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Il caso Sara Pedri: la scomparsa della ginecologa ha scoperchiato una realtà lavorativa disumana

19 Ottobre 2022 11 min lettura

Il caso Sara Pedri: la scomparsa della ginecologa ha scoperchiato una realtà lavorativa disumana

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Sara Pedri, ginecologa originaria di Forlì, è scomparsa il 4 marzo 2021 all’età di 31 anni e da allora non se ne hanno più notizie. La sua auto è stata ritrovata a Mostizzolo, in Trentino, al confine con il comune di Cles, dove la donna lavorava. Pedri si era trasferita in Trentino dopo aver conseguito la specializzazione a Catanzaro e aver vinto un concorso all’ospedale di Cles. Pochi giorni prima di iniziare il nuovo lavoro, il reparto di ostetricia e ginecologia di Cles viene chiuso e riorganizzato come reparto Covid, e Sara Pedri viene trasferita all’ospedale Santa Chiara di Trento.

Al Santa Chiara prende servizio il 16 novembre 2020 e fin da subito si accorge di un ambiente molto diverso da quello che si sarebbe potuta aspettare e da quello che le era stato promesso. Pedri infatti aveva accettato l’incarico in Trentino perché a Cles le era stato assicurato che avrebbe potuto dedicarsi anche al ramo della ginecologia in cui già si era formata e che le interessava particolarmente, ovvero la procreazione medicalmente assistita. L’ospedale Santa Chiara invece si occupa principalmente di ginecologia oncologica, ma lì avrebbe dovuto fare solo un periodo di prova per poi essere nuovamente trasferita a Cles.

Emanuela Pedri, sorella di Sara, racconta a Valigia Blu: “Sara è arrivata al Santa Chiara sicura di sé e del suo potenziale, si è ritrovata catapultata in una ginecologia oncologica, ma questo non l’ha spaventata. Sapeva di doversi adattare e aveva un grande senso di responsabilità. Sara è partita con la stessa determinazione, tenacia e voglia di imparare. Il suo entusiasmo non era cambiato”. Al Santa Chiara però la giovane medica “si è trovata di fronte un ambiente ostile, poco accogliente, tossico, che era così già da anni, ma di cui lei non sapeva nulla, non sapeva che cosa avrebbe dovuto vivere”, dice Emanuela. “Appena entrata, si è sentita dire ‘qui devi stare a testa bassa, qui devi solo lavorare’”.

La perizia psicologica

In poco più di tre mesi, Sara si ammala, dimagrisce molto, inizia ad avere tremori, si isola, non è più sicura di sé e si sente terrorizzata e incapace. A febbraio la sua famiglia la convince a tornare a casa per un po’ e il medico le prescrive 15 giorni di malattia a causa di un “calo ponderale e stress lavorativo” che vengono però ridotti a sette perché Sara voleva rientrare a lavoro. Mentre è in malattia la ginecologa scopre di non essere più presente nei turni del Santa Chiara e di essere invece stata trasferita a Cles, l’ospedale dove aveva vinto il concorso. Quello che poteva essere percepito come un cambiamento positivo, assume le forme di un demansionamento: Emanuela infatti racconta che Sara non era stata trasferita nel reparto di ginecologia, ma al consultorio dell’ospedale a consegnare farmaci. Il 3 marzo 2021, il giorno prima della sua scomparsa, Sara si dimette.

Secondo la perizia psicologica condotta dalla dottoressa Gabriella Marano e depositata dall’avvocato della famiglia Pedri, Sara è stata vittima di “mobbing, nella sua variante del ‘quick mobbing’, ovvero di comportamenti vessatori frequenti e costanti, posti in essere con lo scopo, quand'anche inconsapevole, e l'effetto di violare la sua dignità di donna e lavoratrice, e di creare, intorno a lei, un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante ed offensivo” che le ha provocato un “disturbo post traumatico da stress, con sintomi ricorrenti riconducibili anche al criterio della depersonalizzazione".

Dagli appunti ritrovati in casa, dai messaggi inviati su WhatsApp e dalle parole affidate ai familiari, al compagno e agli amici, emerge “un dolore estremo che, nella sua mente, era diventato intollerabile, insopportabile, inaccettabile” che, si legge sempre nella perizia, “lascia presagire, con tasso di probabilità purtroppo prossimo alla certezza, che Sara Pedri si sia tolta la vita”. Emanuela racconta a Valigia Blu

Mia sorella lamentava un disagio importante che si era espresso anche fisicamente, ma non lo nominava, non nominava mai il suo stare. Si incolpava piuttosto, diceva che lei non era capace, che non si era formata bene. Era arrivata al punto di mettere in discussione anche il suo credo, la sua identità professionale, costruita con sacrifici. L’hanno fatta sentire talmente insicura, le hanno annullato così tanto la sua identità professionale, che aveva persino paura di fare male ai pazienti.

Emanuela riferisce che sua sorella parlava spesso di turni massacranti, dell’impossibilità di mangiare e andare in bagno, di episodi umilianti, come quando era stata colpita sulla mano in sala operatoria ed era stata allontanata. Era difficile però capire davvero cosa stesse succedendo: “Era un ambiente da cui lei cercava di proteggersi e proteggerci”, dice Emanuela, “e aveva paura che la sua confessione potesse nuocerle nel futuro”.

Solo dopo Emanuela ha capito le dinamiche: “In 12, 15 ore di lavoro tu non hai il tempo di mangiare? Chi lo decide questo? E perché viene fatto questo? Perché se tu lasci che una collega pranzi con un’altra collega e queste due colleghe che hanno vissuto un incubo cominciano a parlare dell’incubo, si genera un dialogo, che porta a un confronto, che porta complicità, che porta aggregazione”. E questo non può essere permesso in determinate situazioni, afferma.

Le indagini

Quando di Sara non si hanno più notizie, è proprio la sua famiglia a chiedere spiegazioni, a provare a capire cosa fosse successo in quel reparto, e a invitare chiunque fosse a conoscenza di qualcosa a farsi avanti. Così, dice Emanuela, “il muro di gomma” inizia a venire giù.

Nelle varie testimonianze e accuse venute fuori nei mesi successivi alla scomparsa di Sara, si parla spesso di un clima lavorativo di profonda tensione, paura e angoscia, di urla nel reparto e minacce di provvedimenti disciplinari, di denigrazioni personali, percosse e vessazioni mortificanti da parte dell’allora primario Saverio Tateo e della viceprimaria Liliana Mereu. C’è chi ha dichiarato di aver sperato, nel tragitto verso il lavoro, di fare un incidente e rimanere paralizzata pur di non andare in ospedale, chi ha descritto la viceprimaria come una persona che “ti può rovinare”.

A giugno 2021, la procura di Trento apre un fascicolo e l’azienda sanitaria trentina avvia un’indagine interna che però inizialmente non riscontra “collegamenti” tra la scomparsa di Sara Pedri e “i fatti accaduti nel contesto lavorativo”. A luglio 2021 il Ministro Roberto Speranza invia degli ispettori ministeriali al reparto di ginecologia dell’ospedale Santa Chiara. Circa dieci giorni dopo, Pier Paolo Benetollo, direttore dell’azienda sanitaria, si dimette. Dopo aver ascoltato circa 110 testimonianze, la commissione interna conclude i lavori e nella relazione finale stabilisce che “dalla documentazione emergono fatti oggettivi e una situazione di reparto critica che rendono necessario, a partire da lunedì 12 luglio, il trasferimento” del primario, a cui era intanto stato imposto un periodo di ferie forzate, e della viceprimaria.

A ottobre 2021, il Comitato dei garanti, chiamato per valutare l’indagine interna e la richiesta di licenziamento di Tateo da parte della Commissione disciplinare dell’azienda sanitaria dell’ospedale di Trento, ha confermato “molteplici fatti di indubbia e rilevante gravità supportati da una cospicua documentazione”. Nel novembre 2021 l’allora primario, che insieme alla viceprimaria Mereu si è sempre dichiarato estraneo alle accuse, viene licenziato.

Tateo e Mereu vengono indagati per “maltrattamenti e abuso di mezzi di correzione e disciplina” e la Procura di Trento individua 21 parti offese, tra cui la stessa Sara Pedri, e richiede l’incidente probatorio per nove testimoni. La forma dell’incidente probatorio, che si svolge a porte chiuse, è stata scelta per evitare la vittimizzazione secondaria che potrebbe scaturire dal dover ripetere (e dunque potenzialmente rivivere) più e più volte la propria testimonianza.

Le testimonianze, le denunce, il sistema

Emanuela Pedri spiega a Valigia Blu che il motivo per cui tante professioniste hanno deciso di parlare solo ora è probabilmente dovuto al fatto di aver notato un cambiamento. “Quando vedi che si smuove qualcosa”, dice Emanuela, “che l’agire tempestivo di una famiglia ha in qualche modo sensibilizzato il sistema – non importa quanto, ma lo ha sensibilizzato al punto da rendere ciò che è successo un caso sociale nazionale – allora ti senti improvvisamente tutelata e protetta. Il muro di gomma tirato su dalla paura che ha rallentato e bloccato la denuncia e che ha portato tante donne professioniste a vivere in quella situazione è stato pian piano sgretolato”.

“La denuncia”, spiega Emanuela, “avviene solo se garantisci protezione e la protezione deve darla il sistema”.

Dal reparto di ginecologia del Santa Chiara di Trento, tra il 2016 e il 2021, sono andati via 62 operatori sanitari tra medici, infermieri e ostetriche, e la situazione era già stata al centro di un’interrogazione al consiglio della provincia autonoma di Trento. Già prima della scomparsa di Sara Pedri c’erano state comunicazioni ed esposti all’azienda sanitaria, ma, come spiega Emanuela, le dipendenti “lo hanno fatto all’interno di un contenitore in cui non sono state ascoltate e credute”. Anzi, Tateo veniva riconfermato ogni cinque anni: l’ultima volta nel novembre 2020 con un punteggio “pienamente raggiunto” in ogni ambito della valutazione, compresa la gestione del personale per aver “creato le condizioni per lo sviluppo di forme di collaborazione e di partecipazione multiprofessionale fra tutti i collaboratori”, aver “distribuito in modo equilibrato i carichi di lavoro tra tutti i collaboratori”, aver “avuto cura dello sviluppo delle capacità professionali di tutti i collaboratori”.

Sandra Morano, ginecologa e coordinatrice Area Formazione Femminile ANAAO-Assomed, ha detto a Valigia Blu: “La cosa che mi ha scandalizzato è come sia stato possibile un episodio del genere verso una persona così giovane, in un ospedale pubblico nel civilissimo Trentino, dove da una parte c’era una situazione ‘normale’, che permetteva che accadessero cose simili, e dall’altra si è creata una cortina di ferro semmai qualcuno avesse voluto o ha provato ad agire o lamentarsi. Questo silenzio, questa omertà in un posto pubblico è inconcepibile”. E aggiunge: “Mi ha colpito la relativa insicurezza di un luogo che dovrebbe rappresentare invece il massimo della sicurezza, un luogo di cura, per una giovane donna lavoratrice”, in un sistema come quello sanitario in cui sono proprio le donne “a costituirne l’ossatura”.

Morano definisce anche “raccapricciante o contradditoria che ci fosse anche un’altra donna presunta autrice di questi trattamenti. Lungi da me fare dell’antifemminismo”, ma anzi “per guardare al caso da tutte le angolazioni, proprio da parte di persone femministe”. Sono piuttosto i femminismi infatti a dire che l’appartenenza a un genere non assicuri un approccio diverso, più inclusivo e accogliente.

Quello che sta venendo fuori dalle indagini e dalle testimonianze sul caso di Sara Pedri è un quadro di sospetti abusi di potere e un sistema gerarchico che sopravvive e si fa leva su dinamiche tossiche reiterate. A questo proposito, una collega della ginecologa scomparsa ha dichiarato che Tateo e Mereu “avevano i loro fedelissimi, magari a loro volta sottoposti allo stesso trattamento in passato. Perché andavano a cicli, ti prendevano di mira. I più deboli cercavano protezione: una volta ottenuta, non si comportavano allo stesso modo dei vertici, al massimo facevano la spia”.

La responsabilità di ciò che è successo secondo Morano non è però imputabile solo alle singole persone del reparto sospette autrici dei maltrattamenti, ma anche a tutta la struttura che vi sta dietro: i problemi e gli esposti presentati nei mesi e negli anni precedenti “venivano tacitati perché quello che faceva testo era che il primario portava guadagni all’azienda, che ne rispettava i canoni aziendali”.

Morano parla di “potere monocratico” dei dirigenti di azienda che “dipendono solo dalla politica che li ha messi lì” e di una sanità che ha assunto una “organizzazione aziendalistica, nata con le migliori intenzioni”, ma che poi “nell’intreccio con politica ed economia, diventa letale”.

“Queste cose succedono tutti i giorni, continuano a succedere”, dice ancora Morano, ma “purtroppo, siccome si inquadrano sempre sul piano individuale, non si riesce ad avere lo sguardo di insieme”.

La ginecologa lamenta anche il fatto che nel settore sanitario non si parli abbastanza di ciò che è successo a Sara Pedri e nel reparto di ginecologia del Santa Chiara di Trento: “Mi ha sconvolto la mancanza di empatia, di solidarietà, il non vedere la voragine che abbiamo davanti. È inammissibile che dei colleghi non parlino di questa cosa”, se non come “caso particolare, di fragilità” e “che ciò che è successo venga derubricato a caso individuale”.

“Si è parlato molto e secondo me sbagliando della fragilità della persona”, dice Morano, aggiungendo che “storicamente, si parla da sempre di fragilità delle donne”. Lo spiega bene anche Chiara Volpato, psicologa e professoressa ordinaria di Psicologia Sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nel suo libro “Psicosociologia del maschilismo”:

Nella vita quotidiana le credenze sessiste si traducono in pratiche e strategie che hanno la funzione di […] individuare nel gruppo dominato il capro espiatorio su cui scaricare responsabilità e colpe in momenti di particolare difficoltà e, soprattutto, di giustificare i comportamenti negativi presi nei suoi confronti. La più comune di tali strategie […] concerne l’attribuzione di tratti stereotipici che collegano le donne al corpo, all’emotività, all’irrazionalità […].

Una variante più sottile e moderna di tale strategia si riconosce nella tecnica della psicologizzazione, che definisce un’appartenente al genere femminile mediante l’impiego di caratteristiche psicologiche che spiegano il suo comportamento non in riferimento a ragioni o cause razionali, ma a tratti di personalità, come la fragilità, l’emotività, la passionalità, la scarsa razionalità.

Inoltre, Morano critica anche la scelta di “isolare un caso” e avanzare delle ipotesi “da parte di chi non la conosceva. Molto dipende dai gradi di sofferenza ai quali siamo esposti: chiunque diventa più fragile quanto è più alta la posta in gioco, quanto più è alto il livello di sofferenza”. Nel caso di Sara Pedri, dice Morano, “la cosa grave è che imputava a lei stessa l’incapacità a farcela, mentre invece il problema era fuori”.

Anche la famiglia Pedri ha risposto più volte ai riferimenti alla fragilità di Sara che in qualche modo hanno tentato di ridurre a un caso singolo quello che invece, sulla base delle informazioni raccolte finora, appare più come un problema sistemico. Come racconta Emanuela Pedri a Valigia Blu, il trasferimento in Trentino non è stato ad esempio il primo cambiamento importante affrontato da Sara: poco dopo essersi laureata, la ginecologa forlivese si è infatti trasferita all’Università di Catanzaro dove si è specializzata. Lontana da casa e molto più giovane rispetto a quando si è spostata a Trento, in Calabria Sara ha affrontato la prima esperienza lavorativa in ospedale e anche il primo lockdown, “ma lì l’hanno accolta”, dice Emanuela, “aveva formato la sua famiglia, aveva i suoi amici, si era innamorata” ed era molto amata dalle sue colleghe e stimata dalla sua tutor.

È proprio Roberta Venturella, Professoressa associata della Scuola di Specializzazione di Ginecologia e Ostetricia dell'Università “Magna-Graecia” di Catanzaro dove Sara Pedri si è formata, a dire: “Capiamo il clima drammatico che stanno vivendo in reparto tanti medici, infermieri, ostetriche, ma è giusto capire cosa è successo e perché”.Intanto, l’incidente probatorio si sarebbe dovuto concludere il 3 ottobre, ma la testimonianza è durata più del previsto per cui ne è stato chiesto il rinvio al 19 dicembre. L’avvocato Salvatore Scuto, legale di Tateo, ha criticato le tempistiche prolungate dell’incidente probatorio mentre Andrea de Bertolini, avvocato della testimone, lo ha definito “un passaggio fondamentale per la fase successiva del procedimento”.

Immagine in anteprima via Verità per Sara Pedri

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