Fuori da qui

Smontare i miti della guerra con la Siria

30 Agosto 2013 7 min lettura

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Smontare i miti della guerra con la Siria

6 min lettura

di Joshua Foust - traduzione di Roberta Aiello

Dopo l'uso delle armi chimiche in Siria, i tentativi dell'ONU e l'indignazione degli opinionisti americani, sembra sempre più evidente che la comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, stia per colpire Bashar Al Assad in maniera punitiva.

È una buona idea? Proviamo ad osservare con occhio critico l'opinione diffusa che spinge verso una guerra americana in Siria.

Curdi vittime dei gas. Wikimedia Commons

Dobbiamo far rispettare le leggi contro l'uso delle armi chimiche

Questa è una delle argomentazioni più forti a sostegno di una sorta di attacco limitato. È d'obbligo che la comunità internazionale punisca Assad, poiché ha violato la norme previste contro l'uso di armi chimiche.

Nonostante quest'uso sia stato condannato fin dal suo esordio a Verdun durante la Prima guerra mondiale, la Siria non è tra i paesi firmatari della Convenzione sull'uso delle armi chimiche, per cui potrebbe non sentirsi vincolata dal divieto di utilizzo. Punire Assad per aver violato una Convenzione mai firmata può sembrare un modo curioso di far rispettare il diritto internazionale.

Anche perché, in passato, altri paesi hanno usato armi chimiche senza che ci sia stata rivalsa. L'episodio più conosciuto dagli americani è l'attacco chimico di Saddam Hussein, durante il genocidio di Hallabja nel 1988, nel quale persero la vita circa 5.000 persone.

Meno noto è l'uso dei gas fosgene e iprite da parte di Gamal Abdel Nasser durante l'intervento egiziano nel nord dello Yemen nel corso della guerra civile che durò dal 1963 al 1967. Nasser, che non aveva firmato la Convezione sull'uso delle armi chimiche, accolse gli ispettori dell'ONU per "dimostrare" di non averle utilizzate e U Thant, all'epoca Segretario generale dell'ONU, non poté fare altro che dichiararsi "impotente".

Il problema, rispetto alle leggi che vietano l'uso di armi chimiche, è che scompaiono quando gli eventi precipitano. Nel momento in cui dovranno difendersi da una minaccia, i regimi dittatoriali, che già praticano abusi sui propri cittadini, non si preoccuperanno di commetterne ulteriori. Poiché Assad ritiene di stare letteralmente combattendo per la propria vita, qualsiasi protesta sull'uso di armi chimiche è calpestata dalla necessità della propria sopravvivenza.

Dall'altro lato, però, Assad è perfettamente consapevole che uno dei pochi elementi che unirà, radicalizzerà e intensificherà la ribellione contro di lui è l'uso diffuso di armi chimiche, e che potrebbero esserci altre forze in gioco che ne limitino l'utilizzo al di là delle proteste internazionali.

Ušće Tower in fiamme, Repubblica Federale di Jugoslavia, 1999. Wikimedia Commons

Dobbiamo distruggere la capacità di Assad di usare le armi chimiche

Questa è l'argomentazione preferita a sostegno della convinzione che le bombe americane debbano distruggere definitivamente l'arsenale distribuito in tutto il paese. Il parlamentare Peter King l'ha sostenuta recentemente alla CNN, dichiarando che i missili Cruise dovrebbero essere impiegati contro gli impianti di produzione di armi chimiche e i centri di comando e controllo dell'esercito di Assad.

Qualcosa di analogo è dichiarato da un gruppo di falchi neo-conservatori che periodicamente scrive lettere aperte. Ma proposte politiche simili sono state avanzate anche dalla sinistra americana. Sostanzialmente si sostiene che attacchi aerei limitati, come quelli portati avanti in Kosovo, rappresentino la risposta migliore.

Quanto è accaduto in Kosovo, però, è avvenuto in un momento, in un luogo e in un contesto del tutto diversi. L'Esercito di liberazione siriano non è l'Esercito di liberazione del Kosovo, sebbene quest'ultimo abbia operato una pulizia etnica nel nord del Kosovo nei confronti di centomila serbi grazie alla copertura aerea degli Stati Uniti. La situazione all'interno della ex-Jugoslavia non è paragonabile alla guerra civile in Siria. E la campagna di bombardamenti che c'è stata, sebbene senza il mandato delle Nazioni Unite, godeva comunque di una legittimazione internazionale che non ci sarebbe in Siria.

Inoltre, per poco Boris Eltsin – non una colomba, è vero, ma certamente neanche un falco – non dichiarò guerra agli Stati Uniti quando ordinò a 200 soldati russi di occupare l'aeroporto di Pristina. In risposta, il generale americano Wesley Clark ordinò a 500 soldati della NATO di rimuovere i russi con la forza. Un ordine che la pop star britannica James Blunt, allora ufficiale dell'esercito, si rifiutò di assolvere con il plauso del generale britannico Mike Jackson.

