La misura del M5S è un tradimento del reddito di cittadinanza

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Il governo Conte non introdurrà in Italia il "Reddito di cittadinanza", perché la proposta del Movimento 5 Stelle non è in realtà un "Reddito di cittadinanza".

Da quando il Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si è presentato alle elezioni politiche del 2013, inserendo questa misura al primo punto tra i venti dell'allora programma per "per uscire dal buio", il dibattito politico e pubblico nazionale sul "reddito di cittadinanza" è stato da una parte utile per parlare e ragionare su misure di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze ma dall'altro è stato fuorviante perché basato su un errore di sostanza – dovuto principalmente all'uso che i 5stelle hanno fatto di questo termine.

Cos'è il Reddito di cittadinanza

Il "Reddito di cittadinanza" (conosciuto anche come "reddito di base" o basic income) è in realtà un reddito erogato dallo Stato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare.

Come scrivevamo in un approfondimento dello scorso anno – in cui abbiamo ripercorso la sua storia, ricostruito il dibattito (tra posizioni a sostegno e critiche) a livello internazionale, nato anche per le sfide che l’automazione e la tecnologia impongono al mondo del lavoro, e mostrato i casi pilota in vari paesi – , si tratta di "un’idea affascinante e radicale, che ha assunto coloriture e caratteristiche diverse a seconda dei periodi storici e delle aree geografiche in cui si è tentato di applicarla".

Da circa 30 anni la rete di coordinamento BIEN  (Basic Income Eearth Network) organizza convegni europei e mondiali sul tema. In Italia, il dibattito sul tema è portato avanti da BIN Italia. Come scrisse nel 1998 l'economista Andrea Fumagalli, ex vicepresidente del BIN-Italia, l'idea del "Reddito di cittadinanza" «deriva dalla coscienza (…) che nel nuovo millennio il disporre di un lavoro può non essere sufficiente a garantire l'esistenza di una vita dignitosa». Per Fumagalli la conseguenza sarebbe un «processo di liberazione non del lavoro ma dal lavoro (nel senso capitalistico del termine)» in cui «viene meno uno degli strumenti disciplinari di controllo sociale in mano agli attuali assetti di potere». Come risultato ci sarebbero «più risorse e più tempo per dedicarsi alla costruzione di "opere" e magari di organizzare in modo più liberatorio la produzione di ciò che è utile all'uomo».

Durante l'ultima edizione del Festival internazionale del giornalismo di Perugia, Guy Standing, professore, tra i fondatori di BIEN e autore del libro Basic Income: And How We Can Make It Happen, ha sottolineato i motivi che hanno favorito la rilevanza dell'idea di un Reddito di cittadinanza nel dibattito internazionale odierno: l'aumento delle disuguaglianze e del precariato dovute alle "sperimentazioni neoliberiste degli ultimi 30 anni", l'insicurezza e l'instabilità conseguenti, le possibili conseguenze della robotica applicata al lavoro. Per questo motivo, continua Standing, "a meno che non si reagisca a questa situazione, dando vita a un nuovo sistema di ridistribuzione del reddito, vedremo moltiplicarsi e svilupparsi crisi sociali e politiche".

Ad oggi, però, a parte singoli casi piloti in diversi parti del mondo, questa idea che implica un cambiamento radicale del modo di pensare la società, il welfare e il rapporto tra uomo e lavoro, perché il salario non diventa più l’unica via per la propria esistenza, non è mai stata concretizzata in legge in uno Stato. Stefano Toso, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Bologna, scrive che la misura non è stata ancora mai messa in pratica principalmente per due motivi: l'elevato costo per il bilancio pubblico di uno Stato – ad esempio nel 2013, su Lavoce.info, Tito Boeri (ancora non presidente dell'INPS) e Roberto Perotti avevano calcolato che un reddito di cittadinanza a 500 euro al mese, dato a 50 milioni di persone che abbiano compiuto 18 anni, poteva avere un costo di 300 miliardi di euro, «quasi il 20% del Pil» – e per “la diffusa ostilità verso l’idea di erogare un reddito anche a chi, potendolo fare, non offre alla società alcun contributo sotto forma di un lavoro o della disponibilità a lavorare”.

