Colonia

Colonia: i fatti, le indagini, le reazioni, il dibattito

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Questo lavoro, fuori dal flusso della notizia "Colonia", è una mappa orientativa. Nella prima parte abbiamo ricostruito quello che si sa e quello che non si sa finora sulle violenze che ci sono state nella città tedesca la sera di capodanno. Mentre nella seconda proviamo a ricostruire il dibattito sul caso, sia a livello italiano che internazionale.

Colonia, cosa è successo la notte di capodanno?

Come si è sviluppato il dibattito in Italia e all'estero dopo le violenze a Colonia

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Colonia, cosa è successo la notte di capodanno?

A quasi due settimane dalle aggressioni avvenute davanti la stazione centrale della città di Colonia, in Germania, durante la notte di Capodanno, responsabilità accertate e una ricostruzione puntuale dei fatti ancora non hanno trovato risposte certe. Ecco perché in casi come questi, scrive il giornalista tedesco Sascha Lobo su Der Spiegel, il compito dei media è distinguere le emozioni dai fatti: «il sentimento di giusta ripugnanza che si prova verso le violenze di Colonia porta alla rabbia e quest’ultima è l’emozione meno interessata ad accertare i fatti e a esaminare il contesto in cui si sono verificati».

Il 7 gennaio, la BBC pubblica la ricostruzione di una ragazzina inglese di 17 anni arrivata a Colonia insieme al suo ragazzo per festeggiare la fine dell'anno:

«Appena sono arrivata alle 22 nella stazione ferroviaria, provai paura quando vidi lo strano comportamento delle persone intorno a me. La stazione centrale era piena di teenagers e giovani adulti barcollanti [...] e molto ubriachi [...]. Qualcuno era svenuto sul pavimento sopra il proprio vomito. C'erano bottiglie rotte a terra. Sono iniziate zuffe nella stazione e la polizia cercava di contenerle, ma la loro quantità ha reso difficile per gli agenti occuparsi di ognuna. Allora ci siamo diretti verso le uscite della stazione, ma erano bloccate da una folla enorme»

La giovane ragazza continua affermando di aver notato una donna piangere e urlare che sembrava scappare da un "foreign man", mentre quest'ultimo la rincorreva con altri uomini, inveendole dietro. «Quanto ha visto la ragazzina – scrive Zack Beauchamp su Vox – è diventato uno scandalo nazionale in Germania: centinaia di uomini riuniti in piazza quella notte hanno circondato piccoli gruppi di donne, rapinandole e, spesso, assalendole sessualmente».

Le zone di Colonia dove sono avvenuti gli assalti. Immagine via The New York Times
Le zone di Colonia dove sono avvenuti gli assalti. Immagine via The New York Times

Da quando la notizia delle aggressioni a Colonia è divenuta di dominio pubblico ad oggi, oltre 650 (la gran parte arrivate da donne) sono state le denunce per i fatti di quella sera, di cui, ha specificato la polizia locale, la maggior parte riguardano furti e rapine e la restante parte molestie sessuali. Un numero, quelle delle denunce, cresciuto di giorno in giorno, basti pensare che il 4 gennaio scorso erano state 60.

Cosa si sa dei responsabili e a che punto sono le indagini

Dalla testimonianze di quella sera a Colonia emergono finora due questioni. La prima, come si è visto, è la descrizione dei testimoni di una piazza nel caos, con una massa di persone aggressive e ubriache (tra le 500 e le 1000) "completamente incuranti dell'azione della polizia".

Riguardo i presunti responsabili di aggressioni, furti e molestie, le testimonianze ai media e alla polizia hanno parlato, nella maggior parte dei casi, di uomini "dall'aspetto arabo e Nord-africano".

Nel dibattito pubblico e politico tedesco (e non solo) si è subito posta in maniera critica la questione immigrazione e sicurezza, con particolare attenzione ai migranti. Un tema molto sentito, visto che la Germania nello scorso anno ha ospitato nei suoi confini circa 1,1 milioni di persone in fuga dai propri Paesi, provenienti principalmente – scrivono Patrick Donauhe e Arne Delfs su BloombergBusiness –, dalla Siria (40%), dall'Afghanistan (14%) e dall'Iraq (11%).

Differenza della preoccupazione in Europa per presenza migranti 2012-2015. (dati Eurostat). Mappa via Business Insider.
Differenza della preoccupazione in Europa per presenza migranti 2012-2015. (dati Eurostat). Mappa via Business Insider.

Due giorni dopo la notte di Capodanno, fonti della polizia avevano dichiarato a KSta, uno dei quotidiani più popolari a Colonia, che le indagini stavano andando verso persone di origine straniera già note alle forze dell'ordine per fatti simili, aggiungendo che presunte responsabilità verso i rifugiati non erano state riscontrate.
Il capo della polizia di Colonia, Wolfgang Albers, nei giorni successivi ha definito i fatti della notte di Capodanno come «una dimensione completamente nuova di crimine», specificando anche:

«Al momento non abbiamo nessun sospetto, quindi non sappiamo chi erano i colpevoli. Tutto quello che sappiamo è che la polizia sulla scena ha percepito che c'erano per la maggior parte giovani uomini di età compresa tra 18 a 35 provenienti da Paesi arabi o dal Nord-Africa»

Albers, ha negato anch'egli, riporta The Local.de, la presenza, fino a quel momento, tra le fila degli aggressori di richiedenti asilo, specificando che durante la notte del 31 dicembre erano stati sì controllati uomini che avevano con sé documenti che li inquadravano come richiedenti asilo o rifugiati ma questo, aveva concluso il capo della Polizia, non significava che erano sospettati.

Ma ad Albers sono arrivate numerose accuse, scrive il Telegraph, di aver coperto le presunte responsabilità dei richiedenti asilo. Documenti interni della polizia e singole testimonianze (anonime) di agenti descriverebbero infatti un loro coinvolgimento nei fatti di capodanno.

Inoltre, secondo un rapporto interno della polizia nazionale tedesca, pubblicato da Der Spiegel, emerge come la polizia locale sia stata totalmente impreparata nel gestire la situazione (Albers è stato poi rimosso dal suo incarico dopo le critiche ricevute da più parti alla luce di quanto emerso. Ad esempio, il ministro dell’interno dello stato Renania Settentrionale-Vestfalia, Ralf Jäger, ha detto che la notte di Capodanno la polizia di Colonia «non accettò i rinforzi dalla vicina Duisburg e non richiamò gli agenti a riposo»), sono stati inoltre descritti episodi che avrebbero coinvolto polizia e rifugiati, richiedenti asilo e immigrati:

Un uomo viene citato: "Io sono siriano. Devo essere trattato gentilmente, la signora Merkel mi ha invitato!".
Alcune persone stando a quanto si dice hanno strappato dimostrativamente i loro permessi di soggiorno di fronte alla polizia, sorridendo e dicendo: "Non mi puoi toccare. Tornerò domani e mi darai un nuovo permesso". Il rapporto non ha, tuttavia, confermato l'autenticità dei documenti.

L'8 gennaio, gli inquirenti annunciano di aver identificato e fermato 31 persone (9 algerini, 8 marocchini, 4 siriani, 5 iraniani, un iracheno, un serbo, un cittadino americano e tre tedeschi) per le aggressioni e rapine avvenute durante la notte di capodanno. Di questi fermati, 18 sono richiedenti asilo ma nessuno di loro è sospettato di molestie. Ci sono anche tre denunce per reati sessuali, ma non ci sono ancora indagati.

Aggiornamento 20/01/2016 ore 12:30: La polizia di Colonia, scrive The Local, ha arrestato un primo sospettato per molestie sessuali. Si tratta di un ragazzo algerino di 26 anni, accusato anche di aver rubato un cellulare. La polizia l'ha fermato, insieme ad un altro uomo proveniente anch'egli dall'Algeria e accusato di furto, in una casa per rifugiati. La polizia locale ha anche riferito di aver arrestato un terzo ragazzo algerino di 25 anni, richiedente asilo, per il furto di un cellulare durante la notte di Capodanno.

Tre giorni dopo, il direttore generale dell’anticrimine del Land del Nordreno Westfalia, ha annunciato che dalle indagini finora svolte non risulta che le aggressioni a Colonia siano state «organizzate o guidate».

Il the New York Times, venerdì 15 gennaio, ha pubblicato la storia di Caitlin Duncan, una studentessa americana di Seattle, che la sera del 31 dicembre a Colonia, mentre veniva circondata da diversi uomini, è stata salvata da un gruppo di siriani richiedenti asilo che hanno fatto un cordone intorno a lei per farla passare in mezzo alla folla.

La reazione della città dopo le violenze

Dopo i fatti di Colonia, sono state organizzate diverse manifestazioni in città. Già la sera del 5 gennaio, molte donne sono scese in piazza per protestare contro quanto accaduto scadendo lo slogan “Contro il razzismo, contro il sessismo”.

