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La morte di Sarah Everard e le proteste in UK contro la violenza strutturale sui corpi delle donne: “Uccisa dal sistema che avrebbe dovuto proteggerla”

17 Marzo 2021 10 min lettura

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La morte di Sarah Everard e le proteste in UK contro la violenza strutturale sui corpi delle donne: “Uccisa dal sistema che avrebbe dovuto proteggerla”

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UK: l'agente della polizia metropolitana di Londra Wayne Couzens si è dichiarato colpevole dell'omicidio di Sarah Everard

Aggiornamento 9 luglio 2021: L'agente della polizia metropolitana di Londra Wayne Couzens ha presentato una dichiarazione di colpevolezza per l'omicidio di Sarah Everard durante l'udienza presso la Central Criminal Court di Londra. A giugno Couzens si era dichiarato colpevole del rapimento e dello stupro della giovane inglese uccisa lo scorso marzo. 

Da giorni nel Regno Unito si discute del femminicidio di Sarah Everard, la 33enne inglese rapita e poi uccisa mentre stava rientrando a casa a Londra.

Everard è scomparsa nel nulla lo scorso 3 marzo: era stata a trovare degli amici nel quartiere Clapham nella parte sud della capitale inglese, alle 21 era andata via e si stava dirigendo a piedi verso il suo appartamento a Brixton, una camminata di circa 50 minuti. Mentre era per strada aveva chiamato il fidanzato, avevano parlato per una quindicina di minuti di cosa avrebbero fatto l’indomani. L’ultima immagine che si ha di lei è quella di una telecamera di sorveglianza, che la riprende mentre cammina intorno alle 21 e 30, dopo aver attraversato il parco Clapham Common: una strada più lunga, ma più popolata e meglio illuminata. Poi più niente.

Dopo l’allarme della famiglia, per giorni sono stati lanciati appelli per ritrovare la donna, nella speranza che fosse ancora viva. Poi, una settimana dopo, il 9 marzo, la Polizia Metropolitana di Londra (MET) ha arrestato un uomo con l’accusa di rapimento e omicidio: un poliziotto della MET, Wayne Couzens, membro del comando di protezione parlamentare e diplomatica che pattuglia i locali governativi. Poche settimane prima era stato denunciato per atti osceni in un fast food in presenza di un’altra donna. Nella stessa area dell’arresto, il Kent, in un bosco è stato ritrovato il corpo di Everard, poi successivamente identificato.

Il caso ha funzionato come detonatore per una pioggia di racconti e testimonianze sui social media di esperienze di molestie e violenze vissute dalle donne nello spazio pubblico, quando si trovano ad attraversare le strade delle città che abitano. Sugli hashtag #SarahEverard e #ReclaimTheNight è un susseguirsi di episodi di catcalling (molestie verbali in strada), minacce, aggressioni, camminate con il cuore in gola per raggiungere casa o l’auto, donne inseguite, infastidite, insultate, spaventate.

In molte hanno condiviso le precauzioni” che prendono in queste situazioni: messaggi mandati ad amiche prima di mettersi in cammino, chiavi strette in mano lungo la strada per il rientro, la scelta di vie più illuminate, più popolate, musica a basso volume nelle cuffie. Le “tecniche” si somigliano tutte. Sin da piccole, alle donne viene detto che devono proteggersi, limitarsi, elaborare una sorta di “valutazione del rischio” per buona parte degli spostamenti e delle azioni che faranno.

Come scrive Amanda Taub sul New York Times, la scomparsa e poi la morte di Sarah Everard hanno richiamato l’attenzione sui termini di questa sorta di “patto di sicurezza” talmente onnipresente nella vita delle donne che molte lo considerano inevitabile: “Per assicurarsi la propria sicurezza dalla violenza maschile devono fare le scelte ‘giuste’. E se una donna non riesce a farlo, il suo destino è colpa sua”.

