Yemen, continua la strage di civili. Denunciate l’Autorità italiana che autorizza le esportazioni di armamenti e la RWM Italia produttrice degli ordigni

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Risale al 2 aprile scorso l'ultimo episodio in cui sono rimasti coinvolti civili nel conflitto in corso in Yemen ormai da più di tre anni, che ha provocato finora più di 10000 vittime (come riportato dal Washington Post), causato lo sfollamento di più di 2 milioni di persone e portato il paese sull'orlo della carestia, e che vede da una parte il gruppo armato Houthi, sostenuto dall'Iran, e dall'altra una coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita. Un attacco aereo condotto dalla coalizione ha ucciso 12 civili, appartenenti alla stessa famiglia, nella città costiera di Hodeidah. Tra loro, sette bambini. Dall'inizio della guerra la coalizione ha sferrato migliaia di attacchi aerei contro i combattenti Houthi, colpendo spesso aree civili, sebbene abbia negato di farlo intenzionalmente.

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È accaduto anche l'8 ottobre 2016, alle 3. Un attacco aereo presumibilmente condotto dalla coalizione militare guidata dai sauditi ha colpito il villaggio di Deir Al-Hajari nel nord-ovest dello Yemen, uccidendo una famiglia di sei persone, tra cui la madre incinta e quattro figli.

L'incidente è stato ben documentato sul campo, il giorno successivo, dalla Mwatana Organization for Human Rights, un'organizzazione yemenita partner dello European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR). Sul luogo del bombardamento sono stati trovati resti di bombe della serie MK80 e un anello di sospensione, necessario per attaccare gli ordigni all'aereo, prodotti da RWM Italia S.p.A., una filiale del produttore tedesco di armi Rheinmetall AG, che ha sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e uno stabilimento di produzione a Domusnovas, in Sardegna.

L'intervento militare a Deir Al-Hajari e il coinvolgimento dell'Italia nella produzione di armi usate sui civili sono stati al centro di una videoinchiesta del New York Times pubblicata alla fine dello scorso anno, commentata dal governo italiano, attraverso fonti della Farnesina, così: "L'Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito Onu o Ue e che l'Arabia Saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea".

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Martedì 17 aprile, con l'obiettivo di far luce su quell'attacco in maniera specifica, concentrandosi così su un unico episodio e considerando che precedenti denunce generiche non avevano sortito effetti, l'European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), la Rete Italiana per il Disarmo e la Mwatana Organization for Human Rights, hanno sporto una denuncia penale alla Procura della Repubblica italiana di Roma nei confronti di RMW Italia S.p.A. e dell'Autorità Nazionale per le autorizzazioni all'esportazione di armamenti (UAMA) in quanto complici di un attacco aereo dall'esito mortale.

L'azione legale è stata annunciata il 18 aprile a Roma, in una conferenza stampa congiunta delle organizzazioni.

Nella denuncia si chiede che venga avviata un’indagine sulla responsabilità penale dell’UAMA e degli amministratori della società produttrice di armi RWM Italia S.p.A. per le esportazioni di armamenti destinate ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita coinvolti nel conflitto in Yemen.

Il Guardian ha provato a contattare la società tedesca Rheinmetall per commentare l'iniziativa intrapresa senza ottenere risposta.

Linde Bryk, un avvocato olandese che ha lavorato in Kosovo e che adesso svolge la sua attività per lo European Center for Constitutional and Human Rights, ha dichiarato: "Ciò che rende speciale questo caso sono i resti trovati nel sito del bombardamento aereo. Questo caso è emblematico poiché non riguarda soltanto il ruolo dell'Italia, ma in generale la questione sulla responsabilità dei governi e dei produttori di armi europei rispetto alle conseguenze provocate dalle esportazioni di armi utilizzate dalla coalizione guidata dai sauditi". Essere in possesso di un'autorizzazione governativa per l'esportazione e la vendita di armi, ha proseguito la Byrk, non protegge le aziende dalla responsabilità.

Politici e personale militare godono della massima protezione nei procedimenti giudiziari, ma la speranza è che questo caso possa rappresentare un precedente attraverso il quale chi autorizza le esportazioni e i produttori di armi non siano esclusi dalle responsabilità.

“Le esportazioni di armi ancora in atto da parte dei paesi europei favoriscono l’uccisione di civili, mentre società come la tedesca Rheinmetall AG e la sua filiale italiana RWM Italia S.p.A. traggono vantaggio da questo business. Allo stesso tempo, i paesi esportatori forniscono aiuti umanitari alla medesima popolazione colpita da queste armi. L’ipocrisia è sconcertante e si protrae a causa della mancata attuazione del regime normativo europeo sul controllo delle esportazioni di armi in relazione ai diritti umani“, ha affermato Miriam Saage-Maaß, vice direttore per gli affari legali di ECCHR. “È pertanto di fondamentale importanza avviare un’indagine sulla responsabilità penale per queste esportazioni di armi e le relative autorizzazioni“.

Radhya Al-Mutawakel, direttrice della Ong Yemenita per i Diritti Umani Mwatana, ha evidenziato come “la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha ucciso e ferito migliaia di civili dal 2015 e ha bombardato in Yemen anche scuole, ospedali, case, ponti, fabbriche. È molto triste che l’Italia stia alimentando come altri Stati questa guerra, vendendo armi ad alcuni membri della coalizione guidata dall’Arabia Saudita“.

Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo ha poi aggiunto: “Nonostante le violazioni segnalate in Yemen, l’Italia continua ad esportare armi verso i membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita. Ciò è contrario alla Legge italiana n.185/1990, che vieta l’esportazione di armi verso paesi in conflitto armato. Inoltre, è in contrasto con le disposizioni vincolanti della Posizione Comune dell’Unione Europea che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di attrezzature militare e contro le prescrizioni contenute nel Trattato internazionale sul Commercio delle Armi“.

Sulla denuncia è intervenuto Francesco Azzarello, direttore dell'UAMA: "L'Autorità nazionale UAMA è sempre, peraltro come già accaduto nel recente passato, a completa disposizione della magistratura, ed è serena, poiché le autorizzazioni alle esportazioni vengono, necessariamente, rilasciate in base alla normativa vigente, e sempre conformemente alla politica estera e di difesa dell'Italia".

Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei Deputati ha respinto le richieste rivolte al governo di fermare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come previsto dalla legge 185/1990 e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi. Le pressioni di varie associazioni – Rete Italiana Disarmo, Amnesty International, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia e Rete della Pace – a tutti i partiti affinché chiedessero al parlamento di promuovere il processo di pace e di aiuto alla popolazione dello Yemen, dopo l'avvio di un dibattito politico e due mozioni presentate alla Camera, sono rimaste inascoltate.

Foto via ECCHR

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