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Ma davvero il Sud ha votato il M5S per il “reddito di cittadinanza”?

15 Marzo 2018 10 min lettura

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Ma davvero il Sud ha votato il M5S per il “reddito di cittadinanza”?

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All’indomani delle elezioni del 4 marzo l'Italia è apparsa “divisa in due”: il Nord al centrodestra, il Sud al Movimento 5 stelle. Il partito fondato da Beppe Grillo – che ha preso più del 30% dei voti, erodendone soprattutto al centrosinistra – è infatti cresciuto in maniera esponenziale nel Meridione: come spiega l’Istituto Cattaneo, al Centro e al Sud il movimento ha guadagnato dalle elezioni del 2013 rispettivamente 7,2 e 20,7 punti.

In alcune regioni, come la Campania, la percentuale raggiunta dal M5S è stata di quasi il 50%. In Sicilia si è aggiudicato 28 seggi su 28 nei collegi uninominali – ottenendo addirittura più voti dei candidati disponibili in lista al proporzionale. Un successo replicato in diversa misura nelle altre regioni del Sud Italia. Tanto che l’Istituto Cattaneo ha parlato di “meridionalizzazione del M5S”.

Di questo risultato è stato fatto un racconto per lo più basato su un desiderio di assistenzialismo da parte degli elettori del Mezzogiorno che, dunque, avrebbero votato il Movimento 5 Stelle esclusivamente perché attratti dalla possibilità di godere del "reddito di cittadinanza" (che, tecnicamente, in base alla proposta dei 5 Stelle, non è un vero reddito di cittadinanza, ma un reddito minimo. Qui le differenze) proposto dal partito guidato da Luigi Di Maio. Al contrario, invece, gli elettori del Nord Italia avrebbero dato preferenza al centrodestra incantati dalla flat tax.

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In un articolo di Roberto Petrini su Repubblica si legge che “la promessa dell’assegno di cittadinanza ha favorito la vittoria pentastellata nel Meridione”. Sul Giornale Renato Mannheimer ha scritto che “l'assistenzialismo a 5 stelle piace al Sud”. Su Democratica, l’organo di stampa del Partito democratico, di analisi di questo tipo ce ne sono diverse. In una di queste si cita “il Nord che ha votato con forza la bufala della flat tax e il Sud che ha scelto di farsi abbindolare dal reddito di cittadinanza”.

Vittorio Sgarbi, assessore regionale ai Beni culturali in Sicilia e neoeletto alla Camera con il centrodestra, ha affermato che i voti ottenuti dal M5s sarebbero provenuti da «una parte d’Italia non produttiva che aspetta il reddito di cittadinanza».

È una riedizione – neanche troppo velata – del vecchio pregiudizio secondo cui i cittadini del Sud, ignoranti e scansafatiche, non vogliono lavorare e perciò votano acriticamente chi promette uno stipendio senza sforzi. Al Nord, invece, si produce – e al massimo si cerca di evadere le tasse.

Questa narrazione ha trovato il suo culmine con la diffusione della notizia – poi rivelatasi gonfiata e distorta - del Caf “preso d’assalto” dai cittadini di Giovinazzo (un Comune di poco più di 20mila abitanti dell'area metropolitana di Bari) che chiedevano i moduli per ottenere subito il reddito di cittadinanza.

Massimo Gramellini nella sua rubrica sul Corriere prendendo la notizia per vera – nonostante le smentite - ha addirittura chiosato con riferimento alle fantomatiche code al Caf che “può darsi che il voto di scambio non sia affatto finito, con buona pace di chi è abituato a valutare la qualità dei consensi dal partito che li riceve”.

In molti tra giornalisti e commentatori di vario tipo hanno utilizzato un tono canzonatorio e paternalista nei confronti di un elettorato meridionale 5 Stelle ritenuto per definizione ignorante, rozzo e dunque credulone.

Un atteggiamento che, oltre a rinunciare a qualsiasi tentativo di comprensione della realtà, esprime una sorta di malcelato dileggio dei poveri.

