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La lotta del popolo del Ciad contro la crisi climatica, i regimi, la povertà

26 Ottobre 2022 8 min lettura

La lotta del popolo del Ciad contro la crisi climatica, i regimi, la povertà

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Sembra un paese sconosciuto il Ciad. Molti non riescono a collocarlo neanche sulla cartina geografica. Alcuni sanno a malapena che è un paese africano. Un Stato di oltre 17 milioni di abitanti, stretto tra territori assai complessi: Libia, Sudan, Niger,  Nigeria, Camerun, Repubblica Centrafricana. Paesi instabili, paesi dove sono in corso conflitti, paesi dai confini porosi. Per trent’anni guidato con pugno di ferro da Idriss Déby. Si chiamano presidenti ma sono una sorta di monarchie a vita. Infatti il “mandato” di Déby è finito con la sua morte, a causa delle ferite riportate combattendo i ribelli (estremisti islamici) del nord nell'aprile 2021. Ricordiamo che l’offensiva militare era guidata dal gruppo FACT (Fighters of the Front for Change and Concord in Chad) il cui principale obiettivo è quello di rovesciare i Déby.

Ma alla morte del presidente/monarca è stato insediato il figlio, generale Mahamat Idriss Déby, contravvenendo tra l’altro al dettato costituzionale che afferma che in un caso come questo il potere dovrebbe passare al presidente del Parlamento. In ogni caso il 37enne nuovo leader aveva assicurato che avrebbe retto lo Stato per un periodo di transizione. In quell’occasione la FACT in un comunicato scrisse: "Il Ciad non è una monarchia. Non ci può essere una devoluzione dinastica del potere nel nostro paese". 

Eppure è quanto sta accadendo visto che proprio il giorno in cui Déby avrebbe dovuto annunciare le sue dimissioni – il 20 ottobre scorso – ha invece fatto sapere  che rimarrà per altri due anni. Un copione recitato più volte nei paesi africani negli ultimi tempi (vedi il Sudan che dopo aver cacciato via il dittatore al-Bashir rimane nelle mani di un regime militare) dove i governi transitori finiscono per perpetuare il loro tempo con il sottofondo della promessa che presto, molto presto, il governo passerà nelle mani dei civili. 

L’annuncio di Déby junior ha scatenato la rabbia dunque e una protesta - nella capitale N'Djamena e in altre città - che ha provocato almeno 50 vittime, tra cui un giornalista, quasi 300 feriti e l’arresto di almeno 500 persone. Una violenza fuori controllo quella delle forze di sicurezza ciadiane che hanno usato non solo gas lacrimogeni per disperdere la folla, ma proiettili veri per uccidere. 

Cosa accadrà ora? Queste nuove proteste nell’area del Sahel si inseriscono nelle dinamiche e nei mutamenti sociali, geopolitici e di alleanze che stanno interessando quel territorio già da molti anni. E vanno ad aggiungersi a una vera e propria crisi umanitaria derivata dai disastri provocati nelle ultime settimane dai cambiamenti climatici. Inondazioni che non si vedevano da decenni e che hanno colpito 18 province su 23. Almeno 465.000 ettari di terreni agricoli sono stati distrutti, il che potrebbe aggravare ulteriormente la già critica situazione di insicurezza alimentare nel paese. Migliaia di persone hanno perso le loro case e sono state costrette a fuggire. 

Ma veniamo alle questioni socio-politiche, che incideranno - e stanno incidendo - sulla vita di milioni di individui già alle prese con una difficile quotidianità. Il Ciad (tra l’altro una delle aree dove sono state ritrovate tracce dei primi ominidi e che faceva parte di grandi imperi africani, come il Kanem-Bornu) è stato colonia francese dal 1900 al 1960. Sono stati anni difficili per le popolazioni locali, sotto un regime brutale (spesso affidato dai colonialisti a leader del posto) basato su un sistema di sfruttamento del lavoro e su una forzata e iniqua tassazione. Il Ciad, tra l’altro, contribuì in larga misura allo sforzo bellico della Francia nel corso della Seconda guerra mondiale. 

