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Invasione dell’Ucraina ed esplosioni in Transnistria: in allarme Moldavia e gli altri paesi dell’est Europa

6 Maggio 2022 8 min lettura

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Invasione dell’Ucraina ed esplosioni in Transnistria: in allarme Moldavia e gli altri paesi dell’est Europa

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di Oleksiy Bondarenko*

La Transnistria (conosciuta anche come Pridnestrovie in russo) è una piccola striscia di terra lungo il confine tra Moldavia e Ucraina situata dalla parte orientale del fiume Dnestr. Divenuta famosa nel 1992, durante il breve conflitto armato tra le autorità moldave e i separatisti locali sostenuti da Mosca, negli ultimi anni questo stato de facto indipendente ha attratto turisti e curiosi, affascinati dai resti simbolici del passato sovietico come le numerose statue di Lenin sparpagliate per tutta la pseudo-repubblica. 

A fine aprile, però, la Transnistria è finita di nuovo sotto i riflettori. Una serie di esplosioni ancora di matrice sconosciuta ha colpito prima la sede del ministero per la Sicurezza nazionale a Tiraspol (la capitale della Transnistria) e poi una stazione radiofonica usata per trasmettere canali televisivi russi. Anche se non ci sono state vittime, le autorità locali hanno dichiarato lo stato d’emergenza. A guardare con preoccupazione l’evolversi della situazione non è solo la Moldavia - che ha convocato immediatamente un incontro straordinario del Consiglio di sicurezza nazionale – ma anche tutti i paesi dell’Europa orientale. Nel contesto della guerra in Ucraina ogni destabilizzazione della situazione potrebbe avere serie ripercussioni sul conflitto in corso e sulla sicurezza regionale più in generale. La paura di molti è che con la scusa di proteggere la repubblica separatista la Russia possa usare questa striscia di terra per aprire un nuovo fronte in Ucraina o, addirittura, per allargare il conflitto alla Moldavia. Truppe russe, infatti, sono stanziate in Transnistria dal 1992 e la regione ospita la base militare di Cobasna con un grande deposito di equipaggiamento militare e munizioni, la maggior parte dei quelli di epoca sovietica. 

A differenza delle altre zone grigie dello spazio post-sovietico come Abkhazia e Ossezia del Sud, però, la Transnistria non confina direttamente con la Russia e le sue relazioni con la Moldavia hanno da tempo trovato un punto di equilibrio, tanto da essere più integrata nel sistema economico moldavo e ucraino che quello russo.

Un prodotto della storia

Come altri conflitti scoppiati dopo il 1991, la Transnistria è un prodotto delle complesse dinamiche socio-politiche e storiche dell’impero sovietico. Non si tratta, prima di tutto, di un conflitto etnico. Sin dalla sua creazione, infatti, le autorità di Tiraspol hanno rivendicato per sé il ruolo di ‘vero’ Stato moldavo. Il moldavo, insieme al russo e ucraino è la lingua ufficiale della repubblica, anche se il russo rimane dominante. Secondo il censimento del 2015 la popolazione (circa 450.000 abitanti) è prevalentemente composta da tre nazionalità: russi, moldavi e ucraini.

Transnistria Russia Ucraina Moldavia
via Limes

Per capire le origini del conflitto, però, bisogna fare un passo indietro. Al termine della Prima guerra mondiale, gran parte dell’attuale Transnistria divenne una regione autonoma all’interno dell’Ucraina Sovietica e fu colpita dal processo di russificazione durante il periodo Staliniano. Solo nel 1940, con la firma del patto Ribbentrop-Molotov, i territori rumeni della Bessarabia (a ovest del Dnestr) finivano sotto controllo sovietico con la creazione della Repubblica socialista sovietica Moldava, nella quale fu incorporata anche la striscia di terra situata a est del Dnestr. Riconquistati per un breve periodo durante l’invasione nazista, i territori finirono definitivamente sotto controllo di Mosca nel 1944. 

Questa travagliata storia fatta di terre e comunità annesse, insieme alle politiche di industrializzazione adottate da Mosca, ha avuto un impatto significativo sulle dinamiche economiche, politiche e culturali della Moldavia sovietica. Seppur con una buona dose di semplificazione, per ovvie ragioni storiche il ricordo di quegli anni travagliati ha assunto un significato diverso tra le due sponde del Dnestr. Infatti, come sottolinea lo storico Charles King nel suo libro The Moldovans. Romania, Russia, and the politics of culture, in termini demografici ed economici la Moldavia sovietica si sviluppò lentamente come fosse due repubbliche. Una, prevalentemente rurale e agricola, composta dalla popolazione moldava in Bessarabia. L’altra, più urbanizzata, russificata e industrializzata, in Transnistria. 

Alla fine degli anni ‘80, come in altre parti della moribonda URSS, anche in Moldavia la questione nazionale aveva assunto quindi un carattere di rilievo. Mentre sull’onda della liberalizzazione inaugurata da Gorbachev, il parlamento locale promulgava una legge linguistica che dava priorità al moldavo, la parte più russificata della repubblica - la Transnistria, per l’appunto - cercava sostegno politico a Mosca. Il fallito colpo di Stato contro Gorbachev nell’agosto del 1991 divenne la goccia che fece traboccare il vaso. Il 27 agosto la Moldavia dichiarava la propria indipendenza, mentre solo qualche mese dopo le autorità di Tiraspol tenevano un referendum per l’indipendenza della Transnistria. Il conflitto armato tra Tiraspol e Chișinău durò solo qualche mese e l’intervento dell’esercito russo a sostegno delle Transnistria fu decisivo. La tregua fu raggiunta nel luglio del 1992 stabilendo de facto la separazione della regione dalla Moldavia e la presenza permanente di un contingente militare russo.  

La presenza russa

Come nel conflitto di tre decenni fa, la Russia è oggi il principale garante politico ed economico per la Transnistria. Circa 1500 ‘peacekeeper’ russi (seppur secondo alcune stime parte di questo contingente è oggi composto da truppe locali e non soldati russi) rimangono presenti nella regione. Mosca, però, continua a non riconoscere ufficialmente l’indipendenza della Transnistria e ha giocato negli anni un ruolo piuttosto ambiguo, premendo a fasi alterne per una risoluzione del conflitto a lei congeniale. Simile alla strategia adottata per il conflitto nel Donbas, i piani del Cremlino, vicini alla realizzazione nel 2003, prevedevano il reintegro della regione nella Moldavia, uno status speciale per la Transnistria e il mantenimento della presenza militare russa. Una simile soluzione, rigettata da Chișinău, avrebbe permesso a Mosca di mantenere un’influenza diretta sulle future scelte in politica estera del paese, prevenendo il suo avvicinamento alle strutture della NATO.

Con un PIL pro capite che si aggira intorno ai 3.000 dollari, e con le rimesse dei lavoratori che coprono circa il 20% del PIL, Mosca rimane un attore chiave per le autorità di Tiraspol anche dal punto di vista economico. La Russia non è solo il paese dal quale derivano oltre il 65% delle rimesse, ma è anche il principale contributore al sistema pensionistico locale che assorbe circa il 20% del budget. Mosca gioca anche un ruolo centrale nella fornitura di gas ed energia elettrica, che, seguendo un complesso schema consolidato tra Gazprom e la compagnia moldava Moldovagaz, risulta in pratica gratuita per la Transnistria.          

Economia e potere politico

Il deterioramento della situazione economica a partire dal 2014, con il calo del flusso di denaro proveniente dalla Russia, ha però aperto opportunità per un progressivo riavvicinamento tra Tiraspol e Chişinău e una riconfigurazione delle gerarchie politiche interne. Se già nel 2011 il candidato favorito di Mosca (Anatoly Kaminsky) era arrivato secondo nella corsa presidenziale (con la vittoria a sorpresa di Yevgeny Shevchuk), a partire dal 2016 il potere politico in Transnistria è di fatto nelle mani del principale attore economico locale, lo Sheriff. 

Il più grande gruppo nel settore privato, tra le altre cose lo Sheriff controlla la principale catena di supermercati, distillerie, stazioni di carburante, compagnie di telecomunicazione e stazioni televisive. Con l’elezione di Vadim Krasnoselsky nel 2016, infatti, il conglomerato ha esteso il suo monopolio dal settore economico anche a quello politico. Indipendentemente dal fatto che l’impero economico sia emerso dalla zona grigia degli opachi legami con personalità a cavallo tra il mondo politico e quello criminale tanto in Transnistria quanto in Moldavia, lo Sheriff è oggi fortemente interessato a preservare buone relazioni con Chișinău e Bruxelles. Circa il 70% dell’export della Transnistria infatti rimane orientato verso la Moldavia e l’Unione Europea, beneficiando direttamente della firma degli accordi di associazione (DCFTA) tra Bruxelles e Chișinău. 

