Scontro Israele-Iran: cosa sta succedendo, i possibili scenari

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Dopo le accuse di Israele all’Iran di aver mentito sull’accordo sul nucleare, lo scontro tra i due Stati si è spostato a un livello militare sul terreno della guerra in Siria (l’Iran è alleato del presidente Bashar al-Assad) e precisamente sull’altopiano roccioso del Golan, a circa 50 km dalla capitale siriana Damasco.

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Cosa è successo nel Golan

Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno detto che mercoledì 9 maggio sono stati lanciati 20 razzi dalle forze militari iraniane verso le alture del Golan, un’area occupata per la maggior parte da Israele dopo la guerra dei Sei giorni del 1967, in Medio Oriente, e in seguito annessa con un mossa non riconosciuta a livello internazionale, spiega la BBC.

via BBC

Quattro dei 20 razzi lanciati, ha dichiarato il portavoce dell’IDF, il colonnello Jonathan Conricus, sono stati intercettati dal sistema di difesa aereo israeliano, mentre gli altri 16 non hanno raggiunto i loro obiettivi. Non ci sono stati, inoltre, feriti o danni.

L'Osservatorio siriano per i diritti umani, un gruppo di monitoraggio con sede nel Regno Unito, ha confermato che i razzi sono stati lanciati contro il Golan occupato, ma ha specificato che l'attacco è arrivato dopo un bombardamento israeliano sulla città smilitarizzata di Baath, continua la BBCAnche una fonte dell’alleanza militare a guida iraniana, che sostiene il governo siriano, ha riferito all'agenzia di stampa AFP che le forze israeliane avrebbero attaccato per prime.

La reazione militare di Israele è stata massiccia e ha colpito decine di obiettivi militari iraniani all’interno della Siria. Il ministro della difesa israeliana, Avigdor Lieberman, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che «se l'Iran ci colpisce con una pioggerellina qui (ndr in Israele), li colpiremo con un diluvio lì» e ha aggiunto: «Spero che la questione sia conclusa e che tutti abbiano recepito il messaggio».

L’esercito siriano ha comunicato tuttavia di aver sventato “un nuovo atto di aggressione israeliano" e di aver "distrutto gran parte" dei missili israeliani. L’attacco avrebbe ucciso tre persone, ferendone diverse e demolito una stazione radar e un deposito di armi. Secondo l’ong Ondus (Osservatorio nazionale per i diritti umani), che ha sede in Inghilterra, invece i morti sarebbero 23, tra cui cinque soldati siriani e 18 tra gli alleati.

Giovedì 10 maggio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il suo paese ha agito in quel modo perché «l'Iran ha attraversato una linea rossa». Il presidente iraniano Hassan Rouhani, durante una telefonata con la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha spiegato che Teheran non vuole "nuove tensioni" in Medio Oriente: "L'Iran ha sempre cercato di ridurre le tensioni nella regione, cercando di rafforzare la sicurezza e la stabilità". Il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi, ha successivamente detto che l'Iran condanna fermamente gli attacchi israeliani in Siria: “Il silenzio della comunità internazionale incoraggia l'aggressione di Israele. La Siria ha tutto il diritto di difendersi".

Il presidente francese Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno lanciato "un appello alla distensione", così come la Russia, preoccupata dall'escalation di tensioni tra Israele e Iran, scrive Repubblica. La Casa Bianca, in un comunicato, ha condannato gli attacchi missilistici del regime iraniano dalla Siria contro Israele: “Sosteniamo con forza il diritto di Israele di agire per legittima difesa”.

Quali sono i possibili scenari futuri?

“Se il momento preciso dello scoppio delle ostilità è stata una sorpresa, il fatto che sia accaduto lo è di meno”, scrive Peter Beaumont sul Guardian. Da più di un anno i funzionari israeliani parlavano di una minaccia iraniana e prospettavano l’ipotesi di un conflitto nel nord della Siria. I media occidentali hanno diffuso in questi mesi immagini satellitari di provenienza israeliana che mostravano presunte nuove strutture iraniane, ritenute centri di deposito armi e trasferimento missili a Hezbollah. Inoltre, anche a livello diplomatico, nelle ultime settimane, lo Stato israeliano sembrava aver messo in atto una strategia politica di continua provocazione dell’Iran, prosegue il giornalista.

Anche da un punto di vista geopolitico, i segnali lasciavano presagire uno scoppio delle ostilità, spiega ancora il Guardian. Da un lato, Israele stava cercando di prevenire il rafforzamento di possibile minacce, come esplicitamente affermato dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman in un recente discorso ai soldati: «Stiamo affrontando una nuova realtà: l'esercito libanese, in cooperazione con Hezbollah, l'esercito siriano, le milizie [sciite] in Siria e soprattutto quelle iraniane stanno diventando un fronte unico contro lo Stato di Israele». Dall’altro, l’Iran – pur non entrando direttamente nei conflitti, come già fatto dopo la guerra con l’Iraq in Yemen, Libano e Siria, dove è intervenuto per sostenere gli sciiti – ha dato l’impressione di cercare di ampliare la sua influenza nell’area e di diventare una minaccia per Israele.

Alla luce degli ultimi attacchi bisognerà capire cosa cambia nella competizione nell’area tra Israele e Iran. In questo particolare momento, con la Russia che ha chiesto una tregua, l’Iran rischia di restare isolato in uno scontro diretto, che potrebbe vedere gli Stati Uniti schierati accanto a Israele, mentre in Libano è sempre più probabile una guerra tra israeliani e Hezbollah. Uno scenario pericoloso sia a breve che a lungo termine, conclude Beaumont.

«Non penso che Israele sia interessato a continuare una guerra prolungata con l'Iran che potrebbe espandersi in altre aree come in Libano con Hezbollah», ha detto ad Al Jazeera Yossi Mekelberg, professore di Relazioni Internazionali alla Regent's University di Londra. Con questo attacco l’Iran si sentirà quasi obbligato a rispondere, prosegue il docente universitario, e, «quando iniziano queste cose, non sai mai come finirà e chi si fermerà». Per questo motivo, spiega Mekelberg, Israele ha cercato subito di far capire di non essere interessato a generare un conflitto: «Dicendo: “Abbiamo raggiunto i nostri obiettivi”, Israele sta effettivamente affermando “Ci piacerebbe fermarci”».

Secondo Ghanbar Naderi, un analista politico iraniano, è molto improbabile che l'Iran si tiri indietro e rinunci all’influenza guadagnata in Siria negli ultimi anni: «Questa non è la prima volta che Israele attacca la Siria dalle alture del Golan e certamente non sarà l'ultima. Ci aspettiamo ulteriori attacchi nelle prossime settimane e mesi, ma il fatto è che l'Iran rimarrà in Siria».

In Siria, l'Iran è uno dei più potenti sostenitori del presidente siriano, Bashar al-Assad, ricostruisce Sewell Chan sul New York Times. Intervenuto per la prima volta nel conflitto siriano a sostegno delle forze governative di Assad, “l’Iran ha approfittato del caos della guerra in Siria per costruire una infrastruttura militare nel paese, addestrando le milizie sciite con il suo potente corpo delle Guardie rivoluzionarie”. Anche se i ribelli siriani hanno costantemente perso terreno e non rimangono chiare minacce al governo di Assad, prosegue Chan, “l'Iran e i suoi alleati sono rimasti in Siria”, continuando “a formare e a equipaggiare i combattenti, rafforzando i legami con i suoi alleati sciiti in Iraq e il gruppo militante Hezbollah in Libano nella speranza di costruire un fronte unico in caso di una nuova guerra”.

«La strategia è quella di rendere la Siria un fronte praticabile, come il Libano meridionale, sia a scopo offensivo che di difesa, nel caso in cui scoppiasse un'altra guerra tra Hezbollah e Israele», ha detto al New York Times Amir Toumaj, ricercatore presso la Fondazione per la difesa delle democrazie. Secondo Natan Sachs, direttore del Centro per le Politiche del Medio Oriente alla Brookings Institution, l’obiettivo degli attacchi aerei sulla Siria da parte di Israele è impedire il trasferimento di armi dall'Iran a Hezbollah.

Anche per Sachs, i combattimenti tra i due Stati probabilmente continueranno. «L'Iran ora vorrà reagire. È improbabile che rinunci ai suoi obiettivi in ​​Siria dopo aver speso così tanti sforzi nel conflitto siriano. Potrebbero persino tentare di portare gli Hezbollah del Libano nella mischia a un certo punto. E Israele certamente non resterà fermo». È questo, per Martin Indyk, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, lo scenario peggiore, con la guerra che si diffonde in Libano, Hezbollah che decide di lanciare da lì missili verso Israele e lo Stato israeliano che risponde come fatto in Siria: «È nell'interesse di Israele mantenere il conflitto in Siria, dove Israele ha un vantaggio schiacciante. L'Iran può guardare altrove, dove ha più influenza».

Foto in anteprima via The Wall Street Journal

 

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