L’inarrestabile protesta contro Trump in difesa dei diritti umani


[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

di Roberta Aiello e Angelo Romano. Ha collaborato Andrea Zitelli.

Venerdì scorso, nella Giornata della Memoria, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per implementare quelle che definisce "nuove misure di controllo, per tenere fuori dal paese i terroristi islamici radicali".

Cosa prevede questo provvedimento?

  • Sospensione di 120 giorni delle procedure di ingresso dei rifugiati negli Stati Uniti nonostante, quello americano, sia uno dei sistemi più rigorosi al mondo (l'ingresso prevede tempi che vanno dai 18 ai 24 mesi durante i quali si effettuano interviste e controlli incrociati).

 

  • Sospensione a tempo indeterminato dell'accoglienza dei profughi siriani. Nel 2016 gli Stati Uniti hanno accolto 12.486 rifugiati siriani, a fronte dei circa 300.000 accolti dalla Germania nello stesso anno.

 

  • Divieto di ingresso di 90 giorni ai cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana: Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen.

 

  • Divieto di ingresso di 90 giorni ai cittadini che hanno doppia cittadinanza - di cui una di uno stato incluso nella lista dei sette paesi -, in possesso del passaporto di un altro stato (i cittadini di Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen in possesso di un passaporto francese, per esempio). Non è chiaro come sarà determinato se un individuo sia in possesso della doppia cittadinanza (nel caso, per esempio, di cittadini non in possesso di un passaporto del paese in cui sono nati - o in cui sono nati i propri genitori - dove non hanno mai vissuto e che non hanno mai visitato, che però avrebbero diritto alla cittadinanza) e se sarà fatta un'eccezione per i paesi alleati "stretti" come il Canada.

 

  • Priorità alle domande di asilo sulla base della persecuzione religiosa, a condizione che il richiedente appartenga a una minoranza religiosa nel paese di origine. Tale disposizione consentirebbe un accesso maggiore ai cristiani del Medio Oriente rispetto ai musulmani.

 

  • Diminuzione del numero di profughi da accogliere nel 2017, da 110.000 a 50.000 e revisione del diritto da parte degli Stati di accettare o rifiutare i rifugiati. Lo scorso anno, il tentativo di bloccare il reinsediamento di rifugiati siriani nel suo Stato, da parte dell'attuale vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, allora governatore dell'Indiana, fu respinto da una corte d'appello.

 

I sette paesi interessati dall'ordine esecutivo di Trump – via Cnn

Chi emigra dai 7 paesi interessati dal provvedimento di Trump fugge da situazioni dove la violazioni dei diritti umani, i conflitti, l’assenza di lavoro sono la norma e sono motivi per fuggire o emigrare. Questi paesi a maggioranza musulmana erano stati identificati sotto l’amministrazione Obama come “Stati preoccupanti”. Nel dicembre 2015, il presidente Obama aveva firmato una legge che vietava ai cittadini in possesso di doppia cittadinanza di Iran, Sudan e Siria di potersi recare negli Stati Uniti in assenza di un visto. Questo provvedimento non riguardava persone di cittadinanza libica, somala e yemenita purché non avessero viaggiato nei loro paesi dopo il marzo 2011. L'ordine esecutivo di Trump inasprisce questa legge precedentemente approvata da Obama.

L’elenco, scrive la Cnn, non comprende i paesi a maggioranza musulmana dove la Trump Organization svolge la propria attività, tra cui l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti, dove Trump ha avviato una collaborazione con un miliardario locale per realizzare due campi da golf a Dubai.

Secondo l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Filippo Grandi, saranno circa 20mila i rifugiati in attesa di trasferirsi negli Stati Uniti interessati dal provvedimento durante i 120 giorni di sospensione delle procedure d'ingresso. Solo la scorsa settimana, ad almeno 800 migranti, pronti a fare degli Usa la loro nuova casa, è stato impedito di entrare nel paese.

Le proteste negli aeroporti americani

L'adozione immediata del provvedimento ha fatto piombare nel caos gli aeroporti americani: da un lato c'era chi proveniva da paesi a maggioranza musulmana e veniva fermato, dall'altro chi è stato bloccato al momento dell'imbarco o invitato a scendere dall'aereo.

Sabato sera, all'aeroporto JFK di New York, erano almeno 11 le persone trattenute, arrivate dall'Iraq o da altri paesi sottoposti al bando. Situazione analoga agli aeroporti di Atlanta, Houston e Detroit.

Sin dalle prime ore della giornata di sabato piccoli gruppi si erano riuniti negli aeroporti per manifestare contro la decisione dell'amministrazione americana. Dopo qualche ora, i manifestanti sono diventati centinaia in almeno dieci principali aeroporti statunitensi.

Boston, dove si sono riuniti in 1.500

Chicago, per protestare contro la detenzione di 12 persone

New York, JFK

San Francisco

Tra le persone fermate a New York, due rifugiati iracheni: Hameed Khalid Darweesh, che ha collaborato per 10 anni in Iraq con il governo statunitense e Haider Sameer Abdulkhaleq Alshawi, arrivato negli Stati Uniti per ricongiungersi alla moglie, che aveva lavorato per un imprenditore americano.  Al momento del rilascio, Darweesh ha dichiarato: “Questa è umanità, questa è l'anima dell'America. Questo è ciò che mi ha spinto a trasferirmi, a lasciare il mio paese e a venire qui”.

Hameed Khalid Darweesh, dopo il rilascio
Victor J. Blue per The New York Times

L'American Civil Liberties Union (ACLU) e altri gruppi impegnati nella difesa dei diritti civili hanno immediatamente presentato una denuncia contro la detenzione dei due uomini iracheni. Un giudice federale di Brooklyn, Ann Connelly, ha parzialmente accolto il ricorso, sospendendo la parte dell'ordine che prevedeva il rimpatrio delle persone già atterrate negli Stati Uniti. A Darweesh è stato consentito l'ingresso negli USA nel pomeriggio di sabato.

Il campione olimpico nei 5000 e 10000 metri, Mo Farah – nato in Somalia, cresciuto in Gran Bretagna e vissuto negli Stati Uniti per sei anni – ha criticato in uno status su Facebook l’ordine di Trump:

"Il 1 ° gennaio di quest'anno, Sua Maestà la Regina mi ha nominato Cavaliere del Regno. Il 27 gennaio, il presidente Donald Trump sembra avermi reso un alieno”.

Non è chiaro, comunque, scrive il New York Times se il divieto si applichi anche a Farah.

Molti avvocati e traduttori si sono resi disponibili spontaneamente per difendere chi veniva bloccato agli aeroporti.

https://twitter.com/alexadelman/status/825760392152498176

Sedici procuratori generali (bisogna specificare che le loro funzioni sono diverse da quelle dei procuratori generali in Italia), in una nota congiunta, hanno definito incostituzionale l’atto di Donald Trump: “Useremo tutti gli strumenti dei nostri uffici per la lotta contro questo ordine incostituzionale e per preservare i valori fondamentali di sicurezza e di nazionali della nostra nazione”.

L'impegno e la dedizione dell'American Civil Liberties Union è stato premiato. Da quando il divieto è entrato in vigore sono stati raccolti più di 10 milioni di donazioni e i soci sono aumentati di 150.000 unità.

Un successivo aggiornamento dava cifre ancora superiori. Durante il weekend ACLU aveva ricevuto cinque volte le donazioni online che generalmente riceve in un anno intero, per un totale di 356.306 donazioni con un ammontare di più di 24 milioni. Tutto lascia pensare che non si tratti di numeri definitivi.

Tra le risposte concrete date a Trump e alla sua amministrazione c'è quella di Starbucks che ha deciso di assumere 10.000 rifugiati in tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti dove saranno assunti gli immigrati "che hanno prestato servizio nell'esercito americano come interpreti o personale di supporto".

La reazione delle compagnie tecnologiche

Le principali aziende tecnologiche hanno condannato il decreto firmato da Trump e avvertito i propri dipendenti dei suoi effetti immediati.

Un rapporto del 2011 da parte di “Partnership for a New American Economy” ha rilevato che circa il 45% delle imprese high-tech presenti tra le 500 imprese con maggior fatturato classificate dalla rivista Fortune sono state fondate da immigrati o figli di immigrati. Il fondatore di Apple, Steve Jobs, ad esempio, era figlio di immigrati siriani, Pierre Omidyar, fondatore di eBay, ha genitori iraniani, quello di Oracle, Bob Miner, è di origine iraniana. In un tweet pubblicato sabato, Omidyar ha definito la decisione di Trump "semplice fanatismo".

Google ha creato un fondo di 4 milioni di dollari (metà provenienti direttamente dalla società e metà da donazioni da parte dei dipendenti) da destinare a quattro organizzazioni: American Civil Liberties Union, Immigrant Legal Resource Center, International Rescue Committee e Unhcr. Si tratta della più grande campagna di Google di sempre. Separatamente, i dirigenti stanno anche donando denaro singolarmente alla causa.