Le élite e l’esclusione sociale

Il Movimento 5 Stelle ha vinto con largo margine in zone in cui i tassi di disoccupazione sono ben oltre la media nazionale e l’Istat rileva un maggiore rischio povertà. È verosimile che una parte di questi elettori abbiano votato pensando alla proposta di un seppur minimo reddito. Ma è «sbagliata una lettura che fa del reddito di cittadinanza la principale leva del voto ai 5 Stelle», ha spiegato a Valigia Blu Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il SUD, per il quale le cause «sono da ricercare in motivazioni di più lunga deriva».

Tra l’altro, la certezza per cui a scegliere il M5S, specialmente al Sud, sarebbe stato un certo tipo di elettore ignorante, probabilmente disoccupato, appartenente a una classe sociale disagiata e per questo abbagliato dal reddito di cittadinanza, viene ridimensionata dalle prime analisi dei flussi. InfoData del Sole24ore ha provato a tracciare una correlazione tra voto ai partiti con l’occupazione, il lavoro e il titolo di studio: dall’analisi è venuto fuori che questo legame esiste, ma è molto più debole di quanto si pensi se si divide l’Italia in aree più omogenee tra loro. E comunque “nelle scienze sociali stabilire legami di causalità fra elementi diversi spesso è tutt’altro che banale”.

Le elaborazioni condotte da Ipsos, d’altra parte, mostrano come quello al M5S sia stato un voto trasversale, “interclassista e generazionale”. A votare 5 Stelle sono stati il 29,3% dei laureati italiani (contro il 21,8% che ha scelto PD) e il 36,1% dei diplomati (16,1% per il PD). Anche tra i mestieri c’è parecchia varietà: imprenditori (31,2%), lavoratori autonomi-commercianti-artigiani (31,8%) impiegati-insegnanti (36,1%), operai (37%), disoccupati (37,2%), studenti (32,3%). Il M5s ha vinto anche tra i dipendenti pubblici (41,6%), mentre quelli privati sono stati il 34%. Come riporta YouTrend, non c’è stata molta differenza tra i risultati di Camera e Senato, indice del fatto che giovani e meno giovani hanno votato più o meno allo stesso modo.

L'Espresso cita alcune percentuali dalle periferie: "A Scampia, quartiere ghetto di Napoli, teatro di Gomorra in tv, Di Maio ha portato a casa il 65 per cento; a San Giovanni a Teduccio popolare ed ex operaia, dove nel 1976 Berlinguer prese il 63 per cento dei voti, i 5S hanno superato quota 60; a Bagnoli, dove sorgeva la cattedrale dell’Italsider, oggi dismessa e sul cui futuro si sono spesi invano governi e amministrazioni, per i grillini ha votato il 57 per cento degli elettori, oltre il 50 che premiava 
il vecchio Pci".

Quello che è certo è che, come spiega l’Istituto Cattaneo, il M5S si è dimostrato “più in grado di guadagnare nuovo consenso soprattutto grazie alla sua maggiore capacità di intercettare il disagio e l’esclusione sociale”.

Molto più, ad esempio, del centrosinistra. Anzi, se un vero “voto di classe” c’è stato è lì che va cercato, ma in senso contrario: il Centro Italiano Studi Elettorali della LUISS (CISE), spiega che “tra tutti i partiti, nessuno mostra effetti significativi della classe sociale” con eccezione del PD che registra “una propensione al voto bassa nelle classi sociali basse e medie, e invece sensibilmente maggiore nella classe medio-alta, che quindi configura un confinamento di questo partito nella classe medio-alta”.

Secondo il CISE, sostanzialmente, la sconfitta del PD sarebbe “coerente con la strategia scelta dal partito di puntare su temi come l’innovazione tecnologica, i diritti civili, l’integrazione europea, la globalizzazione, e più in generale con una narrazione ottimistica delle trasformazioni dell’economia e della società contemporanea”. Una strategia che, però, ha portato “i ceti che si sentono minacciati dagli effetti negativi di queste trasformazioni” a non percepire il “PD come un partito in grado di ascoltare le loro istanze”, e così a volgere lo sguardo al Movimento 5 Stelle.

La questione delle élite e del disagio che non trova rappresentanti è centrale per capire il voto nel Meridione. Marco De Marco, ex direttore Corriere del Mezzogiorno, ha spiegato qualche giorno fa a Radio Radicale che una delle ragioni del successo del M5S sta nel fatto che il Sud non aveva «una voce che potesse rappresentarlo nella sua completezza, non solamente le élite, la parte “protetta”, ma tutto: sia quella che un tempo si sarebbe chiamata la plebe, la parte emarginata della società, ma anche quella super qualificata ma non relazionata. Penso a tutti quei giovani che hanno studiato, si sono laureati, che hanno superato master ma non avendo relazioni forti sono stati messi ai margini della società. Il M5S a differenza di tutti gli altri partiti che hanno dato risposte parziali, clientelari, di pura mobilitazione e testimonianza è riuscito a dare questa dimensione alla sua presenza nel Sud».

Un voto d'opinione

Secondo il professor Piergiorgio Corbetta, uno dei massimi esperti in Italia sul Movimento 5 Stelle, il risultato al Sud era atteso, anche se non in questa dimensione, e si spiega con l’aver associato il vecchio voto di protesta, del "vaffa" impersonato da Beppe Grillo con una dimensione moderata di proposta e speranza per il futuro, incarnata da Luigi Di Maio. «La problematica del Meridione italiano è un tema storico che è stato molto trascurato in questi ultimi anni. La crisi ha colpito molto quest’area geografica del paese e di fronte al fallimento e alla trascuratezza e al silenzio delle classi politiche dominanti verso il Mezzogiorno, il fatto che ci sia stata una proposta nuova o qualcosa di nuovo ha attirato l’elettorato meridionale frustrato e carico di rabbia», ha spiegato a Valigia Blu.

Parlando del successo dei 5 Stelle, Giuliano Santoro sul Manifesto ha ripreso la definizione coniata dall'economista della London School of Economics Andres Rodriguez-Pose di "vendetta dei luoghi che non contano": si tratta di posti situati in diverse parti del mondo, dove sono nati "fenomeni di vendetta elettorale". Ad esempio, il Nord dell'Inghilterra per la Brexit, o il Midwest per Trump.

I dati dell’ultimo rapporto Svimez raccontano un ritmo di sviluppo distante dalla media europea, “non ancora sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività e bassa competitività, creando sostanzialmente ridotta accumulazione e minore benessere”. L’occupazione “è ripartita, con ritmi anche superiori al resto del Paese, ma mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi, il Mezzogiorno (...) resta di circa 380 mila sotto il livello del 2008, con un tasso di occupazione che è il peggiore d'Europa” e vede “il consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale”.

Oltre a questo, si assiste a un un processo di emigrazione sempre più qualificata dal Sud "che non conosce soluzione di continuità": negli ultimi quindici anni, 1,7 milioni di persone sono emigrate dal Sud, il 72,4% di loro aveva meno di 34 anni. È un’emorragia “dovuta a molti fattori ma sicuramente anche all’insufficiente dotazione di capitale produttivo dell’area che si traduce in una carente domanda di lavoro, che non favorisce l’impiego delle giovani generazioni formate nei percorsi di istruzione anche avanzati".

Secondo il presidente di Fondazione con il SUD Borgomeo, «al Sud c’è bisogno di discontinuità e lo si sarebbe dovuto capire già da un anno e mezzo a questa parte. I dati del referendum del 4 dicembre erano rivelatori. Il Mezzogiorno più che contro la riforma costituzionale, avevano votato contro il tradizionale, vecchio e routinario modo di affrontare la questione Meridionale. I 5 Stelle hanno saputo intercettare questa esigenza».

Anche per De Marco, «il 60% del Sud era un grido d’allarme. Era un modo per dire “guardate che il Sud non è quello che state raccontando, della bella Pompei e dei musei pieni”. È un sud più complesso, dove c’è povertà, dove c’è un senso di disillusione, una delusione profonda. Renzi, ad esempio, continuava a raccontare un Sud che era solo nella sua testa: meraviglioso, bello, pieno di turisti. Una lettura assai parziale che ha fatto molto innervosire chi nel Mezzogiorno ci vive».

