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Un rapporto di Amnesty International conferma il regime di apartheid in Israele

12 Febbraio 2022 20 min lettura

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Un rapporto di Amnesty International conferma il regime di apartheid in Israele

19 min lettura

Gennaio 2021. B’Tselem, una ONG israeliana che si occupa della difesa dei diritti umani, pubblica uno studio in cui denuncia come non sia più sufficiente parlare di 'occupazione' da parte di Israele nell'area che va dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo accusandolo apertamente di apartheid per cementificare la propria supremazia.

Sei mesi prima, Yesh Din, un'altra organizzazione, sempre israeliana, fondata da un gruppo di donne, era già arrivata alla stessa conclusione sul trattamento dei palestinesi che vivono in Cisgiordania.

Ad aprile 2021, è stata Human Rights Watch (HRW) a dichiarare, in un rapporto, come Israele stia commettendo crimini contro l'umanità mettendo in atto contro i palestinesi, specificamente nei Territori occupati, politiche di persecuzione e di apartheid.

All'inizio di febbraio, con la pubblicazione di un documento di 278 pagine, al termine di un lavoro di ricerca di quattro anni iniziato a luglio 2017 e terminato a novembre 2021, è Amnesty International a parlare, attraverso nuove prove, di apartheid in Israele, determinandone la portata e descrivendo in maniera dettagliata il sistema di oppressione e dominazione che le autorità esercitano nei confronti dei palestinesi sotto il loro controllo, indipendentemente da dove vivano.

«Il nostro rapporto rivela la reale dimensione del regime di apartheid di Israele. Che vivano a Gaza, a Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti. Abbiamo riscontrato che le crudeli politiche delle autorità israeliane di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il loro controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

L'elenco delle violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele nei confronti della comunità palestinese di cui parla nel rapporto l'ONG con sede a Londra è impressionante: massicce requisizioni di terre e proprietà, cronici e discriminatori investimenti minori, uso di tortura, uccisioni illegali, trasferimenti forzati, detenzioni amministrative, drastiche limitazioni al movimento e diniego di nazionalità, di cittadinanza, di diritto al ritorno dei rifugiati. Fanno capo tutte a un sistema che secondo il diritto internazionale costituisce apartheid, un crimine contro l’umanità come sancito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale (Statuto di Roma) e dalla Convenzione internazionale sull’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid (Convenzione sull’apartheid), ratificata da Israele.

Nonostante siano cose risapute, leggerle tutte insieme è angosciante, scrive Gideon Levy su Haaretz che si chiede che cosa non sia vero nel documento di Amnesty International. Che Israele non si sia fondato su una politica esplicita di mantenimento dell'egemonia demografica ebraica, riducendo al contempo il numero di palestinesi all'interno dei suoi confini? Che questa politica non esista ancora oggi? Che Israele non mantenga tuttora un regime di oppressione e controllo dei palestinesi in Israele e nei Territori occupati a beneficio degli ebrei israeliani? Che le regole di ingaggio contro i palestinesi non riflettano una politica di sparare per uccidere, o almeno mutilare? Che gli sfratti dei palestinesi dalle loro case e la negazione dei permessi di costruzione non facciano parte della politica israeliana? Che la situazione di Sheikh Jarrah non sia apartheid? Che la legge Stato-nazione non sia apartheid? Che il ricongiungimento familiare non sia negato? Che i villaggi non siano riconosciuti? Che non esista la “giudaizzazione”? C'è un solo ambito, in Israele o nei Territori, in cui ci sia una vera, assoluta uguaglianza, se non formalmente?, si domanda il giornalista israeliano che chiede alle autorità di dimostrare che Amnesty International si sbaglia, senza liquidare la questione definendo l'associazione antisemita, e di provare coi fatti che non esistono due sistemi di giustizia, due insiemi di diritti e due formule per la distribuzione delle risorse.

Il rapporto di Amnesty International

L’uccisione illegale di manifestanti palestinesi è forse – per Amnesty International – il più chiaro esempio di come le autorità israeliane ricorrano ad atti vietati per mantenere lo status quo. Come accaduto nel 2018, quando i palestinesi di Gaza, con cadenza settimanale, organizzarono proteste lungo il confine con Israele per affermare il diritto al ritorno dei rifugiati e chiedere la fine del blocco. Ancora prima che le proteste ebbero inizio, alti funzionari israeliani avvisarono che contro i palestinesi che si fossero avvicinati al territorio israeliano sarebbe stato aperto il fuoco. Alla fine del 2019, le forze militari avevano ucciso 214 civili palestinesi, tra cui 46 minorenni.