Qual è invece la proposta del M5S

Il Movimento 5 stelle non ha proposto una simile misura in Italia. Pur parlando sempre di "Reddito di cittadinanza", si è mosso più che altro all'interno del perimetro del "Reddito minimo garantito" (o di un sussidio di disoccupazione), che ha costi, contenuti e finalità totalmente differenti, come scrivevamo cinque anni fa.

Un "Reddito minimo garantito" infatti è un reddito limitato nel tempo che si basa su un programma universale ma selettivo. La concessione del sussidio dipende infatti da regole uguali per tutti. È garantito in base al reddito e al patrimonio di chi ne fa domanda. Nei parametri può anche rientrare il fatto di aver perso un lavoro o di non riuscire a trovarlo. Nel 1992 il Consiglio delle comunità europee ha fatto richiesta per l’introduzione «in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri».

Come si può leggere nello studio Minimum Income Policies in EU Member States (2017) del Parlamento europeo, nel tempo i paesi europei, comprese Grecia e Italia (con il Reddito di Inclusione (REI) approvato dal governo Gentiloni) che fino a poco fa erano rimasti gli unici stati in Europa a non avere una qualche forma di reddito minimo, si sono adeguati e hanno applicato politiche sociali indirizzate a tale scopo con le misure che si differenziano per le condizioni di accesso e i requisiti richiesti, la variazione della cifra concessa e la durata del beneficio, con l’aggiunta o meno di ulteriori diritti correlati — come ad esempio quello sanitario.

Nel corso di questi anni, il M5S ha invece definito "reddito di cittadinanza" una proposta che in realtà era un'altra cosa, con (costi e) finalità differenti.

Beppe Grillo, un mese prima delle elezioni politiche di febbraio 2013, durante un comizio in giro per l'Italia, presentando il "reddito di cittadinanza", parlava ad esempio di una misura che prevedeva l'erogazione di 1000 euro al mese, limitata per tre anni, «che deve dare il tempo a un giovane di cercarsi lavoro». In questi tre anni, continuava il fondatore del M5S, «gli uffici di collocamento, gestiti dai cittadini (online, tutto aperto), non da questi qua, ti proporranno diversi lavori». Grillo concludeva che se una persona non avesse accettato le proposte di lavoro, sarebbe poi finito «fuori dal sussidio».

Diversi mesi dopo, poi, una volta eletti in Parlamento, i parlamentari del M5S hanno presentato al Senato un disegno di legge dal titolo Istituzione del reddito di cittadinanza nonché delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario in cui però, come spiegava l'Istat nel 2015, pur parlando di "reddito di cittadinanza", puntavano a introdurre una "misura selettiva, limitando l’erogazione dei benefici alle famiglie (ndr pari a 780 euro mensili per un singolo componente, anche tramite integrazione sul proprio stipendio se non si arriva a quella cifrail cui reddito è inferiore a una determinata soglia" di rischio di povertà, con l'obiettivo di "costituire una rete di protezione sociale 'compatta', compensando eventuali insufficienze del sistema di welfare". Per il beneficiario, inoltre, i 5stelle prevedevano diversi requisiti e obblighi come quello di "fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti". Nel caso in cui questi obblighi, indirizzati a inserire il soggetto nel mondo del lavoro, non venissero rispettati, il beneficiario non avrebbe ottenuto più questo reddito minimo garantito. Il costo, calcolava sempre l'Istat, sarebbe stato intorno ai 15 miliardi di euro (altri entri ed economisti hanno fornito cifre nettamente maggiori, utilizzando calcoli e simulazioni differenti).

