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Il politicamente corretto: un falso mito creato dalla destra per attaccare la sinistra

26 Settembre 2020 9 min lettura

Il politicamente corretto: un falso mito creato dalla destra per attaccare la sinistra

9 min lettura

Tormentoni come “per colpa del politicamente corretto non si può dire nulla” o “dittatura del politicamente corretto” sono ormai una costante del dibattito pubblico, a livello internazionale, per denunciare una sorta di polizia morale della sinistra. In questa narrazione, chi sta dalla parte del “politicamente corretto” è spesso etichettato in modo negativo - “nazifemminista”, “buonista”, "radical chic” (meglio se "ipocrita"), "moralista", “talebano”. A queste etichette vanno aggiunte due ampiamente usate in Gran Bretagna e Stati Uniti, e che timidamente si stanno affacciando anche in Italia: “social justice warrior” e “woke”. Etichette, quest'ultime, che nella loro accezione dispregiativa sono peculiari.

La prima scimmiotta il concetto di giustizia sociale, per cui i SJW sarebbero degli zeloti in perenne lotta e polemica. La seconda etichetta è a tutti gli effetti un’appropriazione culturale: termine in voga nel gergo afroamericano, “stay woke” vuol dire “stare vigile” rispetto a temi sociali e all’antirazzismo, così come “woke” è colui che è attento su questi temi. Ora invece “woke” è spesso usato per indicare gli attivisti di sinistra, con accezione ironica o denigratoria, ed è quindi impugnato come arma retorica dalle classi dominanti - a maggioranza bianca. Giocano sullo svuotamento di senso e sul ribaltamento anche le metafore che, nel denunciare gli eccessi del "politicamente corretto", evocano violente oppressioni  - “linciaggio”, “caccia alle streghe”, “neomaccartismo”. La tendenza è di attribuirle a gruppi sociali che storicamente hanno magari subito quelle forme di oppressione ("basta con la caccia alle streghe del #metoo", dichiarava nel 2018 il regista austriaco Michael Haneke).

Anche da noi lo spauracchio del “politicamente corretto” si è insediato in pianta stabile, e c'è solo l'imbarazzo della scelta nel cercare esempi. “Signore e signori, ecco a voi i nuovi talebani. Ecco a voi la civiltà del politicamente corretto”: così Giorgia Meloni commenta nel giugno scorso l’imbrattatura della statua di Indro Montanelli. Mentre Carlo Verdone ad agosto sbotta contro il "politicamente corretto" al Piccolo Cinema America a Trastevere: “sta diventando una patologia”. “E ora quale sarà la prossima censura?” domanda il Corriere in un articolo a firma di Pierluigi Battista, dove il giornalista, a mo di prefica liberale, si strugge appresso alla salma della libera espressione artistica, uccisa dal “politicamente corretto” lungo la strada che porta alla notte degli Oscar:

Prima dell’epidemia di stupidità, se ci avessero detto che per vincere gli Oscar occorresse obbedire a grottesche norme sovietiche decretando così il trionfo dell’oscurantismo del politicamente corretto, avremmo detto: ma no, figurati, mica siamo così scemi, e invece è successo, e poveri registi che si affanneranno per inserire nei copioni qualche concessione a un meccanismo tanto stupido, arrogantemente stupido.

Per ripercorrere la storia dell’espressione “politicamente corretto” (politically correct/political correctness in inglese), così come abbiamo imparato a conoscerla, bisogna andare negli Stati Uniti, intorno agli anni ‘80. Come spiegato dalla giornalista Nesrine Malik nel libro We need new stories, è in quel periodo che importanti think tank di destra - come il Cato Institute o l’Heritage Foundation - si adoperano per diffondere un’idea ben precisa: il “politicamente corretto” rappresenta un pericolo per la libertà di espressione, pericolo proveniente in particolare dai campus universitari, dai dipartimenti intrisi di marxismo. Scrive Malik:

Il mito di un politicamente corretto che sacrifica il libero pensiero per uniformarlo all'eccessiva sensibilità verso il genere, la razza e l'orientamento sessuale è il più vecchio e certificato dei miti politici contemporanei [...]. Lo scopo di questo mito è di minare ogni sforzo di cambiamento, presentandolo come un sabotaggio, un attacco a una società che è fondamentalmente sana e non ha bisogno di essere riformata.

Le premesse per questo tipo di propaganda sono in parte storiche: del resto i miti hanno bisogno di quella modica quantità di realtà bastevole a renderli credibili, la scintilla che accende il fuoco attorno cui sederci per ascoltare i solerti narratori. Sono cruciali i decenni successivi alle grandi conquiste in USA dei movimenti per i diritti civili degli anni ‘60 - tra cui l’abolizione del segregazionismo con il Civil rights act (1964). Le università nel tempo hanno iniziato a rispecchiare i cambiamenti sociali avviati da quella stagione, perciò hanno trovato spazio e diffusione ambiti come gli studi di genere, gli studi post-coloniali o una maggiore attenzione per gli afroamericani. Di conseguenza, alcune università si sono dotate di codici di regolamentazione per tutelare i gruppi marginalizzati, all'interno di campus sempre più compositi. La stessa nozione di safe space, spazi sicuri in cui una persona o un gruppo sociale può esprimersi senza correre rischi di discriminazione o comportamenti molesti, non è un'invenzione delle università, ma proviene dai movimenti femministi degli anni ‘60 e dalle comunità LGBTQ+.

Secondo quanto ricostruito dal linguista Federico Faloppa, docente all’Università di Reading, è il 1990 l’anno di svolta in cui le occorrenze negative del “politicamente corretto” subiscono negli Stati Uniti una significativa impennata, divenendo poi un mito da esportazione. Prima di allora l’espressione era perlopiù usata all’interno dei gruppi politici di sinistra come forma scherzosa. O, in modo molto marginale, era stata usato come slogan da alcuni attivisti nel promuovere la richiesta di un linguaggio più inclusivo. Dopo quel periodo, invece, diventa un'etichettatura negativa applicata dall'esterno alla sinistra - radicale o moderata poco importa.

Un importante spartiacque di quell’anno, rileva Faloppa, è rappresentato dall’articolo The rising hegemony of the politically correct di Richard Bernstein, apparso sul New York Times il 28 ottobre 1990 (cui fa eco il numero di dicembre di Newsweek, dedicato alla “polizia del pensiero” e al rischio di un “neomaccartismo”). Nell'articolo il “politicamente corretto” evoca una sorta di polizia dei diritti civili. Scrive Bernstein:

Centrale al politicamente corretto, che ha le sue radici nel radicalismo degli anni ‘60, è la visione secondo cui la civiltà Occidentale sia stata dominata per secoli da quella che di solito è chiamata “la struttura di potere del maschio bianco” o “egemonia patriarcale”. Una credenza collegata è che chiunque tranne il maschio bianco eterosessuale abbia sofferto una qualche forma di repressione, e abbia visto marginalizzata la propria cultura di appartenenza o si sia vista sbarrata la possibilità di celebrare quella che comunemente è chiamata “alterità”.

Letto col senno di poi, l’articolo di Bernstein è interessante perché mostra meccanismi ancora attuali - aggiungete una tirata contro il web giacobino e sembrerà l’editoriale di un sedicente moderato dei giorni nostri. Questi meccanismi sono ben analizzati nel già citato We need new stories di Nesrine Malik; ricorrono anche in altri falsi miti, a uso e consumo di chi intossica il dibattito pubblico per interesse politico, ricerca di visibilità o semplice sciatteria - i miti permettono una facile e rapida produzione di notizie acchiappaclic. Appartengono alla medesima galassia del “politicamente corretto” i miti sulla raggiunta uguaglianza di genere, o quelli sulla crisi della libertà di espressione - usati per veicolare contenuti discriminatori. Secondo Malik, la costruzione mediatica intreccia vari fili: etichetta aspetti linguistici o del discorso pubblico, inserisce dettagli reali di una storia in cornici falsificanti e, quando proprio non basta il sensazionalismo, inventa di sana pianta.

Durante le proteste di Black Lives Matter di questa estate, per esempio, un filone di notizie, parallelo alle proteste ufficiali, ha riguardato le più improbabili rivendicazioni - tra cui quella di cambiare la regola degli scacchi che dà al bianco il vantaggio della prima mossa, perché razzista. Molto spesso si è trattato di polemiche innescate da una manciata di account Twitter con meno di cento follower, o petizioni promosse dal Mr nessuno di turno. Istanze che acquistavano visibilità in virtù della copertura mediatica fornita dai media mainstream, offrendo così un trampolino per diventare virali. Nel complesso hanno contribuito a deviare il dibattito dalle ragioni della protesta verso polemiche frivole, facendo magari pensare “eh, il razzismo è una cosa brutta, però così si esagera!”.

La deviazione è all’opera anche quando si vuol far passare un messaggio di per sé discutibile. Invocare il “politicamente corretto” come un nemico che adombra la possibilità stessa di esprimere un messaggio, sposta il focus da quel messaggio alla libertà di espressione. Così Libero può sbattere in faccia al lettore fin dal titolo un insulto razzista perché chi non usa quel termine “è soltanto un ipocrita”: “Adesso è il politicamente corretto a determinare una distinzione manichea tra ciò che è ammesso proferire e ciò che è severamente vietato pronunciare, pena lo stigma (a vita) di intollerante.” Mica vogliamo urtare la sensibilità dell’autore, lederne la dignità di essere umano, la libertà di espressione, impedendogli di cantare a squarciagola I Watussi, no?

Il continuo rumore di fondo di queste deviazioni plasma nel tempo ciò che consideriamo notizia, la prospettiva da cui lanciamo il primo sguardo verso fenomeni complessi - per non parlare dell'ansiogeno clima di allarme. In questi mesi siamo stati puntualmente informati ogni qual volta una piattaforma di streaming ha rimosso specifici episodi di una serie televisive in cui compariva la blackface. Si è trattato di autocensura imposta dal “politicamente corretto” di Black Lives Matter? O sono stati gli effetti della “cancel culture”, un altro tormentone che ormai sembra diventato l’evoluzione del “politicamente corretto”? Eppure la stessa Netflix che si dà una passata di vernice progressista togliendo blackface dal proprio palinsesto, in Turchia si mostra ultraconservatrice per compiacere il governo, e cancella una serie dove appare un personaggio gay. Quest’ultimo è forse un caso di “politicamente corretto” (o “cancel culture”) di destra? Dobbiamo nel complesso considerare Netflix democristiana, o dissociata?

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È ovvio che se restiamo nel regno della pura rappresentazione, e non dei rapporti di forze effettivi, dei conflitti economici e politici, di ciò che avviene dietro le cineprese o prima dei feed su Twitter, perdiamo pezzi importanti del quadro complessivo. L’attore Jeremy Tardy, che recita in Dear white people, serie fortemente caratterizzata da tematiche antirazziste, di recente ha denunciato su Twitter le discriminazioni razziali della casa produttrice, la Lionsgate. La sua denuncia è un caso di “ipocrisia del politicamente corretto” (una serie antirazzista che discrimina gli attori neri!) o è piuttosto un esempio di razzismo sistemico nell'industria dell'intrattenimento, che passa inosservato perché la sua consistenza incontra dei palati ormai abituati a una dieta mediatica a base di fuffa?

Abbiamo finora parlato di miti, e a seguire di narrazioni che producono caos informativo, proprio perché si tratta di dispositivi retorici sovrapponibili a contesti socio-culturali tra loro diversi - dagli Stati Uniti all’Europa, passando per Canada e Australia - e che nella sovrapposizione enfatica deformano il rapporto tra quei contesti, il nostro sguardo e le possibilità di capire e interpretare. Prendiamo proprio le università americane, quei campus dove ormai, pare, imperversano i nuovi estremisti. La Foundation for Individual Rights of Education tiene un database aggiornato dove cataloga le contestazioni per inviti a relatori considerati controversi. In questo database tiene conto sia dell’orientamento politico delle contestazioni (sinistra, destra, o di altra natura - ad esempio per conflitti di interessi) sia dell’esito. Nel 2020, finora, ci sono state 13 contestazioni, di cui 11 provenienti dalla sinistra: di queste, 5 si sono concluse col ritiro dell’invito. Nel 2019, invece, le contestazioni sono state 39: 19 sono state promosse da gruppi di sinistra, e in 11 casi hanno provocato il ritiro dell’invito.

Sono numeri e casi da regime antidemocratico o danno l’idea che le università siano dei luoghi dove, semplicemente, avvengono conflitti politici ad ampio spettro? Fermo restando che, circa i pericoli per la democrazia, ci sarebbe da star zitti per decenza, pensando alle proteste studentesche di Hong Kong, alle repressioni degli studenti in India o, ancora in Turchia, alla censura e alle persecuzioni governative verso il mondo accademico. Che lessico va usato in questi casi, avendo esaurito le denunce antidemocratiche per i campus americani?

Per uscire da questo intreccio di miti e continue iperboli totalitarie, se davvero si vuole accogliere la sfida di linguaggi e politiche inclusive, dei contrasti che fisiologicamente possono sorgere, bisogna guardare all’origine di cosa consideriamo libertà di espressione. Di come concepiamo dialogo e comunicazione. Perché l’idea di “dittatura del politicamente corretto”, al di là dei risvolti più ansiogeni e narcisisti, o delle pure strumentalizzazioni, si poggia su due principi. Il primo è che i dibattiti, come il mercato, sono regolati da una mano invisibile che porta naturalmente all’equilibrio (spoiler: non è vero in nessuno dei due casi). Il secondo è che la comunicazione riguarda prima di tutto l’emittente, il suo diritto a fare ciò che vuole a prescindere, e che quindi anche una semplice critica rappresenti un ostacolo, e non la reazione del destinatario - ossia la sua libertà di espressione.

Eppure dal Socrate dei dialoghi platonici alla comunicazione maieutica di Danilo Dolci abbiamo esempi fondamentali di come l’ascolto sia importante tanto quanto la parola proferita. Sedersi a un tavolo - fisico o digitale - per sfidare, attaccare, "asfaltare" l'avversario, vedere il dibattito come un duello non sono dati di fatto, impliciti assoluti della comunicazione tra esseri umani, ma scelte culturali tutt'altro che neutre. Una possibilità tra le tante. La stessa composizione di quel tavolo incide a monte sulla natura del dibattito che ne seguirà - così come chi scegliamo di escludere, e perché. Solitamente chi professa una libertà di parola assoluta sceglie di ignorare questi aspetti, vuoi per lusso o cecità selettiva (è assai ristretto il numero dei pensatori davvero radicali, ben più ampio e agguerrito l'esercito dei ciarlatani e degli opportunisti). E, statene certi, mentre magari cita il falso Voltaire che darebbe la vita perché il suo avversario possa esprimere un’opinione non condivisa, sul piatto della bilancia non mette nemmeno mezza falange.

Immagine in anteprima via Restitutum Pontificale Romanorum

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