Il 9 gennaio è stato un giorno topico, con la città percorsa da tre manifestazioni. Una al mattino, organizzata da gruppi di femministe sulla scalinata del duomo di Colonia e due nel pomeriggio. Da un lato i militanti del movimento anti-islamico Pegida e del partito di estrema destra “Pro Koehln”, per un totale di circa 1700 persone, di cui la metà hooligan, dall'altro, una contro-manifestazione di organizzazioni anti-razziste.

La polizia, presente in forze e con molti automezzi blindati, anche con cannoni ad acqua, ha dovuto utilizzare gli idranti e i lacrimogeni per disperdere alcuni manifestanti, dopo che erano stati accesi alcuni fumogeni e c'era stato un lancio di oggetti. Testimoni oculari citati dall'agenzia di stampa Dpa hanno raccontato di alcuni feriti, alcuni con tagli sul volto, ma la polizia non ha confermato.

Un’ulteriore rappresaglia da parte di un gruppo di hooligan sarebbe stata invece pianificata su Facebook. Come ha scritto Der Express, si è trattato di una vera e propria «caccia all'uomo nel centro storico di Colonia», come reazione alle violenze subìte dalle donne a San Silvestro. Nelle aggressioni, sono rimaste ferite 12 persone: 6 pakistani, 3 immigrati della Guinea, due siriani e un africano di cui non è stata resa nota la nazionalità.

Circa 200 estremisti di destra sono stati, invece, arrestati a Lipsia, in un’area storicamente di sinistra della città, a margine di una manifestazione xenofoba organizzata dal movimento anti-migranti Pegida, hanno dato fuoco ad automobili e rotto finestre. Secondo la polizia, estremisti di sinistra hanno, invece, danneggiato un bus noleggiato dagli hooligan. In tutto, sono stati commessi 57 reati.

Come ha dichiarato il ministro della Giustizia Heiko Maas: «Per quanto i fatti di Colonia e di altre città siano stati abominevoli, questo non giustifica ulteriori violenze ai danni di immigrati. Sembra che alcune persone non stessero aspettando altro».

Un gruppo di rifugiati siriani in solidarietà con le vittime delle violenze di capodanno a Colonia. via Des Express.
Un gruppo di rifugiati siriani in solidarietà con le vittime delle violenze di capodanno a Colonia. via Des Express.

Il 16 gennaio, infine, circa 350 rifugiati siriani hanno organizzato una manifestazione a Colonia contro la violenza, il sessismo e il razzismo. Con cartelli e striscioni si sono radunati sul piazzale della stazione, il luogo dove molte donne erano state molestate e derubato nella vigilia di Capodanno. È questa un’ulteriore iniziativa da parte dei rifugiati per dissociarsi dalle violenze del 31 dicembre ed evitare che quanto accaduto venga strumentalizzato per fini razzisti.

Nei giorni scorsi, una lettera aperta da parte dei migranti e dei richiedenti asilo in Germania era stata inviata alla cancelliera Angela Merkel per condannare inequivocabilmente le violenze sessuali di Colonia e prendere le distanze dagli aggressori.

Alla stazione centrale di Berlino, alcuni migranti avevano consegnato dei fiori in segno di rispetto per i diritti delle donne.

Flüchtlinge schenken Frauen RosenZeichen des Respekts und der Zustimmung für Frauenrechte: Flüchtlinge verteilen Blumen vor dem Berliner Hauptbahnhof.

Posted by Berliner Morgenpost on Lunedì 11 gennaio 2016

Le false notizie pubblicate da alcuni media italiani su Colonia

In questi giorni alcuni media italiani hanno diffuso anche foto e video falsi sulle violenze avvenute a Colonia.

In particolare, Il Giornale ha diffuso la foto di un presunto sputo di migrante a una donna durante la notte del 31 dicembre nella città tedesca. Ma come ha poi mostrato Andrea Lucatello, giornalista di Radio Capital, sul proprio profilo Facebook, si trattava di una foto del 2013. L'immagine originale ritrae un anarchico durante una manifestazione a Vienna.

Ecco un esempio di pessimo giornalismo. Il Giornale pubblica in prima pagina una foto di un ragazzo che sputa ad una...

