11 Maggio 2020

Non ci sono evidenze per sostenere che il nuovo coronavirus stia perdendo forza. E in ogni caso non sarebbe la prova dell’origine artificiale del virus come sostenuto da Zaia

«Se il virus perde forza vuol dire che è artificiale. Ragionateci sopra. Un virus in natura non perde forza con questa velocità». Alcuni giorni fa, rispondendo a una domanda di un giornalista sull’ipotesi che il nuovo coronavirus si stia indebolendo, il presidente della Regione Veneto ha espresso la sua teoria secondo la quale il presunto indebolimento del virus è la prova che il virus non ha avuto un’origine naturale ma è stato manipolato geneticamente in laboratorio. Una tesi, quella dell’ingegnerizzazione artificiale del virus, esclusa dal mondo scientifico, praticamente concorde invece sull’origine naturale di SARS-CoV-2. «Se va via tanto velocemente, qualcosa di artificiale c’è di mezzo. Notiamo che la fase endemica, quella del contagio forte è meno importante, meno rappresentata oggi. Sarà la temperatura, sarà che il virus si è spompato, magari se ne andrà definitivamente e così non avremo la recidiva autunnale». Zaia ha aggiunto che si tratta della «sua opinione personale non di scienziato, ma sono d’accordo con quello scienziato lì».

Sentito successivamente dall’Ansa, il presidente del Veneto ha mitigato la sua posizione spiegando che solo gli scienziati potranno stabilire l’origine del virus, che le ipotesi in campo sulle cause sono tante e che la tesi del virus artificiale è «tutta da dimostrare, che è in capo agli esperti».

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Zaia aveva fatto riferimento all’intervista fatta a Giuseppe Remuzzi (Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri) durante la trasmissione “Piazza Pulita” su La7. Remuzzi aveva detto di aver notato un indebolimento della malattia, come dimostrato dal calo delle terapie intensive e dal numero di ricoveri in generale, ma di non essere in grado di spiegare «se è il virus è mutato o se a essere cambiata è la carica virale di ogni paziente. L’unica cosa che posso dire è che sembra di essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture all’inizio della pandemia». Il direttore dell’istituto Mario Negri, dunque, non ha mai parlato di virus artificiale né ha mai associato a questa tesi al possibile indebolimento del nuovo coronavirus.

Nei giorni precedenti all’intervento di Zaia altri esperti si erano espressi sulle cause di questa perdita di forza di SARS-CoV-2. Secondo Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio Medico di Roma, intervenuto sulla questione in un’audizione al Senato, che il virus stia perdendo forza lo si vede «dal fatto che la sua circolazione è calata». Le cause di questo indebolimento sono tante e devono essere dimostrate: «Potrebbe essere l'effetto delle mutazioni del virus, facendogli perdere contagiosità e letalità, ma è un'ipotesi che va dimostrata. Un dato che stiamo riscontrando è che il virus sta perdendo potenza prima di tutto per effetto del lockdown, del distanziamento e dell’uso delle mascherine», ha aggiunto Ciccozzi all’Ansa.

Di diversa opinione il dottor Massimo Galli, direttore Malattie Infettive Ospedale Sacco di Milano che, intervenuto ad Agorà su Rai Tre, ha detto che non ci sono evidenze di un indebolimento del coronavirus: «Ho un’interpretazione diversa di questa apparente attenuazione: credo che stiamo osservando dal punto di vista clinico la coda di un’epidemia che ha visto le persone più fragili presentare le forme più gravi in tempi precedenti a questo e attualmente abbiamo nei nostri ospedali persone che si sono spostate verso forme meno gravi rispetto a quelle cui siamo stati abituati all’inizio. Ma questo non vuol dire che si sia attenuato il virus, vuol dire che chi doveva andare male è già andato male alla prima ondata dell’infezione». Per sostenere che «il virus ha cambiato passo bisogna anche avere qualche evidenza molecolare che è mutato in maniera significativa. Non escludo che possa anche essere così ma questa è un’evidenza che al momento non abbiamo», ha concluso Galli.

