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Disastri ambientali, conflitti, migrazioni forzate: la crisi climatica si abbatte sull’Africa nonostante sia fra i continenti a più basse emissioni globali di gas serra

5 Giugno 2021 12 min lettura

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Disastri ambientali, conflitti, migrazioni forzate: la crisi climatica si abbatte sull’Africa nonostante sia fra i continenti a più basse emissioni globali di gas serra

11 min lettura

di Antonella Sinopoli

Ci sono luoghi nel mondo dove la crisi climatica trascina gli individui su un confine, quello tra la vita e la morte. E la vita, arrivata su quel confine, può sostenersi solo in due modi: aiuti umanitari (nel 2021 l’Europa spenderà 188.6 milioni di euro solo nel Sahel) e migrazione. Migrazione forzata. Spostamenti forzati.

Secondo il recente report dell’IDMC, International Displacement Monitoring Centre, del Norvegian Refugee Council, il 98% sul totale degli sfollamenti dovuti a disastri sono stati causati da condizioni meteorologiche estreme, come alluvioni e tempeste. L’aumento delle temperature ha determinato l’intensità e la frequenza di questi eventi che, uniti ai conflitti, nel 2020, hanno generato 40,5 milioni di sfollamenti interni (vale a dire persone che si sono spostate anche più di una volta da un luogo all’altro) portando il numero totale degli sfollati nel mondo a 55 milioni. La cifra più alta registrata negli ultimi dieci anni. Dei 40,5 milioni di sfollamenti interni, 30,7 sono dovuti a disastri naturali e quasi nel 90% dei casi (30 milioni) tali disastri sono il risultato di eventi legati al clima. Oltre 23 milioni delle persone colpite hanno un’età inferiore ai 18 anni. Nell’Africa sub-sahariana 6,8 milioni di sfollati lo sono a causa dei conflitti, 4,3 milioni come conseguenza di disastri ambientali. Individui per i quali non ci sono scelte e non c’è scampo. Luoghi dove il problema ambientale si traduce in sofferenze concrete per l’essere umano. Nell’Africa sub-sahariana è così. E nonostante contribuisca solo al 7,1% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, è una delle regioni che subiscono maggiormente gli impatti dei cambiamenti climatici.

Cominciamo dagli ultimi, drammatici fatti di cronaca. Andiamo in Madagascar, che non è solo la terra dei lemuri e di una fauna e flora stupefacenti. È anche quel paese dove un milione di persone, nel Sud dell’isola, sta soffrendo la fame a causa della peggiore siccità verificatasi da 40 anni a questa parte. Si va avanti con quello che si trova, elemosinando dalla terra quello che le è rimasto da dare: cibi selvatici, foglie, termiti da mescolare ad argilla e amaranto, qualunque cosa. Lo raccontano le agenzie umanitarie. E la situazione – si avverte – è destinata a peggiorare.

Il risultato del cambiamento climatico e di anni di deforestazione, erosione del suolo e improvvise tempeste di sabbia. Circa l’80% su una popolazione di 28 milioni di persone vive nelle aree rurali. Una popolazione agricola, soprattutto in questa parte del paese che da almeno sei anni (ora la crisi è scoppiata in tutta la sua drammaticità) affronta le incertezze del clima e, dunque, dei raccolti. Ricordiamo anche le alluvioni di maggio in Burundi, che hanno provocato l’innalzamento dei livelli del lago Tanganyika e lasciato senza casa e praticamente senza nulla almeno 30.000 persone. E ricordate l’invasione delle locuste in molti paesi dell’Africa orientale lo scorso anno? Un assalto insolito dovuto anche all’incremento delle precipitazioni. È stata la causa di 8 milioni di sfollati interni, mentre 24 milioni di persone sono entrate nel circolo vizioso dell’insicurezza alimentare. E ora si riconosce che intervenire utilizzando i pesticidi (cosa che è stata fatta) potrebbe avere conseguenze ancora più gravi sull’intero ecosistema. Allarghiamo il campo. Il recente report sulla situazione climatica a livello globale, a cura del World Meteorological Organization (WMO), e riferito al 2020, non lascia dubbi e il trend è lo stesso da molti anni ormai: aumento delle temperature, del livello dei mari, dei gas serra, erosioni costiere, siccità, precipitazioni irregolari e violente. Nel 2020 in Africa si sono verificate potenti inondazioni  – è il report a parlare – e le piogge sono state molto al di sopra della media. Nel Corno d’Africa, ad esempio, e in tutto il vasto territorio della regione del Sahel. Dal Senegal al Sudan, che insieme al Kenya (285 morti) è stato il paese – 155 i morti, 800.000 persone colpite dai disastri - che nel 2020 ha subito il maggior numero di perdite per eventi legati a eventi climatici estremi. Ma sono tanti altri i paesi che hanno subito gli effetti di vere e proprie devastazioni: dal Chad alla Nigeria, dal Niger al Camerun. Ma anche Togo, Benin, Costa d’Avorio.

E poi la pandemia, che ha aggiunto un altro fardello ad appesantire il già difficile carico che le popolazioni più vulnerabili del pianeta stanno portandosi sulle spalle, nella vita. Un fardello il cui peso incrementa ogni volta che, senza criterio, si tagliano foreste, si violentano mari e fiumi per trarne vantaggi economici, si espropriano terre per colture intensive, estrazioni minerarie, progetti faraonici. I vantaggi spesso non valgono la corsa allo sviluppo, visto che quasi sempre la realizzazione delle opere passa attraverso smantellamenti e distruzione di aree coltivabili o naturalistiche. Tra i tanti citiamo un caso recente, la concessione di un’area protetta, in Sierra Leone, ad aziende cinesi per farne un porto da pesca (ma un’altra ipotesi – anche peggiore della prima - è che potrebbe trattarsi di un centro per la produzione di farina di pesce). A farne le spese sono le popolazioni locali, a guadagnarci sono Stati e multinazionali le cui imprese e attività di sfruttamento delle risorse servono a garantire all’altra parte del mondo di continuare a vivere come se il cambiamento climatico non esistesse. Come se fosse una questione sotto controllo. Invece, sotto controllo non lo è affatto. E già da tempo. Anche, ripetiamo, a causa delle attività antropiche. Lo dimostra, ad esempio un recente studio pubblicato su Nature, sulle foreste pluviali dell’Africa centrale. Foreste in grado di assorbire maggiore quantità di CO2 rispetto all’Amazzonia ma che sono troppo soggette alla presenza dell’uomo, non solo dal punto di vista dell’incremento demografico, ma di azioni (spesso illecite) per sfruttarne i beni passando dalla deforestazione.

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Secondo il Global Forest Review, la Repubblica Democratica del Congo, dopo l’Amazzonia, è il territorio che ha perso più ettari di foresta solo nello scorso anno (490.000 ettari di foresta primaria). E lo stesso sta avvenendo in altre aree ricche di patrimonio forestale: Camerun, Repubblica Centrafricana, Gabon. Una delle motivazioni date dai ricercatori è anche la presenza di piccole attività agricole da parte di comunità che cercano modalità di sopravvivenza. Quelli indicati dal Global Forest Review sono i “numeri grandi”, ufficiali, a cui andrebbero aggiunti i costanti e giornalieri scempi che interessano tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana, nessuno escluso, su piccola e media scala. Pensiamo, ad esempio, all’estrazione dei minerali – soprattutto quelle illegali - che non solo distruggono indiscriminatamente i territori e le produzioni agricole (noto il caso delle Galamsey in Ghana) ma mettono in circolazione sostanze tossiche e radioattive che vanno a finire nei corsi d’acqua, come rivela questa recente inchiesta di Deutsche Welle che tocca varie parti del mondo. E pensiamo, ancora, all’estrazione della sabbia. Chilometri di spiagge scavate per costruirsi mattoni e quindi case che i governi locali non sono in grado di assicurare per le popolazioni o che sono troppo care per le tasche di chi vive di piccoli commerci e lavori informali. Sta accadendo questo sulle coste dell’Africa, soprattutto quella occidentale. È lo sviluppo, si dice. Che ovviamente si cerca anche qui. Villaggi che cambiano e crescono disordinatamente e dove alle abitazioni fatte in materiali locali si sostituiscono quelle in muratura. Con poco cemento, perché costa tanto, e molta sabbia, che non costa niente. Costa all’ambiente però e il degrado provocato si va ad aggiungere all’erosione costiera.

Come è stato ricordato negli incontri ai tavoli delle Nazioni Unite, circa il 56% delle coste in Benin, Togo, Costa d’Avorio, Senegal, stanno erodendo e la situazione andrà peggiorando in futuro. Mentre l'aumento del livello del mare ha superato i 5 millimetri all'anno nell'Oceano Indiano sudoccidentale lungo la costa orientale dell'Africa. Le nazioni insulari della regione, tra cui Madagascar e Mauritius, sono particolarmente vulnerabili. Tuttavia - continuano gli esperti - si prevede che sarà la costa occidentale dell'Africa ad avere il maggiore impatto. Un esempio per tutti è Saint-Louis, nel Nord del Senegal, alla foce dell’omonimo fiume. Secondo le Nazioni Unite si tratta della città più minacciata dall'innalzamento del livello del mare in Africa. Saint-Louis si trova a non più di 4 metri sul livello del mare e le inondazioni costiere hanno già costretto all'abbandono scuole, case e moschee. Tutto questo ha un impatto economico, ovviamente, perdite di miliardi di dollari ogni anno (mezzo miliardo solo in Senegal) come ha calcolato la Banca mondiale. Quaranta miliardi di dollari nelle regioni dell’Africa occidentale.

Due sono i principali e immediati effetti delle crisi del clima peggiorate dalle azioni distruttive dell’uomo. Una è l’insicurezza alimentare - dicevamo -  l’altra è l’aumento dei profughi ambientali (riprenderemo dopo questo aspetto). Il Global Report Food Crises 2021, pubblicato pochi giorni fa, non lascia spazio a interpretazioni. Ci sono 155 milioni di persone in 55 paesi al mondo che nel 2020 hanno convissuto con la fame costante e acuta, 20 milioni in più che nel 2019. Nella lista ci sono lo Yemen, Afghanistan, Siria, Bangladesh, Pakistan, Haiti, Palestina e due Paesi del Centro America (Honduras e Guatemala). Tutti gli altri sono paesi africani. In particolare, Burkina Faso e Sud Sudan hanno raggiunto il livello identificato come la Fase 5, “Fase Catasfrofe”. Oltre 155.000 persone non sanno cosa mangiare e la situazione non sta migliorando. Nella Fase 4, “Fase Emergenza”, si trovano 28.4 milioni di persone e in quella precedente, “Fase Crisi”, i paesi africani coprono il 63% del numero totale registrato dal report, (era il 54% nel 2019), vale a dire 97.9 milioni di persone. Le situazioni peggiori nella Repubblica Del Congo, Etiopia, Nigeria, Zimbabwe. E già abbiamo citato Burkina Faso e Sud Sudan.  Solo nel 2019 – scrive l’Institute for Security Studies -  il 195% in più di africani è stato colpito da condizioni meteorologiche estreme rispetto al 2018. Un totale di 89 disastri si sono verificati in tutto il continente. Undici tempeste hanno colpito oltre 4,5 milioni di persone e hanno provocato 1.300 morti. Numeri enormi. Vite umane. Come sempre le motivazioni vanno ricercate nella complessità e nella somma dei fattori. Anche nel Global Report Food Crises si elencano eventi climatici estremi – che distruggono raccolti, ne rendono impossibile la programmazione – come piogge abbondanti seguite da periodi di siccità prolungata, e poi tempeste, uragani, alluvioni. E quando vivi in aree rurali non c’è riparo, non ci sono luoghi sicuri. Né per te, né per il raccolto, né per il bestiame.

Va considerato poi un altro aspetto, il legame stretto tra conflitti ed effetti del cambiamento climatico. Uno studio dell’International Crisis Group evidenzia un dato sbalorditivo: per ogni aumento di 0.5 gradi Celsius nelle temperature il rischio di conflitto aumenta del 10-20 per cento. Un dato che forse stupisce, ma le cui motivazioni sono ovvie. Questo significa, si legge nella presentazione del documento, “che la probabilità di tali conflitti sta rapidamente aumentando”. Si fa notare, inoltre: “Gli scienziati del clima delle Nazioni Unite stimano che le emissioni prodotte dall'uomo abbiano generato un grado di riscaldamento globale sin dai tempi preindustriali e, poiché il ritmo del cambiamento climatico sta accelerando rapidamente, prevedono un altro mezzo grado di riscaldamento entro il 2030. Le aree tropicali avranno un riscaldamento ancora più estremo, a cui corrisponderà un rischio più elevato di insicurezza legata al clima”. A livello globale, il periodo dal 2011 al 2020 è stato il decennio più caldo mai registrato – ricorda invece l’Africa Center for Strategic Studies - Il Sahel è stato particolarmente colpito, con temperature che sono aumentate di 1,5 volte rispetto alla media internazionale durante questo periodo. Un altro dato di rilievo su cui riflettere è questo: otto dei dieci paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici si trovano in Africa. Sei di questi otto stanno affrontando crisi o un conflitto armato e sono tutti paesi a basso reddito. Pensiamo solo a quanto da anni sta accadendo nel bacino del Chad, nel Corno d’Africa, nel Mali (questo lavoro del Sipri analizza anche il rapporto tra conflitti legati al clima e missioni di pace) e nell’area del Sahel, dove agricoltori e pastori sono diventati da tempo nemici dovendosi contendere porzioni di territorio sempre meno produttive. Contrasti spesso molto violenti, soprattutto nell’area Nord e della Middle Belt in Nigeria, dove i Fulani, pastori nomadi, sono accusati di veri e propri raid contro le popolazioni stanziali. Gente che non ha più un posto dove stare, che compete su spazi di terra ormai impoveriti o destinati a imprese che arrivano dall’estero e che subisce i disastri ambientali perché non c’è nulla da fare. È così che nel continente africano sta crescendo il numero dei profughi ambientali. Si muovono soprattutto all’interno dei confini dei loro paesi o trovando rifugio nei paesi confinanti.

Secondo la World Bank entro il 2050 – se niente sarà fatto – si conteranno 143 milioni di migranti climatici. Di questi 86 milioni saranno nell’Africa sub-sahariana. Ma il termine migranti climatici o rifugiati climatici è sempre stato oggetto di rifiuto e sfide terminologiche. Sostenute anche dal cosiddetto negazionismo  sul cambiamento climatico, come ricorda Stella Levantesi in “I bugiardi del clima”, sottotitolo “Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo”. “Se oggi non esiste una politica climatica globale efficace, se le temperature continuano ad aumentare, se gli ecosistemi sono al collasso, la ragione va cercata nella macchina organizzata del negazionismo climatico: ingenti finanziamenti, tecniche di propaganda ed efficaci manovre di ingegneria comunicativa che hanno lo scopo di far sembrare il cambiamento climatico solo una teoria, un'opinione, non una realtà scientificamente fondata” si legge nella presentazione del libro.

Grande negazionista è stato Donald Trump. Ma su questo fronte è un cambiamento davvero netto quello anticipato dal presidente Joe Biden. A febbraio scorso gli USA sono rientrati negli Accordi di Parigi (a cui, tra l’altro, aderiscono 52 su 54 paesi africani). Ad aprile il capo di Stato statunitense ha ospitato 40 leader mondiali al Summit sul clima inclusi quelli di Nigeria, Gabon, RDC, Kenya e Sudafrica. In quella sede gli USA hanno manifestato la volontà di ridurre le emissioni di carbonio del 50% entro il 2030 ed è stata lanciata la Global Climate Ambition Initiative che ha lo scopo di sostenere i paesi in via di sviluppo nelle strategie e azioni per la lotta al cambiamento climatico. E anche i leader africani hanno ormai ben chiaro che la questione rischia di arrivare ad un punto di non ritorno se non affrontata immediatamente. Nel marzo scorso il 984° meeting dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana è stato dedicato a questo tema: “Pace sostenibile in Africa: il cambiamento climatico e i suoi effetti sulla pace e la sicurezza nel continente”. Questo il comunicato ufficiale diffuso al termine degli incontri.

Ma torniamo alla questione dei rifugiati ambientali. Uno dei grossi problemi che impedisce di affrontare la questione in modo sistematico e razionale è la mancanza di un quadro normativo. Quella dei migranti ambientali (che spesso si confondono in modo generico con il termine “migranti economici”) è una categoria di rifugiati non contemplati dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e quindi per loro non esiste protezione internazionale. Bisognerebbe, dunque, cominciare a pensare a una Convenzione specifica. In questo senso l’Africa ha dimostrato di essere molto più avanti. La Convenzione di Kampala, entrata in vigore nel 2012, è il primo strumento di questo genere che riconosce tutela e protezione a quelli che vengono definiti IDP (Internally Displaced People), vale a dire sfollati interni costretti a lasciare le proprie case ma che non attraversano un confine internazionale. Sottoscritta nel 2009 nella capitale ugandese, è stata firmata da 37 dei 54 paesi dell’Unione Africana. Certo non si parla di rifugiati ambientali ma si fa riferimento anche a persone, gruppi, comunità colpite da disastri provocati dall’uomo. Un segnale che tali questioni non possono più essere rimandate.

Per tornare agli USA, comincia a pensarla così anche Biden, che con il suo staff starebbe considerando tipi di protezione giuridica per chi è costretto a emigrare per gli effetti e motivi legati ai cambiamenti climatici. Insomma, si sono aperte discussioni interessanti in vista del Summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP26) in programma il prossimo novembre a Glasgow. In questi giorni, inoltre, i leader mondiali hanno discusso di un New Deal per il continente africano, una pioggia di miliardi di dollari per affrontare la crisi derivata dalla pandemia. Chissà se qualcosa sarà destinato per affrontare i danni causati dal cambiamento climatico e cercare di prevenirli.

Comunque sia alla volontà di agire sull’ambiente in direzione opposta a quanto finora fatto (o non fatto), sarebbe arrivato il momento di aggiungere uno sforzo in più. Un totale cambio di paradigma. Prendendo magari in considerazione il concetto quantistico di entanglement, ovvero “intreccio”. O rivalutando il principio dell’”origine dipendente”. Ogni cosa esiste in relazione all’altro e ogni altro esiste perché collegato al resto del mondo: animale, vegetale, minerale, umano. Dunque, se qualcosa vive, vive quello che c’è intorno, ma se quella cosa muore, muore anche tutto il resto. E non muore solo in Africa.

Foto anteprima © Antonella Sinopoli 

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