Più in generale quindi, la Transnistria rimane fortemente integrata con il resto della Moldavia. A differenza di altri conflitti congelati, infatti, i cittadini della Transnistria possono liberamente circolare tra la repubblica separatista e la Moldavia. Molti hanno doppio o triplo passaporto (che permette di beneficiare del regime visa-free tra UE e la Moldavia) e l’economia è oggi semi-integrata. Per molti, in altre parole, vivere in Transnistria non rappresenta una cesura netta con lo stato moldavo. Per questo, oltre che per le pressioni di Mosca, la politica di convivenza pacifica di Chișinău non è cambiata molto neppure con la recente elezione di Maia Sandu alla presidenza e il consolidamento della maggioranza ‘pro-UE’ nel Parlamento moldavo.  

L'invasione dell’Ucraina

Non sorprende, quindi, che la posizione delle autorità di Tiraspol nei confronti della guerra scatenata dalla Russia è rimasta piuttosto cauta. Seppur dipendente Mosca, la Transnistria rimane economicamente e culturalmente legata alla Moldavia e Ucraina. La quantità di beni esportati verso Kyiv è di gran lunga superiore rispetto a quelli verso Mosca, l’ucraino è una delle tre lingue ufficiali e circa 100 mila abitanti hanno il passaporto ucraino. I legami storici rimangono radicati e complessi, la più importante università nella repubblica separatista, ad esempio, è intitolata al poeta ucraino Taras Shevchenko. 

Ben lungi dallo schierarsi apertamente al fianco di Mosca, in questi primi mesi di guerra il de facto presidente ha quindi continuato la sua politica di ‘neutralità’ adottata dal 2016. Krasnoselsky  ha più volte definito gli eventi in Ucraina come “tragici”, vietando manifestazioni in aperto sostegno alla guerra.    

Un nuovo fronte?

Le esplosioni a Tiraspol quindi si inseriscono in un quadro di relazioni complesse e mutevoli. Infatti, la tensione nella regione sta lentamente crescendo da settimane. La recente decisione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa di definire ufficialmente la Transnistria come “territorio occupato” dalla Russia è stata fortemente criticata dalle autorità di Tiraspol, preoccupate dal fatto che la Moldavia possa ora usare la situazione per accrescere la propria pressione politica ed economica sulla pseudo repubblica. Le autorità russe dal canto loro hanno fatto riferimento (seppur non ufficialmente) alla possibilità di creare un corridoio terrestre tramite l’Ucraina meridionale per collegare di fatto la Russia alla Transnistria.  

Poche ora dopo le esplosioni, invece, la presidente moldava ha puntano il dito all’interno della regione, indicando che gli atti di sabotaggio sarebbero frutto di operazioni di “forze favorevoli alla guerra” in Transnistria. Sebbene rimanendo per ora nel campo delle speculazioni, la guerra potrebbe aver generato forti spaccature nell’élite locale. Da una parte, il partito dello status quo composto dal presidente e dagli oligarchi dello Sheriff. Dall’altra, forze più vicine alla Russia (soprattutto negli ambienti militari) che sarebbero i principali beneficiari dell’allargamento del conflitto e dell’eventuale intervento russo.

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Nonostante la tensione, però, a oggi sembra difficile che la Transnistria possa fungere da variabile nella creazione di un nuovo fronte, sia in chiave di un attacco su Odessa da ovest, sia nella ancor più remota possibilità di una guerra russa alla Moldavia. Chişinău rimane ufficialmente neutrale da alleanze militari, i rapporti con la Transnistria sono rimasti stabili negli anni e Mosca continua a detenere numerose leve di pressione sul paese. Inoltre, anche dal punto di vista puramente militare per quantità e qualità le truppe attualmente stanziate in Transnistria non sarebbero in grado di aprire un nuovo fronte senza un complesso dislocamento di nuove truppe russe. Visto l’andamento della guerra in Ucraina anche questo scenario appare oggi piuttosto remoto. 

Se c’è una cosa che questa guerra ci ha insegnato, però, è che quello che sembra impossibile può diventare reale nel giro di pochi giorni. Anche per la Transnistria molto sembra ora dipendere dagli sviluppi della guerra russa in Ucraina.    

*Ricercatore presso l'Università di Kent. Collabora con East Journal

Immagine in anteprima: la sede del ministero per la Sicurezza nazionale a Tiraspol dopo gli attacchi di fine aprile – mvdpmr.org, Attribution, via Wikimedia Commons

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