Per lungo tempo di questa "nuova questione meridionale" si è a malapena parlato. «Negli ultimi anni – ha aggiunto Borgomeo - vi è stata una forte marginalizzazione del tema, tanto che qualcuno ha parlato di rimozione della questione meridionale. A mio giudizio il problema non è che non si parla di Sud, ma che da decenni non vi è una riflessione e una proposta politica adeguata. Si ripetono sempre più stancamente e sempre con minori risorse interventi che in 60 anni non sono riusciti a modificare le cose». Le politiche per il Sud, secondo Borgomeo, avrebbero dovuto assumere come centrali i problemi sociali: «Di solito si pensa che queste questioni possano essere risolte dopo che si sia raggiunto un adeguato livello di crescita economica. L’esperienza avrebbe ormai dovuto insegnarci che è vero il contrario: non ci sarà sviluppo economico se non vengono ricostituite condizioni minime di coesione sociale. Il sociale viene prima dell’economico, soprattutto al Sud».

Marco Valbruzzi dell'Istituto Cattaneo ha individuato tra i significati del successo grillino al Sud «sicuramente una interpretazione corretta delle tematiche socio-economiche, che è mancata agli altri partiti, in una terra dove la disoccupazione è ancora una piaga e il disagio sociale è largamente diffuso». In secondo luogo, il voto del Sud va letto anche come un puro voto anti-establishment contro la classe politica locale, «incapace oggi come non mai di interpretare la questione meridionale».

In un articolo su LaVoce.info, Marco Alberto De Benedetto e Maria De Paola ritengono che una grossa parte del sostegno ai 5 Stelle venga da elettori che cercano "disperatamente una speranza": questa non sarebbe da ricercarsi nel reddito di cittadinanza, ma nelle "facce nuove, molte delle quali senza meriti, ma anche senza i molti demeriti che la classe dirigente del Sud ha accumulato". Non essendo mai stato al governo, al M5S non si imputa "la responsabilità per i tanti problemi rimasti irrisolti. Molti probabilmente non sono neanche convinti della capacità da parte di questa forza politica di risolverli, ma sono stanchi di vedere tutto immutato". Dall’altra parte il PD "che sembra essere la forza politica maggiormente interessata dalla fuga di voti verso il M5S, pur avendo fatto molto più di altri governi nel passato, non ha saputo compiere il passo decisivo e provare a rendere credibile la volontà di cambiamento anche attraverso un rinnovamento dei candidati proposti nei collegi del Meridione".

Il M5S insomma ha trovato forza nel fallimento di coloro che lo hanno preceduto e nell'incapacità di intercettare un disagio socio-economico che da tempo ribolliva: i partiti tradizionali hanno considerato il Sud come un monolite immutabile, soggetto eternamente alle stesse logiche.

Come spiega il professor Corbetta quello al M5S è invece un voto di opinione, per questo labile e fluttuante: «Non ha alle spalle come ai tempi della Democrazia Cristiana il notabilato locale che sapeva mobilitare gli elettori con delle promesse o con la ripartizione di alcune risorse, e non è un elettorato radicato come poteva essere quello comunista, delle aree socialiste, dell’Italia centrale». Si tratta, ha aggiunto, di «un elettorato privo di radici», anche perché i 5 Stelle «non hanno sezioni, non hanno classe politica locale, non hanno amministrazioni, non hanno risorse da spartire».

La grossa incognita, a questo punto, è il futuro. Questo voto, ha concluso Corbetta, «è una specie di cambiale in bianco che Di Maio ha firmato nei confronti dell’elettorato meridionale, e questo elettorato prima o poi verrà alla riscossione. Più prima che dopo, perché l’elettorato che vota per il cambiamento, per il nuovo, è un elettorato impaziente, che il nuovo vuole vederlo subito».

Immagine via ilgiornalesentire.it

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