Trentino, Friuli, Veneto: venti e piogge spazzano via interi territori. Un disastro ambientale ed economico senza precedenti

[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

«È come se fosse passata una guerra», racconta a Tgr Veneto Raffaella Gabrielli, giornalista del Gazzettino, che vive a Colle Santa Lucia, uno dei Comuni colpiti dalla tempesta di vento e dalle piogge che hanno devastato un’area di 5mila chilometri quadrati, che va dal Monte Grappa alla Val di Fassa, toccando Trentino Alto-Adige, Veneto e Friuli Venezia-Giulia fino al confine con l’Austria. Secondo il Pefc Italia (che si occupa della certificazione forestale) "in un giorno sono stati abbattuti tanti alberi quanti se ne abbattono in tutta Italia in un anno di attività selvicolturale, per una quantità di circa otto milioni di metri cubi di legno”. Solo nel Trentino sarebbero stati persi 1,5 milioni di metri cubi di legno, quantità di poco inferiori in Alto Adige, Veneto e in Friuli Venezia Giulia (Carnia, Dolomiti Friulane, Cansiglio).

5.000 Chilometri QuadratiQuesta è la prima stima dell'area dei danni del vento del 29 ottobre 2018. Dal Monte Grappa...

Pubblicato da Associazione MeteoTriveneto su Mercoledì 31 ottobre 2018

Le raffiche di vento andavano dagli 80 ai 190 chilometri orari e, prosegue Gabrielli, «hanno scoperchiato case, buttato giù fienili. Tutte le strade chiuse, paesi isolati, (...) alberi completamente rasi al suolo, boschi interi rasi al suolo. Lì ci sono i volontari che sicuro stanno lavorando. Chi non ha il generatore è al buio da lunedì pomeriggio. A Selva di Cadore manca l’acqua. So che Arabba è stata sommersa dal fango. A Rocca Piétore è sparito l’acquedotto».

Rocca Piétore, Livinallongo del Col di Lana, Arabba, Selva di Cadore, tutti piccoli Comuni e frazioni ai piedi di passi come il Pordoi, la Marmolada, le Tre Cime di Lavaredo, strade e sentieri che sono entrati nelle nostre case anche attraverso le immagini del Giro d’Italia. Un paesaggio, patrimonio dell’Unesco, che è stato devastato e completamente mutato dalle frane, dagli smottamenti, dalle piene dei fiumi che hanno inondato le valli da lunedì 29 ottobre in poi.

Oggi, a cinque giorni di distanza, quel che si presenta agli occhi è surreale. Abbondano le metafore che cercano di umanizzare i segni della devastazione. «Una pettinata» la definisce al Corriere del Veneto Raffaele Cavalli, docente di utilizzazioni forestali all’Università di Padova. «Gli alberi caduti seguono una sorta di geometria, disegnano linee curve. Si trovano soprattutto nei culmini inferiori delle valli, dove c’è meno terreno a disposizione delle radici», spiega il professore. Per un soccorritore giunto a Sottoguda, piccolissima frazione di Rocca Piétore, sotto la Marmolada, i pini caduti sembrano «sparpagliati come i bastoncini dello Shangai». Bastoncini alti, però, quindici metri che solo l’esercito arrivato da Belluno è riuscito a spostare, nota Marco Bonet sempre sul Corriere del Veneto.

La provincia di Belluno come era fino a domenica scorsa non esiste più, scriveva giovedì Marcella Corrà che giorno per giorno sta seguendo sul Corriere delle Alpi quanto sta accadendo. “La Valle di San Lucano, gioiello Unesco, è distrutta, cancellata nelle sue caratteristiche ambientali e idrogeologiche. Le immagini sono chiare in questo senso. Interi boschi della Val Visdende, del Cansiglio, dell'Agordino, del Feltrino sono stati rasi al suolo, portandosi dietro i cavi della corrente elettrica di Enel e di Terna”.

In Val di Fiemme e nella val Visdende, sono stati spazzati via gli abeti rossi, utilizzati per violini di pregio, nella foresta del Cansiglio sono stati divelti i faggi “da remi”, già recuperati dalla Serenissima per la sua flotta. E sull’altopiano di Asiago, dove sono stati abbattuti centinaia di migliaia di alberi, c’è chi ricorda i bombardamenti della Prima Guerra Mondiale.