Posted by Andrea Lucatello on Lunedì 11 gennaio 2016

 

Il Tg di La7 ha, invece, mostrato un video, presentandolo come una testimonianza delle violenze di capodanno a Colonia. Come ha fatto notare Il Post, nel lancio, è stato detto che le immagini «mostrano chiaramente quello che è successo a Colonia» ma anche che «probabilmente si tratta di uno dei 516 casi di violenza della notte di Capodanno».

Il video, ripreso anche da altri giornali italiani, come Huffington Post, il Giornale, il Secolo d’Italia, è, però, falso: non è stato girato a Colonia la notte di Capodanno ma risale al 2012 ed è stato girato in Egitto in piazza Tahrir. Nelle immagini, si vede una donna bionda circondata da decine di uomini che la molestano e la stringono impedendole di muoversi.

Precisamente, il video ritrae l’aggressione a una giornalista tedesca a piazza Tahrir durante la “Primavera araba”. A rivelarlo, sulla sua pagina Facebook, è proprio la giornalista che ha subito l’attacco, Julia Leeb.

Nel post “Rompendo il silenzio” scrive: «Ho esitato a lungo, ma non mi vergogno più. I criminali e i politici dovrebbero vergognarsi». Poi si rivolge alla Merkel e dice di punire i colpevoli ma di proteggere i profughi.

Breaking the silence Ich habe lange gehadert. Seit gestern ist ein Video im Umlauf, das angeblich die Angriffe von Kö...

Posted by Julia Leeb on Venerdì 8 gennaio 2016

Come si è sviluppato il dibattito in Italia e all'estero dopo le violenze a Colonia

Sono state due le grandi questioni sollevate dai fatti di Colonia. La migrazione con lo scontro tra diritti umani e sicurezza e la difficile composizione di differenze sociali, culturali e religiose. Il rapporto tra uomini e donne, messo in discussione in contesti sempre più globalizzati e interessati da grandi flussi migratori. Infine, tra le prime due, si è fatta strada una terza lettura dei fatti, sintetizzata da uno slogan gridato in una delle tante manifestazioni di Colonia all’indomani delle aggressioni di capodanno: “Contro il sessismo, contro il razzismo”. Un’interpretazione volta a comprendere la complessità della vicenda di Colonia e a non creare facili equazioni tra aggressori e migranti, tra uomini e predatori, costruendo un’etnicizzazione della violenza sessuale.

Per quanto riguarda l’Italia, il dibattito sui media è sembrato prendere una sua direzione a prescindere dall’accertamento di quanto fosse realmente accaduto, spostandosi sin dall’inizio su un piano simbolico e politico. Colonia è diventata la piazza dove combattere una volta per tutte due battaglie senza confini: lo scontro di civiltà tra occidente e mondo musulmano e il dominio maschile sulle donne.

A Colonia è andato in scena lo scontro di civiltà?

Le aggressioni sessuali di Colonia, scrive Lucia Annunziata nel suo post “Sul corpo delle donne no pasaran”, sono una delle conseguenze dell’immigrazione in Europa in termini di aumento della percezione di insicurezza, di rischi concreti all’incolumità fisica delle donne, di discussione di diritti acquisiti dopo anni di lotte.
A Colonia, secondo Annunziata, non si è trattato solo di un episodio di violenza di gruppo contro le donne, si è trattato di un atto di disprezzo e di attacco a tutta all’Europa. In questa interpretazione, il corpo della donna sta lì a rappresentare il corpo violato dell’Occidente.
«Un'operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio esercitato nei confronti delle donne sì, ma mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida all'intero paese che quegli uomini ha accolto. Cioè noi, l'Europa tutta e non solo la Germania».

Per Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della sera, gli uomini che a Colonia si sono avventati «come animali sulle donne in festa per il Capodanno volevano punire la libertà delle loro vittime, considerata inconcepibile e come un simbolo di perversione». Proprio per questo, per il giornalista si è trattato «di un rito di umiliazione organizzato, coordinato, diretto a colpire quello che oramai comunemente viene definito uno ‘stile di vita’». Battista, inoltre, paragona «con tutte le cautele e il senso di responsabilità del caso» i fatti di Colonia alla strage terroristica avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo: «lì veniva scatenata un’offensiva mortale contro la libertà d’espressione, considerata un peccato scaturito nel cuore del mondo infedele; qui contro la libertà della donna, la sua emancipazione impossibile e temuta in contesti culturali che danno legittimazione ideale e persino religiosa al predominio e alla sopraffazione del maschio».

Per Gad Lerner, Battista ha ragione. «Sarebbe pericoloso – scrive Lerner nel suo blog – sottovalutare quanto avvenuto la notte di capodanno a Colonia. Accogliere i fuggiaschi da regioni sconvolte da guerra e terrorismo, non può comportare nessuna tolleranza di rituali di umiliazione delle donne, la cui libertà e dignità è un caposaldo della civiltà europea». Nessuna precauzione antirazzista, continua il giornalista di Repubblica, può indurre a minimizzare il pericolo che il branco dei maschi assuma anche nelle nostre democrazie la conformazione purtroppo tuttora diffusa in tanti paesi asiatici, mediorientali e africani. «Già più volte – si legge ancora – si è rivelato come intorno al corpo della donna si stia combattendo una guerra mondiale che non è meramente simbolica. Le democrazie occidentali, in cui si applicano le regole internazionali del diritto all’asilo, devono assumerla come loro priorità».

«L’assalto di gruppo alle donne di Colonia è un atto tribale che si origina dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente». Il nuovo direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, parla in questi termini di quanto successo a Colonia la notte di Capodanno. Il giornalista scrive che fino all’Impero Ottomano la società tribale sopravvisse intatta. «Fu la Prima Guerra Mondiale ad arginarla» e da allora al 2011 queste tribù furono dominate. Ma con le guerre in Siria, Iraq e Yemen e la nascita di entità non-statuali come il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi, continua il direttore de La Stampa, arriva «il declino del nazionalismo arabo che spinge individui e famiglie a ritrovare nelle origini tribali la propria identità». L’Europa è investita da questo veloce processo a causa delle migrazioni di massa e fra chi arriva c’è una minoranza di portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per donne e bestiame.«Le conseguenze – conclude Molinari – sono nelle cronache di questi giorni: dagli abusi di massa a Colonia al grido di «Allah hu-Akbar» per intimorire il prossimo a Brescia e Vignola».

In risposta all’editoriale di Maurizio Molinari, il gruppo collettivo di scrittori Wu Ming ha scritto che il neo-direttore «si è tuffato in un’ambiziosa ricostruzione storico-antropologica, affrontando molto alla carlona temi ben più larghi delle sue spalle». In un lungo post, così, scrivono i Wu Ming, viene esaminata e smontata «la sequela di pericolosi sfondoni» storici nelle parole del neo direttore de La Stampa.

Lorenzo Declich, studioso dei movimenti jihadisti in Medio Oriente e Nord Africa, smonta pezzo per pezzo l’editoriale di Maurizio Molinari. Il vero nodo centrale delle violenze di Colonia, scrive Declich, è il sessismo. In Germania, un branco di persone non integrate (e che riproducono un modello di potere dominante, qui e ora, maschile-patriarcale, che esercitano contro la parte più esposta, più debole, le donne), si è reso protagonista di aggressioni a sfondo sessista. Molinari, invece, secondo Declich ha dato una lettura distorcente dei fatti, trasformando il branco in una neo-tribù (fatta di migranti, profughi, cittadini di origine straniera provenienti da paesi diversi, anche di seconda generazione), generata dall’implosione degli stati del Medio Oriente e del Nord Africa.
Questo tipo di analisi, conclude Declich, maschera una postura colonialista da parte del neo-direttore de La Stampa: «Te lo dico io quello che dovevi dire, se ne avessi avuto il coraggio: questi selvaggi maltrattano “le loro donne” e stuprano “le nostre”. E che quindi tocca a noi, maschi occidentali, “difendere l’Europa dal ritorno delle tribù”».

Secondo il blog Femministerie, chi utilizza i fatti di Colonia per individuare nell’immigrazione un rischio sul piano dei diritti e della sicurezza delle donne, sta strumentalizzando il corpo delle donne, facendone luogo di contesa in un presunto scontro di civiltà. Invece, si legge sul blog, «un’Europa di donne e uomini, capace di promuovere una convivenza tra le differenze, un’Europa più giusta, senza sessismo e senza razzismo, si costruisce sul valore dell’accoglienza, non sulla sua negazione. Non esiste antisessismo autentico che si possa sposare a politiche xenofobe. (...) Per questo è oggi più urgente che mai rifiutare che il corpo delle donne sia usato come luogo di contesa in un presunto “scontro di civiltà”».

