Gaza: le proteste dei palestinesi, la violenza dell’esercito israeliano e le ragioni della ‘Marcia del ritorno’

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Almeno 58 palestinesi sono stati uccisi e più di 2000 feriti da parte dell’esercito israeliano, durante le proteste di ieri al confine di Gaza e Israele, riporta la BBC, citando fonti ufficiali palestinesi. 

Dietro le proteste di ieri si sono sommate varie cause: le manifestazioni organizzate per la cosiddetta “Marcia del ritorno” – che culmineranno, oggi 15 maggio, nell’anniversario dei 70 anni della “Nakba” (in arabo “catastrofe”), nel 1948, quando fu fondato lo Stato di Israele e oltre 700mila palestinesi, al termine del primo conflitto arabo-israeliano, furono sfollati o costretti ad abbandonare le proprie case – e in parte anche l’apertura ufficiale dell’ambasciata americana a Gerusalemme, in un giorno definito “grande” da Trump e storico dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

via Guardian

Una decisione, quest’ultima, presa dal governo americano lo scorso dicembre, quando il presidente Donald Trump aveva annunciato che la sede dell’ambasciata sarebbe stata spostata da Tel Aviv, dove si trovano le rappresentanze diplomatiche degli altri Paesi, nella cosiddetta Città Vecchia, riconoscendola di fatto come capitale di Israele. Una mossa che fece infuriare i palestinesi e il mondo musulmano, che da tempo rivendicano la parte orientale di Gerusalemme come capitale di un futuro Stato palestinese. Circa 6 mesi fa, dopo la notizia delle decisione presa da Trump, il portavoce palestinese Nabil Abu Rdainah aveva comunicato che il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lo aveva avvertito “delle pericolose conseguenze che una simile decisione potrebbe avere sul processo di pace e sulla sicurezza e stabilità della regione e del mondo”.

Durante le manifestazioni di ieri al confine, alcuni manifestanti nella Striscia di Gaza hanno tentato di attraversare la recinzione che separa l'enclave da Israele, riporta Al Jazeera. «Oggi è il grande giorno in cui attraverseremo la recinzione e diremo a Israele e al mondo che non accetteremo di essere occupati per sempre», ha spiegato all'agenzia di stampa Reuters un insegnante di scienze a Gaza. I corrispondenti del Guardian raccontano che ci sono state “grandi proteste” anche in tutta la Cisgiordania e all'interno della stessa Gerusalemme in contemporanea all'inaugurazione dell'ambasciata. L'esercito israeliano ha comunicato che circa 35.000 palestinesi hanno preso parte a "violente rivolte" lungo la barriera, che “i terroristi di Hamas hanno cercato di sfondare le difese israeliane e attaccare i nostri civili” e che i propri soldati hanno risposto operando "secondo le procedure standard".

Il leader palestinese Mahmoud Abbas ha condannato quanto accaduto e ha parlato di "massacri” israeliani contro il proprio popolo, dichiarando tre giorni di lutto, riporta la BBC. Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che "ogni nazione ha il diritto di difendere i propri confini, Hamas afferma chiaramente che le sue intenzioni sono distruggere Israele e manda migliaia di persone a sfondare il confine con questo scopo".

Secondo il ministro degli esteri iraniano “il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto. Nel frattempo, Trump celebra il trasferimento illegale dell’ambasciata Usa e i suoi collaboratori arabi cercano di distogliere l’attenzione”. Un duro commento è arrivato anche dalla Turchia, con diversi tweet del portavoce Bekir Bozdag: “L’amministrazione americana è responsabile tanto quanto Israele di questo massacro”, aggiungendo che “decisioni ingiuste e illegali” hanno portato a questi incidenti. Proprio in Turchia, a Istanbul, nella serata di ieri, migliaia di sostenitori dei palestinesi si sono radunati per protestare contro l’inaugurazione dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme. Al contrario, la Casa Bianca ha dichiarato che la sola responsabilità delle decine di “tragiche morti” di ieri spetta ad Hamas.

L’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha comunicato che "decine di palestinesi, tra i quali bambini, sono stati uccisi e centinaia feriti dal fuoco israeliano oggi, durante proteste di massa vicino alla barriera di Gaza” e che per questo l’Europa si aspetta "che tutti agiscano con il massimo autocontrollo per evitare ulteriori perdite di vite". Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto "particolarmente preoccupato" per la situazione a Gaza, sottolineando che “vediamo una moltiplicazione di conflitti, che sembrano vecchi e non muoiono mai, sono particolarmente preoccupato oggi nel sentire le notizie su quello che sta accadendo a Gaza, con un alto numero di persone uccise”. L’Alto commissario per diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra'ad al-Hussein, ha definito “le uccisioni scioccanti”, affermando che le centinaia di feriti dal fuoco israeliano “devono fermarsi ora”: “Il diritto alla vita deve essere rispettato. I responsabili di oltraggiose violazioni dei diritti umani devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni. La Comunità Internazionale deve garantire giustizia per le vittime”. Amnesty International ha parlato di un altro orribile esempio di uso eccessivo della forza da parte dell’esercito israeliano.

Cinquanta dei 62 palestinesi uccisi durante le proteste di lunedì 14 maggio lungo il confine tra Gaza e Israele sarebbero attivisti di Hamas, stando a quanto dichiarato mercoledì scorso da Salah Albardawil, un alto funzionario di Hamas stesso, scrive Haaretz.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha pubblicato su Twitter un video in cui Albardawil afferma, durante un’intervista, che 50 dei palestinesi uccisi lunedì scorso erano membri di Hamas.

Tra le persone uccise c’è il figlio del co-fondatore di Hamas, Abdel Aziz al-Rantisi, mentre uno degli oltre 2000 feriti è i figlio del leader politico anziano dell’organizzazione palestinese, Ismail Haniyeh. Hamas, la Jihad islamica e altre fazioni fanno parte del popolo palestinese e chi è stato ucciso lungo il confine stava manifestando in modo disarmato e stava facendo una protesta legittima civile, ha detto Albardawil. «Questo non autorizza l’esercito israeliano a massacrarli: qualcuno di loro era armato o stava mettendo in pericolo un soldato?», si è chiesto il funzionario di Hamas durante l’intervista.

Il giorno successivo alle proteste, il 15 maggio, l’IDF aveva comunicato che almeno 24 dei 62 palestinesi uccisi sul confine di Gaza erano militanti, alcuni della Jihad islamica, la maggior parte membri di Hamas. Sempre martedì, funzionari della sanità di Gaza hanno messo in dubbio l’ipotesi, circolata nelle ore immediatamente successive alle proteste, che una bambina di 9 mesi, Layla Ghandour, fosse morta a causa dei lacrimogeni israeliani sparati lungo il confine. Secondo quanto affermato da un medico, che ha chiesto di rimanere anonimo, la bambina era affetta da patologie preesistenti che fanno pensare che la sua morte non sia stata causata dai gas lacrimogeni. La famiglia di Layla Ghandour aveva detto che la bambina era finita nell’area dove si stavano svolgendo le proteste per errore. Al Mezan, un gruppo per i diritti umani di Gaza, ha annunciato di stare esaminando le circostanze che hanno portato alla morte della bambina.

Da quando, lo scorso 30 marzo, è iniziata la “Marcia del ritorno”, per quasi due mesi, ogni venerdì, decine di migliaia di palestinesi si sono radunati per protestare lungo la frontiera con Israele. All’interno della Striscia di Gaza, i manifestanti hanno costruito un accampamento con diverse tende corrispondenti ai villaggi e alle città distrutte durante la “Nakba”. Non è la prima volta che i palestinesi ricordano la "catastrofe". Nel 2011 migliaia di palestinesi provenienti da Libano, Siria, Cisgiordania, Gaza e Israele marciarono lungo i confini con lo Stato israeliano. L'esercito rispose con l’utilizzo di armi da fuoco sui confini libanesi, siriani e di Gaza, uccidendo decine di persone e ferendone centinaia, scrive 972mag.

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In un’intervista al webmagazine israelo-palestinese (ndr, +972 è il codice telefonico condiviso da israeliani e palestinesi), a marzo, poco prima dell’inizio delle proteste, Hasan al-Kurd, uno degli organizzatori della “Marcia del ritorno”, aveva spiegato che l’obiettivo era organizzare manifestazioni pacifiche precedenti al “Nakba Day” (marce settimanali, gare ciclistiche e altri eventi), «istituendo degli accampamenti tra i 700 e i 1000 metri dalla recinzione del confine israeliano, al di fuori della zona cuscinetto imposta unilateralmente dall’esercito israeliano. Vogliamo che partecipino tante famiglie. Vogliamo vivere in pace, con gli israeliani. Ci assicureremo che la protesta non si trasformi in violenza, almeno dalla nostra parte», aveva detto al-Kurd.

via New York Times

Ma così non è stato. Già prima dell’inizio delle manifestazioni, le forze di sicurezza israeliane avevano lanciato una campagna pubblica che dipingeva la "Grande Marcia del Ritorno" come un violento evento sponsorizzato da Hamas. Il generale Gadi Eizenkot, capo dello staff delle Forze di Difesa Israeliane, aveva annunciato il ricorso a 100 cecchini e diverse brigate di fanteria, affermando che i militari non avrebbero permesso «infiltrazioni di massa» da parte dei palestinesi o danni alle recinzioni lungo il confine con Gaza. «Se le vite sono in pericolo, c'è il permesso di aprire il fuoco», aveva aggiunto.

