Sanremo, Mahmood e il delirio complottista élite vs popolo


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

L'edizione 2019 di Sanremo è stata vinta da Mahmood con la canzone Soldi. Mahmood, al secolo Alessandro Mahmoud, ha vinto in particolare grazie al voto della giura d'onore e della stampa, che insieme contavano il 50% - il restante 50% era assegnato al televoto.

La vittoria ha scatenato una specie di marea nazional-complottista, riassumibile in: la casta dei radical chic ha ribaltato il "voto popolare", facendo vincere uno "straniero" (perché, se hai un genitore non bianco, in Italia tendi a essere considerato un po' straniero, pure se sei nato e cresciuto nel bel paese). Una sagra delle ossessioni personali proiettate su Sanremo che ha avuto numerosi interpreti d'eccezione e un basso dosaggio di tranquillanti. Questa marea la si sarebbe potuta guardare anche sorridendo, se non fosse che è stata abbracciata in pieno da media e politici, che a un certo punto hanno proprio iniziato a surfarci sopra.

Tra i primi, già nella notte, Maria Giovanna Maglie. Mentre era in casa a guardare il Festival, evidentemente alla Maglie è squillato a più non posso il rilevatore di Piano Kalergi, appena Mahmood è stato proclamato vincitore. Tanto le è bastato per gridare al "meticciato".

Poco importa che il "ramadan" e il "narghilé", nella canzone, connotino il padre del cantante, egiziano, e che il verso "beve champagne sotto ramadan" voglia contestare il rapporto ipocrita dell'uomo con la religione islamica. Ma il razzismo, in questo caso, per la Maglie è nell'occhio di chi sa interpretare i testi:

Domenica non mancano altre voci autorevoli, come quella di Francesco Facchinetti, lo Steve Jobs italiano mancato che insulta i giornalisti perché uno ha detto "merde" alla notizia della mancata vittoria del Volo. Come se la cosa dovesse suggerire chissà quale turpe animosità dell'intera sala stampa, e chissà quale malevole intenzione sul loro operato complessivo.

Ma c'è soprattutto, Ultimo, che nella conferenza di chiusura del Festival ha messo in scena il primo atto di un personalissimo psicodramma: il rosicamento del favorito che non vince. Ultimo ha infatti tuonato contro i giornalisti ("voi avete questa settimana per sentirvi importanti e dovete sempre rompere il cazzo"), specificando che lui mica ce l'aveva col "ragazzo Mahmood" - "ragazzo" che in realtà è più grande di lui. In seguito ha rifiutato di presentarsi a Domenica In e ha affidato a una serie di storie Instagram la propria trasfigurazione in Masaniello del televoto, perché insomma, lui sarebbe il campione della "Gente". Come se, insomma, il regolamento fosse stato utilizzato da giornalisti e giuria per ribaltare il voto. Di questo passo per venerdì lo troveremo sul cornicione di un grattacielo che urla "ridatemi il primo premioooo, giornalisti infamiiiiii", chissà.

Naturalmente in un paese in cui l'agenda politica si basa ormai sul guardare cosa è trending topic su Twitter, potevano mancare Salvini e Di Maio? Il secondo ha dedicato persino un lungo status sulla vittoria di Mahmood, all'insegna della contrapposizione tra popolo e "sensibilità dei radical chic", auspicando per la prossima edizione un regolamento basato solo sul televoto. Il che darebbe da pensare, specie considerando che ad oggi è l'ultimo status su Facebook di Di Maio, sparito dai radar social dopo la batosta elettorale presa dal Movimento 5 Stelle in Abruzzo. Forse sta in silenzio per eccesso di rispetto nei confronti del popolo, e non vuole correre il rischio di passare per élite commentando le regionali?

Salvini, invece, punta a stare nel ciclo della notizia, consapevole che tanto figuriamoci se i media mainstream non gli citano tweet e post su qualunque cosa. Poco importa se per farlo deve farsi trollare dalla ex o pigliarsi quintali di sfottò su Twitter. Per cui possiamo dare il valore di attention whoring alle sue insinuazioni sulla giuria di "8 radical chic", alla corte di Bruno Vespa. Lunedì, del resto, in televisione non ha tenuto banco l'analisi della psicosi complotto su Sanremo, ma la psicosi del dibattito su eventuali complotti radical chic. Si vede che dietro le quinte è uscito testa invece di croce, altrimenti avrebbe optato per una tirata sull'italianità di Ultimo e del Volo.

A Otto e mezzo abbiamo invece Lilli Gruber che declina le elezioni in Abruzzo come "un voto importante quanto il voto di Sanremo da un punto di vista politico". Per la Gruber, del resto, Mahmood è definibile come "non un italiano puro", senza nemmeno rendersi conto di sdoganare una visione razziale dell'anagrafe. Le fa eco Beppe Severgnini, membro della giuria d'onore chiamato a difendersi dall'accusa di complotto, che sottolinea come Mahmood sia "un ragazzo con un nome non italiano" - non si capisce se si sia scordato che l'artista di nome fa Alessandro, o se si richiami a qualche regolamentazione filo-patriottica per i nomi d'arte.

Ma il piatto forte della serata televisiva ce lo regala Quarta repubblica, che apre la puntata con un eloquente sottopancia: Sanremo - i radical chic contro il voto del popolo. A dibattere la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni della Lega, Mauro Giordano, Giampiero Mughini, Francesca Barra e Paolo Giordano. Farebbe strano vedere una leghista tuonare contro il furto di soldi (50 centesimi a sms) ai danni dei votanti, avendo il suo partito 49 milioni di problemi a riguardo, ma ciò non accade nella cornice della trasmissione, perché tutto è preso molto sul serio. Giordano, al solito infervorato come un grillo parlante cui hanno bruciato Pinocchio, parla del "pregiudizio positivo" della giuria verso una vittoria che avrebbe favorito "l'integrazione". Addirittura assistiamo al servizio in esterna dove si vanno a intervistare degli "islamici" per dire cosa ne pensano della vittoria di Mahmood - perché è uno di loro, no?

Si potrebbe obiettare che tutto questo dibattito non ha semplicemente senso, perché il televoto non è una platea di elettori, e che anzi, il meccanismo delle giurie è stato introdotto proprio per evitare manipolazioni del podio a botte di sms comprati da chi ha interessi in gara. O si potrebbe obiettare, come fatto da Mauro Pagani, che lo stesso Ultimo, l'anno scorso, aveva vinto nella categoria Nuove proposte col medesimo regolamento. O far notare che, se Mahmood oggi festeggia il successo sulle piattaforme di streaming, siamo di fronte alla prima volta che un complotto radical chic funziona. O, ancora, che di "non italiani puri" vincitori di Sanremo ce ne sono già stati in passato - come Lola Ponce nel 2008 o Ermal Meta nell'edizione dell'anno scorso. Ma in verità, a questo punto ci sfiora più che altro un dubbio, forse per eccessiva esposizione alle teorie del complotto. Come mai, nello tsunami complottaro non è saltato fuori, chessò, un Francesco Borgonovo a far presente che dietro il successo di Mahmood c'è Charlie Charles, lo stesso che a suo tempò lancio Sfera Ebbasta? Ossia colui che dopo la Strage di Corinaldo è diventato il Charles Manson della scena trap. È un po' come se i complottisti avessero sbagliato un rigore a porta vuota.

Immagine in anteprima: Ettore Ferrari/Ansa via Agopress

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI