“Un muro pulito nasconde una coscienza sporca”: street art e crisi in Grecia


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Street art: Absent

I muri di Atene sono sempre stati pieni di graffiti e scritte. Dall’inizio della crisi, però, la street art si è progressivamente politicizzata, rispecchiando in tal modo la tensione sociale e il dramma che ha colpito un’intera popolazione.

Negli ultimi mesi il giornalista freelance greco Kostas Kallergis, autore del blog in lingua inglese When The Crisis Hit The Fan, ha fotografato un gran numero di graffiti e seguito il lavoro di quattro artisti (Paul, MaPet, Absent e Bleeps). Il risultato è condensato nel documentario The Wake Up Call (circa 16 minuti), che lui stesso definisce «un’istantanea dell’Atene di oggi»: «Una foto in cui si possono vedere l’arte urbana, il malcontento, la politica, il dissenso e, in misura maggiore, il pessimismo».

Qui di seguito si può vedere il documentario sottotitolato in italiano. Sotto il video c’è una mia breve intervista a Kostas Kallergis che approfondisce alcuni aspetti di The Wake Up Call.

The Wake Up Call (Italian subtitles) di Kostas Kallergis su Vimeo.

I graffiti politici in Grecia: tradizione di lungo corso o conseguenza della crisi?

È una tradizione di lungo corso. Atene è una delle capitali europee più dinamiche e attive sul piano della street art. Persino le autorità statali l’hanno supportata – principalmente grazie alla loro inadeguatezza ad affrontare il “problema”. Gli artisti vengono invitati a dipingere le grandi superfici pubbliche per coprire il degrado. L’aspetto politico, dunque, è storico, ma il numero dei graffiti è aumentato esponenzialmente dall’inizio della crisi.

Una delle cose mi ha più colpito dei graffiti è la loro cupezza di fondo (ad esempio maschere antigas, cappucci, scene di scontri, fiamme, ecc.). Questi graffiti riflettono la sensazione generale della società greca?

Non direi, almeno non nel senso che la maggioranza è pronta a comprare una maschera, preparare una molotov e distruggere tutto. C’è sicuramente rabbia ma non sete di violenza – per ora. L’umore è più pessimista e fatalista. I graffiti riflettono questo stato d’animo in una maniera quasi post-apocalittica, dipingendo uno scenario in cui la gente cammina in una città grigia e gli unici colori che la circondano sono quelli che provengono dalla guerriglia urbana.

Nel tuo documentario si nota come gli artisti non sia degli estremisti o dei pericolosi anarco-insurrezionalisti. Sono persone normali, appartenenti alla classe media. Ora, la domanda sorge spontanea: la classe media greca sta diventando sempre più radicale?

Certamente, ma non in maniera razionale. C’è sicuramente una polarizzazione: le persone diventano radicali e si dirigono o verso l’estrema sinistra o l’estrema destra. La mia opinione è che non si tratti di una scelta ponderata fatta per salvare il Paese, ma che le persone si debbano confrontare con l’assenza della politica tradizionale (centrista).

Come si comporta la polizia greca nei confronti della street art? E i media?

Non ne sono particolarmente preoccupati: ci sono talmente tanti problemi – e decisamente più importanti – che non si mettono ad inseguire gli street artist. A meno che, ovviamente, quest’ultimi non si spingano troppo in là con le provocazioni (come cercare di dipingere il Parlamento, ad esempio). Tuttavia, la polizia e i media sono tra i 5 soggetti preferiti dei graffiti politici, a causa del ruolo ricoperto dai media nella crisi e delle storiche tendenze oppressive della polizia.

Paul Mason, giornalista della BBC, ha recentemente scritto che “in questo momento la Grecia è un Paese pieno di rassegnazione”, e di come questa rassegnazione possa essere “stranamente liberatoria”. Tu sei d’accordo con questa visione?

C’è una parte di verità. Le persone sono rassegnate sotto diversi aspetti, ma soprattutto non nutrono alcuna speranza nei confronti dello Stato. Due anni senza speranze sono abbastanza per far sì che la gente ne abbia abbastanza di regole e moderazione politica. La street art è un modo attraverso il quale gli artisti trovano uno spazio di libertà – senza farsi troppe illusioni, però.

Ad un livello più generale, penso che la sensazione di liberazione derivi dal fatto che le persone non hanno più nulla da perdere. La perdita dei beni materiali in un certo senso le libera, facendole vivere con meno paura. La gente è meno spaventata di cambiare, di parlare, e – si spera – di votare per qualcosa di diverso dal solito.

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