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La Rete è di tutti. Prima dell’innovazione vengono le persone. Prima dell’efficienza, i diritti. Prima della tecnica, la democrazia

10 febbraio 2022 8 min lettura

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La Rete è di tutti. Prima dell’innovazione vengono le persone. Prima dell’efficienza, i diritti. Prima della tecnica, la democrazia

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La Rete è di tutti. Il futuro e le tecnologie che lo abiteranno sono di tutti.

Non di un pugno di multimiliardari e dei loro capricci e ossessioni ideologiche, troppo spesso completamente prive di attinenza con la realtà dei loro miliardi di utenti.
Non dei decisori politici che stanno riscrivendo le regole della società automatizzata e connessa, dall’Europa alla Cina.
Non dei giornalisti, specializzati e non, né dei soli accademici o della società civile.

Le regole di un gioco che giochiamo e giocheremo tutti vanno scritte insieme. Discusse insieme. Partecipazione, co-design, ascolto delle voci più deboli e colpite dal cambiamento tecnologico: sono parte integrante della gestione dell’innovazione, non un accidente o un intralcio nel percorso — sempre magnifico, sempre destinato alla gloria — con cui le nuove tecnologie si impongono sulla società.

Prima dell’innovazione vengono le persone.
Prima dell’efficienza, i diritti.
Prima della tecnica, la democrazia.

Semplice? Sembrerebbe. Eppure, come noto ormai a chiunque sia conscio di vivere nel 2022, la Rete non è di tutti. Il futuro che vogliamo e le tecniche per realizzarlo non riguardano tutti. A concepire, progettare e realizzare il ruolo delle nuove tecnologie — o presunte tali — non è troppo spesso un sano, articolato processo di deliberazione democratica, ma individui animati da una fede cieca nel potere sempre rivoluzionario della tecnica — e da una altrettanto vorace fame di profitti.

Ci sono molti modi di chiamarli — tecnoentusiasti, utopisti, soluzionisti, deterministi tecnologici e via dicendo — ma il concetto è chiaro: ogni problema umano verrà inevitabilmente risolto dal necessario, naturale imporsi di sempre nuove tecnologie. La crisi climatica. I limiti del dicibile in una società connessa. La pandemia. Il cancro. Giù, fino a svelare cosa pensa una mucca: tutto sarà risolto da sé, automaticamente, grazie all’intelligenza dei nostri prodotti tecnologici L’umanità, insomma, dovrebbe starsene sul divano a gozzovigliare e godere i frutti del progresso: ai problemi penseranno le macchine.

È un modo di deresponsabilizzare l’umano, ma anche di finire vittima di un inganno pericoloso, violento: che non ci siano alternative a ciò che dicono i tecnologi. Parafrasando Mark Fisher, si potrebbe parlare di una sorta di “realismo tecnologico” in cui ogni alternativa ideologica scompare, diventa inconcepibile. E quando l'immaginazione scompare, la politica scompare, e l’unico modo di affrontare le questioni sociali diventa assoggettarsi alle premesse, agli assunti, alla metafisica e alla visione del mondo di chi produce le tecnologie del futuro.

E ce n’è sempre una, di panacea tecnologica. Che si parli di “Big Data”, “intelligenza artificiale”, “metaverso”, “Web3” o di qualche altro scintillante neologismo poco importa: contano le loro proprietà salvifiche, millenaristiche, capaci di realizzare profezie e spodestare il mistero dal mondo. È come se fosse tornato l’Illuminismo, ma di pura ragione, senza bisogno degli umani che la incarnano. Come se Kant e tutti noi potessimo finalmente accedere alla conoscenza noumenica del mondo: la vera realtà, il vero conoscere, la vera potenza dell’agire intelligente sul mondo.

Come? Tramite la tecnologia, naturalmente.

Se da un lato discutere di ideologie e destinazioni ultime del pensiero è cruciale, dall’altro è altrettanto fondamentale accompagnare a tutto questo un racconto della realtà così come esperita da noi: i cittadini, gli utenti, le persone comuni.