La guerra con la Russia fu davvero ad un passo durante la campagna, solo apparentemente facile, di attacchi aerei in Kosovo.

La situazione in Siria è molto più complicata. Gli Stati Uniti non solo hanno bisogno di preoccuparsi di non attaccare accidentalmente le truppe o i consiglieri russi, ma devono tener conto anche degli iraniani. In settimana, Elizabeth O'Bagy, analista e ricercatrice dell'Istituto per lo studio della guerra, mi ha riferito che "l'Iran ha un ruolo significativo nel processo decisionale del regime".

Ha anche sottolineato che esistono vari documenti che sostengono che le truppe iraniane, tra cui l'esclusivo Corpo delle guardie rivoluzionarie, stiano sorvegliando alcuni degli edifici che contengono scorte di armi chimiche di Assad. Colpendo quelle scorte si rischierebbe di uccidere soldati iraniani, aumentando drammaticamente le probabilità di una guerra con l'Iran. Ne varrebbe davvero la pena?

Guerra civile siriana, al 28 aprile 2013 (Assad in rosso). Wikimedia Commons

Dobbiamo difendere i civili

La responsabilità di proteggere è una dottrina che si sta diffondendo molto fra gli interventisti liberali. Sostiene che la comunità internazionale abbia il dovere di proteggere i civili, nel momento in cui il loro governo non possa o non voglia difenderli.

Ma l'R2P, come viene chiamata, non è un requisito per intervenire, né un obbligo previsto da un trattato. In più, non è chiaro in che modo eventuali attacchi al regime di Assad possano effettivamente difendere i civili. Un numero spaventoso è già stato gassato, bombardato e massacrato. Qualche bomba può davvero cambiare la situazione?

E saranno quelle stesse bombe a mutare la frattura crescente tra le milizie pro e anti-regime, che promettono spargimenti di sangue a prescindere dal regime che prevarrà?

Inoltre, c'è anche una profonda crepa nella credibilità nei confronti degli strateghi statunitensi. La repressione in Bahrein, per esempio, sta avvenendo nel più totale silenzio del governo degli Stati Uniti. Incessanti ed orribili violazioni dei diritti umani, da parte degli alleati degli Stati Uniti in Arabia Saudita, Yemen e anche in Iraq, non sono mai state condannate, ricevendo soltanto indifferenza.

Atrocità recenti, come gli omicidi di massa dei cingalesi nei confronti dei ribelli Tamil, nel 2009, hanno meritato poco più di un'alzata di spalle. E lo scorso anno conflitti e carestia in Somalia, che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone in pochi mesi, hanno ricevuto lo stesso trattamento da parte della comunità internazionale. Quando tante altre tragedie di tale portata sono ignorate, non ci può essere una risposta semplice alle domande perché in Siria e perché proprio adesso.

Mappa dei missili terra-aria in Siria. Air Power Australia

Dobbiamo distruggere il regime

Non c'è dubbio che Bashar Al Assad abbia commesso crimini contro l'umanità. Ha massacrato senza pietà i civili, gassato i non-combattenti e ridotto in polvere intere città ed inestimabili reperti storici. Se c'è qualcuno che ci ha guadagnato, è proprio lui, giusto?

Beh, forse no. Il regime di Assad non è ridotto come quello di Saddam Hussein dopo un decennio di sanzioni petrolifere paralizzanti. Né si può paragonare al regime dei talebani, che non ha mai avuto un'organizzazione efficace per poter attaccare. Né assomiglia a quel miscuglio di gruppi islamici del nord del Mali, lontani dal raggiungere gli obiettivi nonostante gli sforzi compiuti.

Per quanto non sia forte come due anni fa, la Siria è ancora dotata di un formidabile sistema di difesa aerea, schierato interamente sulla costa, dove le navi della marina americana starebbero lanciando missili Cruise. Sconfiggere un sistema simile richiederebbe una massiccia campagna "Shock-and-awe" (Colpisci e stupisci), che potrebbe anche non raggiungere tutti gli obiettivi in una prima ondata - e che aumenterebbe le probabilità che altre armi chimiche siano utilizzate dal regime nel tentativo disperato di mantenere il potere .

Il problema di tutte le soluzioni proposte è che non affrontano la complessa questione siriana in maniera definitiva: un regime al collasso che mantiene il potere aumentando la brutalità nei confronti di un movimento di opposizione sempre più controllato dagli jihadisti. A una guerra del genere abbiamo già partecipato una volta. Chris Harmer, analista navale all'Istituto per lo Studio della guerra che ha messo a punto un piano di attacco con missili Cruise, ha dichiarato di non ritenere che gli attacchi possano ottenere grandi risultati.

In realtà, qualsiasi tipo di risposta occidentale al bagno di sangue in Siria, nella migliore delle ipotesi sarà simbolica. È da vedere se basterà a soddisfare quelli che urlano chiedendo più guerre, ma non bisognerebbe farsi illusioni: in mancanza di una forza schiacciante – di un'invasione – gli attacchi serviranno ben poco per porre fine all'orrore.

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