L’indipendenza non significò pace e libertà per questo paese. Nel 1966, infatti, cominciò una guerra civile. Una delle più lunghe in Africa. Sarebbe durata 24 anni. Cosa che portò all’estremizzarsi delle relazioni tra gli arabo-musulmani del nord e i cristiani del sud sub-sahariano, e all’incancrenirsi dei rapporti tra i vari gruppi etnici. Un nord che - dopo l’indipendenza - si era sentito spesso escluso dalle decisioni del potere centralizzato e che rimane storicamente associato alla consuetudine della schiavitù e alla collaborazione con gli schiavisti della tratta atlantica. Erano gli “uomini del nord”, infatti, non gli invasori europei, a compiere i raid nei villaggi del sud. 

Dall’indipendenza, quella che era la più povera delle colonie francesi, il paese si è praticamente polarizzato in fazioni armate. Come sappiamo, indipendenza per i paesi africani non ha voluto dire liberarsi davvero dal regime coloniale che restava presente sotto altre forme. Nei primi venti anni di indipendenza, per esempio, la Francia sostenne il governo dei Sara e il primo presidente, Francois Tombalbaye, che escluse dalle cariche pubbliche chiunque non vi appartenesse. Ovvio che la tensione tra la fascia musulmana della popolazione (esclusa dal governo) e quella del sud sarebbe esplosa. 

Altra spiegazione che viene data alla “turbolenza” del Ciad è il fatto che l’amministrazione coloniale abbia sempre privilegiato il sud cristiano rispetto al nord e alle popolazioni musulmane lasciando quella parte del territorio ancora più povero e mancante di infrastrutture di quanto lo avesse trovato. Fu in quegli anni, quelli della guerra civile, che nacque il FROLINAT, Front de libération nationale du Tchad - gruppo attivo fino al 1993 - contro le discriminazioni etniche e l’influenza coloniale negli affari interni. Influenza che non ha mai cessato di essere. Anche dopo il collasso del potere dei Sara. 

Nel 1978 le cose cambiarono drasticamente quando Hissène Habré, uno dei leader dei movimenti di opposizione armata del nord divenne primo ministro e poi presidente nel 1982 con l’appoggio della Francia che a questo punto aveva cambiato il cavallo su cui puntare. Fu un periodo assai duro per i ciadiani e per l’opposizione. Quello di Habrè sarà ricordato come uno dei regimi africani più sanguinari. Un regime caratterizzato da violazioni dei diritti umani e atrocità, tanto da essere soprannominato il "Pinochet d’Africa". Il primo a essere giudicato e condannato da un tribunale internazionale su territorio africano. Un processo iniziato, a Dakar in Senegal, nel 2015 e che si concluse con la condanna all’ergastolo. L’ex presidente fu ritenuto colpevole di tortura, crimini contro l'umanità, stupro, schiavitù forzata, omicidio, pratica massiccia e sistematica di esecuzioni sommarie (almeno 40,000 persone), sequestro di persone, crimini di guerra, trattamenti disumani e detenzione illegale. La Corte sottolineò il ruolo centrale svolto da Habré nella repressione della popolazione civile e il modo in cui manteneva un sistema di impunità e terrore durante la sua presidenza. Noto anche per alcuni rapimenti di stranieri. Il più famoso, quello dell’etnologa francese, Françoise Claustre. 

Tuttavia, anche a un uomo così toccò di essere spodestato. Avvenne nel 1990 quando fu Idriss Déby a prendersi il potere. Anche in questo caso, con la forza. Differente la sua discendenza etnica, gli Zaghawa, di religione musulmana e politicamente preminenti in Ciad soprattutto per il lungo periodo di presidenza di Déby, riconfermato nelle elezioni del 1996, 2001, 2006, 2011, grazie a una modifica della Costituzione che di fatto cancellò il termine dei due mandati. 

Vinse anche le elezioni del 2021 Déby. Il 19 aprile la commissione elettorale ne annunciava il successo. Il giorno dopo un portavoce dell’esercito ne rendeva nota, invece, la morte a causa delle ferite riportate da uno scontro con i ribelli. Inutile dire che né il periodo precedente a questa ultima tornata elettorale né il periodo immediatamente successivo alla morte di Déby sono stati tranquilli. Al contrario, segnati da violenze intercomunitarie e abusi. L’ex presidente/monarca durante i suoi anni di potere ha affrontato numerosi conflitti e ribellioni ed è stato persino coinvolto nella guerra civile del confinante Sudan (2003). 

