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L’ordine mondiale di Trump: un enorme “fottetevi tutti” rivolto al mondo intero

9 Gennaio 2026 8 min lettura

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L’ordine mondiale di Trump: un enorme “fottetevi tutti” rivolto al mondo intero

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Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ritira gli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, alcune collegate alle Nazioni Unite, che si occupano di temi come clima, ambiente, diritti umani, educazione ed energia. Tra queste, ci sono la UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) e l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), i due pilastri del multilateralismo climatico.

In teoria, il presidente degli Stati Uniti non potrebbe decidere da solo l’uscita da un trattato internazionale come la UNFCCC, perché dovrebbe essere approvata dall’organo che aveva ratificato l’adesione, cioè il Senato americano. In pratica, dal punto di vista legale la questione rimane dibattuta. Il piano politico e simbolico è invece più chiaro e certo: siamo al punto di arrivo di una guerra alla scienza e alle azioni per il clima che Trump ha scatenato a poche ore dall’inizio del suo secondo mandato con l’uscita dall'Accordo di Parigi. L’atto ultimo di un’ideologia fanatica, negazionista, pro-combustibili fossili che è uno dei fondamenti della visione del mondo “MAGA” e dell’attuale Casa Bianca.

Nell’arco di una manciata di mesi, Trump e i suoi funzionari hanno fatto tutto ciò che potevano per avviare un rapido processo di distruzione della ricerca scientifica sul cambiamento climatico negli Stati Uniti e per infiltrare l’ideologia negazionista all’interno del governo, con licenziamenti di massa, annunci di tagli catastrofici al bilancio della NOAA, l’agenzia federale che si occupa di clima e oceani, la decisione di chiudere il National Center for Atmospheric Research (NCAR), un importante centro di ricerca nel Colorado, cancellazioni di database scientifici, la censura di parole ed espressioni legate al cambiamento climatico in documenti e progetti finanziati dal governo (da parte degli stessi che lamentano la “cancel culture”). È un accanimento iconoclasta, messo in atto dal potere nei confronti di una singola scienza, dei suoi prodotti e della sua presenza pubblica, senza precedenti in una democrazia occidentale. 

L’uscita da UNFCCC e IPCC, liquidate come «organizzazioni inutili, inefficaci, dannose», è la decisione coerente di un individuo che di fronte alle stesse Nazioni Unite ha detto di considerare il cambiamento climatico «la più grande truffa mai perpetrata ai danni del mondo», una menzogna che va ripetendo da anni.

La UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) è la convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, approvata nel 1992 durante il “Summit della Terra” di Rio de Janeiro. In quel consesso i governi di più 150 nazioni avevano sottoscritto un documento in cui si dicevano «preoccupati» che «le attività umane abbiano aumentato in modo sostanziale le concentrazioni atmosferiche di gas serra, che questo intensifichi l'effetto serra naturale e che ciò si tradurrà in in un ulteriore riscaldamento della superficie terrestre e dell'atmosfera e che potrebbe avere effetti negativi sugli ecosistemi naturali e sull'umanità». L'obiettivo era «la stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell'atmosfera a un livello tale da evitare pericolose interferenze antropiche con il sistema climatico». L’umanità, almeno sulla carta, riconosceva di avere un serio problema e ne indicava sia la causa che la strada per affrontarlo.

Da allora, la UNFCCC è stata la base della diplomazia climatica globale e la struttura che ha gestito i negoziati per la riduzione delle emissioni di gas serra che hanno portato all’adozione del Protocollo di Kyoto del 1997 e all’Accordo di Parigi del 2015. L’organo decisionale della UNFCCC sono le conferenze annuali sul clima (COP), presiedute ogni anno da un paese diverso. Sono il luogo in cui si ritrovano decine di migliaia di persone, delegazioni di governi, organizzazioni intergovernative e non-governative e rappresentanti dell’industria (anche di quella petrolifera, una presenza cresciuta negli ultimi anni).

In più di 30 anni di storia di questi consessi internazionali, iniziata con la COP di Berlino del 1995, ognuno può vederci un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, successi e fallimenti, passi avanti e battute d’arresto. La storia delle COP comprende tutto questo, ma queste conferenze sono l’unica agorà climatica che l’umanità si è data, l’unica occasione per decidere come coordinarsi per affrontare il cambiamento climatico, per stabilire obiettivi e distribuire responsabilità. 

Se nel 1992 era stato possibile prendere atto, scrivendolo nero su bianco, di quella pericolosa interferenza delle attività umane sul sistema climatico del pianeta e della necessità di fare qualcosa per arrestarla, è perché in quel periodo il consenso scientifico si stava consolidando. Quattro anni prima, nel 1988, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP) avevano fondato l'IPCC. Lo scopo era fornire ai paesi membri tutte le informazioni scientifiche necessarie sul cambiamento climatico attraverso la redazione di periodici rapporti.

Oggi sono 195 i governi membri dell’IPCC, 194 meno l’America di Trump. L’IPCC ha un ufficio di presidenza eletto dai governi membri, ma i suoi rapporti sono scritti da centinaia di scienziati che offrono in modo volontario il loro tempo e la loro competenza. Questi documenti di migliaia di pagine coprono tutti i temi che riguardano il cambiamento climatico, la climatologia, gli impatti ambientali e sociali, le azioni per contrastare le emissioni di gas serra. I rapporti dell’IPCC non sono solo la base scientifica per le politiche climatiche e i negoziati dell’UNFCCC, sono anche una summa delle conoscenze accumulate dalla ricerca scientifica. Se le Conferenze sul clima e l’UNFCCC sono lo strumento operativo del multilateralismo climatico, l'IPCC rappresenta l’interfaccia tra scienza e politica. 

I rapporti dell'IPCC vengono sviluppati attraverso diversi cicli di scrittura e revisione e oggi è in corso il settimo ciclo di valutazione, iniziato a luglio 2023. Il primo, realizzato nel 1990, aveva concluso che le attività umane stavano aumentando in modo significativo le concentrazioni atmosferiche dei gas serra. La temperatura media superficiale era cresciuta di 0,3 - 0,6 gradi centigradi da un secolo a quella parte, con i cinque anni più caldi a livello globale registrati negli anni '80. L'entità di quel riscaldamento, scriveva l’IPCC, poteva ancora rientrare nella variabilità climatica naturale e probabilmente il segnale di un inequivocabile di un'accentuazione dell’effetto serra sarebbe apparso nell’arco di un decennio.

A dispetto della tiritera negazionista sul presunto “catastrofismo”, l’IPCC ha sempre adottato un linguaggio estremamente cauto (per alcuni anche troppo) e un’espressione calibrata dell’incertezza, proprio perché è un organismo fatto di governi, i cui rappresentanti approvano le sintesi dei rapporti rivolte ai decisori politici. C’è un consenso istituzionale, oltre che scientifico. L’ultimo rapporto, uscito nel 2021, ha stabilito che l’influenza umana sull’aumento della temperatura globale è «inequivocabile», cioè un fatto che non richiede più formule di incertezza per essere espresso. Nel frattempo, siamo arrivati a circa + 1.5 gradi centigradi. 

Se a un governo non piace quello che c’è scritto nei rapporti dell’IPCC, anche se formalmente lo approva, ha due possibilità, prima di abbandonare l’organismo: ignorarli (è quello che spesso avviene) o intralciare il lavoro di chi deve scriverli. È ciò che già fatto l’amministrazione Trump, che nel febbraio del 2025 aveva impedito a scienziati federali di recarsi a una riunione per la redazione del nuovo rapporto. Con il suo ultimo ordine esecutivo, la partecipazione degli scienziati americani, anche quelli che non lavorano in agenzie controllate dal governo, potrebbe incontrare ancora più ostacoli. Gli Stati Uniti sono anche i maggiori contribuenti storici al fondo dell’IPCC, con circa un milione e mezzo di dollari. Al di là dell’impatto economico, l’atto perpetrato da Trump ha conseguenze più gravi e odiose sul piano politico e morale.

Dalla metà del XIX secolo, gli Stati Uniti hanno mandato nell’atmosfera più COdi qualsiasi altro paese: più di 500 miliardi di tonnellate, considerando anche quelle generate dai vari usi del suolo, come la deforestazione. È il 25% di tutte le emissioni che l’umanità ha prodotto in due secoli. Unione Europea, Cina e Russia sono al secondo, terzo e quarto posto nella classifica delle emissioni storiche. Se consideriamo quelle annuali, il paese asiatico ha superato gli Stati Uniti nel 2006 e il carbone cinese rimane la singola maggiore fonte di CO2 a livello mondiale. Ma se guardiamo alle emissioni pro-capite, l’impronta carbonica di un americano continua a essere quasi il doppio di quella di un cinese. Per Trump, un personaggio che celebra la bellezza del “meraviglioso e pulito” carbone, sarebbe un vanto se fossero il triplo o il quadruplo, una dimostrazione della grandezza americana.

