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COP26 / I primi accordi tra gli Stati e la marcia degli attivisti: “La lotta per la giustizia climatica e quella per la giustizia sociale devono andare di pari passo”

8 Novembre 2021 15 min lettura

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COP26 / I primi accordi tra gli Stati e la marcia degli attivisti: “La lotta per la giustizia climatica e quella per la giustizia sociale devono andare di pari passo”

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Il round-up settimanale sul cambiamento climatico e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

La prima settimana della COP26 di Glasgow è alle spalle. È iniziata con la foto di gruppo di oltre 130 presidenti e primi ministri in un grande museo e si è conclusa con le proteste di studenti e attivisti, non solo ambientali. Le manifestazioni di venerdì e sabato hanno mostrato come alla lotta contro il riscaldamento globale si stiano saldando altre cause che tengono insieme diritti sociali, umani e civili.

Questi giorni sono stati segnati dall’annuncio di due impegni, uno per fermare la deforestazione e l’altro per ridurre le emissioni di metano del 30%, entrambi entro il 2030, e dalla dichiarazione del primo ministro indiano Narendra Modi di voler raggiungere le emissioni zero nette entro il 2070. L’Italia, insieme ad altri 24 sottoscrittori, tra cui Regno Unito, USA, Canada e Banca europea per gli investimenti (BEI), ha firmato una dichiarazione ufficiale per fermare entro la fine del 2022 nuovi finanziamenti pubblici per le infrastrutture fossili all’estero. Annunci che fanno ben sperare in attesa di osservare come questi impegni si tradurranno in politiche e azioni concrete.

Ora, però, si entra nel vivo. L'obiettivo finale della Conferenza è trovare un accordo concreto e dettagliato, firmato da tutte e 195 le nazioni del mondo, per accelerare l'azione sul cambiamento climatico. I negoziatori stanno discutendo con quale frequenza i paesi dovranno aggiornare i loro piani climatici negli anni a venire, dato che gli attuali impegni nazionali (NDC) per ridurre le emissioni non sembrano sufficienti per ridurre al minimo gli effetti del riscaldamento globale; le linee guida sull'assistenza finanziaria che i paesi più ricchi dovranno fornire a quelli più poveri; come regolamentare lo scambio globale di compensazioni di carbonio. Molti di questi argomenti sono controversi ed è improbabile che vengano risolti prima della fine del vertice il 12 novembre.

Nei giorni scorsi, l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) ha pubblicato un'analisi secondo la quale gli impegni presi durante la prima settimana del vertice COP26 hanno messo il pianeta su una traiettoria che porterà a un aumento delle temperature di 1,8° C, decisamente meno dei 2,7° C prefigurati da un rapporto delle Nazioni Unite due settimane fa. A patto ovviamente che le nazioni e le imprese mantengano effettivamente gli impegni annunciati. 

Gli attivisti scesi per le strade di Glasgow nel fine settimana chiedono interventi immediati. Per loro, il 2050 è un'eternità.

Intanto, in Europa, ci si continua a interrogare sul ruolo del nucleare nella transizione ecologica.

L’accordo per fermare la deforestazione entro il 2030
L'iniziativa sul taglio dell’emissioni di metano proposto da Unione Europea e Stati Uniti
Perché l’annuncio dell’India di emissioni zero nette entro il 2070 non è così deludente come potrebbe sembrare a prima vista
Alla COP26 100.000 persone in marcia per la giustizia climatica
Che decisione prenderà l’Europa su gas naturale e nucleare?

L’accordo per fermare la deforestazione entro il 2030

Il primo grande accordo della COP26 riguarda la deforestazione. Oltre 100 leader mondiali hanno promesso di fermare l’abbattimento di foreste per dare spazio a colture intensive e pascoli entro il 2030. La deforestazione contribuisce al cambiamento climatico perché impoverisce importanti serbatoi in grado di assorbire grandi quantità di gas. "Non c'è net zero né al 2050 né al 2070 se continuiamo a perdere 5 milioni di ettari a decennio (o 27 campi di calcio al minuto) come successo dal 2010 a oggi", osserva Ferdinando Cotugno su Domani. E non è sufficiente la compensazione che arriva dalla piantumazione su grande scala. Piantare nuovi alberi non risolve il problema.

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Gli Stati che hanno sottoscritto l’impegno coprono circa l’85% delle foreste di tutto il pianeta. Tra questi il Brasile che, sotto la presidenza Bolsonaro, ha visto un incremento dei tassi di deforestazione grazie anche alle politiche del governo che, sin dall’inizio del suo mandato, ha eliminato i fondi del Ministero dell'Ambiente destinati alle attività di contrasto degli incendi in Amazzonia, ha licenziato 21 dei 27 direttori regionali di IBAMA, l’agenzia incaricata di monitorare e sorvegliare l'Amazzonia per fermare la deforestazione, smantellato il dipartimento che ha coordinato le principali operazioni anti-disboscamento.

L'impegno prevede una spesa di poco più di 16 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati, alcuni dei quali andranno ai paesi in via di sviluppo per ripristinare i terreni danneggiati, affrontare gli incendi boschivi e sostenere le comunità indigene. L’accordo include, inoltre, il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e del “loro ruolo di guardiani delle foreste”, e l’istituzione di un fondo di 1,3 miliardi di euro per proteggere la seconda foresta pluviale tropicale più grande del mondo, nel bacino del Congo.

L’accordo è stato accolto favorevolmente anche se diversi esperti hanno invitato alla cautela ricordando che già c’era stato un accordo sulla deforestazione in passato – la Dichiarazione di New York del 2014 – ma si era rivelato fallimentare. La Dichiarazione di New York, sottoscritta da 40 Stati, puntava a dimezzare la deforestazione entro il 2020 e fermarla entro il 2030. Ma, come rilevato nel 2019 da un rapporto del think tank Climate Focus, la deforestazione è andata avanti a un ritmo tale da impedire al pianeta di prevenire i cambiamenti climatici: tra il 2014 e il 2018 era stata persa ogni anno un’area di alberi grande quanto il Regno Unito, la foresta amazzonica aveva fatto registrare un incremento del tasso di disboscamento dell’88% rispetto al 2018 e la percentuale degli alberi abbattuti nella Repubblica Democratica del Congo era raddoppiata negli ultimi 5 anni.

via BBC

Va sottolineato, però, che l’accordo del 2014 non era stato firmato da Brasile, Cina e Russia e non aveva l’attuale disponibilità finanziaria. Restano, però, alcuni nodi ancora da sciogliere soprattutto rispetto agli strumenti per monitorare e verificare il rispetto degli impegni assunti e la trasparenza dei finanziamenti e dei permessi forestali e fondiari. A questo poi va aggiunto il sostegno ai piccoli agricoltori per l'adozione di pratiche più sostenibili e la ratifica di accordi commerciali che promuovano l'agricoltura e le infrastrutture prive di deforestazione. E il nodo dell’allevamento. Ventotto paesi si sono impegnati a rimuovere la deforestazione dalle filiere di prodotti come olio di palma, soia e cacao, ma non dagli allevamenti. «Non si può affrontare la deforestazione senza parlare di cambio di dieta negli importatori, visto che l'80 per cento va lì», spiega a Domani Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale dell'Università di Milano.

“La scommessa - da verificare sul campo - è che il consenso che si è creato intorno al tema e la massa di fondi possano essere la struttura e la forza di questo progetto”, conclude Cotugno su Domani. “Saranno i dettagli (che oggi rimangono vaghi) a dirci in quale punto tra il bla bla bla e la realtà ci troviamo”.