Nel parlare della vicenda Everard, i media hanno insistito sul fatto che la donna aveva fatto “tutto quello che poteva fare”: indossava vestiti comodi e colorati, scarpe che le avrebbero consentito di correre, ha percorso le strade principali, con più gente e meglio illuminate, ha chiamato il suo ragazzo per fargli sapere quando stava partendo da casa dei suoi amici. “Ma non è stato abbastanza per salvarle la vita.

Everard peraltro, fa notare Iris Pase su Bella Caledonia, rappresenta quella che viene definita “la buona vittima”: bianca, di classe media, che per quanto ne sappiamo ha rispettato tutte le regole non scritte che ci si aspetta che le donne rispettino. Cosa sarebbe successo se avesse fatto qualcosa di sbagliato – almeno secondo l’opinione pubblica? Se fosse stata ubriaca, nera, trans, povera, tossicodipendente o una sex worker? O magari tutte queste cose insieme? Probabilmente ne avremmo parlato meno, sicuramente ci sarebbe stato ulteriore victim blaming (che in una certa misura c’è stato anche per Everard: cosa faceva in giro alle 21:30? Perché non ha preso un taxi?)

Il peso della sicurezza delle donne viene naturalmente fatto ricadere sulle donne stesse piuttosto che sugli uomini, che sono la fonte di gran parte della violenza che subiscono. Secondo Kate Manne, professoressa di filosofia alla Cornell University e autrice di libri sul sessismo e la società, «le libertà delle donne vengono viste come superflue, usa e getta – come spesso talvolta vengono tragicamente viste le donne stesse. Si assume automaticamente che dato che la vita degli uomini non è influenzata in modo significativo da questo fenomeno», non gli si possano chiedere grandi sacrifici per cambiare le cose.

Partendo da questo assunto, durante le indagini per l'uccisione di Everard la Polizia Metropolitana di Londra è andata casa per casa nel quartiere di Clapham dicendo alle donne di non uscire da sole e di stare attente alla loro sicurezza.

La risposta a questa richiesta è stata di “un’esausta indignazione”, ha scritto Holly Thomas sulla CNN: “Perché le nostre libertà devono essere ristrette quando sono gli uomini che nella stragrande maggioranza dei casi ci aggrediscono – sia a casa che fuori? Perché spetta sempre alle donne evitare di essere aggredite?”

Il 10 marzo la deputata britannica Jenny Jones ha provocatoriamente proposto alla Camera dei Lord un coprifuoco dalle 6 del pomeriggio per gli uomini, sostenendo che in questo modo le donne sarebbero state molto più al sicuro. Le reazioni dei colleghi uomini (e anche di qualche donna) sono state scomposte e di offesa.

Successivamente Jones ha chiarito che non si trattava di una proposta seria, aggiungendo che però «nessuno ha battuto ciglio quando, per esempio, la polizia ha suggerito alle donne di restare a casa».

“Siamo abituate al fatto che le libertà e i corpi delle donne siano oggetto di dibattito. Siamo abituate a sentirci dire che dobbiamo modificare il nostro comportamento in reazione alla violenza maschile”, ha affermato Arwa Mahdawi sul Guardian, aggiungendo che sebbene le donne non debbano rispettare un coprifuoco legale, la loro libertà di movimento non è comunque piena. “Penso che gli uomini che si sentono così offesi [dall’idea del coprifuoco] dovrebbero fermarsi a riflettere su quanto siano offensive le politiche di controllo dei corpi delle donne. Chi insorge all’idea di un coprifuoco maschile forse dovrebbe chiedersi, con un po’ di spirito critico, perché non ci si arrabbia allo stesso modo quando alle donne viene detto di adattare il loro comportamento in risposta alla violenza maschile”.

Il ruolo della polizia e delle forze dell’ordine in questa storia è un aspetto che è impossibile da tralasciare. Parlare di violenza sulle donne significa anche parlare di violenza istituzionale, di controllo dei corpi, di impunità del sistema – senza contare le implicazioni per le donne più povere, nere o appartenenti a minoranze. Per questo, la risposta non può essere più polizia.