Che il "Reddito di cittadinanza" targato 5 Stelle non fosse in realtà un reddito di cittadinanza è stato anche chiarito da quello che sarebbe stato il futuro ministro del Lavoro in un governo a guida solo M5S, in caso di vittoria dopo le elezioni politiche dello scorso 4 marzo. Pochi giorni prima del voto, il nuovo capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, presenta la futura squadra di ministri. Al Ministero del Lavoro viene indicato il nome del professore Pasquale Tridico. Ed è lo stesso Tridico (poi successivamente sfilatosi, dopo l'accordo di governo con la Lega, per motivi «ideologici e programmatici»), a spiegare che la misura del "reddito di cittadinanza" del M5S è "tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro". Tridico precisa anche che il costo di questa misura sarà di "17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego (...)".

Riguardo i costi per lo Stato, in base alla Nota di Aggiornamento al Def (cioè il Documento di economia e finanza) trasmessa in Parlamento lo scorso 4 ottobre, il governo M5S-Lega ha messo alla fine a disposizione, per ognuno dei prossimi tre anni, 10 miliardi di euro: 9 miliardi per garantire il sussidio a chi ne avrà diritto e 1 miliardo per il potenziamento dei Centri per l’impiego. Non si conoscono ancora invece ufficialmente e nel dettaglio chi e quante persone effettivamente ne beneficeranno, quali saranno le modalità di erogazioni del sussidio e come questi soldi potranno essere spesi. Negli ultimi giorni diversi esponenti 5stelle del governo hanno avanzato diverse possibilità: Luigi Di Maio ha detto che ne potranno beneficiare tutti i “residenti da almeno 10 anni in Italia” (italiani e stranieri). Laura Castelli, sottosegretaria all’Economia, ha dichiarato che l'erogazione «non sarà in contanti, ma avrà il massimo della tracciabilità» con l'utilizzo di un tessera prepagata, perché l'obiettivo è quello che la cifra erogata dallo Stato «vada in consumi produttivi e primari, non in azzardo o altre forme di dispendio improduttivo».

Al di là di queste questioni di forma e delle problematiche e criticità legate alla riorganizzazione dei centri per l'Impiego prevista per rendere pienamente funzionante il provvedimento, resta appunto la radicale differenza tra il "Reddito di cittadinanza" e la misura pensata dai 5stelle che punta a sostenere "il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa" e ad "assicurare un più rapido ed efficace accompagnamento al lavoro dei cittadini", come spiega la stessa nota di aggiornamento del DEF. Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato, intervistato da SkyTg24 il 9 ottobre, ha infatti dichiarato che «per noi si tratta di una misura legata alla formazione delle persone, per riaccompagnarle all'interno del mercato del lavoro». Sempre Patuanelli ha anche aggiunto che «al di là di creare persone formate e quindi più appetibili per le aziende, pensiamo di prevedere una norma per cui nel momento in cui l'azienda va ad assumere una persona che esce dal reddito di cittadinanza trattiene per sé per un periodo il reddito di cittadinanza che dovrebbe essere erogato a quella persona. Questa è una misura agevolativa alle assunzioni».

Obiettivi e finalità che appunto nulla c'entrano con il reddito di base (o reddito di cittadinanza) che, come invece spiegava Fumagalli, punta a creare un "processo di liberazione dal lavoro (nel senso capitalistico del termine)" per "organizzare in modo più liberatorio la produzione di ciò che è utile all'uomo». Non a caso, Sandro Gobetti, coordinatore di Bin Italia, sottolineava lo scorso marzo che «In Italia impropriamente si usa la formula reddito di cittadinanza, utilizzata da M5S, per indicare invece il reddito minimo garantito condizionato, ad esempio, all’accettazione di proposte di lavoro. In realtà quel termine apparterrebbe all’altra famiglia, quella del reddito di base universale e incondizionato che si basa su un’idea diversa, quella per cui il reddito è un diritto umano, come la libertà di parola, prima che un diritto economico».

Foto in anteprima via Corriere della Sera

 

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