L'iniziativa sul taglio dell’emissioni di metano proposto da Unione Europea e Stati Uniti

Il secondo accordo riguarda l’impegno di più di 100 paesi a ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. L’iniziativa, nota come Global Methane Pledge, era stata presentata per la prima volta a settembre da Stati Uniti e Unione Europea. Secondo il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, gli Stati che hanno aderito all’iniziativa coprono il 70% delle emissioni di metano ma grandi emettitori, come Russia, India e Cina, non hanno firmato e l’accordo non è giuridicamente vincolante.

Il metano è responsabile di un terzo dell’attuale riscaldamento globale causato dalle attività umane. È il principale gas serra dopo l'anidride carbonica, ha un potenziale di intrappolamento del calore più elevato rispetto all’anidride carbonica, ma si decompone nell'atmosfera più velocemente. Il che significa che la riduzione delle emissioni di metano può avere un rapido impatto sul contenimento del riscaldamento globale.

Come spiega il rapporto dell’IPCC dello scorso agosto, il metano è stato responsabile di una percentuale significativa del grado in più di riscaldamento registrato sul pianeta. Il taglio delle emissioni equivarrebbe a un minore aumento delle temperature globali di 0,3°C entro il 2040. Nel 2019 il metano in atmosfera ha raggiunto livelli record, circa due volte e mezzo superiori a quelli dell'era preindustriale.

via BBC

La quota maggiore di metano proviene da una serie di attività umane: dall'agricoltura e l’allevamento fino al trasporto e all'uso del gas naturale. Dal 2008 c'è stato un grande picco nelle emissioni di metano, che i ricercatori ritengono sia legato al boom del fracking per il gas in alcune parti degli Stati Uniti. Secondo l'ONG Methane Moment, il settore che più contribuisce alle emissioni di metano è l’allevamento (per il 30%), seguito dall’oil&gas (25%) e dalle discariche. Nel settore estrattivo, scrive Antonio Piemontese su Wired, le perdite di metano possono avvenire durante tutta la catena produttiva: dalla trivellazione al trasporto allo stoccaggio all’utilizzo finale, se la combustione è incompleta. 

“Negli allevamenti contano specialmente i ruminanti, che ne emettono molto durante i processi digestivi”, spiega sempre a Wired Stefano Caserini, docente di mitigazione dei cambiamenti climatici e collaboratore di Italian Climate Network. “Per quanto riguarda i rifiuti – prosegue Caserini - il concetto è che bisogna separare la frazione umida, degradabile, da quella secca: in discarica deve finire solo quest’ultima, che non produce emissioni. Vanno monitorati anche i concimi”.

Rispetto al Global Methane Pledge, Caserini osserva che si tratta di una soluzione di breve periodo. Pur riconoscendo l’importanza di questa iniziativa, “la vera sfida per fermare il riscaldamento globale è limitare la CO2: un quinto dell’anidride carbonica resta nell’aria per migliaia di anni”.  

Perché l’annuncio dell’India di emissioni zero nette entro il 2070 non è così deludente come potrebbe sembrare a prima vista

Quando il primo ministro indiano Narendra Modi ha annunciato che l’India vorrebbe raggiungere le emissioni zero nette entro il 2070, in molti hanno storto il naso e pensato che la Conferenza di Glasgow fosse fallita ancor prima di iniziare.

Se già il paese più grande emettitore al mondo, la Cina, ha fissato al 2060 il momento della neutralità carbonica e il secondo, gli Stati Uniti, non sembra in grado di approvare una legge che renda concreta la scadenza del 2050, che succede se pure il terzo emettitore, l’India, sposta di 20 anni il raggiungimento dell’obiettivo prefissato?

Ma, letto all’interno del contesto energetico indiano, l’annuncio di Modi non è presagio di fallimento come potrebbe apparire a una lettura superficiale. Per la prima volta l’India ha annunciato un taglio delle emissioni (1 miliardo di tonnellate di emissioni cumulative in meno entro il 2030). E i nuovi impegni vanno significativamente oltre il suo attuale contributo determinato a livello nazionale (NDC) ai sensi dell'accordo di Parigi, e danno un segnale ben preciso a ogni settore dell'industria, spiega il World Resource Institute India (WRI India). 

Considerato che il carbone costituisce ancora quasi il 70% del mix energetico indiano, quello annunciato da Modi “è l'inizio di un viaggio molto più impegnativo per preparare il paese a una decarbonizzazione di dimensioni senza precedenti, mentre si rivolge alla sua crescente classe media”, scrive Lou Del Bello nella sua newsletter su energia e cambiamento climatico.

Fino a poco tempo fa, l’India era considerata come la “nuova Cina” in termini di emissioni e di sviluppo economico e industriale. Si riteneva che proprio come la Cina tra il 2000 e il 2010, l’India avrebbe rappresentato la maggior parte dell’aumento mondiale delle emissioni tra il 2020 e il 2040. Secondo il World Energy Outlook 2015 dell'Agenzia internazionale per l'energia circa il 65% dei gas emessi nel mondo tra il 2013 e il 2040 sarebbero provenuti dall’India. Una lettura in linea con la posizione finora tenuta da Nuova Delhi sui negoziati internazionali sul clima. Basti pensare che all’epoca dell’Accordo di Parigi nel 2015, l’India puntava al raddoppio della produzione di carbone a 1,5 tonnellate entro il 2020 e alla quadruplicazione delle installazioni di rinnovabili, fino a 175 GW, entro il 2022.

Cosa è successo in questi anni? Tra il 2015 e il 2019, scrive Bloomberg, la produzione di carbone è cresciuta in linea con il consumo di circa il 12%, mentre sono stati già installati 96 GW di rinnovabili, con ulteriori 51 GW in fase di approvazione o costruzione e ulteriori 30 GW in fase di offerta, sufficienti a raggiungere l’obiettivo prefissato cinque anni fa. 

Ora va fatto il passo più difficile. Per raggiungere il nuovo obiettivo fissato da Modi, 500 GW di rinnovabili entro il 2030, andranno installati 45 GW ogni anno per tutto il decennio, pari all’intera flotta rinnovabile del Regno Unito. Il rafforzamento dell'infrastruttura di rete, l'integrazione di maggiori quantità di stoccaggio nella rete, una migliore previsione e programmazione e il miglioramento della salute finanziaria delle società di distribuzione dell'energia sono tutti elementi chiave per garantire che l'India raggiunga questo obiettivo in modi tecnicamente ed economicamente efficienti, spiega WRI India.

L'India attualmente soddisfa circa il 20% del suo fabbisogno di energia elettrica da energie rinnovabili. Il nuovo obiettivo del 50% di elettricità generata da energia solare, eolica e idroelettrica è più ambizioso di quello che sarebbe raggiunto solo attraverso fattori di mercato e il calo dei prezzi delle energie rinnovabili (circa il 38% secondo l'Energy Policy Simulator for India). Richiederà standard per l'elettricità senza emissioni di carbonio e investimenti significativi per immagazzinare e trasmettere elettricità rinnovabile.

Per quanto riguarda il taglio alle emissioni, secondo le analisi di Bloomberg, la generazione di energia da carbone e gas ha già raggiunto il picco nel 2018 e se entro il 2030 l’India sarà riuscita a installare 380 GW di rinnovabili (meno di quanto indicato da Modi), il declino dell’energia fossile sarà ancora più rapido. Tuttavia, spiega WRI India, non è semplice fare calcoli precisi perché non esiste ancora una proiezione ufficiale delle emissioni future dell'India. Se il nuovo obiettivo fosse interpretato come una riduzione di un miliardo di tonnellate delle emissioni al 2030, implicherebbe che le emissioni dell'India cresceranno di soli 0,3 miliardi di tonnellate nel decennio, invece della prevista crescita di 1,3 miliardi di tonnellate, con un picco e un appiattimento effettivi in ​​questo decennio stesso.