E quando lo sguardo passa dai proclami ai fatti, le ambizioni improvvisamente si arrestano. Basta ampliare lo sguardo dalla riflessione incentrata sulla tecnologia a discipline finora ingiustamente marginalizzate nei dibattiti tecnologici — la sociologia, l’antropologia, la scienza politica — per comprendere che l’uomo immaginato dai guru del web 2.0 — quello di Meta, Alphabet, Amazon e via dicendo — viene ridotto a mero calcolo: una quantità, un punteggio, un insieme di predizioni automatiche. Così, che si tratti di un consumatore o un elettore, ciascuno di noi è controllabile, misurabile, prevedibile.

Nel mondo dei grandi proclami dei tecnocrati conquisteremo lo spazio disincarnati insieme alle intelligenze artificiali; comunicheremo col pensiero; vivremo tutti anche mondi virtuali immersivi in cui essere finalmente liberi di trasformare in calcolo, e potenziale fonte di transazioni finanziarie, la nostra stessa esistenza.

Ma nella realtà tutto questo si traduce nel potere del fondatore di Amazon di far smontare e rimontare un monumento storico — un ponte, a Rotterdam — per consentire al suo maxi-yacht di raggiungere il mare, mentre i suoi dipendenti somigliano sempre più alle macchine con cui li sta gradualmente sostituendo. Per lui, un viaggio privato nello spazio; per loro, dettami tayloristi che impongono un tempo a ogni movimento, ogni gesto, ogni istante della loro vita professionale (e non).

Il mondo che doveva essere privo di sforzi, frictionless, e renderci tutti uguali — perché connessi— si è tramutato in nuove forme di sfruttamento e disuguaglianza.

Così, la società del tutti connessi ha prodotto infrastrutture di controllo e sorveglianza globali, ma non una società più cosmopolita; nuove infinite forme di confronto e collaborazione, ma non una società più equa e giusta; nuove forme di profitto, ma concentrate in pochi, pochissimi soggetti dal potere economico (e, oramai, politico) senza precedenti.

Passata la sbornia dell’utopismo, l’era della connessione ha mostrato il suo lato oscuro con un’evidenza tale da rendere i toni catastrofisti, pessimisti e sconfitti sul progresso del digitale e dell’automazione la norma, piuttosto che l’eccezione.

Che fare dunque? Scrivere l’ennesimo pamphlet catastrofista, abbandonarsi a una qualche serie tv in stile Black Mirror, e rimpiangere i “bei tempi andati”, in cui ancora l’umano comandava sulla macchina e non viceversa?

È una scelta compiuta da tanti, anche all’interno del campo — settoriale, limitato — della critica tecnologica. Ma è una scelta stupida, che dimentica che i tempi andati non erano affatto belli, e che alcune delle promesse della tecnica — si pensi ai vaccini COVID — si realizzano.

Ed è una scelta autoritaria, anche, intimamente antidemocratica, che dimentica — proprio come il suo opposto, l’utopismo — di interpellare e coinvolgere, discutere e raffinare. Insomma, il catastrofismo elimina a sua volta la complessità e la bellezza del reale, per consegnarlo nelle mani dei pochi che sono in grado di riscriverne il canone con la forza bruta del proprio denaro. Solo loro possono salvarci — giusto?

No, sbagliato.

Per questo Valigia Blu prova da tempo a percorrere una faticosa via mediana, basata sul realismo tecnologico, l’attenzione alle prassi e ai fatti che le tecnologie effettivamente producono prima delle promesse con cui vengono vendute; essenzialmente fondata sulla radicale messa in discussione dell’assunto tecnocratico che sta al fondo di ogni discussione su tecnologie e futuro: che ogni problema non solo ammetta, ma sia definito da soluzioni tecnologiche. Al contrario, se una soluzione tecnologica esiste, ed è possibile, va guadagnata sul campo, le sue virtù illustrate con umiltà e chiarezza, rese comprensibili a tutti.