Il futuro del paese, dopo le proteste dei giorni scorsi, appare avvolto in una nube. Anche se, nello stesso tempo, alcuni meccanismi, come quello di afferrare il potere e non volerlo abbandonare, sono situazioni non nuove, come dicevamo. Tutta la comunità internazionale, a cominciare dall’ONU, ha deplorato l’uso della forza e gli attacchi contro la popolazione scesa in piazza il 20 ottobre. Ma soprattutto la Francia si è affrettata a respingere le "informazioni false" sul suo "presunto coinvolgimento" nelle ultime escalation. Informazioni "prive di fondamento", si legge in una nota del ministero degli Esteri.

Ricordiamo che ai funerali di Déby, Emmanuel Macron, che fu l’unico leader occidentale a partecipare, disse che la Francia non avrebbe mai permesso a nessuno di mettere in dubbio la stabilità e l’integrità del Ciad. In quell’occasione non è mancato il suo appoggio al nascente Consiglio militare di transizione (Cmt) guidato dal figlio di Déby. È chiaro che l’Eliseo consideri N'Djamena un'area focale nella sua lotta contro il jihadismo – ma anche per mantenere la sua influenza in questa parte d’Africa - e per questo ha bisogno di essere considerato un alleato dai leader di quei paesi. 

Quello che sta accadendo, al contrario, è una crescita del sentimento antifrancese, o anche di una sorta di francofobia. E lo si vede, per esempio, con quanto accaduto in Mali, dove le truppe francesi (operazione Barkhane) sono state costrette a lasciare il campo dopo 9 anni, miliardi di investimento, tante vite spezzate e nessun risultato, se non - possiamo dirlo - un peggioramento della situazione. Se dunque la Francia “perdesse il Ciad” perderebbe un altro importante tassello della sua influenza, ormai traballante, nel Sahel. Un’idea diffusa è che la politica francese in Africa non si spenda né per i diritti umani né per la democrazia, ma per tutelare i suoi interessi appoggiando anche regimi sanguinari o impedendo ai cittadini di esprimere il proprio leader.

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Oltre al Mali, ricordiamo il recente colpo di Stato in Burkina Faso, accompagnato nella strade da bandiere russe. Perché è quello che sta avvenendo: all’aumento delle tensioni con la Francia (e sentimenti antioccidentali) corrisponde l’avvicinamento al Cremlino. Grazie anche alla forza di Wagner, gruppo paramilitare presente ormai in molti paesi africani. E non è un caso che le maggiori crisi e i rovesciamenti in paesi africani negli ultimi mesi stiamo avvenendo proprio nelle ex colonie francesi. Ma sono anche territori dove il malcontento della popolazione è più alto, dove i cittadini avvertono di essere lasciati soli dai loro governi, dove mancano aspettative, dove la crisi economica è più forte e non può che sfociare in crisi sociale. Il Ciad è uno dei paesi con il più alto tasso di povertà al mondo. Al 187esimo posto – su 189 paesi – secondo l’Indice di Sviluppo Umano. Dal 2018 il numero degli sfollati è quadruplicato, quasi 400.000, mentre dal canto suo il paese dà ospitalità a quasi 600.000 rifugiati provenienti da altre aree di crisi. Almeno 6.1 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. Insomma, la situazione umanitaria nel paese è molto seria e va avanti ormai da quasi un decennio. 

Una situazione che è particolarmente grave nell’area del bacino del Ciad – che comprende anche Nigeria, Niger, Camerun - ed è dovuta a diversi fattori: il peggiorare delle condizioni ambientali, che determina conflitti sulle risorse tra agricoltori e pastori; l’instabilità legata alla presenza di Boko Haram e dello Stato islamico del West Africa; l’incapacità di una risposta adeguata a questi fenomeni da parte dei governi. È in questo contesto che si inseriscono le proteste della popolazione. Proteste che probabilmente sono solo l’inizio di un nuovo capitolo nella storia di questo paese.

Immagine: frame video Al Jazeera via YouTube

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