alla vita e al benessere delle persone".

La sentenza che la Corte suprema olandese ha pronunciato lo scorso 21 dicembre potrebbe essere epocale: per la prima volta uno Stato, portato in tribunale dai suoi cittadini, viene condannato per non aver fatto abbastanza per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici e, soprattutto, le azioni per il clima sono considerate strettamente legate ai diritti umani. In pratica la legge è arrivata dove ancora non sono riusciti i governi in tanti anni di conferenze internazionali sul clima.

«Questa è la più importante sentenza che sia stata mai pronunciata in merito ai cambiamenti climatici: conferma quanto i diritti umani siano messi a rischio. Questa è una vittoria per miliardi di persone più vulnerabili agli impatti devastanti della crisi climatica e un colpo di grazia all’industria dei combustibili fossili», ha detto il Relatore speciale sui diritti umani e l’ambiente alle Nazioni Unite, David R. Boyd.

  • Come limitare l’aumento delle temperature e continuare a dare energia al pianeta. La sfida titanica della crisi climatica

I cambiamenti climatici richiedono interventi che presuppongono un cambiamento del modo di pensare il nostro stile di vita, la società, l’economia, le nostre abitudini quotidiane. E per questo sono “costosi”. Va ripensato, in altre parole, il nostro modello di sviluppo e anche gli strumenti attraverso i quali misurare il benessere e la qualità della vita delle nostre società. 

La questione è ampia e non si riferisce strettamente solo alla quantità di gas serra che emettiamo ma riguarda come continuare a dare energia e alimentare in modo sostenibile un pianeta sempre più popolato e che richiede interventi e soluzioni differenti a seconda delle diverse aree geografiche, pur inserite all’interno di una piattaforma comune.

In un’intervista al Corriere della Sera, l’economista italo-americana Mariana Mazzucato – fondatrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose all’University College London e consulente della Commissione europea, oltre che componente del Comitato per le politiche dello sviluppo dell’ONU – aveva parlato di un nuovo piano Apollo per il clima: «La sfida del clima non coinvolge soltanto lo sviluppo delle energie rinnovabili, ma tutto il sistema economico, come produciamo, come distribuiamo e come consumiamo. Le politiche settoriali partono sempre da una carenza del mercato, che i governi devono colmare. L’innovazione guidata da una missione, invece, identifica un nuovo mercato, che attraverso una visione ispiratrice si popola di vari attori pubblici, privati e dal mondo della filantropia. La finanza pubblica non dovrebbe essere un modo per colmare una lacuna, ma il punto di partenza verso una nuova traiettoria. Questo contribuirà a sbloccare gli investimenti che sono in attesa di uno scopo».

La questione centrale è: come rendere sostenibile una politica di investimenti pubblici e incentivare gli investimenti privati? In questo articolo ricostruiamo le politiche di mitigazione delle emissioni di gas a effetto serra e di adattamento agli effetti del cambiamento climatico che alcuni paesi stanno sperimentando, e i Green New Deal proposti negli Stati Uniti e in Europa.

  • Cambiamento climatico, disuguaglianze sociali, crisi economica: l’utopia del Green New Deal

Circa un anno fa è stato presentato negli Stati Uniti il cosiddetto Green New Deal un programma massiccio di investimenti in professioni e infrastrutture di energia pulita destinati a trasformare non solo il settore energetico, ma l'intera economia.

Il Green New Deal è uno schema di trasformazione della società in cui la politica è solo uno degli attori coinvolti. Tutti, privati e settore pubblico, devono ripensare il proprio modo di stare in società reinventando uno stile di vita e di sviluppo orientato alle domande (finora rimaste inevase) imposte dai cambiamenti climatici, dalla crisi economica e dalle disuguaglianze sociali. Secondo gli ideatori, il piano può affrontare le tre questioni tutte insieme attraverso un piano programmatico che mira alla decarbonizzazione dell’economia, a dare lavoro attraverso investimenti pubblici su larga scala, a garantire equità e giustizia sociale.

È qualcosa di molto vicino al tipo di pianificazione fatta proprio dagli USA durante il boom economico post-bellico. Da questo punto di vista, spiega la giornalista Kate Aronoff su The Intercept, il Green New Deal potrebbe fare degli Stati Uniti un modello (e un fulcro) di sviluppo mondiale allo stesso modo del piano Marshall durante la ricostruzione economica dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

  • Clima: a Madrid prevalgono gli interessi economici. Così la politica ci condanna alla catastrofe

Avrebbe dovuto fare da volano per la decisiva COP26 di Glasgow 2020 e, invece, la Conferenza internazionale sul clima, che si è tenuta a Madrid a dicembre, si è conclusa nel segno del disimpegno e dell'irresponsabilità.

«Ci sono milioni di persone nel mondo che stanno già soffrendo per gli impatti del cambiamento climatico. Negarlo potrebbe essere interpretato da alcuni come un crimine contro l’umanità», ha detto al termine di COP25 il rappresentante di Tuvalu, Ian Fry. Tuvalu, un paese di poco più di 11mila abitanti, una manciata di atolli nell’arcipelago polinesiano che non superano i cinque metri sul livello del mare. Di questo passo, sarà sommerso nel giro di un secolo in seguito al riscaldamento globale. 

Le decisioni non prese (e che ci si aspettava) hanno dimostrato una mancanza di senso della realtà. I risultati della Conferenza sono stati definiti “insufficienti per affrontare l’urgenza della crisi climatica”. La mancanza di consenso ha limitato le ambizioni della Conferenza, nonostante un accordo fosse “vicinissimo”. Ruby Russell, giornalista ambientale per DW, ha commentato: "In quello che avrebbe dovuto essere un anno cruciale per mettere a punto azioni serie, non soltanto alle Parti è mancata l’urgenza che viene invece avvertita per le strade: COP ha iniziato a sembrare una routine, così come la sua inadeguatezza".

Immagine in anteprima via School Strike 4 Climate

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