Su quelli che vengono definiti a tutti gli effetti “i fatti di Colonia”, scrive Loredana Lipperini sul suo blog, ci si aspetta solo due cose: la condanna senza se e senza ma di quello che è avvenuto, in nome del femminismo, oppure la difesa senza se e senza ma del multiculturalismo. Così facendo, però, si finisce coll’ignorare quelle società in cui le donne non sono considerate persone e col negare a se stessi quanto ripetutamente il corpo della donna sia violata nelle cosiddette società occidentali.
Per questo motivo, scrive Loredana Lipperini, non ha senso parlare di scontro di civiltà perché quanto accaduto a Colonia riguarda le donne e attraversa tutte le culture. Anzi, chi parla di scontro di civiltà sta occultando una “parte tenebrosa del nostro passato” che facciamo finta che non esista. «Parlare di scontro di civiltà rientra, prosegue la scrittrice, in quelle strategie che la psicologa Chiara Volpato, docente di psicologia sociale dell’Università di Milano Bicocca, ha definito di auto-assoluzione, contribuendo alla costruzione del mito “italiani brava gente”: la negazione, l’eufemizzazione, la disumanizzazione, la colpevolizzazione, la psicologizzazione, la naturalizzazione, la distinzione».

Se guardiamo le violenze sessuali di Colonia con le lenti dello scontro di civiltà, scrive Alessandro Gillioli sul suo blog Piovono rane, e, nel difendere i diritti conquistati nei nostri stati, finiamo con il limitare le libertà, rischieremo di restare a guardia di un bidone vuoto. «Il bidone vuoto (...) è il rischio che si ripresenta e a volte accade, quando ci sentiamo minacciati. Dopo l'11 settembre (Guantanamo, Abu Grahib, i controlli di massa Nsa, le rendition illegali...) ma anche dopo Charlie Hebdo e il Bataclan: quando in molti hanno sostenuto che per difendere la libertà bisognasse limitare la libertà, senza nemmeno rendersi conto dell'assurdo logico proprio di questa reazione. E pure ora, dopo i fatti di Colonia, in alcuni il meccanismo un po' si ripete: il razzismo e il sessismo sono la stessa cosa - o almeno appartengono alla stessa sottocultura - e praticare il primo per contrastare il secondo è pura e incivile assurdità logica. Ed è custodire un bidone della civiltà rimasto vuoto».

A Colonia, non uno scontro di civiltà, ma violenza di genere?

«Germania modello d’integrazione? Dimenticatelo». Per Chantal Louis della storica rivista Emma i fatti di Colonia segnano un punto di non ritorno nel dibattito sull’immigrazione, frenato finora «da pregiudizi al contrario, dalla paura di apparire razzisti e compromettere la pace sociale incarna la coscienza femminista tedesca». Louis afferma che la dinamica dei fatti è chiara: da una parte il branco, dall’altra le prede rigorosamente donne: «rischia di essere un assist per i movimenti xenofobi che non aspettano altro che equiparare gli immigrati ai criminali, ma il grande errore della sinistra fino ad oggi è stato proprio essersi voltata dall’altra parte, lasciando alla destra il monopolio dell’interpretazione e del racconto delle inquietudini della società. Questa è l’ultima occasione che abbiamo per cambiare la situazione».

Giulia Blasi sul suo blog distingue la questione del corpo delle donne dalla cornice legata all’immigrazione in cui è stata inserita, dicendo che non è possibile parlare di costumi, tradizioni, libertà, come qualcosa di fisso e connaturato all’essere nati in occidente o nel nord Africa. «Non è dell’Islam che bisogna avere paura, non sono gli immigrati a portare la violenza e la sottomissione delle donne. Sono sempre lì, sottotraccia, in attesa. Sono nella facilità con cui in Italia è diventato quasi impossibile interrompere legalmente una gravidanza in un ospedale pubblico, senza che il Ministro della Salute alzi un polverone per garantire la corretta applicazione della legge. Sono nelle persecuzioni che subisce chi è stata violentata per anni dagli uomini del suo paese e vuole solo ottenere giustizia. Sono negli stupri di gruppo con selfie finale. Sono, soprattutto, nel modo in cui ogni piccola o grande molestia viene considerata parte della vita, qualcosa che ci dobbiamo aspettare». Ecco perché, conclude Blasi, «smettiamo di sentirci superiori. Non abbiamo niente da insegnare a chi arriva qui: fra il nostro mondo e il loro mondo c’è solo la fragile barriera di una legge che in un attimo può essere cancellata».