Anche Antonino Di Caro, responsabile del laboratorio di microbiologia dell’istituto Lazzaro Spallanzani, dove è stato isolato a febbraio il primo coronavirus trovato in Italia su una coppia di pazienti cinesi, non è convinto che il virus abbia già perso forza e se proprio si deve parlare di minore circolazione del virus, questa è l’effetto delle misure di distanziamento sociale adottate negli ultimi due mesi dal governo. «A me non risulta che sia così analizzando i dati della Protezione Civile. La percentuale dei pazienti trattati a domicilio e di quelli in ospedale è costante nel tempo. Non mi sentirei di affermare che c’è minore aggressività. Il virus si è attenuato nella circolazione solo perché è stato condizionato dalle misure di contenimento», ha detto Di Caro al Corriere della Sera. «Non sono state osservate mutazioni significative collegabili a differenza di patogenicità, vale a dire capacità di aggredire, e di trasmissione» e, in ogni caso, «la perdita di aggressività non è un criterio per ipotizzare un’origine non naturale. Nessuno ha mai trovato segni che dimostrino sia stato manipolato in laboratorio», ha aggiunto.

Di recente sono stati pubblicati alcuni studi sulle mutazioni di SARS-CoV-2 che potrebbero spiegare una maggiore o minore forza nell’evoluzione del virus. Secondo uno studio del Los Alamos National Laboratory negli Stati Uniti in Europa, negli Stati Uniti e in Australia si sarebbe diffuso una forma del virus più contagiosa per una mutazione della proteina “spike” (il piccone che consente di agganciare le cellule umane, per poi penetrare all’interno), mentre secondo due studi fatti a Singapore e in Arizona, negli USA, la diffusione di lignaggi del nuovo coronavirus meno pericolosi farebbe pensare a un indebolimento del virus. Tuttavia, è ancora presto per stabilire come il virus si stia evolvendo, spiega Ed Yong su The Atlantic.

Per quanto diversi ricercatori si aspettino che il virus s’indebolisca nel tempo attraverso una serie di mutazioni man mano che si adatta all’interno dell’uomo, diventano così meno mortale e meno contagioso, al momento non sono stati trovati segni di questo indebolimento. «Il genoma del virus è molto stabile e non vedo alcun cambiamento di patogenicità causata dalla mutazione del virus», afferma a Nature Guo Deyin, ricercatore all’Università Sun Yat-sen di Guangzhou, in Cina. «Finché potrà infettare con successo nuove cellule, riprodursi e continuare a trasmettersi, non si potrà parlare di indebolimento», aggiunge Andrew Rambaut, studioso dell’evoluzione dei virus all’Università di Edimburgo, nel Regno Unito.

SARS-CoV-2 appartiene alla famiglia di virus a RNA, «di solito mutevoli perché sprovvisti del meccanismo che corregge gli errori della replicazione. In parole semplici non hanno il correttore di bozze», spiega Di Caro al Corriere della Sera. «Fino a questo momento l’unica certezza è che il nuovo coronavirus muta poco rispetto ad altri cugini, come i virus influenzali ed Ebola». Proprio questo meccanismo di correzione di bozze fa pensare che il virus «non muterà rapidamente e che le persone infette manterranno una protezione solida», commenta a Nature Klaus Stöhr, che ha diretto la divisione di ricerca ed epidemiologia sulla SARS dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). «Di gran lunga lo scenario più probabile è che il virus continuerà a diffondersi e infettare la maggior parte della popolazione mondiale in un periodo di tempo relativamente breve, ovvero di uno o due anni. Successivamente, è probabile che SARS-CoV-2 sarà presente per sempre nella popolazione umana».

Alla gente piace pensare che «gli altri coronavirus erano terribili e poi sono diventati lievi», afferma Stanley Perlman, immunologo studioso dei coronavirus all’University of Iowa. «Questo è un approccio ottimista rispetto a quello che sta succedendo ora, ma non abbiamo prove».