Intervenuto durante la trasmissione di Rai Radio 1 “Radio anch’io”, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha denunciato le enormi difficoltà in cui si trova il Veneto e l’area del bellunese in particolare da almeno una settimana: «Siamo in ginocchio, abbiamo già previsto la chiusura di tutte le scuole. Ho chiesto già domenica scorsa l’intervento della protezione civile nazionale quando ancora c’era una situazione di calma totale. Ho chiesto agli istituti di credito dei finanziamenti speciali e di sospendere le rate dei mutui. Ho chiesto al Governo di procrastinare tutto il procrastinabile».

+++ ZAIA IN ELICOTTERO SULLE ZONE COLPITE DAL MALTEMPO +++

+++ Oggi mi sono recato in sopralluogo con i Vigili del Fuoco sulle zone del Bellunese colpite dal #maltempo dei giorni scorsi. Guardate queste immagini riprese dall'elicottero: sono IMPRESSIONANTI +++

Pubblicato da Luca Zaia su Mercoledì 31 ottobre 2018

Oltre alla gestione dell’emergenza, ha proseguito Zaia, ci sono gli interventi da fare non solo per «ripristinare lo status quo, cioè far tornare tutto come prima» ma anche per evitare lo spopolamento: «Se non interveniamo velocemente con finanziamenti rapidi le nostre valli si spopoleranno perché non hanno più servizi».

Le risposte agli appelli del presidente della Regione Veneto non si sono fatte attendere. La Protezione Civile ha attivato da domenica 4 novembre il #NumeroSolidale 45500 per donare 2 euro ai territori colpiti attraverso la rete fissa e mobile, facendo seguito a una lettera inviata al Capo del Dipartimento della Protezione Civile Nazionale Angelo Borrelli. I fondi raccolti saranno destinati alla realizzazione di progetti presentati dalle regioni colpite.

In un post su Facebook, la viceministro all’Economia, Laura Castelli, ha dichiarato che, per le aree colpite dal maltempo, in particolare Liguria e Veneto, «la sospensione degli obblighi fiscali così come delle azioni di riscossione per questi territori sono una misura prioritaria che deve essere accompagnata da un sostegno finanziario per rimettere in piedi la rete dei servizi e delle infrastrutture».

MALTEMPO: VERSO STOP A TASSE E CARTELLE PER AREE DEVASTATE.Alcune aree del Paese, in particolare in Liguria e Veneto, a...

Pubblicato da Laura Castelli su Venerdì 2 novembre 2018

In una nota Intesa Sanpaolo ha comunicato «la disponibilità a intervenire finanziariamente con un plafond di 1 miliardo di euro, di cui 270 milioni sono dedicati alle regioni del Nordest, e a sospendere per 12 mesi le rate dei finanziamenti in essere per le famiglie e le imprese delle aree geografiche interessate», mentre Enel, «accogliendo pienamente gli appelli del presidente della Regione Veneto Luca Zaia», ha fatto sapere di essere «in contatto con le istituzioni centrali e con Arera per la sospensione della fatturazione ai clienti nelle aree del Triveneto devastate dalla calamità naturale» e che sarà prevista l’erogazione di indennizzi automatici per i quali non sarà necessario presentare alcuna richiesta.

Dopo cinque giorni, scrive Marcella Corrà sempre sul Corriere delle Alpi, la corrente sta tornando nella parte bassa della provincia di Belluno (16mila famiglie sono senza corrente elettrica, erano 41mila solo il giorno prima), anche se in molte frazioni i pali della luce e i tralicci sono a terra, spezzati. L’unico modo per avere corrente in casa sono i generatori, che funzionano a benzina e gasolio. L’impossibilità di rifornire i distributori di benzina ha reso più difficoltoso il funzionamento dei generatori di elettricità e di conseguenza la possibilità di avere acqua calda, di tenere accesi i frigoriferi, di poter conservare gli alimenti, anche nei negozi, e messo in difficoltà anche i mezzi comunali di soccorso che hanno rischiato di fermarsi da un momento all’altro. In moltissime zone sono fuori uso, inoltre, i telefoni fissi e cellulari. Questa situazione ha messo in difficoltà, nei giorni scorsi, anche i centri di protezione civile dei singoli comuni e delle Unioni montane che, a un certo punto, non riuscivano a mettersi in contatto l’uno con l’altro e con gli abitanti di alcuni paesi, prima dell’arrivo degli elicotteri dopo un paio di giorni.

