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Sulla pelle dei migranti. Cosa sta succedendo al confine tra Bielorussia e Polonia

17 Novembre 2021 23 min lettura

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Sulla pelle dei migranti. Cosa sta succedendo al confine tra Bielorussia e Polonia

22 min lettura
Bielorussia, Minsk svuota il campo al confine, morto un bambino di un anno

Aggiornamento 19 novembre 2021: È stato sgomberato tra mercoledì e giovedì il campo improvvisato al confine tra Bielorussia e Polonia dove si erano radunate circa 2.000 persone.

I migranti, che si erano accampati all'addiaccio sperando di entrare nei paesi dell'Ue, sono stati trasferiti in un enorme capannone nei pressi della frontiera messo a disposizione dalle autorità bielorusse per dare la possibilità di lavarsi, indossare indumenti asciutti, mangiare un pasto caldo e ricaricare i cellulari.

Un portavoce della guardia di frontiera polacca ha riferito che il campo alla frontiera con la Bielorussia occidentale è ormai completamente vuoto, aggiungendo che “ci sono gruppi in altri luoghi che continuano a provare ad attraversare il confine”.

L'intervento delle autorità bielorusse ha prodotto un allentamento delle tensioni tra il paese dell'Europa orientale e l'Unione europea.

La decisione dello sgombero e del trasferimento dei migranti è arrivata dopo una settimana di fitti colloqui diplomatici. Per due volte la cancelliera tedesca Angela Merkel ha parlato al telefono con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko.

Una portavoce bielorussa ha dichiarato che Lukashenko avrebbe proposto alla Merkel un piano per risolvere la crisi in base al quale l'Ue avrebbe accolto 2.000 persone mentre Minsk avrebbe rimandato a casa i 5.000 migranti arrivati nel paese.

Ma il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer ha respinto la proposta e ha parlato di informazioni scorrette.

«Accogliere i rifugiati, piegarsi alla pressione e dire 'li stiamo portando nei paesi europei', significherebbe implementare le basi stesse di una strategia perfida», ha commentato Seehofer a Varsavia.

In un'intervista esclusiva rilasciata alla BBC Lukashenko ha spiegato che è “assolutamente possibile” che le sue truppe abbiano aiutato i migranti ad arrivare in Polonia.

«Penso che sia assolutamente possibile. Siamo slavi. Siamo persone di cuore. Le nostre truppe sanno che i migranti sono diretti in Germania», ha detto. «È probabile che qualcuno li abbia aiutati. Non voglio nemmeno indagare su quanto avvenuto», ha proseguito.

Tuttavia il dittatore bielorusso ha negato di aver invitato migliaia di persone nel paese per provocare una crisi al confine, specificando di non volere nemmeno che passino per la Bielorussia per arrivare in Europa.

«Ho detto che non avrei arrestato i migranti alla frontiera, non li avrei trattenuti. E se d'ora in poi continueranno a venire non li fermerò, perché non intendono restare nel mio paese, ma arrivare nei vostri».

Intanto più di 400 iracheni, prevalentemente curdi, sono stati rimpatriati dalla Bielorussia con un volo fornito dal governo iracheno che li ha riportati a Erbil. Ma sono ancora tanti i migranti che hanno dichiarato di voler continuare a provare a entrare in Europa.

Per scongiurare altri arrivi, secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa Belta, la compagnia aerea di stato bielorussa Belavia ha annunciato che non consentirà più a cittadini provenienti da Afghanistan, Iraq, Libano, Libia, Siria e Yemen di imbarcarsi all'aeroporto della capitale dell'Uzbekistan, Tashkent, per dirigersi a Minsk.

Due altre vittime si sono aggiunte all'elenco di chi non è riuscito a sopravvivere alle condizioni proibitive della foresta a causa della fame e del gelo. Due coniugi siriani, entrambi feriti, soccorsi dai medici del Centro polacco per gli aiuti internazionali, hanno raccontato di aver perso il loro bimbo di un anno nella foresta, il mese scorso. Una mamma siriana, ricoverata in un ospedale della città orientale di Biala Podlaska, ha detto di aver perso il figlio. Era incinta quando ha attraversato la Bielorussia e ha intrapreso il suo cammino nella foresta. Non è chiaro quando avrebbe abortito. La donna è stata accolta in Polonia col marito e cinque figli che attualmente si trovano in un centro di detenzione per migranti vicino al confine con la Bielorussia dove potranno rimanere fino a gennaio. Allo scadere della permanenza nel territorio polacco non è chiaro cosa accadrà alla famiglia.