23 Maggio 2020 13:00
Dieci motivi per cui la patente di immunità non è una buona idea

In un articolo su Nature, Natalie Kofler, biologa molecolare alla Medical School di Harvard e fondatrice di "Editing Nature" alla Yale University, e Françoise Baylis, professoressa di Bioetica alla Dalhousie University in Canada, hanno presentato 10 motivi per cui le patenti d'immunità non sono una buona idea, tantomeno lo strumento su cui basare un ritorno alla normale vita sociale e lavorativa.
Quattro seri problemi pratici e sei obiezioni di carattere etico si sommano a una pessima idea di per sé, scrivono Kofler e Baylis: 1) L'immunità a COVID-19 resta un mistero. Dagli studi realizzati finora non sappiamo ancora con certezza in che misura gli anticorpi che il sistema immunitario produce contro SARS-CoV-2 diano una protezione immunitaria duratura. Si sta ancora cercando di comprendere l’immunità al nuovo coronavirus e non possiamo ancora stabilire con certezza quanto duri nel tempo e quanto potrebbe proteggere contro un secondo contagio. 2) I test sierologici non sono ancora affidabili con il rischio di individuare falsi positivi e falsi negativi. 3) Il numero dei test necessari è irraggiungibile. Sarebbero necessari decine o centinaia di milioni di test sierologici per un programma nazionale di certificazione dell'immunità. Anche se i passaporti per l'immunità fossero limitati agli operatori sanitari, il numero di test richiesti potrebbe essere impossibile. Gli Stati Uniti, ad esempio, avrebbero bisogno di oltre 16 milioni di tali test. Al momento della pubblicazione dell'articolo, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie e i laboratori statunitensi di sanità pubblica avevano eseguito oltre 12 milioni di test diagnostici per SARS-CoV-2. Al 20 maggio, la Corea del Sud era riuscita a testare l'1,5% della sua popolazione. 4) Troppo pochi guariti per pensare di rilanciare l'economia. Sulla base del numero attuale dei casi confermati negli Stati Uniti, ad esempio, solo lo 0,43% della popolazione avrebbe diritto alla patente d'immunità. Si tratta di percentuali irrilevanti per l'economia e per la sicurezza. Un bar non può aprire e servire i clienti senza rischi se solo una parte del suo personale è certificata come immune. Un negozio non può generare profitti se solo una minima parte dei clienti è autorizzata a entrare.
A questi problemi tecnici si aggiungono poi questioni etiche: dovendo monitorare "chi può andare dove", qualsiasi strategia per la patente d'immunità deve includere un sistema di identificazione e controllo e questo richiederà probabilmente uno sviluppo di un'app digitale con evidenti implicazioni sulla privacy di ciascuno di noi. I gruppi marginalizzati rischieranno di dover affrontare controlli più approfonditi, con maggiori possibilità di essere profilati ed eventuali danni a gruppi razziali, sessuali, religiosi o di altre minoranze. Inoltre, con una carenza di test, i ricchi e i potenti potrebbero avere maggiori probabilità di ottenere un test rispetto ai poveri e alle persone più vulnerabili. All'inizio di marzo, ad esempio, quando venivano testati team sportivi professionisti, dirigenti di aziende tecnologiche e celebrità del cinema, decine di Stati statunitensi stavano conducendo meno di 20 test al giorno. Questo significa una distribuzione ineguale delle patenti d'immunità con il rischio che proprio le persone che hanno bisogno di lavorare non potranno farlo perché sprovvisti della certificazione necessaria perché non avranno potuto avere avuto accesso al test. E, in assenza di un vaccino obbligatorio, se la patente d'immunità diventa l'unica certificazione di immunizzazione a COVID-19, si rischierebbe di creare un nuovo modo per dividere gli "abbienti" da "non abbienti": gli "immunoprivilegiati" e gli "immunodeprivati".
Cosa fare, allora? Kofler e Baylis propongono due strade: "invece delle patenti d'immunità, i governi e le imprese dovrebbero investire tempo, talento e denaro disponibili nelle tre T, testare, tracciare e trattare. E poi dovrebbero sviluppare, produrre e distribuire in tutto il mondo un vaccino per SARS-CoV-2. Se diventa possibile l'accesso universale, tempestivo e gratuito a una vaccinazione, potrebbe essere eticamente ammissibile richiedere la certificazione della vaccinazione per la partecipazione a determinate attività. Le minacce alla libertà, equità e salute pubblica sono inerenti a qualsiasi piattaforma progettata per separare la società sulla base di dati biologici. Tutte le politiche e le pratiche devono essere guidate da un impegno per la giustizia sociale". [Leggi l'articolo su Nature]

21 Maggio 2020 11:00
Il ritorno a scuola in Corea del Sud: le difficoltà e i pericoli della ‘nuova normalità’

Dopo tre mesi di chiusura la Corea del Sud ha riaperto le scuole superiori. Questo mercoledì i ragazzi sudcoreani sono tornati in classe in un contesto nuovo, che prevede controlli di temperatura frequenti, mascherine obbligatorie e distanziamento sociale tra i banchi e negli spazi comuni. Dopo poche ore, però, decine di scuole in Incheon, città vicina alla capitale Seul, sono state obbligate a chiudere nuovamente perché due studenti sono risultati positivi al COVID-19. La Corea del Sud, con più di 11 mila contagi e 264 decessi per COVID-19, è uno dei paesi che sono riusciti a controllare l'epidemia nella fase iniziale. Questi paesi stanno cercando adesso di trovare un approccio alla nuova normalità, ma l'esperienza ci dimostra che bisogna essere capaci di gestire il rischio e reagire velocemente. In Asia, altri paesi si trovano in una situazione analoga a quella della Corea del Sud. La Nuova Zelanda, la cui gestione della pandemia è stata citata più volte come esemplare, ha riaperto le scuole lunedì, dopo due mesi di chiusura. Anche in alcune regioni dell'Australia i bambini stanno tornando tra i banchi. E in Cina, che ha riaperto gli istituti scolastici a marzo, si calcola che il 40% degli studenti è tornato a scuola, secondo il Ministro d'Educazione. La decisione di riaprire le scuole è molto delicata. Sebbene i sintomi nei bambini sembrano essere nella maggior parte dei casi lievi, alcuni studi suggeriscono che questi hanno un ruolo decisivo nella diffusione del virus. L'esperienza dei paesi che stanno riaprendo ci insegna che non esiste un ritorno alla normalità. Il ritorno a scuola deve essere graduale, sono necessarie nuove norme di igiene, la distanza tra gli alunni è una regola fondamentale e, soprattutto, bisogna essere preparati a gestire il rischio e a prendere decisioni tempestive se è necessario, come chiudere nuovamente le scuole di una zona o dell'intero paese. [Leggi l'articolo sul sito della CNN]

20 Maggio 2020 11:00
Quando dovrebbero riaprire le scuole? La decisione deve basarsi sui dati e sulla capacità sanitaria

Negli ultimi giorni si è aperto un grande dibattito sulla possibile riapertura delle scuole nei paesi che negli ultimi mesi hanno adottato misure restrittive per fronteggiare la pandemia. In molti si chiedono: è sicuro riaprirle? La domanda così formulata manifesta un'incomprensione di fondo. In un mondo nel quale il COVID-19 non è stato debellato, il rischio sarà sempre presente per qualsiasi interazione sociale. Non è possibile garantire la sicurezza totale, si tratta piuttosto di ridurre il più possibile il rischio di contagio tra la popolazione. La domanda che dobbiamo porci, quindi, è se sia sufficientemente sicuro riaprire le scuole adesso. E per rispondere abbiamo bisogno di dati e di un sistema di monitoraggio in tempo reale nel territorio sui nuovi contagi e sull'indice di trasmissibilità del virus. Qualsiasi decisione politica deve essere presa basandosi su queste cifre e non su argomenti astratti o battaglie ideologiche. Danimarca, Norvegia, Germania e Nuova Zelanda hanno iniziato a riaprire e questo ha creato un clima di impazienza in paesi che si trovano in una situazione, al momento, peggiore. È chiaro che le scuole non possono rimanere chiuse per sempre, ma la decisione di aprirle dev'essere integrata in una strategia più ampia di "test, tracciamento e isolamento", applicata su tutto il territorio, con trasparenza totale sulle ragioni scientifiche che guidano tali decisioni. Inoltre, vista la difficoltà di mantenere il distanziamento fisico in ambienti scolastici affollati, è importante individuare soluzioni innovative: l'uso di grandi spazi come palestre e un rientro graduale degli alunni, per esempio. [Leggi l'articolo sul Guardian]

19 Maggio 2020 09:00
“Senza immunità diffusa la Cina è esposta a una seconda ondata di COVID-19”

Zhong Nanshan, responsabile sanitario e volto pubblico della lotta cinese contro il COVID-19, avverte che la Cina è ancora esposta al rischio di nuove ondate di contagio. Il dottor Zhong, uno dei più importanti epidemiologi cinesi, è conosciuto nel suo paese come "l'eroe della SARS" per il ruolo avuto nel 2003 nella lotta contro l'epidemia della sindrome respiratoria acuta grave.

