11 Maggio 2020

Non ci sono evidenze per sostenere che il nuovo coronavirus stia perdendo forza. E in ogni caso non sarebbe la prova dell’origine artificiale del virus come sostenuto da Zaia

«Se il virus perde forza vuol dire che è artificiale. Ragionateci sopra. Un virus in natura non perde forza con questa velocità». Alcuni giorni fa, rispondendo a una domanda di un giornalista sull’ipotesi che il nuovo coronavirus si stia indebolendo, il presidente della Regione Veneto ha espresso la sua teoria secondo la quale il presunto indebolimento del virus è la prova che il virus non ha avuto un’origine naturale ma è stato manipolato geneticamente in laboratorio. Una tesi, quella dell’ingegnerizzazione artificiale del virus, esclusa dal mondo scientifico, praticamente concorde invece sull’origine naturale di SARS-CoV-2. «Se va via tanto velocemente, qualcosa di artificiale c’è di mezzo. Notiamo che la fase endemica, quella del contagio forte è meno importante, meno rappresentata oggi. Sarà la temperatura, sarà che il virus si è spompato, magari se ne andrà definitivamente e così non avremo la recidiva autunnale». Zaia ha aggiunto che si tratta della «sua opinione personale non di scienziato, ma sono d’accordo con quello scienziato lì».

Sentito successivamente dall’Ansa, il presidente del Veneto ha mitigato la sua posizione spiegando che solo gli scienziati potranno stabilire l’origine del virus, che le ipotesi in campo sulle cause sono tante e che la tesi del virus artificiale è «tutta da dimostrare, che è in capo agli esperti».

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Zaia aveva fatto riferimento all’intervista fatta a Giuseppe Remuzzi (Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri) durante la trasmissione “Piazza Pulita” su La7. Remuzzi aveva detto di aver notato un indebolimento della malattia, come dimostrato dal calo delle terapie intensive e dal numero di ricoveri in generale, ma di non essere in grado di spiegare «se è il virus è mutato o se a essere cambiata è la carica virale di ogni paziente. L’unica cosa che posso dire è che sembra di essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture all’inizio della pandemia». Il direttore dell’istituto Mario Negri, dunque, non ha mai parlato di virus artificiale né ha mai associato a questa tesi al possibile indebolimento del nuovo coronavirus.

Nei giorni precedenti all’intervento di Zaia altri esperti si erano espressi sulle cause di questa perdita di forza di SARS-CoV-2. Secondo Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio Medico di Roma, intervenuto sulla questione in un’audizione al Senato, che il virus stia perdendo forza lo si vede «dal fatto che la sua circolazione è calata». Le cause di questo indebolimento sono tante e devono essere dimostrate: «Potrebbe essere l'effetto delle mutazioni del virus, facendogli perdere contagiosità e letalità, ma è un'ipotesi che va dimostrata. Un dato che stiamo riscontrando è che il virus sta perdendo potenza prima di tutto per effetto del lockdown, del distanziamento e dell’uso delle mascherine», ha aggiunto Ciccozzi all’Ansa.

Di diversa opinione il dottor Massimo Galli, direttore Malattie Infettive Ospedale Sacco di Milano che, intervenuto ad Agorà su Rai Tre, ha detto che non ci sono evidenze di un indebolimento del coronavirus: «Ho un’interpretazione diversa di questa apparente attenuazione: credo che stiamo osservando dal punto di vista clinico la coda di un’epidemia che ha visto le persone più fragili presentare le forme più gravi in tempi precedenti a questo e attualmente abbiamo nei nostri ospedali persone che si sono spostate verso forme meno gravi rispetto a quelle cui siamo stati abituati all’inizio. Ma questo non vuol dire che si sia attenuato il virus, vuol dire che chi doveva andare male è già andato male alla prima ondata dell’infezione». Per sostenere che «il virus ha cambiato passo bisogna anche avere qualche evidenza molecolare che è mutato in maniera significativa. Non escludo che possa anche essere così ma questa è un’evidenza che al momento non abbiamo», ha concluso Galli.

Anche Antonino Di Caro, responsabile del laboratorio di microbiologia dell’istituto Lazzaro Spallanzani, dove è stato isolato a febbraio il primo coronavirus trovato in Italia su una coppia di pazienti cinesi, non è convinto che il virus abbia già perso forza e se proprio si deve parlare di minore circolazione del virus, questa è l’effetto delle misure di distanziamento sociale adottate negli ultimi due mesi dal governo. «A me non risulta che sia così analizzando i dati della Protezione Civile. La percentuale dei pazienti trattati a domicilio e di quelli in ospedale è costante nel tempo. Non mi sentirei di affermare che c’è minore aggressività. Il virus si è attenuato nella circolazione solo perché è stato condizionato dalle misure di contenimento», ha detto Di Caro al Corriere della Sera. «Non sono state osservate mutazioni significative collegabili a differenza di patogenicità, vale a dire capacità di aggredire, e di trasmissione» e, in ogni caso, «la perdita di aggressività non è un criterio per ipotizzare un’origine non naturale. Nessuno ha mai trovato segni che dimostrino sia stato manipolato in laboratorio», ha aggiunto.

Di recente sono stati pubblicati alcuni studi sulle mutazioni di SARS-CoV-2 che potrebbero spiegare una maggiore o minore forza nell’evoluzione del virus. Secondo uno studio del Los Alamos National Laboratory negli Stati Uniti in Europa, negli Stati Uniti e in Australia si sarebbe diffuso una forma del virus più contagiosa per una mutazione della proteina “spike” (il piccone che consente di agganciare le cellule umane, per poi penetrare all’interno), mentre secondo due studi fatti a Singapore e in Arizona, negli USA, la diffusione di lignaggi del nuovo coronavirus meno pericolosi farebbe pensare a un indebolimento del virus. Tuttavia, è ancora presto per stabilire come il virus si stia evolvendo, spiega Ed Yong su The Atlantic.

Per quanto diversi ricercatori si aspettino che il virus s’indebolisca nel tempo attraverso una serie di mutazioni man mano che si adatta all’interno dell’uomo, diventano così meno mortale e meno contagioso, al momento non sono stati trovati segni di questo indebolimento. «Il genoma del virus è molto stabile e non vedo alcun cambiamento di patogenicità causata dalla mutazione del virus», afferma a Nature Guo Deyin, ricercatore all’Università Sun Yat-sen di Guangzhou, in Cina. «Finché potrà infettare con successo nuove cellule, riprodursi e continuare a trasmettersi, non si potrà parlare di indebolimento», aggiunge Andrew Rambaut, studioso dell’evoluzione dei virus all’Università di Edimburgo, nel Regno Unito.

SARS-CoV-2 appartiene alla famiglia di virus a RNA, «di solito mutevoli perché sprovvisti del meccanismo che corregge gli errori della replicazione. In parole semplici non hanno il correttore di bozze», spiega Di Caro al Corriere della Sera. «Fino a questo momento l’unica certezza è che il nuovo coronavirus muta poco rispetto ad altri cugini, come i virus influenzali ed Ebola». Proprio questo meccanismo di correzione di bozze fa pensare che il virus «non muterà rapidamente e che le persone infette manterranno una protezione solida», commenta a Nature Klaus Stöhr, che ha diretto la divisione di ricerca ed epidemiologia sulla SARS dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). «Di gran lunga lo scenario più probabile è che il virus continuerà a diffondersi e infettare la maggior parte della popolazione mondiale in un periodo di tempo relativamente breve, ovvero di uno o due anni. Successivamente, è probabile che SARS-CoV-2 sarà presente per sempre nella popolazione umana».

Alla gente piace pensare che «gli altri coronavirus erano terribili e poi sono diventati lievi», afferma Stanley Perlman, immunologo studioso dei coronavirus all’University of Iowa. «Questo è un approccio ottimista rispetto a quello che sta succedendo ora, ma non abbiamo prove».

7 Luglio 2020 11:00
Spossatezza, perdita di peso, indolenzimento, difficoltà respiratorie e dolori toracici: perché i sintomi di COVID-19 possono durare anche mesi

All’inizio di marzo, quando è stata dichiarata la pandemia, l’opinione diffusa era che si trattasse di un’infezione respiratoria con sintomi simili all’influenza. Si pensava che una minoranza degli infetti sviluppasse una polmonite atipica e avesse bisogno di un supporto respiratorio, mentre la maggioranza non andasse oltre una combinazione di tosse, febbre e fiato corto che scompariva nel giro di un paio di settimane. Invece COVID-19 si sta rivelando una malattia molto più complessa con sintomi, spesso duraturi, che possono andare dalle irritazioni alla pelle ai problemi neurologici. Linda Geddes su New Scientist (qui tradotto da Internazionale) descrive le diverse patologie provocate dal nuovo coronavirus attraverso le voci di alcune persone che si sono riprese dalla malattia, di medici ed esperti. «Non si tratta di ipocondria o malattie immaginarie. E per quanto ho potuto verificare, questi sintomi sembrano slegati dalla gravità della malattia», dice Danny Altmann, immunologo dell’Imperial college di Londra. La lunga lista di sintomi lascia pensare che esistano diversi sottotipi della malattia, e saperlo potrebbe aiutare a prevedere quei casi che possono evolvere in forme gravi. Tuttavia, non si tratta di qualcosa di completamente sconosciuto. «Tutto ciò che stiamo registrando è già stato notato negli altri coronavirus», spiega Julian Hiscox, virologo dell’università di Liverpool, studioso dei coronavirus dall’inizio degli anni Novanta, incluso quello che causa la MERS. «Grazie agli studi sugli animali sappiamo che un coronavirus può provocare manifestazioni cliniche diverse. Dall’esperienza con la SARS e la MERS, invece, sappiamo che alcune persone si riprendono, mentre altre continuano a star male». "Circa il 28% delle persone che hanno contratto la SARS continua a presentare un’insufficienza polmonare 18 mesi dopo la scomparsa dei sintomi della malattia, con un peggioramento della qualità della vita e della capacità di svolgere esercizio fisico", si legge nell'articolo. "Una meta-analisi recente suggerisce che nei mesi successivi alla guarigione dalla SARS il 10-20% dei pazienti soffriva di depressione, ansia, insonnia e spossatezza". Secondo Ed Bullmore, neurobiologo dell’università di Cambridge e autore del libro The Inflamed Mind, "i disturbi sono il prodotto della nostra risposta immunitaria all’infezione. Quando le cellule immunitarie incontrano un intruso, rilasciano molecole-segnale chiamate citochine per rafforzare la risposta immunitaria. Alcune di queste molecole finiscono nel cervello e innescano un’ulteriore secrezione di citochine e una conseguente infiammazione". Molte persone, racconta ancora Altmann, sono rimaste sorprese che la malattia si trasformasse in un disturbo cronico. Una volta superata la situazione d'emergenza, bisognerà comprendere meglio alcuni dei sintomi a lungo termine di COVID-19 e le conseguenze dell'infezione. Finora la risposta al nuovo coronavirus si è concentrata sul tentativo di evitare il decesso delle persone infette. Ora gli ospedali stanno cominciando ad allestire strutture per i controlli sui sopravvissuti, compresi quelli che sono ancora affetti da disturbi: «Spero che si riesca a comprendere alcuni dei meccanismi biologici della malattia, in modo da trovare soluzioni terapeutiche adatte», conclude Altmann. [Leggi l'articolo su New Scientist]