Con il suo ordine esecutivo, Trump ha tirato fuori il suo paese anche dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), una sorta di IPCC della biodiversità, che gestisce e aggiorna la Lista rossa delle specie animali e vegetali minacciate. Al “conservatorismo” propagandato dall’ideologia trumpiana, e dai suoi omologhi europei, della conservazione delle specie e degli ecosistemi non importa nulla. 

L’uscita da dozzine di organizzazioni internazionali, al di là delle loro conseguenze pratiche, va compresa dal punto di vista ideologico. C’è un uomo che sente di avere nelle mani anche più degli enormi poteri che la Costituzione già gli assegna, che comanda l’apparato militare più grande del mondo, che fomenta insurrezioni violente con menzogne (e poi denunciare gli oppositori come sovversivi e terroristi), che minaccia di mettere le mani sui territori di paesi alleati. Quest’uomo non ha alcun interesse ad avere un rapporto decente con il resto dell’umanità. Parla a nome di decine di milioni di persone che gli hanno garantito quella che sembrava un’impossibile, seconda, vittoria, sinceramente convinte, anche da dosi massicce di disinformazione, che l’America sia la nazione benedetta da Dio e Trump un inviato del Medesimo, che è la stessa Entità che garantisce anche il diritto di ognuno di loro a portare armi, poco importa quante carneficine ciò causi nelle scuole e altrove. 

Trump non vive sul nostro stesso pianeta, ma in un altro, uno in cui si potrebbe bruciare tutto il carbone che si può estrarre dal sottosuolo facendo tornare il clima a quello dei tempi di dinosauri nel giro di qualche secolo. La storia del cambiamento climatico, come questione pubblica, è la storia degli sforzi per impedire che si avverino gli scenari più inquietanti e disastrosi per l’umanità, cosa che accadrebbe se dipendesse solo dai Trump di questo mondo.


Mentre ai nostri occhi Trump si staglia come una distopia vivente, mandare a quel paese organismi come l’IPCC è invece il genere di cose che gasano moltissimo i suoi sostenitori, compresi quelli europei, cioè i sovranisti che tifano assurdamente per il sovranismo altrui (l’idea di un internazionalismo nazionalista potrebbe rientrare nella lista degli “ossimorica” di Umberto Eco). Queste destre, anche se di diverse nazioni, condividono una visione del mondo simile, un’unica narrazione paranoica in cui incombe la minaccia del “globalismo”, una cabala che vorrebbe imporre ai popoli odiosi programmi comunisti, ambientalisti, progressisti, “woke”, e altra robaccia.

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Il ripudio della cooperazione internazionale è coerente con il trumpismo, qui inteso non solo come ideologia, ma anche come personalità. «Non ho bisogno del diritto internazionale, il mio potere è limitato solo dalla mia stessa moralità», ha detto Trump. Il suo potere è limitato solo dalla sua stessa moralità. Applicata sul campo, e Trump lo sta facendo, questa idea porta al collasso le fondamenta della democrazia basata su limiti, pesi, contrappesi, controlli istituzionali e legali, insomma il cuore dell’esperimento politico repubblicano iniziato alla fine del XVIII secolo negli Stati Uniti. Siamo allo “Stato sono io”, ma con la bomba atomica.

La moralità di Trump è quella da cui discendono azioni come tirarsi fuori dagli organismi internazionali per il clima, cioè da realtà nate dall’iniziativa di chi pensava fosse un dovere, morale appunto, assumersi qualche responsabilità, prendere decisioni sulla base delle migliori conoscenze disponibili, per garantire un futuro vivibile per tutti, atteggiamenti e aspirazioni troppo “woke” per il cinismo dei “conservatori”. Possiamo riassumere la moralità di Trump e quelle azioni in questo modo: un enorme “fottetevi tutti” rivolto al mondo intero.

Immagine in anteprima: frame video YouTube

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