La tregua dal maltempo dei giorni scorsi ha consentito di liberare diverse strade regionali e provinciali. Al momento, scrive Enrico Ferro su Repubblica, risultano isolati i Comuni a nord dello smottamento. Per ora le strade provinciali interrotte sono una trentina. Nel frattempo resta lo stato di preallarme e di attenzione per la pioggia in Veneto fino al pomeriggio di oggi. Sotto specifico monitoraggio, segnala il Centro funzionale decentrato della Regione Veneto, le frane del Tessina, ai Chies d'Alpago, e della Busa del Cristo, a Perarolo di Cadore (Belluno), che si sono riattivate dopo le ultime piogge abbondanti a causa dell’elevata saturazione dei terreni.

Proprio la frana del Tessina, la più grande attiva delle Alpi con decine di milioni di metri cubi di roccia e argilla in lento movimento, desta grande preoccupazione. Secondo quanto dichiarato dal sindaco di Chies d’Alpago, Gianluca Dal Borgo, a circa mille metri di altitudine, due milioni di metri cubi di terra hanno cominciato a muoversi. Per fortuna, scrive Cristina Contento sul Corriere delle Alpi, le rocce non sembrano dirigersi verso i centri abitati ma verso l’alveo di un torrente.

Le Dolomiti bellunesi in ginocchio

La devastazione che hanno subito le Dolomiti bellunesi è l’effetto di due eventi concatenati. Non inizia lunedì scorso ma alcuni giorni prima. Come ricostruiscono Cristina Da Rold su Oggi Scienza e il giornalista del gruppo GEDI, Daniele Ferrazza, su Facebook, tra il 24 e il 25 ottobre, vicino Agordo, in provincia di Belluno, la caduta di un albero su un traliccio della media tensione provoca un vasto incendio sulla montagna delle Pale di San Lucano. L’incendio, spiega Da Rold, travolge paesi interi, lasciando centinaia di persone senza casa. Nonostante il forte vento, che rendeva molto difficoltose le operazioni di spegnimento delle fiamme, impedendo agli elicotteri di poter alzarsi in volo e scaricare acqua dall’alto, non ci sono stati danni grazie all’intervento tempestivo delle istituzioni.

Mentre si cercava di spegnere le fiamme, riparare i tralicci e far tornare la corrente elettrica, inizia a piovere in modo copioso, persistenti. “Livelli pluviometrici superiori ai 450 millimetri in quasi tutta la regione”, scrive Ferrazza. “Molti torrenti di montagna esondano, provocando frane, allagamenti, crolli e rendendo inagibili molte strade. Centinaia di case e borgate sono evacuate per precauzione”.

Tra domenica 28 e mercoledì 31 ottobre, i principali fiumi esondano, il Piave come mai era successo dall’alluvione del 1966 quando, ricorda Davide Michelin sul sito del National Geographic, il fiume si gonfiò insieme ai mille rivoli delle Dolomiti “tanto da rompere gli argini e iniziare una folle corsa verso valle trascinando con sé tutto ciò che incontravano lungo il percorso”, provocando la morte di 26 persone, il danneggiamento o la distruzione di 4300 edifici e danni a 528 ponti e 1346 strade nella sola provincia di Belluno. In tutta la regione gli sfollati furono 25 mila. Le precipitazioni di questi giorni hanno superato i livelli del 1966. Come riferito al Gazzettino dai meteorologi dell’Arpav, tra domenica e lunedì nella Val Zoldana sono caduti 700 millimetri di pioggia, quanti sono normalmente distribuiti in un anno. “In tanti ho sentito affermare sottovoce – scrive ancora Da Rold – che quella voce della Piave non la sentivano da quel risveglio strano del 10 ottobre 1963”, dopo la tragedia del Vajont, che portò alla morte di 2mila persone. Questa nuova piena ha travolto anche il ‘Leccio della Malcom’, che aveva resistito all’onda di 55 anni fa.

Foto di Enrico De Col via Oggi Scienza

“La mattina del 30 ottobre – prosegue Da Rold nel suo racconto – i bellunesi si sono svegliati vedendo una devastazione dalla portata mai vista da molti molti anni. Alberi caduti e tralicci sradicati, corrente elettrica saltata per metà delle utenze della Provincia”. Secondo Ferrazza, sono state circa 200mila le utenze elettriche (pari a quasi un milione di persone) rimaste senza alimentazione per molte ore.

Oltre alla luce, saltano i collegamenti telefonici, l’acqua va via e, dove c’è, non è potabile, cominciano a scarseggiare i generi alimentari. Muoiono tre persone: un uomo colpito da un albero mentre era nella sua auto, a Feltre, un altro travolto dalla piena di un torrente a Falcade, una donna di 81 anni, schiacciata da un albero anch’essa.

La strada tra Agordo e Alleghe

Pubblicato da Daniele Ferrazza su Venerdì 2 novembre 2018

In poche ore la morfologia del territorio viene riscritta. Scrive Ferrazza: “Il ponte degli alpini di Bassano del Grappa, che si staglia con molti malanni sopra il Brenta, viene chiuso al passaggio. La casetta di Goffredo Parise sul Piave è completamente allagata, i suoi documenti distrutti. A Longarone – sì, quel Longarone [ndr, il paese venne raso al suolo nel 1963 dall’onda piombata dal bacino del Vajont] – viene chiusa la zona industriale per l’ingrossamento del fiume Piave. Gli stabilimenti Luxottica di Agordo e Cencenighe vengono chiusi nella giornata di lunedì. Ad Asiago i boschi di Mario Rigoni Stern sono distrutti dal vento, i potenti abeti stesi a terra. Sopra Belluno, i Serrai di Sottoguda, la strada che per secoli dentro a una gola profonda, consente di raggiungere i piedi della Marmolada, non c’è più”.

Alto Agordino

Pubblicato da Daniele Ferrazza su Venerdì 2 novembre 2018

Pezzi di boschi, ponti, valli e di storia spariscono e nessuno ne parla, prosegue Ferrazza, perché a fare notizia è l’acqua alta che danneggia la basilica di San Marco a Venezia e il maltempo che ha portato alla distruzione degli yacht a Rapallo. “Sulle televisioni di tutto il paese e sui media nazionali l’acqua alta a Venezia copre tutto il resto. Niente scuole chiuse, né un milione di persone senza luce, non ci sono boschi di Rigoni Stern né casette sul Piave, la stradina sotto la Marmolada non sanno cosa sia. Neanche i morti, quattro le persone colpite dagli alberi e decedute, riescono a scalfire il meccanismo”.

Né fa notizia, scrive Da Rold, l’organizzazione delle istituzioni bellunesi che ha consentito in sole 48 ore di riaprire molte strade seriamente danneggiate, riportare la luce in grossa parte delle case, nonostante i tralicci accartocciati su se stessi, di evitare che ci fossero numerose vittime grazie a una comunicazione tempestiva ed efficace, iniziata prima dell’emergenza, anche tramite i social network.

L’ecatombe degli alberi

«Un quinto del "bosco dei violini" non esiste più», dice a Repubblica Paolo Kovac, tecnico della Forestale e responsabile della foresta di abeti rossi in Val di Fiemme. Il bosco di Paneveggio, quello dove trecento anni fa si recavano Antonio Stradivari e Guarnieri del Gesù, è stato duramente colpito. «Con i miei collaboratori siamo arrivati a Panaveggio a piedi. Ci guardavamo in faccia esterrefatti. Di tanto in tanto si aprivano sprazzi e… immagini terribili. Centinaia e centinaia di ettari di alberi a terra, anche nella foresta dove crescono gli abeti di risonanza. Per fortuna non c'era tempo per pensare, e ancora adesso siamo in piena emergenza [ndr, quelli con il legno dalla massima resa armonica]. Non abbiamo ancora un bilancio preciso».

L’età media degli abeti era sui 130 anni, per gli strumenti musicali si tagliavano abeti di 180-200 anni: i migliori diventavano viole e violini, violoncelli e contrabbassi, mandolini e pianoforti. Per riavere legni pregiati, adatti agli strumenti musicali, ci vorranno circa due secoli, spiega Kovac. «Tra 40 anni, se tutto andrà bene, riavremo un bosco giovanile... Saranno abeti ragazzini, diciamo».

Asiago, il bosco di Mario Rigoni Stern

Pubblicato da Daniele Ferrazza su Venerdì 2 novembre 2018

Ad Asiago, secondo la prima stima fornita dal presidente del consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti, sarebbero stati abbattuti 300mila alberi. Se confermata, si tratterebbe di un danno incalcolabile dal punto di vista ambientale ed economico. «I boschi di Mario Rigoni Stern non ci sono più», sottolinea Ciambetti. «Cento anni dopo la Grande Guerra, che aveva devastato l'Altipiano, è stata la natura a investire con tutta la sua forza la foresta lasciando dietro di sé una desolazione indicibile».