La campagna arriva dopo che sabato Google aveva espresso forti obiezioni al provvedimento di Trump, dichiarando che il divieto imposto dal presidente degli Usa potrebbe impedire che grandi talenti arrivino negli Stati Uniti.

L’azienda ha anche inviato una nota ai suoi dipendenti dicendo a tutti coloro che avessero un visto o una carta verde da uno dei paesi vietati di annullare eventuali partenze.

“Per favore non uscite dagli Usa fino a quando non cade il divieto. La restrizione in entrata è di soli 90 giorni ma potrebbe essere prorogata per un basso o nessun allarme”, si legge nella nota, secondo quanto riportato dalla Cnn.

"Apple non esisterebbe senza l'immigrazione, per non parlare della possibilità di migliorare e innovare quel che facciamo", ha scritto in una e-mail il Ceo di Apple, Tim Cook.

Microsoft si è impegnata a fornire "consulenza legale e assistenza" ai suoi 76 dipendenti provenienti dai paesi colpiti dal divieto. In un’email condivisa su LinkedIn, il Ceo della società, Satya Nadella, indiano naturalizzato statunitense, ha dichiarato che l’azienda è impegnata per sostenere legalmente “i rifugiati che nel rispetto della legge sono legittimamente negli Usa e le cui vite possono essere messe in gioco dal provvedimento sull’immigrazione” firmato da Trump. In un intervento precedente, Nadella aveva detto che il decreto avrebbe avuto ripercussioni negative sulla competitività.

Anche Amazon ha inviato una e-mail ai dipendenti sulle potenziali implicazioni dell’ordine di Trump e sull’assistenza legale offerta ai dipendenti che potrebbero essere interessati.
"Abbiamo lavorato duramente per attrarre persone di talento provenienti da tutto il mondo e crediamo che questa è una delle cose che rende Amazon grande: una forza lavoro diversificata aiuta a costruire prodotti migliori per i clienti”, si legge nell’email inviata da Beth Galetti, vice presidente di Amazon.

In un post sul suo blog, Sam Altman, presidente di Y Combinator, ha chiamato a raccolta contro Trump la comunità tecnologica, definendo l’azione del presidente “un primo passo verso un’ulteriore riduzione dei diritti. Non si tratta solo di un divieto contro i musulmani. È una rottura del contratto degli Stati Uniti con tutti gli immigrati presenti nella nazione”. Altman ha invitato le persone a “non demonizzare gli elettori di Trump” e i leader della comunità tecnologica a denunciare pubblicamente i provvedimenti di Trump. I dipendenti, ha aggiunto, “dovrebbero spingere le compagnie presso le quali lavorano a pensare azioni da intraprendere.

Il capo di Airbnb, Brian Chesky, ha scritto in un post su Facebook che la sua società “sta provvedendo a fornire alloggio gratuito a chiunque si trovi in questa situazione di limbo” a causa del divieto imposto da Trump.

Dirigenti di LinkedIn, Yelp, Foursquare e Salesforce hanno criticato via Twitter la decisione del presidente degli Stati Uniti.

Venerdì scorso, il capo esecutivo di Facebook Mark Zuckerberg ha pubblicato un post in cui testimoniava l’importanza dell’immigrazione nella storia della sua vita: “I miei antenati sono arrivati dalla Germania, dall’Austria e dalla Polonia. I genitori di Priscilla erano rifugiati provenienti dalla Cina e dal Vietnam. Dobbiamo tenere le porte aperte ai rifugiati e a coloro che hanno bisogno di aiuto. Questo è quello che siamo. Se avessimo allontano i profughi nei decenni scorsi, la famiglia di Priscilla oggi non sarebbe qui”.
In una dichiarazione di sabato, Facebook ha dichiarato che sta valutando l’impatto del divieto sulla propria forza lavoro e capendo quale sia il modo migliore per proteggere i dipendenti e le loro famiglie da effetti negativi del decreto.

Da sabato, invece, molti utenti stanno eliminando il proprio account sulla app di trasporto automobilistico privato, Uber. A differenza del New York Taxi Workers Alliance che ha immediatamente mostrato supporto alle proteste contro il decreto di Trump, chiedendo sui social media a propri autisti di non andare all’aeroporto “John F. Kennedy” tra 18 e le 19, Uber ha pubblicato alle 19,36 uno status su Twitter dicendo di stare abbassando i prezzi nell’area intorno all’aeroporto.

La dichiarazione di Uber è parsa a molti come una forma di sostegno a Trump e di delegittimazione delle proteste. Sempre su Twitter è diventato virale l’hashtag #DeleteUber: molti utenti hanno pubblicato screenshot della cancellazione della app dai propri telefonini.

Poco dopo la società ha dichiarato a Business Insider di non aver intenzione di sostenere l’ordine esecutivo di Trump o di trarre profitto dalla situazione: "Volevamo che la gente sapesse che avrebbe potuto usare Uber per raggiungere l’aeroporto a prezzi normali". Un portavoce di Uber ha detto a Fortune che "la decisione di bloccare i prezzi in aumento è stata presa proprio per evitare di trarre profitto da un aumento della domanda durante la proteste".

Prima dello sciopero, il capo della società, Travis Kalanick si era esposto su Facebook contro l’ordine esecutivo, dicendo che l’azienda avrebbe compensato finanziariamente i dipendenti coinvolti dal provvedimento. Ma la dichiarazione, uscita prima delle proteste contro Uber, non ha attenuato la rabbia nei confronti della società. Anche nel pomeriggio di domenica, le persone continuavano, infatti, a pubblicare screenshot della cancellazione della app.

Lyft, principale concorrente di Uber, ha nel frattempo risposto in un modo diverso all’ordine di Trump, promettendo di donare 1 milione di dollari all'American Civil Liberties Union, un gruppo per i diritti civili che si batte contro il divieto in tribunale.

Le reazioni politiche in tutto il mondo

Non sono mancate le reazioni politiche, in tutto il mondo, al provvedimento

"Possiamo semplicemente non accettare che tutte le nostre esperienze storiche siano gettate nel caos da chi dobbiamo maggiormente ringraziare per la nostra libertà: gli americani", ha dichiarato il sindaco di Berlino in un comunicato pubblicato sul sito ufficiale della città di Berlino e tradotto dal Washington Post. "Chiedo al presidente degli Stati Uniti di non proseguire su questa strada sbagliata di isolamento e di esclusione."

Angela Merkel
Sean Gallup/Getty Images

In una dichiarazione, Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, ha riferito che la cancelliera tedesca ha deplorato la decisione di Trump di vietare ai cittadini di alcuni paesi di entrare negli Stati Uniti aggiungendo che, durante una telefonata avvenuta sabato, "ha spiegato" al nuovo presidente gli obblighi della Convenzione sui rifugiati.

"La cancelliera è rammaricata per il divieto di ingresso stabilito dal governo degli Stati Uniti nei confronti dei rifugiati e dei cittadini di alcuni paesi. È convinta che la lotta necessaria e determinata contro il terrorismo non giustifichi il sospetto generale contro individui di una certa provenienza o di una determinata religione. La Convenzione sui rifugiati richiede che la comunità internazionale accolga profughi di guerra per motivi umanitari. Tutti gli Stati firmatari sono obbligati a farlo. Il governo tedesco lo ha spiegato, ieri, nel corso di una telefonata".

Netta la posizione del governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo: "Come cittadini dello stato di New York, siamo particolarmente consapevoli delle questioni riguardanti la diversità e l'intolleranza, perché siamo 18 milioni di persone provenienti da paesi in tutto il mondo. Probabilmente siamo lo stato più "diverso" del mondo e questa è l'essenza di ciò che siamo e non abbiamo tolleranza per l'intolleranza. Punto. E per questo ci opporremo".

"A coloro che fuggono da persecuzione, terrore e guerra, i canadesi vi accoglieranno, indipendentemente dal vostro credo. La diversità è la nostra forza. Benvenuti in Canada", Justin Trudeau, primo ministro canadese

"Bevenuti in Scozia, anche", Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese

https://twitter.com/NicolaSturgeon/status/825445219759955972

"Profondamente preoccupata per la decisione degli Stati Uniti di non consentire l'ingresso di persone provenienti da alcuni paesi. Crea diffidenza tra la gente", Margot Wallström, ministro degli Esteri svedese

Il primo ministro britannico Theresa May, che si trovava negli Stati Uniti per una visita di stato quando Trump ha firmato l'ordine esecutivo sull'immigrazione, ha commentato con una dichiarazione rilasciata da Downing Street: “Theresa May non "è d'accordo" con il divieto di Donald Trump sui rifugiati e presenterà rimostranze qualora colpisca cittadini britannici”.

Intanto, ha raccolto più di un milione di firme la petizione lanciata sul sito del governo con cui si chiede di bloccare la visita di stato di Trump nel Regno Unito, annunciata la scorsa settimana. Il numero delle adesioni è aumentato vertiginosamente dallo scorso venerdì.

Downing Street ha definito le richieste di cancellazione "gesto populista".

Nella petizione si legge: "A Donald Trump dovrebbe essere consentito entrare nel Regno Unito come capo del governo degli Stati Uniti, ma senza ricevere un invito ufficiale per non causare imbarazzo a Sua Maestà la Regina. La misoginia e la volgarità di Donald Trump, ampiamente documentate, gli precludono la possibilità di esser ricevuto da Sua Maestà la Regina o dal Principe di Galles. Pertanto, durante il periodo della sua presidenza, Donald Trump non dovrebbe essere invitato nel Regno Unito per una visita di Stato ufficiale".

Il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, ha scritto su Twitter che l’Italia “è ancorata ai propri valori. Società aperta, identità plurale, nessuna discriminazione. Sono i pilastri dell'Europa”. Nel tweet Gentiloni non ha fatto però alcun riferimento esplicito a Trump e al suo ordine esecutivo e per questo è stato criticato da molti utenti.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso, nel suo commento ha invece fatto un diretto riferimento all’ordine esecutivo di Trump usando l’hashtag #MuslimBan

Le proteste non si sono fermate...

La proteste sono proseguite anche domenica 29 gennaio.

Qui Boston, dove sono intervenuti il sindaco della città Marty Walsh e la senatrice democratica Elizabeth Warren

Molte le persone nelle strade di Washington, New York City, New Orleans.

Manifestanti hanno indossato una stella con la scritta "Mai più" in solidarietà con i rifugiati e le persone coinvolte dal divieto.

Grandi manifestazioni pacifiche contemporaneamente in città diverse senza una pianificazione a monte.

Qui un elenco parziale delle città dove ci sono state proteste nella giornata di ieri

Come i media conservatori hanno dato la notizia

I media conservatori hanno cercato di difendere e spiegare l’intervento di Donald Trump. Breitbart ha titolato così:

via Breitbart

Nell’articolo si dice che dietro le proteste ci sarebbe il “Council on American-Islamic Relations” (Cair). Sempre sullo stesso sito, la giudice distrettuale Ann Donnelly, la prima ad aver bloccato il “Muslim ban” è stata definita come “nominata da Obama”.

Il Daily Caller ha scritto che l’etichetta di “muslim ban” è impropria perché "la maggioranza dei musulmani di tutto il mondo non è interessata" dall'ordine.

Diversi articoli sul provvedimento sono stati dedicati dalla National Review. In uno si sostiene che le persone con le carte verdi dovrebbero poter entrare negli Stati Uniti, mentre un altro pezzo – dal titolo "L’ordine esecutivo di Trump sui Rifugiati. Separare la realtà dalla isteria" – ha difeso le principali disposizioni volute dal presidente degli Usa, di ordine di Trump e ha detto che non era un divieto musulmana, ma di una "drammatica rinuncia alla sua peggiore campagna retorica".

In un articolo su Fox, lo sceriffo David Clark ha detto che “i media mainstream hanno abbandonato le loro responsabilità costituzionali”.

La dichiarazione ufficiale di Trump e la parziale modifica dell'ordine esecutivo

Dopo le proteste di questi due giorni, il presidente Donald Trump ha difeso il suo ordine esecutivo, dicendo che non si tratta di un divieto rivolto esclusivamente ai musulmani, ma di un’azione per fronteggiare il "terrore e mantenere il nostro paese sicuro".

Inoltre, sembra che la Casa Bianca stia procedendo a modificare parte del provvedimento per quanto riguarda i titolari di carte verdi, che non dovrebbero essere bloccati al loro ritorno negli Stati Uniti.

Nella giornata di ieri, il capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus, ha annunciato che alle persone già in possesso delle carte verdi non sarà impedito di tornare negli Stati Uniti, anche se provengono da uno dei sette paesi a maggioranza musulmana interessati dal divieto di viaggiare.
Priebus ha aggiunto che gli agenti di frontiera avevano "potere discrezionale" per detenere e interrogare i viaggiatori sospetti provenienti da alcuni paesi. Domenica, molti viaggiatori sono rimasti bloccati e i giudici federali in quattro Stati hanno emesso ordini di semplice sospensione delle disposizioni di divieto.

Le parole di Trump sembrano, però, essere state smentite da quanto dichiarato da Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e consulente di Donald Trump, in un’intervista a Fox News, durante la quale ha detto che il presidente degli Stati Uniti all’origine dell’idea gli aveva chiesto di voler attuare esattamente un “muslim ban”.

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