«È la crudeltà del sistema, l'amministrazione intricata e in continua evoluzione dell'espropriazione, del controllo e della disuguaglianza. L'incredibile e minuziosa burocratizzazione su cui si basa quel sistema. La sua banalità trasparente e, a volte, la sua assurdità a lasciarmi senza parole», ha aggiunto Callamard.

Amnesty International ha perciò chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di “imporre sanzioni mirate contro i funzionari israeliani coinvolti”, un embargo sulle armi a Israele, che gli autori dell'apartheid siano “assicurati alla giustizia” dinanzi al Tribunale penale internazionale e che la comunità internazionale eserciti una forte pressione.

Non è la prima volta che Amnesty International parla di apartheid dopo aver adottato, nel 2017, una policy globale sulla violazione dei diritti umani e il crimine dell’apartheid e aver ammesso di non aver prestato sufficiente attenzione alle situazioni di discriminazione e oppressione sistematiche in tutto il mondo. Cinque anni fa ha pubblicato un rapporto in cui denuncia come il governo del Myanmar sottoponga il popolo Rohingya a un sistema di apartheid.

Per arrivare alle conclusioni del documento pubblicato l'1 febbraio, "L'apartheid di Israele contro i palestinesi. Uno sguardo su decenni di oppressione e dominazione”, Amnesty International ha studiato leggi israeliane, regolamenti, ordini militari e dichiarazioni dei loro organismi, direttive e dichiarazioni del governo, documenti ufficiali e pubblici del parlamento israeliano, documenti di pianificazione e divisione in zone, proposte di legge finanziaria e sentenze dei tribunali.

Oltre a consultare la propria documentazione prodotta negli anni, l'ONG ha approfondito i rapporti elaborati da agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani contro il sistema dell’apartheid, ha consultato rappresentanti di ONG palestinesi, israeliane e internazionali, agenzie ONU, accademici, esperti di diritto internazionale (di cui tre in materia di apartheid), ha intervistato decine e decine di membri delle comunità palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati tra febbraio 2020 e luglio 2021.

I leader israeliani, nei vari governi che si sono succeduti, sono sempre stati chiari sulle loro intenzioni, sostiene Amnesty International. Non sorprende, quindi, che Israele abbia costruito nel tempo un sistema di leggi, politiche e pratiche discriminatorie razziali – estese nel 1967 a Cisgiordania e Striscia di Gaza – che privilegia gli ebrei con l'obiettivo di mantenere un'egemonia, una maggioranza demografica ebrea e aumentare il controllo del territorio e delle risorse a vantaggio degli ebrei israeliani. Gli elementi chiave che compongono questo sistema sono la frammentazione territoriale, la segregazione e il controllo, la confisca di terreni e proprietà e la negazione dei diritti economici e sociali.

Nel 1948, poco prima di diventare primo ministro, David Ben-Gurion nel corso di una visita a Lifta e in altre zone ormai completamente svuotate dai palestinesi residenti a causa degli attacchi delle forze ebraiche dichiarò: «Non ci sono arabi. Soltanto ebrei al cento per cento. Se perseveriamo è del tutto possibile che nei prossimi sei o otto mesi ci saranno cambiamenti considerevoli nel paese, molto considerevoli e a nostro vantaggio».

Lifta è uno dei primi villaggi arabo palestinesi a essere stato spopolato durante la prima parte della guerra civile del 1947-1948. Situato a nord-ovest di Gerusalemme, dichiarato riserva naturale da Israele nel 2017, si appresta a essere trasformato completamente. Il 9 maggio 2021 l’Israel Land Authority (ILA) ha annunciato di voler organizzare un’asta per consentire a società private di partecipare a gare d’appalto per la costruzione di nuovi insediamenti, distruggendo tutto ciò che resta delle tracce dell’identità e della storia palestinese e del sito che è citato anche nel Tanak, la Bibbia ebraica.

A più di 70 anni di distanza dalla dichiarazione di Gurion, nel 2019, l'allora primo ministro Benjamin Netanyahu in un post su Instagram ha rivendicato che “Israele non è lo Stato di tutti i suoi cittadini” ma piuttosto “lo Stato-nazione solo del popolo ebreo”, come definito dalla 'Legge fondamentale: Israele quale Stato nazionale del popolo ebraico' approvata dalla Knesset il 19 luglio 2018 dopo un travagliato iter parlamentare. La legge, che sancisce che Israele è lo Stato degli ebrei, include provvedimenti che non lasciano spazio a interpretazioni rispetto al carattere giudaico impresso alla nazione: la dichiarazione che Israele è il luogo dove si realizza l’autodeterminazione dei soli ebrei, l'ebraico come lingua ufficiale, il riconoscimento del nome del paese, dell'inno, della bandiera, di Gerusalemme come capitale, il riconoscimento delle festività ebraiche come giorni di riposo nel paese. In una clausola è anche previsto che “lo Stato vede lo sviluppo dell'insediamento ebraico come un valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere la sua creazione e consolidamento”.

In quello stesso post di tre anni fa Netanyahu specificò anche come non esistessero problemi rispetto ai cittadini arabi di Israele che godono di pari diritti.

La realtà, però, è ben diversa.

La frammentazione della società palestinese, l'espropriazione delle terre, la negazione della nazionalità e dello status, del diritto alla partecipazione politica e di quello di protestare pacificamente, le restrizioni alla libertà di movimento, l'uso del potere militare, la separazione delle famiglie sono tutti elementi utili a mantenere il dominio e il controllo.

Per spiegare il livello di segregazione e di oppressione a cui i palestinesi sono sottoposti, trattati quindi come un gruppo razziale inferiore definito da uno status non-ebreo e arabo, Amnesty International prende ad esame il sistema di identificazione della popolazione palestinese.

Mentre gli ebrei israeliani hanno un'unica carta d'identità con uno status che gli garantisce il diritto di vivere quasi ovunque nel paese, i palestinesi ne hanno quattro differenti (sempre che riescano a ottenerne una) che determinano quali diritti hanno e non hanno, dove possono e non possono andare e cosa possono e non possono fare.

Se sei palestinese e possiedi una carta d'identità verde sei sottoposto al regime militare. Se hai una carta d'identità verde e vivi a Gaza, sei intrappolato in 365 chilometri quadrati di “prigione a cielo aperto” sotto il blocco militare israeliano in vigore dal 2007. Israele controlla tutto quello che entra e che esce. Il 90% delle persone che ci “vive” non ha accesso all'acqua potabile, il 47% è disoccupato e il 56% vive in condizioni di povertà. Se hai parenti a Gerusalemme Est o in Cisgiordania non puoi raggiungerli. Per questo motivo alcune persone si sono spostate illegalmente correndo il rischio, se scoperte, di essere riportate immediatamente a Gaza, nonostante abbiano vissuto, magari, per decenni in Cisgiordania pur di rimanere insieme alla famiglia.

Se invece possiedi una carta d'identità verde e risiedi in Cisgiordania, in una delle enclavi circondate da insediamenti illegali israeliani, puoi spostarti a Gaza o a Gerusalemme Est ma solo se riesci ad ottenere un permesso militare.

Se sei palestinese e possiedi una carta d'identità azzurra significa che vivi a Gerusalemme Est. Puoi spostarti nei Territori occupati e in Israele. Attenzione però: non sei considerato un cittadino israeliano, sei solo in possesso dello status di residente permanente. Ciò significa che non puoi votare alle elezioni politiche israeliane. Se per motivi di studio o lavoro o per altre ragioni lasci Gerusalemme Est per un lungo periodo, magari per recarti all'estero o in altri luoghi della Cisgiordania occupata, il tuo status sarà revocato e non potrai più tornare. Dal 1967 Israele ha revocato lo status di residenza permanente a 14.600 palestinesi.

Se sei palestinese cittadino di Israele fai parte di coloro che sono rimasti nel paese – nonostante la pulizia etnica del 1948 e che hanno vissuto sotto il regime militare israeliano per 18 anni, dal 1948 al 1966 – o sei un loro discendente diretto. Sei considerato cittadino ma non ti sarà riconosciuta la nazionalità e non potrai godere di pari trattamento a meno che non diventi ebreo, cosa impossibile perché proibito dalla legge. Puoi candidarti e votare alle elezioni israeliane e muoverti abbastanza liberamente, ma la disuguaglianza giuridica rispetto agli ebrei permane per cui dovrai affrontare quotidianamente discriminazioni istituzionali, anche se fossi eletto al parlamento.

Cosa succede se hai familiari con carte d'identità differenti? Non potrai mai viverci insieme in base a una legge del 2002 che lo vieta. Come fanno i bambini nell'eventualità che i genitori abbiano documenti identificativi differenti? Sono registrati all'anagrafe sotto il nome di un unico genitore.

Tutte le carte di identità sono emesse dall'esercito israeliano che gestisce il registro della popolazione palestinese e mantiene il controllo demografico e su tutti gli spostamenti.

Il rapporto di Amnesty International documenta anche come i palestinesi non possano stipulare contratti di locazione sull’80% dei terreni di Stato israeliani a seguito di requisizioni razziste di terreni e di una serie di leggi discriminatorie sull’assegnazione delle terre, di piani edilizi e di regolamenti urbanistici locali.

L'esempio più evidente di come il sistema governativo escluda volutamente i palestinesi è la situazione della regione del Negev/Naqab, nel sud di Israele. Dal 1948 le autorità israeliane hanno adottato svariate politiche per “ebraizzare” la regione, ad esempio designando ampie zone come riserve naturali o poligoni di tiro e stabilendo obiettivi di crescita della popolazione ebraica. Ciò ha prodotto conseguenze devastanti per le decine di migliaia di beduini palestinesi presenti nella regione.

Nei 35 villaggi, che non hanno uno status ufficiale e dove attualmente vivono 68mila persone, non c'è corrente elettrica, né acqua e sono continue le demolizioni di abitazioni precarie costruite nel tentativo di avere un tetto sotto cui stare. Gli abitanti subiscono limitazioni nella partecipazione politica e sono esclusi dal sistema sanitario e da quello educativo. Di conseguenza, in molti sono stati costretti a lasciare le loro case subendo un trasferimento forzato.

Qualche settimana fa le ennesime proteste organizzate dai beduini palestinesi per manifestare contro la forestazione di terreni che gli abitanti rivendicano come propri sono state domate con la forza e l'uso di proiettili di gomma, gas lacrimogeni, granate stordenti e acqua maleodorante. Solo qualche giorno fa, invece, alcuni attivisti di destra hanno provato a occupare due aree della regione. In una hanno sistemato alcune strutture mobili in quello che hanno definito “un nuovo punto di insediamento nel Negev” che avevano chiamato “Ma'aleh Paula”, in memoria della moglie del primo primo ministro israeliano Ben-Gurion. In un'altra, sostenuti da alcuni parlamentari di estrema destra, hanno parcheggiato una roulotte e innalzato alcune costruzioni in legno tra cui una sinagoga. La polizia ha sgomberato con la forza le due aree ma non ha aperto un'indagine per scoprire chi abbia finanziato le operazioni o organizzato le iniziative.

Questa è l'atmosfera che si vive nel Negev/Naqab.

Lo spossessamento e lo sfollamento dei palestinesi dalle loro abitazioni è uno dei pilastri del sistema israeliano di apartheid. Dalla sua istituzione, dice Amnesty International, Israele ha eseguito massicce e crudeli requisizioni di terre palestinesi e continua ad applicare una miriade di leggi e politiche che forzano la popolazione palestinese a risiedere in piccole enclavi.

Dal 1948 Israele ha demolito centinaia di migliaia di case e altre strutture palestinesi in tutte le aree sotto la sua giurisdizione e sotto il suo controllo.

Come nel Negev/Naqab le autorità impediscono ai palestinesi l'edificazione lasciando come unica alternativa la costruzione di strutture illegali che vengono puntualmente demolite.

Nei Territori palestinesi occupati, la continua espansione degli insediamenti israeliani – una politica attuata dal 1967 – rende ancora più grave la situazione. Oggi gli insediamenti coprono il 10% delle terre della Cisgiordania.

Tra il 1967 e il 2017 circa il 38% delle terre palestinesi di Gerusalemme Est è stato espropriato. I quartieri palestinesi di quell'area della capitale sono spesso presi di mira da organizzazioni di coloni che, col pieno appoggio del governo israeliano, agiscono per sfollare le famiglie palestinesi e annettere le loro case. Uno di questi quartieri, Sheikh Jarrah, è al centro di frequenti proteste da parte delle famiglie che vi risiedono e che cercano di difendere le proprie case. A maggio 2021 le manifestazioni si sono trasformate in undici giorni di scontri violenti tra i militanti di Hamas e l'esercito israeliano, provocando la morte di 248 persone – inclusi 66 minori – e più di 1.900 feriti a Gaza e il decesso di un soldato e di dodici civili – di cui due minori – israeliani.

Dalla metà degli anni Novanta – continua il rapporto di Amnesty International – le autorità israeliane hanno imposto sempre più stringenti limitazioni al movimento dei palestinesi nei Territori palestinesi occupati. Un reticolato di checkpoint militari, posti di blocco, barriere e altre strutture controlla il loro movimento e limita i loro spostamenti in Israele o all’estero.

Amnesty International ha esaminato ciascuna delle giustificazioni di sicurezza addotte da Israele come base per il trattamento dei palestinesi. Sebbene alcune delle politiche israeliane possano essere state elaborate per conseguire obiettivi di sicurezza legittimi, esse sono state attuate in un modo enormemente sproporzionato e discriminatorio e non in regola col diritto internazionale. Altre politiche non mostrano alcuna ragionevole base in termini di sicurezza e derivano chiaramente dall’intenzione di opprimere e dominare.

La cronaca dei giorni scorsi conferma in due casi distinti, ancora una volta e drammaticamente, quanto documentato da Amnesty International.

La morte di Omar Abdulmajeed Asaad a un posto di blocco

Il 12 gennaio scorso Omar Abdulmajeed Asaad, un uomo di 80 anni, è stato fermato a un posto di blocco mentre rientrava a casa dopo una serata trascorsa a giocare a carte con amici.

Poiché sprovvisto di documento d'identità, i soldati lo hanno trascinato fuori dall'auto. Poi lo hanno bendato, gli hanno messo un bavaglio sulla bocca, gli hanno legato le mani con delle fascette di plastica e lo hanno lasciato a terra. Due palestinesi, anch'essi fermati e poi rilasciati, hanno assistito alla scena.

Dopo qualche minuto Asaad non dava più segni di vita. Soltanto allora un soldato gli si è avvicinato, ha parlato brevemente con gli altri militari e tutti insieme sono andati via. Asaad era morto.

I soldati israeliani avrebbero detto in seguito che credevano che l'uomo si fosse appisolato. Un'autopsia ha rivelato che Asaad è deceduto per un “attacco cardiaco causato dallo stress” innescato dalla “violenza”. A nulla sono serviti i soccorsi chiamati dagli altri due uomini fermati anch'essi al posto di blocco.

Sarebbe stato un episodio come tanti, dimenticato dopo qualche giorno, se Asaad non avesse avuto la cittadinanza statunitense. Un senatore degli Stati Uniti, un gruppo di membri del Congresso e il Dipartimento di Stato americano hanno chiesto che fosse condotta un'indagine che si è conclusa i primi giorni di febbraio con un annuncio dell'esercito israeliano: “L'incidente ha portato alla luce un fallimento morale e un errore di giudizio da parte delle truppe, compromettendo gravemente il valore della dignità umana”.

In un colloquio con gli omologhi americani i funzionari della difesa israeliana hanno mostrato imbarazzo per la condotta dei soldati a causa della mancanza di umanità. Due militari sono stati licenziati, un ufficiale è stato ammonito. Ed è finita là. Ma all'amministrazione Biden queste conclusioni non sono bastate: è stata chiesta un'indagine approfondita per far chiarezza sulle responsabilità nel caso Asaad.

Dir Nizam, un intero villaggio in punizione

Dall'1 dicembre scorso l’esercito israeliano ha imposto ai mille abitanti di Dir Nizam, a nord di Ramallah, in Cisgiordania, una punizione collettiva chiudendo tutti e tre gli accessi al villaggio e allestendo un posto di blocco all'unico ingresso lasciato aperto al traffico.

Da allora – come scrive su +972 Magazine il giornalista israeliano Yuval Abraham – i soldati sorvegliano l'ingresso 24 ore su 24, controllando ogni auto che transita, interrogando i passeggeri, aprendo i bagagli e fotografando le carte d'identità. A volte i movimenti in entrata e in uscita dal villaggio sono sospesi per ore. Altre viene addirittura impedito l'accesso a medici e infermieri.

I militari sono entrati a Dir Nizam almeno quattordici volte dall'inizio della chiusura per effettuare arresti, condurre indagini o compiere “azioni di deterrenza” contro gli abitanti del villaggio, in tre diverse occasioni anche in una scuola con incursioni violente come documentato da video ripresi da studenti e insegnanti.

La punizione collettiva di Dir Nizam è stata apparentemente imposta – per ammissione degli stessi soldati che sono stati intervistati – per impedire ai minorenni dagli otto ai sedici anni di lanciare mattoni e piccoli sassi contro i veicoli di passaggio, ma da quando l'esercito ha chiuso il villaggio questi episodi sono in aumento.

All'inizio dello scorso anno, Rivka Teitel, una cittadina israeliana di 30 anni, è stata gravemente ferita alla testa da un sasso lanciato contro la sua auto nei pressi di Dir Nizam. Nella prima metà di gennaio di quest'anno un cittadino palestinese di Israele è stato leggermente ferito da un sasso lanciato sempre in quell'area.

L'obiettivo delle autorità è mettere sotto pressione gli adulti per complicargli la vita affinché impediscano ai minori il lancio di pietre. E così sono puniti tutti per evitare di adottare altri provvedimenti spiacevoli.

«Ogni notte, almeno tre volte, mio nipote mi chiede: “Nonna, hai chiuso ermeticamente la porta?”», racconta Arin, un'abitante di Dir Nizam. «Chi non ha mai lanciato pietre – prosegue la donna – adesso si dice: “Comincerò anch'io, tanto che cambia? Indipendentemente dal fatto che l'abbia fatto o meno siamo puniti tutti”. Stanno facendo in modo che i bambini li odino ancora di più».

Jaber Musab, un agricoltore di Dir Nazam che ha lavorato per tutta la vita per gli ebrei-israeliani e che non può lasciare la Cisgiordania senza un permesso dell'esercito, alla domanda sul motivo per cui i ragazzini del villaggio lanciano pietre contro le auto ha risposto in ebraico: «Perché controllate l'aria che respiriamo».

La reazione di Israele al rapporto di Amnesty International e il timore di perdere consensi

Israele, che non aveva reagito alla pubblicazione dei precedenti rapporti in cui veniva denunciato un regime di apartheid, ha respinto con forza le accuse di Amnesty International tacciandola di delegittimare la sua esistenza e incoraggiare l'antisemitismo. Si è a conoscenza che il rapporto della ONG fosse in possesso delle autorità israeliane qualche giorno prima della sua pubblicazione.

«Il suo linguaggio estremista e la distorsione del contesto storico sono stati studiati per demonizzare Israele e gettare benzina sul fuoco dell'antisemitismo», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Yair Lapid, che non ha mancato di definire la stessa Amnesty International antisemita e di accusarla “di citare menzogne condivise da organizzazioni terroristiche”.

Agnès Callamard ha respinto le accuse definendole “attacchi infondati” e “bugie a viso aperto”, aggiungendo che Amnesty International riconosce lo Stato di Israele e denuncia l'antisemitismo, e che le accuse rivolte contro l'associazione non sono “nient'altro che un tentativo disperato di eludere il controllo e distogliere l'attenzione da quanto è emerso”.

Il governo israeliano aveva già manifestato preoccupazione all'inizio del 2022 relativamente ad indagini in corso presso le Nazioni Unite che teme possano concludersi con un'accusa di regime di apartheid nei Territori occupati, in base a quanto previsto dalle norme del diritto internazionale.

Yair Lapid ha infatti dichiarato ai giornalisti di ritenere che durante quest'anno si aprirà un dibattito senza precedenti velenoso e tossico su Israele come Stato di apartheid che rappresenterà una minaccia tangibile.

Secondo quanto riferito dal sito di notizie israeliano Walla! nel corso della 49esima sessione del Consiglio ONU dei diritti umani (UNHRC), che si aprirà il 28 febbraio e chiuderà l'1 aprile, potrebbe essere presentato un rapporto sugli abusi commessi da Israele a maggio 2021, a Gaza, in cui si parla appunto di Israele come Stato di apartheid.

Per questo motivo le autorità israeliane starebbero per lanciare una campagna di delegittimazione nei confronti della Commissione di inchiesta permanente delle Nazioni Unite che è stata istituita il 27 maggio 2021 dall'UNHRC per monitorare e registrare le violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele nei confronti dei palestinesi.

Ma i procedimenti in corso all'ONU non sono gli unici a interessare Israele. Un'altra indagine, che coinvolge anche gruppi palestinesi tra cui Hamas, si sta svolgendo presso la Corte penale internazionale per crimini di guerra avvenuti in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza a partire dal 13 giugno 2014.

L'amministrazione israeliana è inoltre molto preoccupata che le accuse di apartheid possano portare a una frattura interna negli Stati Uniti nonostante l'amministrazione Biden abbia criticato le conclusioni di Amnesty International.

Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha infatti respinto il rapporto della ONG dichiarando che sebbene il Dipartimento non voglia esprimere valutazioni su documenti di terzi certamente rifiuta l'etichetta che è stata data da Amnesty International a Israele.

Incalzato dalle domande di Matt Lee, corrispondente dell'agenzia di stampa AP, Price è sembrato particolarmente riluttante quando gli è stato chiesto perché “le critiche a Israele da parte di questa organizzazione (Amnesty) sono quasi sempre respinte dagli Stati Uniti, mentre sono accettate, accolte e approvate quando incluse in documenti riguardanti altri paesi, come Etiopia, Cuba, Cina e Xinjiang, Iran, Myanmar, Siria o Cuba”.

Nonostante la netta presa di posizione da parte del governo statunitense, alcuni sondaggi mostrano un'erosione del sostegno a Israele tra i Democratici, in parte causata dal cambiamento della narrazione sul conflitto israelo-palestinese.

Per anni, racconta il Guardian, i sondaggi hanno mostrato come i Democratici simpatizzassero per gli israeliani con una percentuale di sostegno doppia rispetto ai palestinesi. Ma dall'aggressione israeliana a Gaza nel 2014 – che ha ucciso circa 1.500 civili palestinesi e più di 600 combattenti e ha distrutto scuole e case – in risposta al lancio di missili di Hamas – che ha provocato sei vittime tra i civili e 67 tra i soldati israeliani – il sostegno allo Stato ebraico è diminuito e attualmente è quasi equamente diviso.

Questo cambiamento risulta ancora più evidente tra i giovani americani e tra gli adulti al di sotto dei 35 anni che appoggiano Israele molto meno rispetto alle generazioni precedenti.

Un sondaggio dello scorso giugno ha rilevato che metà dei Democratici vuole che Washington offra maggior sostegno ai palestinesi.

Il supporto alle politiche del governo israeliano è in flessione anche all'interno della stessa comunità ebraica degli Stati Uniti. Un sondaggio dello scorso anno ha rilevato che il 28 per cento degli ebrei americani concorda sul fatto che “Israele sia uno Stato di apartheid”.

Questo cambiamento di rotta è dovuto anche ai video che circolano sui social media, in particolare degli attacchi israeliani e del trattamento riservato ai palestinesi. La campagna israeliana a Gaza nel 2014 ha contribuito a consolidare la visione di uno Stato potente che provoca distruzione contro una popolazione in gran parte indifesa.

L'ascesa del movimento Black Lives Matter ha poi alimentato la spinta a inquadrare la causa palestinese come una questione di diritti civili di resistenza al dominio israeliano.

Per Daniel Seidemann, un avvocato israeliano esperto di politica israeliana che ha seguito lo spossessamento e l'insediamento nella Gerusalemme est occupata, la situazione sta cambiando negli Stati Uniti, al Congresso, nell'opinione pubblica e nella comunità ebraica americana e l'apartheid contribuisce a questo cambiamento.

«Un numero crescente di persone all'estero sta cominciando a vedere Israele come uno Stato di apartheid e uno Stato di paria, e gli israeliani temono questa tendenza sempre di più».

Immagine in anteprima via @pal_women

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