7 Luglio 2020 07:00
Secondo uno studio spagnolo su oltre 60mila persone l’immunità di gregge è difficile da raggiungere

Secondo uno studio su un campione rappresentativo di oltre 61mila persone, pubblicato su Lancet, in Spagna solo il 5% della popolazione avrebbe sviluppato anticorpi contro il nuovo coronavirus, rafforzando la tesi che l'immunità di gregge è un obiettivo difficilmente realizzabile. I risultati della ricerca – a prima firma della professoressa Marina Pollán, direttrice del Centro nazionale per l'epidemiologia spagnolo – mostrano che il 95% della popolazione resta suscettibile al virus. Come spiegato alla CNN dal Centro europeo per il controllo delle malattie, si tratta dello studio sullo sviluppo degli anticorpi su più larga scala finora effettuato in Europa. I dati sembrano ricalcare quanto emerso da altre ricerche simili, come quella che ha coinvolto 2.766 partecipanti in Svizzera, pubblicata su Lancet lo scorso 11 giugno, e altre due in Cina e negli Stati Uniti: "La maggior parte della popolazione sembra non essere rimasta esposta a COVID-19", anche in aree con ampia diffusione del virus. «Alla luce di questi risultati, qualsiasi approccio che voglia raggiungere l'immunità di gregge senza il ricorso a un vaccino non è solo poco etico, ma anche irrealizzabile», hanno dichiarato Isabella Eckerle, direttrice del Centro di malattie virali emergenti di Ginevra e Benjamin Meyer, virologo all'Università di Ginevra, autori dei commenti allo studio su Lancet. "In conclusione – si legge su Lancet – il nostro studio fornisce stime nazionali e regionali della diffusione di SARS-CoV-2", secondo le quali, "nonostante il forte impatto di COVID-19 in Spagna, (...) la sieroprevalenza resta bassa ed è chiaramente insufficiente per raggiungere l'immunità di gregge". L'unico modo per ottenerla è "accettare il danno collaterale di molti decessi e il sovraccarico dei sistemi sanitari. In questa situazione, le misure di distanziamento fisico e gli sforzi per identificare e isolare nuovi casi e i loro contatti sono indispensabili per il futuro controllo dell'epidemia". Questo studio, ha commentato Marina Pollán alla CNN, «potrebbe servire da riferimento ad altri paesi». [Leggi l'articolo sul sito della CNN]

2 Luglio 2020 11:00
COVID-19 e disinformazione: una panoramica europea

I giornalisti di AFP, Correctiv, Pagella Politica/Facta, Maldita.es e Full Fact hanno pubblicato un report internazionale che analizza il complesso panorama della disinformazione sulla pandemia di COVID-19, identificando le tematiche comuni che hanno caratterizzato il dibattito nei cinque paesi della Unione europea presi in esame.

Il progetto è il risultato di una collaborazione tra fact-checkers operanti in diversi paesi europei: Agence France-Presse (AFP) in Francia, Correctiv in Germania, Pagella Politica/Facta in Italia, Maldita.es in Spagna e Full Fact nel Regno Unito. L’analisi è basata su un totale di 645 articoli pubblicati nel corso di marzo e aprile 2020 e raccoglie i casi di disinformazione più diffusi in quei mesi.

Tra le tematiche ricorrenti troviamo: fantomatiche cure o falsi rimedi, misure di prevenzione inventate e a volte pericolose, la relazione fantasiosa tra il 5G e la pandemia, l'origine del virus, i paragoni sbagliati con l'influenza stagionale e le teorie del complotto su vaccini, mascherine e Bill Gates. L'analisi presenta le bufale principali e ripercorre le date della loro comparsa nei paesi esaminati. [Leggi il report in italiano sul sito covidinfodemiceurope.com]

26 Giugno 2020 07:02
COVID-19, cosa abbiamo imparato sul contagio

Dopo sei mesi di crisi sanitaria del nuovo coronavirus esiste un certo consenso tra gli esperti riguardo le modalità di contagio della malattia. Sappiamo, per esempio, che non è comune contrarre COVID-19 attraverso il contatto con una superficie contaminata e che è improbabile contagiarsi in seguito a incontri fugaci con persone all'aperto.

La principale ragione di contagio, affermano gli esperti, sono le interazioni ravvicinate tra persone per periodi prolungati, per esempio una riunione familiare o tra amici in casa, o nel posto di lavoro. Per gli stessi motivi, eventi affollati, aree scarsamente ventilate e luoghi in cui le persone parlano a voce alta, o cantano, sono situazione nel quale il rischio di contagio è maggiore.

Recenti studi hanno dimostrato che i lockdown su larga scala hanno impedito milioni di contagi e morti in tutto il mondo. Adesso, con maggiore esperienza e una migliore preparazione, alcune città e alcuni Stati si stanno preparando con misure mirate per evitare che il virus decolli nuovamente.

La ormai nota "nuova normalità" consiste nell'adozione di una serie di misure e comportamenti che minimizzino il rischio sanitario: come protezioni di plexiglas in uffici e ristoranti, l'obbligo di utilizzare mascherine nei negozi e sul posto di lavoro, una buona ventilazione, e l'abitudine generalizzata a mantenere il distanziamento fisico quando è possibile in presenza di altre persone (amici, familiari, colleghi di lavoro, etc.).

Le raccomandazioni sulla riapertura includono la capacità da parte delle autorità sanitarie di fare i test necessari, tracciare i contatti dei contagiati e isolare tutte le persone esposte alla malattia.

Un aspetto critico legato al contagio del nuovo coronavirus è che la trasmissione è facilitata da attività apparentemente innocue, come parlare e respirare, momenti durante i quali esaliamo sotto forma di piccole goccioline e vapore anche il virus, che può essere trasportato dalle correnti d'aria e contagiare altre persone vicine. Specialmente in ambienti chiusi.

La ventilazione è un fattore molto importante per evitare il contagio. Fino a oggi, le agenzie sanitarie hanno identificato il contatto con le goccioline respiratorie come la principale modalità di contagio, ma secondo alcuni ricercatori il SARS-CoV-2 può essere trasmesso anche attraverso l'aerosol (ossia attraverso la respirazione) e inalato da altre persone. Questo aumenterebbe le possibilità di contagio. È quello che potrebbe essere successo in un ristorante di Guangzhou, in Cina, dove un commensale infetto che non aveva ancora mostrato sintomi della malattia ha trasmesso il virus ad altri cinque clienti del locale seduti ai tavoli adiacenti. La ventilazione nello spazio era scarsa, con gli aspiratori spenti, secondo uno studio che ha esaminato le condizioni del ristorante. Il virus contenuto nell'aerosol della respirazione della persona contagiata potrebbe essersi accumulato nell'aria e, trasportato dal flusso dell'aria condizionata, aver raggiunto i tavoli vicini. Ecco perché la ventilazione nei luoghi chiusi è cruciale.

Un altro fattore da tenere in considerazione è l'esposizione prolungata ad altre persone. Questo è generalmente definito come 15 minuti o più di contatto non protetto con qualcuno a meno di 2 metri di distanza, secondo John Brooks, responsabile per l'emergenza COVID-19 presso il Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Si tratta, però, solo di una constatazione empirica, ha avvisato. È sufficiente uno starnuto o dei contatti intimi o ravvicinati, seppur brevi, per massimizzare il rischio d'esposizione al virus nonostante la distanza di sicurezza sia stata rispettata e il tempo dell'incontro inferiore ai 15 minuti.

Trovarsi all'aperto è generalmente più sicuro, secondo gli esperti, perché le particelle virali si diluiscono più rapidamente nell'aria e vengono disperse dalle correnti naturali. Ma sia le goccioline che l'aerosol rappresentano un rischio anche all'aperto, quando le persone sono in stretto contatto e prolungato.

Esistono situazione che sono chiaramente d'alto rischio. Durante una prova del coro di una chiesa dello Stato di Washington, il 10 marzo, una sola persona ha contagiato 53 dei 61 membri del coro. Questo si deve al fatto che quando cantano le persone possono emettere una maggiore quantità di goccioline respiratorie a una distanza maggiore. Inoltre, quando cantano, le persone respirano più profondamente, aumentando la possibilità di inalare le particelle infettive rilasciate da altre persone nella stessa abitazione. Questo tipo di situazioni, dove una sola persona contagia un alto numero di persone, è denominato dagli esperti come evento "superspreader" (super-diffusore). Simili dinamiche di trasmissione possono presentarsi in altri contesti, dove la respirazione intensa o le chiacchiere sono parte dell'attività sociale che si svolge in quei luoghi, come palestre, spettacoli musicali o teatrali, conferenze, matrimoni e feste di compleanno, etc.

Per tutte le ragioni elencate sopra, è più probabile contagiarsi tra persone care come amici, coppie o familiari, dovuto alla maggiore vicinanza fisica permessa in questo tipo di relazioni. Ecco perché il tasso di contagio tra familiari è maggiore, secondo alcune ricerche.