Una rotta diversa, apparentemente più sicura, per raggiungere l'Europa. Per evitare il passaggio attraverso la Turchia e l'Africa del Nord e una traversata in mare pericolosa, troppe volte mortale. Si è aperta quando il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha dato seguito alle minacce tuonate contro l'Unione europea “colpevole” di aver applicato a più riprese sanzioni in seguito alle contestate elezioni presidenziali del 2020 che hanno decretato la vittoria dell'“ultimo dittatore d'Europa” – ormai al potere da 27 anni – alla successiva persecuzione degli oppositori politici e al dirottamento forzato di un volo della compagnia di linea Ryanair su cui viaggiavano un giornalista non gradito al regime e la sua fidanzata.

Un vero e proprio annuncio c'era stato all'indomani dell'atterraggio “di emergenza” del Boeing 737 a Minsk e dell'arresto di Roman Protasevich e Sofia Sapega che aveva provocato sconcerto generale tra i leader europei e in tutto il mondo.

«Risponderemo con fermezza a qualsiasi sanzione, attacco e provocazione. Non perché vogliamo causare una rissa nel cuore del continente. Non è quello che vogliamo. È che ne abbiamo abbastanza e voi in Occidente non ci date altra scelta», aveva dichiarato Lukashenko in un lungo discorso pronunciato il 26 maggio davanti al parlamento.

«Ci siamo impegnati a bloccare migranti e traffico di droga, adesso sarete voi ad occuparvene», aveva poi aggiunto, lasciando pochi dubbi su quale fosse il suo disegno: utilizzare i migranti come strumento di ricatto.

Non sarebbe la prima volta. Lo ha fatto il presidente turco Erdogan nel 2015 – e continua a farlo – minacciando di mettere i rifugiati fuggiti dalla Siria “sugli autobus” e di inondare l'Europa di migranti se il blocco non avesse pagato miliardi di euro in aiuti finanziari. Nel disperato tentativo di porre fine a una crisi che ha visto 1,3 milioni di persone richiedere asilo in Europa nel 2015, l'Europa scelse di pagare – come ricorda Anthony Faiola su Washington Post – esternalizzando di fatto la gestione dei rifugiati a un leader autocratico con un record tutt'altro che brillante in materia di diritti umani. Due anni più tardi lo ha fatto il governo italiano con la Libia.

Ma nonostante le intimidazioni del despota bielorusso le sanzioni sono arrivate: dopo quelle imposte in tre tornate a quasi sessanta funzionari bielorussi, tra cui Lukashenko e suo figlio Victor, il 24 giugno l'Unione europea ha approvato provvedimenti duri tra cui il divieto di sorvolare lo spazio aereo dello Stato dell'Europa orientale e nuove misure economiche restrittive.

A quel punto Lukashenko ha alzato la posta aprendo le frontiere e concedendo visti “turistici” che permettono l'arrivo in Europa di migranti attraverso il confine che separa la Bielorussia da Lettonia, Lituania e Polonia.

In un articolo di BBC News funzionari della Lituania hanno raccontato di aver colto segnali preoccupanti già lo scorso marzo.

«Tutto è iniziato quando il governo bielorusso ha diffuso informazioni sulla semplificazione delle procedure per il rilascio di visti per i “turisti” provenienti dall'Iraq», ha raccontato il vice ministro degli Interni lituano, Kestutis Lancinskas.

A luglio e ad agosto 2021 le richieste di asilo in Lituania (dove la maggior parte dei profughi che ha attraversato la frontiera è attualmente reclusa in vari centri di detenzione dislocati nel paese) sono aumentate di 50 volte rispetto a tutto il 2020.

Chi arriva a Minsk è prevalentemente di nazionalità irachena, ma anche siriana, congolese, camerunense, afghana. Tutti con un unico obiettivo: raggiungere il capoluogo bielorusso per provare a entrare in Europa. Fino al 16 ottobre l'ingresso agevolato è stato consentito esclusivamente dallo scalo della capitale, dal giorno successivo una modifica apportata al decreto del 9 gennaio 2017 lo ha permesso anche in altri cinque aeroporti sparsi nel paese.

Da quando ad agosto, in seguito alle pressioni dell'Ue, l'Iraq ha sospeso i voli diretti da Baghdad, i migranti fanno scalo in Egitto, negli Emirati Arabi Uniti, in Libano, in Turchia, in Ucraina – secondo quanto riferito da agenzie di viaggio locali – imbarcandosi su aerei che partono da tre città del Kurdistan iracheno: Erbil, Shiladze e Sulaymaniyah.

Stanislaw Zaryn, portavoce dei servizi di intelligence polacchi, ha spiegato che se inizialmente il presidente bielorusso ha privilegiato nella rotta migratoria da lui controllata l'arrivo in Lettonia e Lituania, nell'ultimo mese la principale destinazione è diventata la Polonia.

Il viaggio di Idris

Idris, siriano, scappato dalla guerra che affligge il paese ormai da più di dieci anni, è partito da Erbil, insieme a suo cugino, Jamil, e la moglie, Roshin, e a un amico, Zozan, il 25 settembre. Ha lasciato la moglie e due figlie gemelle a Kobane, promettendo che se ce l'avesse fatta avrebbe trovato il modo di riunire la famiglia.

Da quando ha saputo che ci sarebbe stata la possibilità di arrivare in Bielorussia e successivamente di attraversare il confine per arrivare in Europa ha preso in considerazione l'idea di abbandonare la Siria.

BBC News ha seguito il suo viaggio rimanendo in contatto con lui lungo tutto il tragitto.

Per organizzarlo Idris si è rivolto a un'agenzia che gli ha confermato l'ingresso nel paese bielorusso e gli ha prenotato volo e soggiorno. Il “pacchetto” gli è costato circa 4.300 euro.

Il passaggio successivo, per tentare di arrivare in Europa, è entrare in contatto con un trafficante che ti aiuti a raggiungere il confine e ad attraversarlo. Se ti accordi prima della partenza ti costa dagli 8.000 ai 10.500 euro. Il prezzo si abbassa se ti organizzi sul posto. Idris e il suo gruppo lo hanno fatto prima di lasciare l'Iraq concordando con i trafficanti che sarebbero stati aiutati ad arrivare prima in Polonia e poi in Germania.

Jouwan (nome di fantasia) è un trafficante. Ha organizzato viaggi tra Turchia e Grecia durante la crisi migratoria del 2015. Sa che quello per arrivare in Europa è del tutto imprevedibile.

«Attraversi boschi che non conosci, in un paese straniero dove ti aspettano per derubarti, la mafia ti osserva, ci sono animali selvatici e fiumi e paludi da attraversare. Nonostante l'aiuto del GPS è comunque un salto nel buio».

Intervistato da BBC News alla domanda sul ruolo delle autorità bielorusse in questa operazione, Jouwan risponde senza esitare: «Facilitano le operazioni aiutando le persone».

All'arrivo a Minsk la città è gremita di migranti che si sono organizzati per intraprendere lo stesso viaggio verso l'Europa. Molti avevano letto annunci sui social che invitavano gli iracheni a visitare la Bielorussia a prezzi speciali.

Alcuni, come Idris, soggiornano in uno degli alberghi pubblicizzati dalle agenzie, tra cui lo Sputnik Hotel, altri trascorrono qualche notte accampandosi dove possibile con un sacco a pelo.

Il primo tentativo di Idris e compagni di raggiungere la Polonia non va a buon fine. Il gruppo aveva lasciato Minsk troppo tardi e non era riuscito a incontrare il trafficante che lo avrebbe condotto al confine. Ha dovuto alloggiare in un altro albergo, sostenendo spese non previste, incluso il noleggio di due auto private, pagando 350 euro a testa.

Il secondo tentativo si conclude con un altro fallimento. Dopo essere stati fermati dalla polizia bielorussa e aver avuto una discussione molto accesa i quattro, ai quali erano stati requisiti i passaporti, sono stati riportati allo Sputnik Hotel, a Minsk.

Tornati in albergo, Idris e compagni hanno pagato gli autisti che li avevano riaccompagnati affinché recuperassero i passaporti dalla polizia. Nel frattempo, però, i visti erano scaduti per cui è stato necessario spostarsi in un appartamento privato.

Dopo undici giorni dall'arrivo a Minsk, un terzo tentativo si conclude positivamente. Passata la mezzanotte arrivano a Brest Litovsk, nell'estremo sud-ovest della Bielorussia, ma vengono fermati da alcuni soldati bielorussi. Trascorso qualche minuto un'auto blindata li conduce su un camion militare, dove si uniscono a 50 altri migranti rannicchiati all'interno.

A qualche chilometro di distanza il camion si ferma per assicurarsi che la strada per il confine polacco sia libera. Un soldato scorta tutto il gruppo per circa 200 metri mostrando poi la strada per la Polonia.

Secondo il racconto di Idris il militare avrebbe tagliato la recinzione al confine per facilitare il passaggio. Altre testimonianze raccolte di altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza confermeranno quest'operazione.

Divisi in gruppi più piccoli, muniti di GPS che li avrebbe guidati fino in Polonia, i migranti si sono addentrati nella foresta.

Dal punto in cui sono stati lasciati la distanza da percorrere a piedi è di circa 20 chilometri e il cammino tutt'altro che semplice. Per due giorni attraversano paludi e una vegetazione molto fitta che li sfinisce. La caduta di Idris in un fosso e i danni riportati a una gamba rallentano il passo di tutti. Senza cibo, senza acqua, patendo il freddo senza poter accendere il fuoco per riscaldarsi per paura di essere presi e rispediti indietro o trattenuti in detenzione, i quattro rasentano la disperazione.

Il 9 ottobre il gruppo giunge a destinazione nei pressi della città polacca di Milejczyce, dove ad attenderli c'è un'auto che li porta in Germania. È lì che si separano. Jamil e Roshin proseguono il viaggio a Francoforte, Zozan si dirige in Danimarca dove incontrerà la fidanzata.

Idris continua verso i Paesi Bassi. È là che vuole chiedere asilo. Ha sentito dire che se gli verrà concesso le leggi olandesi sul ricongiungimento familiare gli permetteranno di unirsi a sua moglie e alle sue due figlie. Ci vorrà tempo. Un anno o due. Ma ce l'ha fatta. Per altri non è andata così. Si contano, finora, almeno undici vittime al confine, soprattutto giovani, tra cui un ragazzino curdo di 14 anni morto per assideramento, uno iracheno di 16 che stava cercando di realizzare il suo sogno di arrivare in Europa con la famiglia, uno di nazionalità siriana di 19 e un altro suo connazionale di 24.

L'arrivo del gelo, con temperature notturne che scendono notevolmente al di sotto dello 0, ha peggiorato una situazione già al limite. Genitori stremati, bambini malnutriti, persone accampate in condizioni disumane che rischiano la vita perché si ammalano, che temono di essere scoperte e rispedite indietro, percosse e maltrattate. È una tragedia umanitaria.

La situazione al confine con Lettonia, Lituania e Polonia

Al confine tra Lituania e Bielorussia la polizia di frontiera lituana ha registrato, nelle ultime settimane, centinaia di tentativi illegali di entrare nel paese. Dall'inizio dell'anno, più di 4.000 persone sono entrate illegalmente in Lituania dalla Bielorussia. Più di 6.000 sono state respinte dai funzionari di frontiera.

Secondo Andrzej Pukszto, politologo dell'Università di Kaunas in Lituania, c'è un consenso politico trasversale sulla responsabilità di Lukashenko ma non sugli aiuti che il paese dovrebbe offrire a coloro che cercano di attraversare il confine, a causa dell'alta percentuale di cittadini lituani che vivono in condizioni di povertà (circa il 20% nel 2020).

«Ecco perché c'è un acceso dibattito su quanti migranti e rifugiati il paese può accogliere», ha spiegato Pukszto a Deutsche Welle aggiungendo che, ciononostante, non ci sono state grandi proteste in Lituania. La scorsa settimana il paese ha dichiarato lo stato di emergenza.

Juris Rozenvalds, sociologo dell'Università della Lettonia a Riga, ha affermato che la situazione è simile in Lettonia, sottolineando il sostegno unanime in parlamento alla decisione di imporre lo stato di emergenza al confine con la Bielorussia ad agosto.

A metà dell'estate scorsa erano almeno 400 i rifugiati che avevano attraversato il confine. «Negli ultimi mesi, 60 persone, principalmente donne e bambini, sono state accolte per motivi umanitari», ha proseguito.

Il politico lettone Boris Tsilevich, presidente della Commissione per l'elezione dei giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha raccontato quanto sia difficile il lavoro di bilanciamento compiuto dal governo che se da un lato blocca i tentativi illegali di entrare nel paese, dall'altro adempie agli obblighi internazionali per difendere i diritti umani.

 

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In Polonia la situazione è più grave.

Tutti i partiti sono d'accordo sul fatto che la colpa di quanto stia avvenendo sia da attribuire a Lukashenko, ma non sull'approccio da adottare. Molti politici dell'opposizione non capiscono il rifiuto del governo di accettare l'aiuto dell'Unione europea per rendere sicure le frontiere.

Per gestire la situazione la Polonia ha infatti rafforzato le truppe al confine rinunciando al sostegno di Frontex (l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), che invece Lettonia e Lituania hanno accettato.

Il timore è che il governo Morawiecki stia sfruttando la vicenda per motivi politici, rifiutando l'aiuto dell'Ue per mostrare e affermare la propria autonomia anche agli occhi dell'opinione pubblica e per continuare a effettuare respingimenti alla frontiera in violazione delle norme internazionali.

Da quando il partito di destra Diritto e Giustizia governa il paese dal 2015, infatti, ha mantenuto e rafforzato una pericolosa linea anti-immigrazione.

Il 14 ottobre scorso il parlamento polacco ha approvato una serie di provvedimenti tra cui un emendamento che autorizza i respingimenti al confine e permette di rigettare le domande di asilo dei migranti che entrano illegalmente nel paese a meno che non arrivino da uno Stato in cui la loro vita e libertà siano messe in pericolo.

Con la nuova legge, un cittadino straniero che attraversa il confine polacco illegalmente viene obbligato a lasciare immediatamente il paese dove non potrà più entrare per un periodo di tempo variabile “tra sei mesi e tre anni”. La decisione può essere presa dal Capo della guardia di frontiera locale e l'ordinanza può essere impugnata dal Comandante della guardia di frontiera, ma ciò non ne sospende l'esecuzione.

Per risolvere, a suo modo, in maniera definitiva il problema al confine con la Bielorussia lo scorso 29 ottobre il parlamento polacco ha votato a favore della costruzione di un muro alto cinque metri e mezzo e lungo circa 180 chilometri (come la recinzione temporanea attualmente innalzata) che costerà 353 milioni di euro e che non dovrebbe essere eretto prima della primavera. Non è chiaro chi sarà a finanziarlo.

A inizio settembre, inoltre, il governo ha proclamato lo stato di emergenza che impedisce non solo l'accesso alla zona forestale di tre chilometri dove si trovano i profughi al confine con la Bielorussia ma anche la diffusione di notizie su tutto quello che accade in quell'area. La misura che scadrà il prossimo 2 dicembre non potrà essere più prorogata per motivi costituzionali. L'alternativa sarebbe l'imposizione della legge marziale che il primo ministro Morawiecki ha escluso.

Ciò che invece il governo considera come possibile è un'escalation “armata”.

La polizia di frontiera polacca stima che il numero di persone che si trovano oggi al confine tra Polonia e Bielorussia sia tra 3.000 e 4.000 e in costante aumento (circa 100 persone in più al giorno).

Una folla di disperati che non ha possibilità di entrare in Europa, né di tornare in Bielorussia. Respinta da una parte e dall'altra. Bloccata in un limbo in cui non può essere assistita né ricevere approvvigionamenti e cure da agenzie umanitarie, associazioni, medici volontari a cui è vietato l'accesso all'area di esclusione come ai giornalisti. Dove l'umanità non può e non deve esistere.

Alcune ONG ma anche singoli e gruppi cercano di aiutare chi riesce a oltrepassare questo lembo di terra, con i migranti che rischiano di essere catturati dalle guardie di frontiera e di essere respinti in territorio bielorusso senza alcuna garanzia di sicurezza.

Ai tentativi di entrare in Polonia la polizia di frontiera di Kuznica ha anche reagito lanciando gas lacrimogeni e utilizzando cannoni ad acqua per disperdere i migranti che, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa, avevano lanciato sassi e altri oggetti. Per gli agenti polacchi ai migranti radunati al valico di frontiera, sul lato bielorusso, si sarebbero recentemente uniti nuovi gruppi per preparare un tentativo di attraversare il confine con la forza sotto la supervisione delle forze bielorusse.

«L'uso della forza [da parte della Polonia] è completamente ingiustificato perché ci sono procedure legali che avrebbero dovuto essere utilizzate fin dall'inizio», ha dichiarato ad Al Jazeera Marta Szymanderska di Grupa Granica, una coalizione di ONG particolarmente attiva nell'aiuto e nel sostegno ai migranti al confine. «Le azioni intraprese dalle forze polacche non solo sono illegali ma anche disumane», ha proseguito.

La Polonia è accusata da più parti di respingere i migranti e di intraprendere azioni e politiche poco trasparenti contravvenendo alle norme internazionali in materia di asilo come evidenziato dall'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, da Amnesty International (che già a settembre aveva denunciato e documentato attraverso l’analisi di immagini satellitari, video e fotografie e una ricostruzione tridimensionale, come un gruppo di 32 rifugiati afghani che avevano presentato richiesta d'asilo al confine, in territorio polacco, fosse stato obbligato a un ritorno forzato illegale in Bielorussia), nonché dalla Corte europea dei diritti dell'uomo il 25 agosto e il 28 settembre (sempre sul caso dei 32 rifugiati afghani).

L'allarme di quanto stesse accadendo al confine tra Bielorussia e Polonia è stato dato all'inizio della scorsa settimana dal portavoce Stanislaw Zaryn che ha pubblicato una serie di tweet con video che mostravano centinaia di persone dirette a piedi in Polonia. Zaryn ha inoltre incolpato le forze bielorusse di spingere i migranti ad attraversare il confine.

Nel corso di una sessione speciale del Parlamento polacco il primo ministro conservatore Mateusz Morawiecki ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di essere l'artefice di quanto sta succedendo.

«Questo attacco che Lukashenko sta conducendo ha la sua mente a Mosca, la mente è il presidente Putin», ha detto, accusando il leader russo e quello bielorusso di cercare di destabilizzare l'Unione europea.

Morawiecki ha descritto la situazione come “un nuovo tipo di guerra in cui le persone vengono utilizzate come scudi umani” e ha affermato che la Polonia è alle prese con una “rappresentazione teatrale” progettata per creare il caos nell'Ue.

Il presidente Putin ha più volte precisato pubblicamente di “non avere nulla a che fare” con quanto sta accadendo. «Voglio che sia chiaro a tutti. Non abbiamo assolutamente nulla a che fare con tutto questo. Tutti stanno cercando di attribuirci la responsabilità con o senza motivo», ha ribadito in un'intervista rilasciata all'emittente statale Russia 24.

Per il ministro dell'Interno polacco, Mariusz Kamiński, non si tratta di un'emergenza umanitaria ma di una migrazione di massa perché “le persone che attraversano il confine non sono in pericolo di vita in Bielorussia. Sono state spinte dal regime di Lukashenko e vengono usate come armi per motivi politici”, come ha dichiarato in una conferenza stampa, aggiungendo che la Polonia “concede protezione internazionale a persone la cui vita e salute sono a rischio, come accaduto con i bielorussi perseguitati dal regime di Lukashenko e i circa 1.300 rifugiati arrivati dall'Afghanistan”.

Ed è proprio da quando la Polonia ha accolto dissidenti del regime di Lukashenko in fuga che le relazioni diplomatiche tra i due paesi sono peggiorate.

Se da una parte la Polonia accusa la Bielorussia di aver spinto migliaia di persone, provenienti principalmente dai paesi del Medio Oriente, a entrare nei paesi dell'Ue, dall'altra il governo del presidente Lukashenko ha negato le accuse etichettandole come “ingiustificate e prive di fondamento”, affermando che Varsavia sta deliberatamente aumentando le tensioni inviando migliaia di soldati al confine e respingendo i migranti che arrivano in Bielorussia legalmente.

Ue, Stati Uniti e NATO hanno accusato la Bielorussia di aver messo in atto un “attacco ibrido” contro i paesi dell'Unione europea. A ribadirlo, al termine di un incontro alla Casa Bianca con il presidente degli Stati Uniti avvenuto il 10 novembre, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che ha annunciato di aver concordato con Biden l'applicazione di potenziali sanzioni nei confronti di compagnie aeree di paesi terzi che facilitano il traffico di esseri umani verso la Bielorussia e l'adozione di ulteriori provvedimenti contro il paese dell'Europa dell'est.

«È importante che Lukashenko capisca che il comportamento [del regime] ha un prezzo», ha detto von der Leyen.

Anche la Germania ha chiesto ulteriori sanzioni contro il regime del dittatore bielorusso. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha affermato che il presidente Lukashenko sta “sfruttando senza scrupoli” i migranti spingendoli nell'area di confine.

Di aiuti umanitari e della situazione che si è creata alla frontiera tra Bielorussia e Polonia hanno discusso in una telefonata la cancelliera tedesca Angela Merkel e Lukashenko, secondo quanto riferito da un portavoce del governo tedesco.

“La cancelliera e il signor Lukashenko hanno parlato della difficile situazione al confine tra Bielorussia e Unione europea, in particolare della necessità di aiuti umanitari per i rifugiati e i migranti”, ha specificato in una nota il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert.

“Merkel e Lukashenko continueranno a scambiarsi opinioni su questi temi”, ha aggiunto.

I colloqui sono i primi tra il presidente bielorusso e un capo di governo occidentale dopo le elezioni presidenziali in Bielorussia dell'agosto 2020.

Intanto Lukashenko ha già fatto sapere che qualora siano applicate ulteriori sanzioni, la Bielorussia risponderà interrompendo le forniture di gas verso l'Europa ma Putin ha prontamente replicato dicendo che una mossa del genere rischia di compromettere i legami tra Minsk e Mosca.

Un accordo su un quinto pacchetto di sanzioni che colpirà “persone ed entità che organizzano o contribuiscono alle attività del regime di Lukashenko volte a facilitare l'attraversamento illegale delle frontiere esterne dell'UE” è stato raggiunto nel corso del Consiglio degli Affari Esteri che si è tenuto lunedì scorso. L'annuncio è stato dato ai giornalisti dall'Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell.

“La decisione odierna rispecchia la determinazione dell'Unione europea a opporsi alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Respingiamo questa pratica inumana e illegale. Al tempo stesso, continuiamo a sottolineare l'inaccettabile repressione che il regime sta conducendo nel paese contro la propria popolazione e risponderemo di conseguenza”, si legge nel comunicato stampa.

Venerdì 12 novembre la Turchia, dietro pressione dell'Unione europea, ha bloccato gli imbarchi di cittadini iracheni, siriani e yemeniti diretti in Bielorussia.

L'autorità turca per l'aviazione civile (SHGM) ha annunciato che la decisione è stata presa in risposta agli “attraversamenti illegali delle frontiere tra l'Unione europea e la Bielorussia”.

Sono ripresi i voli da Minsk a Baghdad (ancora bloccati sulla tratta inversa) per permettere a tutti i cittadini iracheni che vogliano rientrare nel proprio paese di potersi imbarcare.

Le iniziative della popolazione polacca

I racconti di chi si è stato al confine tra Bielorussia e Polonia non lasciano dubbi sulla violenza subita. Yousef (nome di fantasia), siriano, è stato picchiato dalle guardie di frontiera bielorusse prima di essere spinto sotto le recinzioni di filo spinato.

«Ci hanno picchiato, il mio amico si è rotto il naso, hanno preso soldi e passaporti. Hanno preso tutto», dice ad Al Jazeera.

Yousef ha cercato di tornare in Bielorussia tre volte, ma ogni volta è stato percosso con manganelli dalle guardie di frontiera bielorusse che gli hanno detto di tornare in Polonia.

Bloccato nella foresta e senza rifornimenti, ha bevuto l'acqua dei fiumi e mangiato tutto quello che riusciva a trovare sugli alberi. Dopo tre giorni trascorsi da solo ha incontrato un ragazzo siriano di 22 anni. Di notte i due si sono stretti l'uno all'altro per riscaldarsi a vicenda, di giorno camminavano senza sapere dove stessero andando. La polizia bielorussa, infatti, oltre al resto requisisce anche i cellulari per cui non si ha possibilità di potersi aiutare con il GPS.

Dopo cinque giorni nella foresta, i due uomini hanno incontrato due agenti di polizia polacchi che gli hanno permesso di chiamare i servizi di emergenza dopo aver spiegato che Yousef soffre di ipertensione.

Ricoverato in ospedale, la polizia ha cercato di interrogarlo ma i medici non lo hanno permesso a causa delle condizioni di salute. Yousef ha paura che lo rispediscano nella foresta.

Anche Mohammed, curdo iracheno, è stato ricoverato in ospedale. Anche lui è stato picchiato dalla polizia bielorussa. Racconta che come lui sono stati percossi anche donne e bambini. Ha cercato di entrare in Polonia sei volte, ma ogni volta è stato caricato su un'auto della polizia e riportato al confine bielorusso.

Sozan, curda irachena, è arrivata in Bielorussia col marito. Quello che più l'ha spaventata è stato l'uso dei cani da parte delle guardie bielorusse per minacciare e intimidire migranti e rifugiati.

La giovane venticinquenne è stata separata dal marito al confine e ora è in cura all'ospedale di Hajnówka, ma teme che le guardie di frontiera la riportino nell'area di esclusione.

«Quando ero lì, bevevo acqua sporca e non avevo niente da mangiare. Ero terrorizzata», dice. «Ho paura di tornarci. Preferirei morire».

Contro i respingimenti dei migranti e richiedenti asilo e la situazione che sono costretti a vivere nell'area di esclusione il 17 ottobre scorso migliaia di cittadini polacchi hanno manifestato a Varsavia mostrando cartelli e urlando slogan come “Stop alla tortura al confine”, “Nessuno è illegale” e “Quanti corpi giacciono nella foresta?”.

Per richiamare l'attenzione sulle basse temperature che le persone bloccate nella foresta sono costrette a sopportare alcuni manifestanti hanno sventolato striscioni di coperte termiche.

Raduni più piccoli si sono tenuti in altre città polacche, secondo quanto riportato dai media locali.

La settimana successiva a manifestare sono state le madri polacche.

Sotto lo striscione “Madri al confine” le dimostranti hanno invitato il governo polacco a revocare lo stato di emergenza per permettere agli operatori umanitari di aiutare i migranti.

«Non possiamo restare a guardare mentre i bambini trascorrono intere settimane nelle foreste fredde, umide e buie del territorio polacco, senza cibo, bevande e accesso a un riparo», hanno affermato gli organizzatori della protesta.

Anche le ex first lady polacche Jolanta Kwasniewska e Anna Komorowska si sono unite alla protesta di fronte al quartier generale della Guardia di frontiera a Michalowo, nella Polonia orientale.

«Respingiamo in particolare il trattamento disumano riservato ai bambini», ha detto Komorowska, moglie dell'ex presidente Bronislaw Komorowski, in carica dal 2010 al 2015.

Anche Danuta Walesa, moglie del premio Nobel per la pace Lech Walesa, ha sostenuto le richieste.

La prossima manifestazione di protesta si terrà il 20 novembre, nella Giornata internazionale dei diritti dei bambini e delle bambine, al confine. Perché non è possibile privare anche i più piccoli di cibo, acqua e accesso a cure mediche. Per chiedere che siano assistiti, anche giuridicamente, dalle organizzazioni umanitarie.

Con un appello rivolto agli abitanti di Dubicze Cerkiewne, nel nord-est della Polonia, l'avvocato Kamil Syller, ha chiesto di accendere una luce verde alle finestre delle proprie abitazioni. Si tratta di un segnale rivolto ai migranti per indicare che in quelle case potranno avere un pasto caldo, coperte, vestiti o ricaricare il cellulare e ricevere altre forniture di emergenza.

Secondo Syller, molti migranti per paura di essere rimandati in Bielorussia, non chiedono aiuto alla popolazione locale.

“Non ti aiuteremo a nasconderti o a proseguire il viaggio. Ti aiuteremo a sopravvivere - come gesto di solidarietà verso persone bisognose", si legge sulla pagina Facebook dell'iniziativa creata a ottobre. Syller ha anche criticato il governo polacco per il modo in cui ha gestito gli arrivi.

«Dobbiamo aiutare quelle persone che vagano o giacciono al freddo, affamate, a volte ferite, altre in fin di vita, nella foresta. La luce verde potrà aiutarli a superare la paura», ha detto al quotidiano polacco Wyborcza.

«Le autorità del nostro Paese, emanando leggi draconiane che presto entreranno in vigore e legalizzeranno i respingimenti, hanno messo in conto la morte dei rifugiati», ha spiegato Syller.

«Noi, abitanti della terra di confine, che vediamo il dramma e la sofferenza umana, non dobbiamo fare calcoli. Dobbiamo restare umani».

Immagine in anteprima via Karel Paták

 

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