Insomma, al netto dell’annuncio, occorrerà vedere con quali politiche il governo riempirà l’obiettivo delle emissioni zero nette entro il 2070 nell’installazione delle rinnovabili e nella decarbonizzazione di settori come quello delle costruzioni (considerato che, scrive Del Bello, “si prevede che il paese aggiungerà l'equivalente di 13 Bombay alla sua popolazione nei prossimi due decenni, raddoppiando il numero di edifici residenziali e la sua domanda di acciaio, e triplicando la domanda di cemento”). 

Gli impegni per il 2030 presi da Modi, conclude Del Bello, non rappresentano una deviazione ma si inseriscono nel percorso di sviluppo già intrapreso dall’India. Aver presentato gli obiettivi nazionali in una conferenza internazionale è un segnale significativo.

Alla COP26 100.000 persone in marcia per la giustizia climatica

Il 6 novembre è stato il grande giorno di protesta alla COP26. Dopo i 25mila studenti che avevano manifestato il giorno prima, 100mila persone hanno marciato per le strade di Glasgow, sventolando striscioni, cantando e suonando tamburi, per chiedere giustizia climatica. In tutto il mondo, hanno affermato gli organizzatori, ci sono stati più di 300 raduni: da Londra, dove migliaia di persone hanno marciato fino a Trafalgar Square, a Melbourne, in Australia, dove i manifestanti hanno guidato un koala robot in fiamme alto quasi 4 metri in un parco suburbano.

Le proteste di Glasgow hanno mostrato come il movimento per il cambiamento climatico sia diventato un ombrello per una vasta gamma di cause. Tra i partecipanti, c’erano infatti organizzazioni ambientaliste, sindacati nazionali, leader indigeni dell’Amazzonia, femministe, manifestanti di Black Lives Matter, gruppi religiosi e indipendentisti scozzesi. 

“La lotta per la giustizia climatica e quella per la giustizia sociale devono andare di pari passo”, ha dichiarato nel suo intervento Roz Foyer, segretario generale dello Scottish Trades Union Congress. “Dobbiamo costruire un movimento enorme, arrabbiato e potente per il cambiamento”.

La solidarietà tra i gruppi emarginati è stato il filo rosso degli interventi che si sono susseguiti. 

“La nostra lotta è la vostra lotta”, ha detto Betty Billot, membro della nazione Houma (tribù di nativi della Louisiana sul lato orientale del Red River, negli Stati Uniti), parlando della terre perse dalle comunità indigene. “Senza di noi, i Quilombola in Brasile, non è possibile discutere sui cambiamenti climatici”, ha affermato Katia Penha, attivista brasiliana, a proposito degli effetti dell’estrazione mineraria sulla sua comunità in Brasile. Una diga idroelettrica scoppiata a Mariana ha ucciso le persone di Quilombola e spazzato via intere comunità. L'attivista ugandese Vanessa Nakate ha sottolineato come il cambiamento climatico colpisca in modo sproporzionato le donne e le ragazze della sua comunità, che devono mettersi in cammino per trovare l'acqua e hanno maggiori probabilità di essere costrette ad abbandonare gli studi. “Ogni aspetto della crisi climatica è intersezionale”, ha dichiarato Mitzi Tan, organizzatrice del Fridays for Future nelle Filippine. “La lotta per la giustizia climatica deve essere anticolonialista e antifascista”. “Siamo le prime persone a sperimentare il cambiamento climatico”, ha detto Jorge Quilaqueo, guaritore tradizionale mapuche del Cile. “Le piante medicinali dei luoghi sacri e delle sorgenti stanno scomparendo”.