L’impatto visivo è impressionante: centinaia di migliaia di alberi, pini, appoggiati sui crinali che costeggiano strade e prati. “Nell’Altopiano dei Sette Comuni – da Asiago a Roana, da Gallio Enego, a Foza, ma anche a Conco, Rotzo e Lusiana – uno scenario del genere si era visto solo dopo la Prima Guerra Mondiale”, scrive Andrea Alba sul Corriere del Veneto. «Ci sono pini a terra ovunque – spiega sempre al quotidiano veneto Emanuele Munari, presidente dell’Unione Montana e sindaco di Gallio – ora stiamo ancora provvedendo a mettere mano alla rete elettrica per il ripristino della corrente che in alcune zone, ad esempio nella contrada di Stoccareddo, manca ancora. I danni ai boschi sono enormi, impossibile fare una stima: bisognerà mappare tutto il territorio».

E poi c’è Sottoguda, piccola frazione di Rocca Piétore, ai piedi della Marmolada, dove il vento ha abbattuto un migliaio di pini, uno è ancora in bilico tra i cavi dell’alta tensione su uno dei tralicci rimasti in piedi. Ciò che colpisce quando si arriva nel piccolo centro, scrive Marco Bonet sul Corriere del Veneto, è l’odore acre della resina. Sottoguda, prosegue il giornalista, “era uno dei borghi più belli d’Italia, ora è un ammasso informe di sassi, fango, tronchi e pezzi di vita trascinati fuori dagli scantinati”.

Quel che resta della stradina dei Serrai di Sottoguda

Pubblicato da Daniele Ferrazza su Venerdì 2 novembre 2018

“Ci vorrà forse un secolo prima che alcune aree recuperino”

Per il momento i danni della tempesta di vento e pioggia sono difficili da quantificare. Esperti dell’Università di Padova e tecnici della Regione ricorreranno alle fotografie satellitari per potersi fare un’idea. Solo per la provincia di Belluno si parla di 25mila ettari, pari a 10 milioni di metricubi di legname. Per gli interventi, che dureranno anni, ci sarà bisogno di circa 300 milioni di euro. «Ora la priorità è quella di sgomberare le strade — spiega al Corriere del Veneto Gianmaria Sommavilla, dirigente del settore Forestale per la Regione —, poi inizieranno le lunghe operazioni di pulitura. Ci vorrà forse un secolo prima che alcune aree recuperino. Ma nei pendii più esposti le frane rallenteranno ancora di più la crescita dei nuovi alberi».

Secondo Ilario Cavada, tecnico forestale della Magnifica Comunità di Fiemme, «ci vorranno due anni solo a recuperare gli alberi abbattuti e altri due per ripiantarne di nuovi ed evitare gravi dissesti idrogeologici. Quel che si è abbattuto sulla Val di Fiemme e la Val di Fassa è una cosa mai vista da queste parti. Un evento unico nel panorama nazionale e non solo, quindi anche le strategie di intervento dovranno essere strutturate da zero'».

Il presidente del consiglio regionale del Veneto ha spiegato che bisognerà asportare in tempi stretti le «piante schiantate e provvedere all'accatastamento delle conifere: il danno subito è enorme e non bisogna aggravarlo svendendo il legname, che va invece curato, tenuto sempre bagnato e venduto al momento opportuno nel miglior modo possibile». Contemporaneamente, ha proseguito Ciambetti,  bisognerà intervenire dal punto di vista fitosanitario per evitare che il bostrico rosso [ndr, il coleottero, noto anche come “tipografo”, che divora i tronchi, in particolare degli abeti], come accaduto dopo la Prima Guerra Mondiale, danneggi le aree boschive rimaste “sane”. Come spiegato dal professor Raffaele Cavalli dell’Università di Padova al Corriere del Veneto, «se i tronchi rimarranno lì a lungo, l’insetto prolifererà durante la stagione calda e diventerà una minaccia anche per il resto del bosco “sano”». Per questo motivo si rende necessario piazzare il legname. Operazione difficoltosa e per la quale verrà richiesto l’aiuto dell’Austria, «dove c’è un mercato in crescita».

Immagine in anteprima via Twitter

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI