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Le proteste degli studenti: il racconto di un’insegnante

11 Febbraio 2022 4 min lettura

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Le proteste degli studenti: il racconto di un’insegnante

4 min lettura

di Silvia Cardini

Il 28 gennaio la scuola si sveglia bastonata: su giornali e social rimbalza la notizia delle cariche durissime della polizia a Torino, a Roma, a Napoli contro gli studenti che protestano in seguito alla morte di Lorenzo Parelli, studente della scuola salesiana Bearzi di Udine, durante un percorso di apprendistato che va sotto il nome di “sistema duale”. La dismisura fra il comportamento pacifico dei cortei e la durezza della reazione della polizia, le immagini dei ragazzi contusi, la conta di chi è finito all’ospedale catalizza l’attenzione di molti, ma suscita nell’immediato l’indignazione di pochissime voci istituzionali.

Paradossalmente più tiene campo mediatico il drammatico esito delle manifestazioni, meno si parla delle ragioni della protesta e meno si ascoltano le richieste degli studenti. Il teatro della piazza insanguinata è più intrigante delle aule, delle fabbriche, dei corridoi aziendali in cui la storia ha avuto inizio. Ritorniamo allora in questi luoghi e interroghiamo i protagonisti della protesta per coglierne il senso e ipotizzarne un futuro.

Quando la notizia della morte di Lorenzo viene condivisa sulle chat dei Collettivi studenteschi, i nuclei politici della sinistra studentesca, la prima reazione è di dolore. Poi viene la rabbia e la paura. Come spiega Beatrice [nome di fantasia], che frequenta un liceo fiorentino, «quello che è capitato a Lorenzo potrebbe capitare in futuro anche a noi, siamo ancora studenti ma presto o tardi saremo tutti lavoratori».

La notizia per quanto drammatica non giunge inaspettata: da tempo i collettivi studenteschi si confrontano sull’alternanza scuola lavoro, poi PCTO, e ne registrano il fallimento. I collettivi sono collegati in rete, ricevono e si scambiano informazioni da varie città e hanno stabilito contatti con le realtà operaie in lotta contro le chiusure e la delocalizzazione. In Toscana ad esempio con la Texprint di Prato e la GKN di Firenze. Tra la fabbrica e la scuola si vanno dunque riannodando dei legami e si condividono dei progetti.

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Lo testimonia la manifestazione del 25 gennaio davanti all’Ufficio scolastico regionale di Firenze dove gli studenti fanno un presidio per chiedere l’abolizione proprio dei PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), evoluzione dell’alternanza scuola-lavoro di renziana memoria. Slogan rivisitati, gli immancabili fumogeni, discorsi al megafono e una nuova intensa forma di testimonianza: ogni studente tiene in mano un foglio con il nome di un lavoratore e l’età che aveva quando è morto sul lavoro. Impossibile non pensare alla “celeste corrispondenza d’amorosi sensi” fra chi muore e chi resta, al rinnovarsi dei riti della memoria civile. Alla manifestazione partecipano rappresentanze operaie, sindacati di base, insegnanti, Potere al popolo e SI. Ma sono gli studenti ad averla organizzata e sono loro a dettare le richieste: abolizione del PCTO, sostituzione con stage retribuiti e a richiesta degli studenti, protocolli di sicurezza per gli studenti che svolgono gli stage.

Se ascoltiamo le testimonianze degli studenti sui loro PCTO, queste richieste non sembrano poi così radicali. Innanzitutto c’è PTCO e PCTO: gli studenti nei licei classici, scientifici e linguistici sono spesso convogliati in progetti interni alla scuola o alle università che di lavorativo in senso stretto hanno ben poco. Ma anche a volerli considerare come percorsi orientativi verso il futuro mondo del lavoro non è facile coglierne la direzione. Si tratta di partecipare a gruppi teatrali, frequentare lezioni universitarie, seguire nello studio gli studenti più piccoli. E di questo non c’è da stupirsi: dopo i primi anni di affannose e spesso vane ricerche di aziende ed enti che accogliessero gli studenti, con una vera e propria corsa a chi arrivava prima ad accaparrarsi qualche posto, i licei hanno spesso deciso di andare avanti con le loro forze. Una scelta dignitosa ma che attinge ad attività coltivate da sempre nelle scuole o inventa nuove forme di volontariato. Nei tecnici e nei professionali la musica però cambia: spesso gli studenti sono inseriti nei cantieri, nelle fabbriche, oppure nei ristoranti, negli alberghi, nelle mense. E questo per gli studenti dei collettivi, di Osa, del Movimento romano de La lupa, significa che la scuola diviene complice di una discriminazione: simulazione di lavoro e rischi ridotti per i figli delle classi abbienti votati all’università, lavoro duro e ad alto rischio per i figli di chi non se la può permettere. Ma la scuola non doveva concorrere a superare le differenze e a rimuovere le disuguaglianze?

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In un catalogo di opzioni troppo spesso dettate dall’improvvisazione e dalla cattiva coscienza, o dove la voce degli studenti non è ascoltata come meriterebbe (come previsto dalla relativa Carta dei diritti e dei doveri), gli studenti non riescono più a rintracciare la funzione della scuola. Ne denunciano l’azzeramento del pensiero critico e l’appiattimento sull’orizzonte di attesa delle imprese. Se le attività proposte al di fuori delle mura scolastiche non hanno alcuna pertinenza col programma di studi o si realizzano grazie alla partnership con aziende che inquinano e sfruttano, l’istituzione che funzione ha? Dalle proteste emerge chiaramente un senso di tradimento: la scuola a contatto con il mondo del lavoro smarrisce i suoi connotati culturali e sembra adattarsi a un ruolo ancillare nei confronti dell’ideologia dominante del mondo dell’impresa. D’altra parte anche all’interno dell’istituzione si colgono segni sempre più inquietanti di un adeguamento allo spirito dei tempi: i dirigenti scolastici ricorrono volentieri alle strategie autoritarie concesse dalla riforma renziana della Buona scuola, cresce la competizione fra gli studenti che prefigurano nell’eccellenza dei voti il loro successo sociale, diminuiscono gli spazi del confronto reale fra le varie componenti della scuola.

A questo clima di reazione gli studenti rispondono, per la prima volta dopo molti anni, creando un progetto politico a livello nazionale. Il 5 febbraio all’Acrobax, ex cinodromo di Roma, viene indetta un’Assemblea aperta a tutte le scuole con lo slogan “è tempo di riscatto”. Non è che un inizio.

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