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Kathy Jetnil-Kijiner, poetessa e attivista delle Isole Marshall, ha recitato una fiaba del suo paese: una balena prendeva in giro un uccellino, vantandosi di essere la creatura più grande e potente del mare. L’uccellino è tornato insieme a uno stormo di migliaia di uccelli che hanno bevuto l'oceano e costretto la balena a riconoscere “che essere piccoli è uno stato mentale”. E così la poetessa ha invitato i manifestanti a non disperdersi una volta terminata la COP26 e a continuare a lavorare insieme proprio come lo stormo di uccellini.

Che decisione prenderà l’Europa su gas naturale e nucleare?

Nei giorni scorsi un documento ottenuto da Euractiv e un’intervista del vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, rilasciata a più testate europee, tra cui La Stampa, in Italia, hanno fatto tornare a parlare di energia nucleare.

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Euractiv è entrato in possesso di un documento, che sta circolando a Bruxelles, che stabilisce dei criteri tecnici dettagliati affinché il gas naturale e il nucleare possano essere inclusi nella tassonomia della finanza verde. La Commissione dovrà prendere una decisione entro fine anno.

Per quanto riguarda il gas naturale, riporta Euractiv, le centrali elettriche a gas o gli impianti di cogenerazione non dovranno emettere più di 100 grammi di CO2 equivalente per chilowattora. Si tratterebbe della stessa proposta presentata lo scorso anno su cui i gruppi pro-gas avevano minacciato di porre un veto.

Rispetto al nucleare, il documento non propone criteri dettagliati. Si basa sulle raccomandazioni del Joint Research Centre (JRC) dell'UE (che in un rapporto dello scorso luglio aveva concluso che l'energia nucleare era sicura e quindi ammissibile per un'etichetta verde sotto la tassonomia) e indica tra le attività abilitanti la “produzione di elettricità, compresa la costruzione, la messa in servizio, il funzionamento e lo smantellamento delle centrali nucleari; lo stoccaggio o smaltimento di rifiuti radioattivi o combustibile nucleare esaurito; l’estrazione e la lavorazione dell'uranio; il ritrattamento del combustibile nucleare esaurito”.

Secondo alcuni diplomatici, sentiti da Euractiv, dietro il documento ci sarebbe l’iniziativa della Francia che ha lavorato dietro le quinte per arrivare a un compromesso soddisfacente sia per i gruppi pro-gas che per quelli pro-nucleare, riuscendo a coinvolgere altri 11 paesi che, durante una riunione dei ministri dell’Energia a fine ottobre, si sono espressi a favore dell’inclusione del nucleare nella tassonomia verde.

Nei giorni scorsi, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva twittato che “servono più rinnovabili”, “più economiche, prive di emissioni di carbonio e prodotte in casa”, e che “abbiamo anche bisogno di una fonte stabile, il nucleare e, durante la transizione, il gas. Questo è il motivo per cui presenteremo la nostra proposta di tassonomia”.

Nell’intervista a La Stampa e ad altre testate europee, Timmermans ha detto che “è un diritto sovrano degli Stati scegliere o no il nucleare”, ed è compito della Commissione europea “sostenere ogni Stato membro che deciderà di procedere con il nucleare”. Però, ogni decisione dovrà essere fatta “sulla base di scelte razionali e dopo aver fatto bene i calcoli”.

“Sappiamo che il nucleare ha il grande vantaggio di non produrre emissioni di CO2”, ha aggiunto il vicepresidente della Commissione europea. “Però le centrali hanno bisogno di energia per poter funzionare. Ci sono poi tre svantaggi: in primo luogo producono scorie e la nostra idea è che dovremmo muoverci in direzione di energie che non producano rifiuti, quindi il nucleare non è proprio verde. In secondo luogo ci sono i rischi, e da ultima c’è la questione dei costi. Il costo delle rinnovabili sta diminuendo, mentre quello del nucleare invece no e c’è la possibilità che addirittura aumenti. Per questo dico che quando compi questo tipo di scelta devi farlo in modo razionale”.

Immagine in anteprima: frame video New York Times

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