Il 20 gennaio scorso fu Zhong ad annunciare in diretta televisiva che il SARS-CoV-2 poteva trasmettersi tra persone, dopo che per  settimane le autorità locali di Wuhan avevano cercato di nascondere la gravità della situazione. Zhong si era recato personalmente nella città il 18 gennaio, racconta in un'intervista esclusiva alla CNN, e dopo il suo arrivo ricevette diverse segnalazioni da medici e ex alunni che lo avvisavano che la situazione era molto peggiore rispetto a quanto riportato dalle informazioni ufficiali. "Le autorità locali non volevano dire la verità in quel momento", conferma Zhong, che racconta di aver iniziato a dubitare dei dati ufficiali vedendo il numero dei contagiati fermo a 41 mentre all'estero apparivano i primi casi. "Non credevo a quelle cifre, per questo continuai a chiedere alle autorità il numero reale". Due giorni dopo a Pechino, il 20 gennaio, gli dissero che il totale dei casi riscontrati a Wuhan era 198, con 3 decessi e 13 contagiati tra il personale sanitario. [Di Zhong e del suo ruolo nella comprensione di ciò che stava accadendo a Wuhan ne abbiamo parlato anche in questo nostro approfondimento: Zhong accuserà pubblicamente il potente sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, di essere un bugiardo].

Quello stesso giorno, in una riunione con esponenti del governo tra cui il primo ministro, Zhong propose di chiudere la città di Wuhan per contenere la diffusione del virus. Era una misura senza precedenti, ma fortunatamente il governo decise di seguire quel consiglio e il 23 gennaio vennero cancellati tutti i voli, i treni, i bus e bloccate le principali strade che permettevano l'accesso alla città. Il 27 gennaio, intervistato dalla tv nazionale, il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, ha ammesso di non aver rivelato correttamente le informazioni sul coronavirus: "come governo locale, possiamo rivelare tali informazioni solo dopo essere stati autorizzati". Il lockdown totale di Wuhan è durato 76 giorni.

Sebbene Zhong riconosca apertamente il tentativo da parte delle autorità di nascondere in un primo momento i dati reali sull'epidemia, è convinto che a partire dal 23 gennaio i numeri siano corretti. La Cina, secondo il dottore, ha imparato la lezione dalla SARS, 17 anni fa, quando il governo cercò di nascondere l'epidemia per mesi.

Uno dei casi di repressione della verità di cui si è discusso molto negli ultimi mesi è quello del dottor Li Wenliang, 34 anni, punito dalle autorità per aver cercato di dare l'allarme sul nuovo coronavirus. Li aveva avvisato i suoi colleghi sui social a fine dicembre, mettendoli in guardia sul "misterioso virus", ed era stato arrestato il 3 gennaio con l'accusa di "diffondere notizie false". Fu obbligato a firmare un documento delle autorità nel quale ammetteva di aver infranto la legge e causato gravi disordini sociali. La sua morte per COVID-19, il 6 febbraio, ha provocato indignazione nell'opinione pubblica e ha dato inizio a una protesta online contro il governo. "Vogliamo libertà di parola", è stato trending topic su uno dei social network più usati in Cina, Weibo, prima di essere cancellato. "Il governo di Wuhan deve delle scuse al dottor Li Wenliang", altro trending topic che è stato censurato dopo poche ore. Il governo, in seguito alle incessanti proteste online, ha ammesso di aver commesso un'ingiustizia, ha offerto alla famiglia delle "scuse solenni" e ha riabilitato la figura di Li, liberandolo da ogni capo d'accusa. Li Wenliang è diventato così un simbolo delle ingiustizie perpetrate dal governo cinese per mantenere il controllo delle informazioni.

In attesa di un vaccino - l'unico strumento che permetterebbe di creare un'immunità di gregge tra la popolazione - il dottor Zhong ricorda che non è il caso di compiacersi: dopo due mesi e mezzo di lockdown il governo è riuscito a contenere il virus e la vita sta lentamente tornando alla normalità a Wuhan, però sono emersi nuovi casi di coronavirus in tutta la Cina nelle ultime settimane, a Wuahn e nelle province del nord-est Heilongjiang e Jilin. Lunedì 18 maggio è stato attivato un lockdown nella città di Shulan (nella provincia di Jilin), con restrizioni simili a quelle applicate a Wuhan e il conseguente isolamento di 700 mila persone. "La maggior parte della popolazione cinese è ancora esposta al rischio di contagio. Stiamo affrontando una grande sfida", spiega Zhong, che sottolinea che la situazione nella quale si trova la Cina non è migliore di quella di altri paesi che stanno lottando con la pandemia. Tre possibili vaccini sono in fase di sperimentazione in Cina in questo momento, ma una soluzione potrebbe essere ancora molto distante. Lunedì intanto la Cina ha annunciato che se dovesse trovare un vaccino ne farebbe “un bene pubblico mondiale”.  [Leggi l'articolo sul sito della CNN]

18 Maggio 2020 12:00
Al via l’assemblea annuale dell’OMS, la richiesta di una indagine indipendente sulla pandemia e le tensioni con la Cina

Oggi si apre la 73esima Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, alla quale partecipano i rappresentanti di 194 Stati membri delle Nazioni Unite. L’incontro, che si tiene solitamente a Ginevra, si svolgerà in due giorni e interamente in video conferenza a causa dell’emergenza COVID-19, e sarà dedicato principalmente alla risposta globale alla diffusione del virus. L’appuntamento di quest’anno è particolarmente delicato, a causa delle polemiche tra Occidente e Cina sulla gestione della pandemia e delle critiche – in particolare da parte degli Stati Uniti – all’operato dell’OMS stessa. Centoventidue Stati – tra cui i membri dell’Unione Europea, il Regno Unito, la Russia, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda – hanno sponsorizzato una bozza di risoluzione che chiede che venga fatta un’indagine indipendente e imparziale sulla risposta globale alla pandemia di COVID-19. Inizialmente era stata l’Australia a chiedere pubblicamente un’inchiesta sulla gestione iniziale dell’emergenza da parte della Cina. Il governo di Pechino aveva risposto esprimendo “forte preoccupazione” e definendo la mossa australiana “altamente irresponsabile” e suscettibile di “distruggere la cooperazione internazionale nella lotta alla pandemia”. La bozza firmata dall’UE, comunque, non menziona specificatamente la Cina o Wuhan, ma chiede all’Organizzazione di iniziare al momento opportuno un processo graduale di “valutazione imparziale, indipendente e comprensiva” della risposta internazionale alla pandemia, delle misure e della tempistica dell'OMS, nonché di “identificare la fonte zoonotica del virus e la via di introduzione nella popolazione umana” anche attraverso “missioni sul campo scientifiche e collaborative”. “Siamo aperti, siamo trasparenti, non abbiamo niente da nascondere e niente da temere. Accogliamo con favore un’indagine internazionale indipendente, ma deve essere organizzata dall’OMS”, ha detto la settimana scorsa l’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming. La preoccupazione, riporta CNN, è che un report critico potrebbe avere un effetto potenzialmente disastroso sulla posizione globale della Cina, anche in virtù dei rapporti tesi con gli Stati Uniti – dove il presidente Trump spinge la narrazione che vuole Pechino responsabile della pandemia. La Cina, comunque, potrebbe accettare la bozza dell’UE, considerato anche che il presidente Xi parlerà in apertura dei lavori dell’Assemblea. “Una mossa improbabile se Pechino si stesse preparando a respingere un punto chiave in agenda”, scrive CNN. Un’altra questione aperta per la Cina riguarda Taiwan. In virtù della risposta efficace del governo di Taipei al virus, diversi paesi hanno appoggiato la richiesta dell’isola di partecipare all’assemblea come osservatore, posizione che Taiwan aveva mantenuto fino al 2016. A causa delle pressioni della Cina, l’isola non ha ricevuto un invito formale all’Assemblea. Venerdì un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha accusato i paesi che sostengono la partecipazione di Taiwan di essere alla ricerca di “egoistici guadagni politici” anche a costo di compromettere “la cooperazione globale contro la pandemia”. Il ministero degli Affari esteri di Taiwan ha infine dichiarato di accantonare per il momento la questione fino a prossimo anno. Qui il nostro approfondimento "Le accuse di Trump all'Organizzazione Mondiale della Sanità e i fatti"

Aggiornamento: L’Assemblea ha stabilito che  l’OMS avvierà una valutazione indipendente e imparziale sull’origine e sulla gestione dell’epidemia di coronavirus, una volta che la pandemia sarà sotto controllo. Il compromesso, scrive il Guardian, è stato raggiunto dopo che questa mattina il presidente cinese Xi Jinping ha detto in assemblea che avrebbe sostenuto una valutazione globale sull’accaduto “per riassumere le esperienze e rimediare alle carenze”, a patto che fosse guidata dall'OMS. La Cina ha anche promesso che donerà 2 miliardi di dollari per la gestione di COVID-19, specialmente nei paesi in via di sviluppo, e garantito che se la Cina dovesse trovare un vaccino ne farebbe “un bene pubblico mondiale”. Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto che avvierà la valutazione indipendente non appena sarà opportuno, aggiungendo che esaminerà la responsabilità di tutti gli attori. Il più grande fallimento – ha detto – sarebbe non cercare di imparare nessuna lezione.