Alcune persone possono essere più contagiose di altre, questo si deve a una maggiore carica virale o alla capacità di produrre un maggior numero di goccioline quando si parla. Queste caratteristiche si sommano ai fattori elencati sopra, come una cattiva ventilazione, uno spazio limitato e chiuso, molte persone che parlano per originare un focolaio.

Le politiche sanitarie degli Stati si basano su queste conoscenze, che si arricchiscono continuamente grazie a nuovi studi e ricerche, per stabilire protocolli e misure di sicurezza. Il CDC ha recentemente invitato i cittadini americani a continuare a indossare mascherine e a mantenere il distanziamento fisico, evitando i trasporti pubblici e gli ascensori per ridurre le situazioni di possibile esposizione. Sono sconsigliati gli abbracci, le strette di mano e altre forme di contatto fisico per salutarsi. L'agenzia ha anche suggerito di erigere divisori di plexiglas nei posti di lavoro e nelle scuole.

Non è possibile tornare alla normalità senza nessun pericolo, si tratta semmai di ridurre le situazioni di rischio il più possibile, dato che con questo virus dovremo convivere probabilmente per molto tempo. Qualsiasi politica o raccomandazione sanitaria è quindi soggetta a cambiamenti dovuti all'evolversi della situazione o alla scoperta di nuovi dati. [Leggi l'articolo sul Wall Street Journal]

25 Giugno 2020 09:25
La comunicazione e l’informazione scientifica ai tempi del COVID

Il nuovo coronavirus non ha solo stravolto le nostre vite e la nostra società, ha anche rivoluzionato la comunicazione scientifica in ambito biomedico, riducendo enormemente i tempi della pubblicazione dei risultati delle ricerche. Così, è ormai diventata consuetudine una pratica del tutto estranea al campo biomedico: la pubblicazione preliminare dei lavori in appositi archivi prima che vengano sottoposti alla peer-review. Questo causa che i risultati preliminari di quegli studi vengano diffusi dai quotidiani o dalla televisione, attraverso interviste agli autori, che ovviamente non possono sostituirsi a una pubblicazione scientifica e fornire i dettagli della ricerca. Purtroppo in molti casi i risultati di questi lavori sono comunicati esclusivamente in interviste, senza che abbiano ancora visto la luce, il che rende ancora più difficile verificare la loro validità.

Al tempo del COVID capita, inoltre, che siano gli stessi editori delle riviste scientifiche ad allentare il rigore con il quale vengono valutati i lavori, privilegiando la rapidità al rigore della pubblicazione. Così, riviste prestigiose e con un elevato fattore d’impatto, come il New England Journal of Medicine e Lancet, in tempi più normali avrebbero probabilmente approfondito le origini di Surgisphere, la società che avrebbe fornito agli autori di due lavori pubblicati sulle due riviste (qui e qui), il materiale clinico sul quale sono stati basati i lavori e probabilmente avrebbero notato l’incongruenza di una serie di risultati degli stessi lavori che hanno portato al loro ritiro.

Questo aspetto, cioè l’affidabilità delle pubblicazioni scientifiche, è tanto più importante ora di quanto probabilmente non lo sia mai stato, in quanto mai come in questo tempo la ricerca ha influenzato le decisioni politiche dei governi e la policy degli enti regolatori nazionali e internazionali. Due sono infatti gli aspetti, tra loro strettamente legati, che colpiscono: la leggerezza e la rapidità delle decisioni dei governi ed enti preposti.

Non c’è dubbio che il nuovo coronavirus ha posto i ricercatori specialisti della materia al centro dell’interesse nazionale e internazionale, conferendo alla ricerca, ora più che mai, la possibilità di influenzare scelte politiche e sociali che hanno ricadute immediate e profonde sulla vita di ciascuno di noi. Questa condizione di relativo privilegio comporta anche maggiori responsabilità e la necessità, per tutti gli attori dell’informazione e della comunicazione scientifica, di tenere alta la guardia del rigore scientifico. [Leggi l'articolo su Scienza in rete]