Per cominciare, l’uomo in arresto per il rapimento e l’uccisione di Sarah Everard è un poliziotto. Un membro della stessa polizia che giorni prima dell’arresto girava casa per casa per chiedere alle donne di non uscire. Sarah, come recita uno dei cartelli portati alle manifestazioni organizzate per commemorarla, è stata “uccisa dallo stesso sistema che avrebbe dovuto proteggerla”.

Ed è un sistema che gode di una profonda sfiducia. Secondo un sondaggio commissionato per UN Women UK, il 97% delle donne tra i 18 e 24 anni nel Regno Unito ha subito molestie sessuali, mentre l’80% di quelle di tutte le età è stata molestata in luoghi pubblici. Oltre alla pervasività degli abusi, quello che è rilevante della ricerca è che il 96% delle donne che hanno risposto al sondaggio non ha denunciato il fatto, e il 45% ha detto che non avrebbe fatto alcuna differenza. Il fatto che l’uomo accusato del femminicidio di Sarah Everard sia un poliziotto “ha provocato rabbia, e ha eroso ulteriormente la fiducia nelle autorità nella gestione dei casi di molestie e violenze sessuali con cura e responsabilità”, scrive Suyin Haynes su TIME.

Le ultime notizie alimentano questo sentimento: martedì è venuto fuori che uno dei poliziotti che ha trovato il cadavere di Everard nel Kent ha inviato a un gruppo di colleghi via Whatsapp un meme raffigurante una donna rapita da un agente di polizia. Fatto per cui la MET ha avviato un'indagine interna.

Lo scorso weekend a Londra erano state organizzate diverse veglie in giro per la città dal gruppo “Reclaim These Streets”, in parte per commemorare la Everard, in parte per protestare contro la richiesta della polizia londinese di non uscire da sole. Sono state tutte annullate perché la Metropolitan Police non aveva dato alle organizzatrici il permesso a causa delle restrizioni per l’emergenza COVID-19.

Ciononostante, lo scorso sabato centinaia di persone si sono radunate nel posto dove Everard è stata vista l’ultima volta, al parco di Clapham Common, per una veglia pacifica, portando candele, fiori e cartelli. Su uno di questi c’era scritto “She was just walking home”, “Stava solo tornando a casa”.

La repressione della polizia è stata violentissimae vale la pena ricordarlo: la stessa polizia che sta indagando su un suo poliziotto accusato di aver rapito e ucciso Sarah Everard.

Il Guardian riporta che alle 6 del pomeriggio, quando la veglia sarebbe dovuta iniziare, un piccolo gruppo di donne distanziate tra loro si è messo dietro un cordolo di fiori e candele lasciati per commemorare Everard: “Un tamburo ha avvertito la folla che ci sarebbe stato un minuto di silenzio, a testa bassa. C’è stato un breve discorso di una donna che indossava una mascherina”. Non avendo un microfono, ha chiesto alle persone più vicine di ripetere urlando ogni frase pronunciata: «Siamo venute qui oggi perché dopo la scomparsa di Sarah, la polizia ha detto alle donne che sarebbero dovute rimanere a casa per evitare di essere aggredite... le donne dicono no». Mentre parlava, la polizia ha iniziato a farsi strada verso il palchetto, calpestando fiori e candele e cercando di portare via quelle che stavano parlando, provando a disperdere la folla, spintonando diverse donne facendole cadere a terra e minacciando arresti. In tutto sono state fermate quattro donne e altre sono state multate.

Come ha scritto Taub sul New York Times, calpestando i fiori deposti su un memoriale improvvisato per Everard e facendo cadere per terra giovani donne, “neanche se avesse voluto farlo intenzionalmente la polizia metropolitana di Londra non avrebbe potuto fornire un esempio migliore di quello per cui le donne stavano protestando”. Una veglia per commemorare una ragazza uccisa da un poliziotto e protestare contro la violenza sulle donne si è trasformata in una dimostrazione di repressione e violenza istituzionale nei confronti delle donne stesse.

Ci siamo radunate al Clapham Common per il nostro dolore e la nostra rabbia di fronte all’insensato assassinio di Sarah Everard”, si legge in un comunicato del gruppo femminista Sisters Uncut, tra le organizzatrici della veglia. “Ci siamo radunate perché dopo la scomparsa di Sarah la polizia ha detto alle donne che sarebbero dovute restare a casa quando calava il buio per evitare di essere aggredite. Chiediamo di avere il diritto non solo di sopravvivere, ma anche quello di fiorire. E questo significa andare dove vogliamo, quando vogliamo”.

Sui fatti di sabato è stata aperta un’indagine. Priti Patel, ministra dell’Interno, ha chiesto un rapporto dettagliato alla polizia sull’intervento di sabato, dicendo di aver visto delle immagini «sconvolgenti». Nel frattempo, però, la commissaria della polizia londinese, Cressida Dick, ha difeso il comportamento degli agenti, dicendo che «nessuno avrebbe voluto vedere le scene che abbiamo visto ieri» e che i poliziotti erano dovuti intervenire perché la manifestazione era «illegale» e potenzialmente pericolosa per la salute.

Il giorno successivo, centinaia di persone si sono ritrovate davanti alla sede della polizia di Londra, New Scotland Yard, e hanno marciato fino al Parlamento per manifestare contro le violenze. Altre manifestazioni sono continuate nei giorni seguenti.

Secondo gruppi di attiviste, quello che è successo a Clapham Common è parte di una storia molto più lunga di eccessivo uso della forza delle forze dell’ordine durante le proteste – specialmente nel caso di alcune comunità in UK - e di una cultura di violenza istituzionale contro le donne all’interno del corpo di polizia. Tra il 2015 e il 2018 ci sono stati circa 700 casi di abusi domestici che hanno coinvolto agenti di polizia in tutto il Regno Unito, e tra il 2012 e il 2018 sono state presentate quasi 1.500 accuse di molestie sessuali, sfruttamento delle vittime di reati e abusi sui minori contro agenti di polizia in Inghilterra e Galles. Inoltre, riporta TIME, secondo un report del 2019 del Bureau of Investigative Journalism, la polizia riceve un trattamento diverso quando è accusata di abusi: solo il 3,9% delle denunce in Inghilterra e in Galles si è trasformato in una condanna, contro il 6,2% del resto della popolazione. Come sostengono le attiviste di Sisters Uncut: “Si vede come la polizia non sia capace o non voglia affrontare la questione all’interno dei propri ranghi, e come non protegga le donne”.

Eppure, pochi giorni dopo il caso Sarah Everard e le proteste che ne sono seguite, la risposta sembra ancora essere quella di dare maggiori poteri alla polizia.

In queste ore è in discussione un disegno di legge – il Police Crime, Sentencing and Courts Bill, approvato ieri in seconda lettura dalla Camera dei Comuni – che preoccupa parecchio i gruppi in difesa dei diritti umani. La proposta contiene un aumento dei poteri delle forze dell’ordine, l’introduzione di restrizioni alle proteste anche pacifiche e amplia i margini per fermi e perquisizioni. Inoltre, prevede il contrasto agli “accampamenti non autorizzati”, norma secondo le associazioni diretta a minacciare le comunità Rom.

Le immagini della repressione di sabato hanno portato nel dibattito pubblico le intersezioni tra violenza istituzionale, abusi basati sul genere e diritto di protesta. Gruppi come Sisters Uncut stanno affiancando la contestazione contro l’uccisione di Sarah Everard e contro la violenza della polizia a quella contro il disegno di legge in discussione in Parlamento. “Dare maggiori poteri alla polizia porterà a un aumento di sopravvissute che vengono arrestate, specialmente se nere, appartenenti a minoranze etniche o povere”, hanno scritto le attiviste in un comunicato. “E soprattutto darà alla polizia più potere per decidere dove, quando e come saremo autorizzate a protestare contro la violenza sistemica”.

Immagine anteprima Tim Dennell sotto licenza  CC BY 2.0

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