Per Costanza Jesurum la questione da porre è quella della strumentalizzazione di una violenza su corpi di donne da parte di razzisti e antirazzisti. L’universo maschile, infatti, scrive Jesurum, starebbe giocando sul corpo delle donne la battaglia dell’accoglienza: si tratterebbe di un «argomento ombrello che garantisce un’identità visibile, versus altre tematiche che ci vedono tutti in crisi nera. E allora, mentre quelli a destra risolvono le cose pensando di organizzare un gigantesco rimpatrio, quelli di sinistra si producono in una copiosa messe di analisi, che per quanto anche condivisibili, e utili per degli interventi preventivi di largo raggio saranno sempre insufficienti, e clamorosamente frustranti».

Isabella Gerini sul suo blog Abbattoimuri scrive che, al pari di chi ha visto nelle violenze di Colonia uno scontro di civiltà, anche alcune femministe hanno strumentalizzato quanto accaduto: «Immaginate come si traduce questo in relazione alla piazza di Colonia. Femministe che, al pari di molti conservatori e paternalisti, affermano che l’uomo stupra per natura e la donna subisce, allo stesso modo, perché naturalmente è la figura debole, la vittima per antonomasia. Non vittima di una azione violenta, non vittima di quel che una persona ha osato infliggere al suo corpo, ma vittima di un uomo perché uomo, vittima in quanto donna perché donna». L’uomo predatore coincide, dunque, con l’immigrato e la donna è la vittima (occidentale) in quanto donna: «Attribuire al maschio, in quanto tale, la violenza commessa a Colonia, è esattamente come attribuirla a una particolare etnia». In questa doppia strumentalizzazione, quindi, non è possibile mostrare né il proprio anti-razzismo né la propria contrarietà alle aggressioni nei confronti delle donne. Stretti in un doppio vincolo che lega migranti (e quindi il tema dell’accoglienza e il diritto di asilo) e sessismo (dominio maschile nei confronti delle donne, occlusione di spazi fisici, simbolici, linguistici, sociali), agli uomini non resterebbe altra strada che schierarsi con le femministe, cioè coloro che dicono che il problema sono gli uomini in quanto uomini, per natura guerrafondai, potenziali stupratori, sessualmente merde, da rieducare in massa».

Contro il razzismo, contro il sessismo

Dinah Riese, giornalista del quotidiano tedesco Die Tageszeitung, scrive che «è come se un meteorite si fosse abbattuto su Colonia». Riassumendo quanto successo a Colonia, Riese racconta che «dopo che oltre novanta donne sono state aggredite durante i festeggiamenti per il capodanno da uomini ubriachi e apparentemente di origine nordafricana e mediorientale, molti tedeschi ritengono che nel paese le donne siano alla mercé di orde di immigrati». Ma, continua la giornalista, «le molestie sessuali su vasta scala non sono una novità. Anche se molti non se ne vogliono rendere conto, in tutte le grandi manifestazioni in cui l’alcol abbonda come il carnevale o l’Oktoberfest le donne devono affrontare una triste realtà: essere toccate contro la loro volontà». Visto che nell’Unione europea una donna su due è stata vittima di violenze fisiche o sessuali, chi vuole «cambiare la situazione deve pensare alla società nella sua interezza».

Dello stesso tenore dell’articolo di Dinah Riese, è il post scritto per Vice News Germania da Stefanie Lohaus e Anne Wizorek. Quanto accaduto a Colonia, scrivono i due giornalisti, non può essere slegato dalla “cultura dello stupro” all’interno della società tedesca. «Che la società e le istituzioni non siano in grado di proteggere le vittime e individuare i colpevoli non è una novità, e non dipende certo dal fatto che in Germania la rape culture — ovvero la diffusione e la tolleranza all'interno della società della violenza sessuale — non sia già radicata: in effetti, la rape culture esiste da tempo in Germania. (...) A ogni grande evento come l'Oktoberfest, violenze sessuali e stupri non mancano». Le violenze sono difficili da sanzionare dal punto di vista sia penale che sociale. Nel 2004, solo una percentuale tra il 5 e l’8% su 10mila donne tedesche vittime di molestie ha presentato denuncia alla polizia. «Non è una scelta di pudore; le vittime vanno incontro a rischi seri nel momento in cui denunciano i fatti. Spesso vengono accusate di essere delle bugiarde», scrivono Lohaus e Wizorek.

Su questa linea, nel dibattito è stato rilanciato un articolo del 2014 di Emanuela Zuccalà su Io Donna che riportava la ricerca dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali dove veniva mostrato che «sessantadue milioni di donne in Europa (il 33% della popolazione femminile) hanno subìto violenza. Oltre due terzi di loro non hanno denunciato l'aggressione più grave da parte del partner. E – sorpresa – il record degli abusi va ai Paesi dove i tassi di occupazione femminile risultano più elevati, facendo dunque immaginare una maggiore parità: Danimarca, Finlandia, Svezia e Olanda».

via Eurostat.
via Eurostat.