Prima di ieri, almeno 40 palestinesi erano stati uccisi dai tiratori scelti e dai cecchini israeliani nei pressi del confine di Gaza e altri 1500 erano stati feriti da colpi di arma da fuoco, secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite a fine aprile.

Gran parte delle vittime, si legge nel comunicato, è costituita da manifestanti palestinesi disarmati, colpiti da munizioni vere. Tra questi anche due giornalisti: Yaser Murtaja è morto durante la manifestazione del 6 aprile, colpito al petto da un'arma fuoco nonostante indossasse un giubbotto con scritto “stampa”; Ahmed Abu Hussein è stato ucciso mentre stava seguendo le proteste del 13 aprile. Nella giornata di ieri, i giornalisti rimasti feriti sono stati sette, scrive l'organizzazione indipendente Committee to Protect Journalists. 

Come ha ricostruito Jennifer Williams su Vox, in generale, la maggioranza dei manifestanti ha protestato pacificamente negli accampamenti allestiti nei pressi del confine. Gruppi “più piccoli di uomini, prevalentemente giovani, hanno rotolato pneumatici in fiamme e lanciato pietre e bottiglie molotov verso le vicine truppe israeliane”. Le forze militari di Israele, inclusi i 100 cecchini schierati lungo le barriere con Gaza, hanno risposto con lacrimogeni, proiettili di gomma e munizioni vere.

L’incidente più grave, prima di ieri, sì è verificato il 27 aprile, quando, scrivono Iyad Abuheweila e David M. Halbfinger sul New York Times, alcuni palestinesi hanno superato la barriera e sono arrivati a meno di un chilometro di distanza dalla comunità israeliana di Nahal Oz e l’esercito israeliano ha reagito uccidendo 4 persone fra cui un ragazzo di 15 anni. «Era la prima volta che vedevamo questo tipo di attacco sincronizzato e mirato alla recinzione, ed è qualcosa che non tollereremo in alcun modo», ha detto al New York Times il tenente colonnello Jonathan Conricus, portavoce dell'esercito israeliano, sottolineando di essere rimasti sorpresi dalla rapidità dell’azione.

Per il giornalista di Haaretz, Amos Harel, quanto accaduto il 27 aprile «è solo una prova generale di quello che potrebbe succedere il 15 maggio». I funzionari israeliani temono che la marcia possa trasformarsi in un tentativo di violazione del confine, come accennato dai leader stessi di Hamas, scrive Vox: “Se ciò dovesse accadere, potrebbe benissimo essere l’inizio di un conflitto più prolungato o addirittura degenerare in una guerra totale, la quarta tra Israele e Gaza in appena un decennio”.

Le Nazioni Unite, sempre nel comunicato di fine aprile, si sono dette preoccupate per l’uso eccessivo della forza da parte delle truppe israeliane e le condizioni critiche in cui versano gli ospedali di Gaza che, dopo anni di embargo, faticano a far fronte al massiccio afflusso di vittime, riuscendo a garantire a malapena i servizi essenziali.

via Nazioni Unite

Diversi gruppi per i diritti umani hanno sostenuto che le forze di sicurezza israeliane stanno usando una forza spropositata contro manifestanti che non rappresentano una minaccia imminente, scrive ancora Vox. Le numerose vittime – si tratta del più alto spargimento di sangue dal 2014 – ha spinto Nazioni Unite e Unione Europea a chiedere indagini internazionali su quanto stava accadendo.

Secondo un'indagine del gruppo israeliano per i diritti umani B'Tselem,  l'82% dei palestinesi uccisi da Israele nella Striscia di Gaza nell'ultimo anno e mezzo, comprese le vittime durante la “Marcia del ritorno”, sono stati “non combattenti” che hanno partecipato a proteste disarmate, coltivando la loro terra o tentando di attraversare il confine per trovare lavoro. Solo il 15% partecipava alle ostilità e, di questi, solo il 2% ha lanciato razzi o colpi di mortaio. In altre parole, commenta Michael Omer-Man su 972mag, non sembra esserci una correlazione tra proteste violente lungo il confine e numero di palestinesi uccisi.

Rapporto razzi lanciati verso Israele e vittime palestinesi da Novembre 2016 a Febbraio 2018 – via 972mag

L'esercito israeliano, prosegue Vox, ha respinto le accuse di uso eccessivo della forza, affermando di agire "contro proteste violente, attività terroristiche (...) e tentativi di infiltrarsi in Israele". I militari «hanno agito secondo i protocolli ed evitato di colpire i civili schierati lì da Hamas. Chiunque partecipa a queste proteste violente si mette a rischio», ha dichiarato un portavoce delle Forza di Difesa Israeliane (IDF). Secondo Israele, molti dei manifestanti uccisi erano impegnati attivamente in azioni violente. L'IDF ha anche pubblicato un filmato che mostra due uomini palestinesi con fucili d'assalto che cercano di sfondare il muro di confine israeliano. Entrambi gli uomini sono stati uccisi dal fuoco dei carri armati israeliani. Da parte loro, i media palestinesi hanno trasmesso alcuni video che mostrano le truppe israeliane colpire i manifestanti.

Già dopo la prima manifestazione del 30 marzo scorso, quando erano morte 16 persone, B'Tselem ha esortato i soldati israeliani a disobbedire all'ordine di aprire il fuoco sui manifestanti. Quattro importanti gruppi israeliani per i diritti umani hanno chiesto il mese scorso all'Alta Corte di giustizia di revocare le regole di ingaggio che permettono di sparare ai dimostranti che non rappresentano un pericolo per la vita umana. The Elders, un gruppo di ex leader internazionali, tra cui l'ex Segretario generale dell'ONU Kofi Annan, l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter e il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, ha rilasciato una dichiarazione lo scorso 10 maggio chiedendo a Israele di rispettare la legge internazionale e fermare ulteriori esecuzioni a Gaza.

In un durissimo editoriale su Hareetz, il giornalista israeliano Gideon Levy ha criticato l’operato dell’IDF che, in generale, sta godendo del sostegno pressoché totale dell’opinione pubblica locale:

L'uccisione di palestinesi è accettata in Israele in modo più leggero rispetto all'uccisione di zanzare. Non c'è niente di più economico in Israele del sangue palestinese. Se ci fossero cento o anche mille morti, Israele avrebbe comunque esaltato l'esercito israeliano. Ma un esercito che si vanta di sparare a un contadino sulla sua terra, mostrando il video sul suo sito web per intimidire gli abitanti di Gaza; un esercito che schiera carri armati contro i civili e vanta di cento tiratori che aspettano i manifestanti è un esercito che ha perso ogni freno.

I significati delle proteste

Ricondurre le proteste di questi giorni esclusivamente alle rivendicazioni politiche e militari di Hamas, o allo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, o alle condizioni di povertà degli abitanti della Striscia di Gaza, costretti all’embargo aereo, via mare e via terra da Israele da più di dieci anni o alla richiesta di tornare alle proprie terre fa perdere tanti pezzi di questa storia, scrive Donald Mcintyre sul Guardian. Ognuna di queste è una delle tante trame che si intrecciano e si sovrappongono per spiegare le proteste di questi mesi. L’immagine di questa complessità è data proprio da cosa succede durante le manifestazioni, "dove si mescolano suoni di festa, musica, venditori di cibo per strada con il sibilo dei gas lacrimogeni e dei proiettili, sparati dalle truppe israeliane sui giovani che lanciano sassi e molotov".

Sicuramente, spiega il giornalista del Guardian, le proteste hanno l’approvazione attiva di Hamas, che paga un indennizzo alle famiglie vittime delle proteste e fornire un supporto logistico per le manifestazioni, dal noleggio dei terreni agricoli dove sistemare le tende alle aree giochi per i bambini. Ma dire che le “rivolte sono controllate da Hamas”, come ha ripetutamente affermato Israele, fa perdere tutti gli altri pezzi. “Decine di migliaia di persone disarmate non partecipano a una manifestazione di massa, organizzata nonostante le minacce di Israele, solo per ubbidire ad Hamas”, scrive Amira Hass su Hareetz. “Hamas non è Gaza e Gaza non è Hamas. La volontà degli abitanti di Gaza di camminare verso quel recinto non è una misura del loro sostegno ad Hamas. Misura il loro desiderio di esprimersi come umani e rivendicare la propria libertà, anche a rischio immediato", aggiunge sempre su Hareetz Marilyn Garson, impegnata sul campo dal 1998 al 2015 e autrice del blog “Transforming Gaza”.

“Ci sono diversi motivi per cui questa non è l’intera storia”, prosegue Mcintyre. Innanzitutto, la protesta è partita come disarmata e non violenta. È stata l’idea di un gruppo di giovani intellettuali e studenti palestinesi ed è stata approvata sia da Hamas che dai suoi rivali di Fatah. Alle manifestazioni, come scrivono Mersiha Gadzo e Anas Jnena su Al Jazeera, sta partecipando attivamente “un gran numero di donne e ragazze” (rimanendo anche ferite) come non si era mai visto prima, anche con l’organizzazione di comitati e attività culturali.   

Una foto diventata virale mostra ad esempio una ragazza di 16 anni di nome Hind Abu Ola fuggire dalla recinzione del confine mentre dietro di lei quattro ragazzi unendo le mani formano una catena umana per proteggerla dai possibili proiettili dei cecchini israeliani. Gadzo e Jnena spiegano che la ragazza poco prima aveva soccorso i giovani palestinesi mentre stavano perdendo conoscenza a causa della grande quantità di gas lacrimogeni caduta vicino alla recinzione. Il Comitato delle donne della marcia, successivamente, ha onorato Abu Ola come simbolo della resistenza delle donne.

Inoltre, spiega lo scrittore Atef Abu Saif, la cui famiglia è stata costretta a lasciare i territori nel 1948, l’idea di una protesta non violenta non avrebbe potuto diffondersi senza l’uso dei social media e della Rete. I manifestanti si sono organizzati non per rompere il confine, ma per fare una “dimostrazione pacifica e dire a Israele dopo 70 anni, e dopo altri 100, che senza il riconoscimento dei nostri diritti non potrà godere della pace. Sappiamo che non possiamo sconfiggerti. Sei uno dei paesi più forti del mondo… ma sappiamo che la nostra volontà è forte. Se Israele vuole appartenere a questo territorio, deve fare pace con i palestinesi”.

A tutto questo, va aggiunto l’embargo che ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto: i residenti hanno accesso a sole quattro ore di elettricità al giorno, solo il 10% ha accesso all'acqua potabile pulita e il tasso di disoccupazione è del 46%, con quella giovanile oltre il 60%. Il New York Times, ad esempio, racconta la disperazione di una parte delle persone che protestano, come un ragazzo di 22 anni di nome Saber al-Gerim povero e senza speranze di riscatto sociale: "Non mi importa se mi sparano o no. La morte o la vita, è la stessa cosa". Ma, questa volta, scrive Mcintyre, le proteste hanno attirato anche membri della classe media più ricca. E poi c’è il desiderio di pace e del riconoscimento del “diritto al ritorno” da parte dei discendenti di chi è dovuto fuggire nel 1948.

“La ‘Marcia del ritorno’, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole”, scrive ancora Amira Hass. “Le date scelte non nascono da un calcolo cinico: il 30 marzo è la Giornata della terra, in cui si ricordano gli omicidi dei manifestanti palestinesi cittadini d’Israele che nel 1976 protestarono contro l’esproprio della loro terra, ed è una giornata nazionale che unisce tutti i palestinesi. Il dolore per la perdita della propria patria non è una messinscena. La scelta di un’azione di sei settimane lungo il confine è un tentativo politico di forzare il blocco esterno imposto da Israele, ma anche di superare quello interno”.

Le proteste di questi giorni, conclude Hass, scuotono “il pilastro fondamentale della politica israeliana, cioè l’idea di stroncare il progetto nazionale palestinese separando la Striscia di Gaza dal resto della società palestinese in Cisgiordania e Israele. Questa strategia, portata avanti per ventisette anni, ha contribuito a far nascere due governi palestinesi separati, e questo ha favorito i progetti di Israele. La marcia non fa altro che cercare di aggirare l’ostacolo dei due governi”.

 

Aggiornamento 17 maggio, ore 15,35: Abbiamo aggiornato l'articolo inserendo la dichiarazione di un alto funzionario di Hamas, Salah Albardawil, secondo la quale 50 dei 62 palestinesi uccisi durante le proteste del 14 maggio lungo il confine di Gaza sarebbero attivisti di Hamas.

 

Foto in anteprima via Twitter

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