Nel solco di questa visione critica, ma propositiva, Valigia Blu ha deciso di aggiungere un nuovo luogo di riflessione condivisa su come democratizzare il nostro futuro tecnologico. Si chiama La Rete è di tutti, ed è un format basato essenzialmente su una serie di interviste (incontri live sul gruppo Valigia Blu Community e podcast) con alcuni dei massimi esperti delle conseguenze sociali e umane dello sviluppo tecnologico in Italia.

Gli ospiti sono ancora in via di definizione — e siamo naturalmente aperti ai suggerimenti della nostra community in materia — ma già ora possiamo annunciare che parleremo:

  • di intelligenza artificiale femminista e democratica con la Fellow dell’Oxford Internet Institute, Ivana Bartoletti;
  • di sostenibilità ambientale dell’IA e delle nuove tecnologie con la docente di Comunicazione e Media di Sidney, Benedetta Brevini;
  • di forma e futuro dell’infosfera con Luciano Floridi, professore a Oxford e una delle massime autorità al mondo in tema di filosofia dell’informazione;
  • di lavoro e diritti dei lavoratori nell’era delle piattaforme con Antonio Aloisi e Valerio De Stefano, autori dell’indispensabile ‘Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano’ e ricercatori di fama internazionale;
  • di infrastrutture per la “Big Democracy” con Francesca Bria, presidente del Fondo Nazionale Innovazione e già riconosciuta a livello globale per il suo lavoro di ridefinizione democratica del concetto di “smart city” come responsabile innovazione della città di Barcellona.

Ma è solo l’inizio. L’idea è ampliare il dibattito man mano che si crea, espandendolo nelle direzioni richieste dal discorso e dall’attualità, nell’arco dei prossimi mesi.

Non solo: l’idea del format è di essere accessibile in diversi modi. Da un lato, le interviste saranno trascritte e pubblicate come semplici articoli. Dall’altro, tuttavia, vi si aggiungeranno altre modalità di fruizione: in podcast, ma anche con eventi dal vivo — interattivi, dunque — con la community di Valigia Blu.

Il primo, con Ivana Bartoletti, è fissato per il 10 febbraio. Invitiamo tutti, fin da ora, a partecipare con idee e domande per i nostri ospiti, ma anche sul format e sul suo proseguo.

L’ora delle imposizioni dall’alto, dell’opacità totale, del lobbying e della propaganda senza freni nel campo delle politiche tecnologiche è finita, e per sempre. Mentre il mondo riscrive le regole della nostra convivenza — online e offline, la distinzione conta sempre meno — è ora di dare a più persone possibili i mezzi e gli strumenti per comprendere in maniera critica e personale le questioni trattate, e intervenire con contributi ragionati ed efficaci a difesa dei diritti degli ultimi, degli indifesi, dei martoriati, dei tanti che dagli attici di Silicon Valley restano invisibili.

Il tempo di immaginare e discutere la Rete di tutti è ora. Lo facciamo insieme?

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Ospite del primo incontro di ‘La Rete è di tutti’, giovedì 10 febbraio alle ore 18, sarà Ivana Bartoletti. Co-fondatrice del network ‘Women Leading in AI’, Visiting Policy Fellow dell’Oxford Internet Institute all’Università di Oxford, e autrice di ‘An Artificial Revolution: On Power, Politics and AI’, Bartoletti è la persona adatta a interrogare il cuore politico dell’intelligenza artificiale, troppo spesso dimenticato, accantonato o ignorato sia nella storia della riflessione critica sulla materia, sia nel modo in cui ne vengono ricavate applicazioni pratiche. Con lei cercheremo dunque di comprendere a fondo cosa significhi affermare, correttamente, che l’AI è una questione di genere, chiedendoci come affrontare i bias e le distorsioni esistenti, e come costruire invece forme di automazione davvero democratiche, paritarie, e partecipate.

L'incontro sarà poi disponibile anche in versione podcast qui e sul nostro canale YouTube.

Nota tecnica: per la diretta useremo la piattaforma StreamYard, che vi chiederà l'autorizzazione a fare apparire il vostro username nei commenti, per farlo cliccate qui: https://streamyard.com/facebook.

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