La ricerca mostrava anche come il 55% delle europee avesse dichiarato di aver subito una forma di molestia sessuale. «Sono oltre 18 milioni – scriveva Zuccalà – le donne vittime di una qualsiasi forma di violenza sessuale (l'11 per cento della popolazione femminile europea), mentre il 5% ha patito un vero e proprio stupro: quando il colpevole non era il partner, una su dieci ha rivelato che almeno in un caso si trattava di una violenza di gruppo. Anche la diffusione della violenza sessuale vede al primo posto la Danimarca, ben oltre la media europea con il suo 19 per cento; subito dopo Olanda, Svezia, Finlandia, Francia. L'Italia è al 9 per cento, al pari di Repubblica Ceca, Malta, Ungheria, Austria. In coda, la Polonia con il 4 per cento».

Per Musa Onkwonga, giornalista che scrive su New Statesman, «la portata delle violenze a sfondo sessuale contro le donne in tutto il mondo è raccapricciante, dolorosa e suscita molta rabbia». Non ha importanza dove possano stare: spazi pubblici o privati, i reati commessi contro di loro sono infiniti. A dimostrazione di quanto scritto Onkwonga cita le Nazioni Unite: «Si stima che il 35 per cento delle donne in tutto il mondo abbia subìto violenze fisiche e/o sessuali commesse dal compagno o violenze sessuali compiute da una persona diversa dal partner. Tuttavia, alcune ricerche su base nazionale dimostrano che in Germania almeno il 70% delle donne nel corso della vita ha subìto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner». Dunque, continua il giornalista, le aggressioni a Colonia non sono un caso isolato, ma la punta dell’iceberg di una situazione particolarmente grave. Ecco perché per Onkwonga bisogna schieriarci dalla parte delle donne.

Per Carlotta Sami dell’UNHCR, «i fatti di Colonia sono scioccanti e la prima reazione che dovrebbero provocare è di vicinanza per le vittime. Non di odio e stigma verso i rifugiati». La violenza contro le donne e i loro diretti, spiega Sami, è infatti presente ovunque: «in Asia, nei Paesi Arabi, in Africa, negli Stati Uniti e in America Latina e si, anche in Europa». Infatti, prosegue l’esponente dell’UNCHR, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, le donne subiscono atrocità proprio per il fatto di essere donne. Ma nonostante questo, continua Sami, «dei fatti di Colonia si parla ora soprattutto per scagliarsi contro l’accoglienza e non per rilanciare la libertà delle donne di vivere la propria esistenza con dignità e rispetto».

Secondo lo scrittore algerino Kamel Daoud, i fatti di Colonia riguardano il rapporto tra il corpo della donna e il background culturale degli immigrati, persone sradicate dai loro contesti di provenienza. Bisogna superare, scrive Daoud, l’immagine per cui i rifugiati «sono visti come uno status e non come persone con un background culturale e sociale con cui interagire». Non si tratta solo di una questione burocratica e di carità, ma di una reciproca negoziazione socio-culturale, che si gioca sul corpo della donna, nell’occidente simbolo di libertà, nel mondo arabo di quello che va velato: «La donna è la posta in gioco, senza che lei lo voglia. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere». Nel corpo della donna, quindi, abita lo shock culturale. Ed è sul suo corpo che andrà fondato ogni discorso sull’accoglienza e sul dialogo.

Dal 2013, la Norvegia ha avviato dei corsi per spiegare agli immigrati come funzionano in Europa leggi e codici sociali sui rapporti tra uomini e donne. Il governo ha fornito finanziamenti per due anni per pagare gli interpreti e ora sta esaminando i risultati di questi corsi per decidere se estendere il proprio sostegno, mentre altri paesi stanno pensando di provare a sperimentarli: in Danimarca, all’interno dei corsi di lingua obbligatori per i rifugiati; a Passau, in Baviera, Germania, con alcuni gruppi di migranti adolescenti.«Il pericolo più grande per tutti è il silenzio», ha detto Per Isdal, uno psicologo che collabora al progetto: molti rifugiati «provengono da culture in cui non c’è la parità di genere e in cui le donne sono una proprietà degli uomini. Dobbiamo aiutarli ad adattarsi alla loro nuova cultura».

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