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Sono andato via dall’Italia: da ‘emigrante italiano’ a ‘cittadino del mondo’

8 Gennaio 2013 5 min lettura

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Sono andato via dall’Italia: da ‘emigrante italiano’ a ‘cittadino del mondo’

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foto di Teymur Madjderey

di Luca Sartoni 

Partire è un po’ morire?

Mi sono trasferito a Vienna a giugno del 2010, prima avevo vissuto in Nuova Zelanda per qualche mese nel 2005 e avevo comunque viaggiato molto. Non mi piace l’idea di emigrazione che alcune persone hanno in mente quando pensano ad un trasferimento. Vivere a Berlino, Vienna, Londra, San Francisco, oggi, non è lontanamente simile all’emigrazione che i nostri nonni ci hanno trasmesso. Per loro era andare con una valigia di cartone, perdere ogni contatto con la famiglia e trovarsi a combattere ogni giorno per il cibo. Ovviamente questo fardello culturale si ripercuote su molti di noi e l’idea di trasferirsi è sentita come un andare via, scappare, andare alla ricerca di fortuna altrove.

In realtà le cose sono più complicate sotto certi punti di vista e molto più semplici sotto altri. Forse il problema è che quello che può sembrarci facile è difficile e viceversa.

Le cose che sembrano difficili e invece sono facili

Parto dalle cose facili: viaggiare, comunicare, trovare casa, trovare lavoro e parlare la lingua locale.

Viaggiare non è mai stato più facile. Costa di più andare da Ravenna a Milano che andare da Ravenna a Vienna. Sia in tempo che in soldi. Qualunque città europea è alla stessa distanza, si tratta sempre di poche centinaia di euro e qualche ora. Ci possono essere eccezioni, ma di norma è così.

Comunicare con la propria famiglia o i propri amici è indubbiamente facile. Specialmente nel nostro settore siamo costantemente collegati. E le stesse persone con cui facevo chiacchiera via skype da Ravenna, sono quelle con cui faccio chiacchiera da Vienna. Magari è più difficile andare a farsi una birra insieme, ma a farsi un minimo di giro altrove ci vuole poco. Anche i miei mi chiamano su skype e mia madre mi chiama con facetime. A meno che non abitiate nello stesso quartiere della vostra famiglia, essere a 5km o a 5000km non fa differenza. Forse solo i fusi orari possono rendere la cosa un po’ più difficile.

Trovare casa, trovare lavoro e l’accesso ai servizi di base è molto semplice. Quasi tutto è online, serve solo un po’ di voglia e tempo.

La lingua del posto, una volta superata la soglia minima per fare il proprio lavoro, la si impara col tempo. Nel mio caso è vero che ancora non parlo il tedesco, ma da quando vivo e lavoro in inglese, la mia capacità espressiva è notevolmente aumentata, fino al punto in cui faccio tranquillamente lezione in inglese all’Università di Vienna e continuano ad invitarmi ad ogni semestre, quindi posso ragionevolmente supporre che capiscano quello che dico…

Le cose che sembrano facili e che invece sono difficili

Veniamo alle cose che sembrano facili e invece sono difficili: fare bene il proprio lavoro, sviluppare la propria startup, cambiare mentalità.

Se in Italia eravamo abituati a fare bene il nostro lavoro, pur non avendo stimoli, pur non avendo soddisfazioni, con i fornitori che ci pagavano in ritardo, quando si lavora in un contesto internazionale le cose potrebbero essere ancora più complicate. La competizione è molto più agguerrita, le aspettative sono molto più alte, le capacità richieste non sono strettamente legate alla propria nicchia professionale.

Vi faccio un esempio: se lavorare a Ravenna come sviluppatore richiede di risolvere i problemi di clienti che non sanno cosa vogliono e non capiscono il vostro reale valore, lavorare per un’azienda internazionale in terra straniera richiede esattamente la stesse cose, ma in un’altra lingua. In più si dovrà avere a che fare con colleghi di altre culture, con altre abitudini e con altri punti di vista. Per chi sa cogliere l’opportunità questo sarà un grande arricchimento personale e professionale.

Non c’è startup con una sola nazionalità

Sviluppare la propria startup merita un capitolo a parte. Io credo che nessuna startup possa dirsi italiana, francese, olandese o tedesca. Chiaramente se per “startup” intendiamo un’azienda che fa della crescita il proprio valore primario, secondo l’ottima definizione di Paul Graham, e che quindi intende aggredire un mercato globale attraverso un prodotto e un team studiato per crescere esponenzialmente, soprattutto nei primi anni di vita.

Non possiamo dare una connotazione nazionale alla startup neppure in base a dove sia localizzata e a dove paghi le tasse perchè non è importante, al fine di questo ragionamento, dove sia fisicamente l’amministrazione della società. È molto più importante la totale delocalizzazione della visione d’impresa e l’esperienza internazionale del team.

Per questa ragione le startup italiane fanno fatica. Se il team è completamente costituito da Italiani spesso della stessa città e con le medesime esperienze di vita (amici, scuola, hobby) come è possibile anche solo pensare di essere competitivi a livello globale? Per questo non dico sia importante trasferirsi, ma penso che sia addirittura necessario.

È necessario condividere scrivanie con colleghi, capi, dipendenti, fornitori e clienti che vengono da altri paesi e da altre esperienze. È necessario scoprire che non tutti vivono di pasta asciutta, che la regione di provenienza dell’olio d’oliva non è la cosa più importante nella nostra insalata. È importante scoprire che gli inglesi non portano più la bombetta, che i tedeschi non mangiano solo crauti, che gli americani a volte ne capiscono anche di vino. È importante scoprire che in Romania ci si laurea parlando quattro lingue, per eliminare una serie di luoghi comuni che avvelenano il nostro pensiero di integerrimi mangia-spaghetti quando pensiamo all’Est Europa.

Si va bene, quando il mio professore di tedesco ha dichiarato di aver studiato all’Università di Jena, mi è venuto in mente Fantozzi, lo confesso. Ma è proprio quello il problema, per molti di noi la visione dell’oltre confine è limitata ai film di Paolo Villaggio e di Alberto Sordi, mischiati ai racconti dei nostri zii emigranti, con la valigia di cartone. Poi, per carità, gli stereotipi hanno ragione di esistere, l’importante è non limitarsi a quelli quando si devono prendere decisioni importanti riguardo la propria carriera.

Cambiare mentalità è la cosa più importante

Se prendiamo ad esempio gli americani, per loro è normale cambiare città e Stato una decina di volte nella loro vita, per inseguire il proprio corso di studi, il proprio lavoro, il proprio partner, i propri sogni. Ognuno di questi passi è un miglioramento della propria esistenza, anche quando le avversità rendono la vita difficile. Ma è tutta una questione di priorità e di mentalità.

È solo un cambio di mentalità che può trasformare gli “emigranti italiani” in “cittadini del mondo”, capaci quindi di superare le difficoltà di un trasferimento in virtù di un cambio di prospettive utili al miglioramento della nostra vita e delle persone che ci sono vicine.

Qualche considerazione sul trasferirsi all'estero

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