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Plastic tax: cosa prevede, le criticità, i metodi per un riciclo totale e come funziona in Europa

15 Novembre 2019 19 min lettura

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Plastic tax: cosa prevede, le criticità, i metodi per un riciclo totale e come funziona in Europa

18 min lettura

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

La plastic tax – una delle misure previste nella legge di Bilancio 2020 – ha fatto discutere gli stessi partiti che formano la maggioranza che sostiene il governo Conte II. Se da una parte Italia Viva si è detto contrario, dall'altra il Movimento 5 Stelle ha difeso il provvedimento. L'imposta è contrastata dall'opposizione e dalle imprese di settore che affermano che non avrà gli effetti ambientali previsti ma si tratterà solo di fare cassa, con possibili conseguenze negative sulla filiera e sui consumatori. Legambiente, invece, ha parlato di una norma sacrosanta ma ha dichiarato anche che dovrà essere migliorata e ampliata.

Il governo ha risposto che nel suo iter in Parlamento la misura verrà «migliorata e riformulata in modo da evitare che abbia effetti negativi su una filiera produttiva molto importante».

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In attesa di capire come cambierà il provvedimento e i suoi possibili risvolti, abbiamo analizzato cosa prevede, qual è il dibattito intorno alla plastic tax. Abbiamo anche visto come funziona in Europa la tassazione sulla plastica, quali sono le criticità delle norme adottate e i possibili metodi per ridurne l'utilizzo e arrivare a un riciclo totale.

Cosa prevede la "plastic tax"

Il governo Conte II con l'articolo 79, contenuto nel disegno di legge "Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020", prevede un'imposta sul consumo dei manufatti in plastica con singolo impiego (i cosiddetti MACSI) che hanno una funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari. La relazione illustrativa del disegno di legge specifica che i MACSI che vi rientrano sono realizzati "anche in forma di fogli, pellicole o strisce, con l'impiego, anche parziale, di materie plastiche, costituite da polimeri organici di origine sintetica e non sono ideati, progettati o immessi sul mercato per compiere più trasferimenti durante il loro ciclo di vita o per essere riutilizzati per lo stesso scopo per il quale sono stati ideati".

Nella relazione si chiarisce che, a solo titolo esemplificativo, tra i prodotti soggetti all'imposta, ci sono "le bottiglie, le buste e le vaschette per alimenti in polietilene, i contenitori in tetrapak utilizzati per diversi prodotti alimentari liquidi (latte, bibite, vini, ecc.) nonché i contenitori per detersivi realizzati in materiali plastici. Tra i manufatti utilizzati per la protezione o la consegna delle merci quali elettrodomestici, apparecchiature informatiche, ecc., invece, rientrano, tra l’altro, gli imballaggi in polistirolo espanso, i rotoli in plastica pluriball e le pellicole e film in plastica estensibili". Il comma 2 dell'articolo 79 stabilisce inoltre che sono considerati MACSI anche i prodotti semi lavorati – con materiale plastici – "impiegati nella produzione dei medesimi MACSI nonché quei dispositivi che consentono la chiusura (es. tappi), la commercializzazione o la presentazione (etichette) di MACSI o dei manufatti costituiti interamente da materiali diversi (es. vetro) da quelli di cui sono composti i MACSI".

Le taniche e i secchi con un uso duraturo e i contenitori utilizzati per la custodia di oggetti vari non rientrano invece nella categoria dei manufatti monouso. Dall'imposta sono esclusi anche i manufatti compostabili e le siringhe.

L'ammontare dell'imposta è stata stabilita a 1 euro ogni chilogrammo di materia plastica contenuta nei MACSI. Secondo una stima provvisoria di Pagella politica l'effetto su una bottiglia da 1,5 litri di plastica sarà un aumento di prezzo in una forbice compresa tra i 2,5 e i 6 centesimi di euro (un rincaro tra il 5,5% e il 27%), a seconda della qualità dell’acqua. Lo Stato riconosce un credito di imposta del 10% delle spese sostenute, dal 1 gennaio al 31 dicembre 2020, a quelle imprese attive nel settore delle materie plastiche coinvolte dal provvedimento per l'adeguamento tecnologico finalizzato alla produzione di manufatti biodegradabili e compostabili. Questo sgravio avrà un importo massimo di 20 mila euro per ciascun beneficiario, con un limite complessivo di spesa per lo Stato di 30 milioni di euro. L’obbligo dell'imposta scatterà con la produzione o l'importazione di questi prodotti e sarà esigibile all’atto dell’immissione in consumo nel territorio nazionale. Non verrà invece applicata ai prodotti esportati. L'imposta sarà pagata dal fabbricante o dall’importatore del prodotto.

Secondo quanto si legge sempre nella relazione illustrativa, l'obiettivo del provvedimento è "un'inversione di tendenza nell'utilizzo comune dei prodotti di materiale plastico, promuovendo al contempo la progressiva riduzione della produzione e quindi del consumo di manufatti di plastica monouso".

Da questa imposta, il governo calcola di ottenere 1,1 miliardi di euro di risorse nel 2020, 1,8 miliardi nel 2021, 1,5 miliardi nel 2022 e 1,72 miliardi nel 2023. L'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) sottolinea che le stime del governo non incorporano "possibili riduzioni della produzione di imballaggi di plastica dovuti al disincentivo prodotto dalla norma, comportando probabilmente una sovrastima delle entrate previste per gli anni successivi al 2021". Queste maggiori entrate nei prossimi quattro anni, inoltre, sembrano dimostrare come alla fine questa imposta non avrà l'effetto sperato, cioè una riduzione dei prodotti inquinanti, scrive il Sole 24 Ore.

Il disegno di legge, ora, dovrà passare per il voto (e le possibile modifiche) di Camera e Senato. Per quanto riguarda l'applicazione, infine, dovrebbe essere attuata entro il prossimo febbraio con un provvedimento delle Agenzie Entrate-Dogane tramite cui si stabiliranno diversi aspetti, come le modalità di versamento.

Il dibattito intorno alla misura

In Italia il settore della fabbricazione di imballaggi in materie plastiche, ha ricostruito l'Istat, nel 2016 vedeva la presenza di 1.540 imprese (lo 0,4% delle imprese italiane manifatturiere): "Si distribuiscono sul territorio in 1.780 unità locali, impiegano quasi 30 mila addetti, presentano un fatturato superiore a oltre 8 miliardi di euro e arrivano a produrre oltre 2 miliardi di euro di valore aggiunto ossia lo 0,28% del valore aggiunto nazionale".

La plastic tax è stato uno dei provvedimenti più dibattuti all'interno della stessa maggioranza di governo. Ai primi di novembre Luigi Marattin di Italia Viva (nuovo partito lanciato da Matteo Renzi, ex Partito democratico, lo scorso settembre) ha dichiarato che sarebbe stata necessaria "una stretta più forte su alcuni capitoli di spesa per evitare l'introduzione di microtasse, come la plastic tax che vale 1 miliardo (...)".

Sempre in quei giorni, dall'interno del Pd è arrivata poi una richiesta di correzione della norma da parte di Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna, tra le prime tre regioni con la presenza maggiore di aziende della plastica (al primo posto c'è la Lombardia, seguita dal Veneto, secondo i dati del Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna) e definita packaging valley per le circa 300 imprese attive nella produzione di macchine per l’imballaggio. Recentemente la giunta della Regione Emilia Romagna ha approvato il piano “PlasticFreER” per una strategia condivisa con enti pubblici, imprese, sindacati, associazioni e comunità scientifica l’obiettivo di passare gradualmente a soli materiali alternativi ed ecocompatibili.

Le aziende della plastica. Dati a settembre 2019. Fonte: elaborazione Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna, via Il Sole 24 Ore

A difesa della misura si è schierato il Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio, capo politico del Movimento e ministro degli Esteri, in un post su Facebook ha scritto: "La plastic tax serve a dare una scossa, a invertire la rotta. Non promuovi l’ambiente parlando, lo promuovi facendo delle scelte". Una linea politica rivendicata anche dal ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Francesco Boccia (Pd): «Prima scendiamo in piazza con Greta, ma appena va via ce la dimentichiamo. La gente deve sapere che se consuma la plastica, paga un po' di più e se invece consuma il vetro paga meno. Io non ci vedo nulla di scandaloso, è la cultura che cambia».

L'opposizione (Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia) ha espresso contrarietà all'introduzione di una plastic tax per i possibili effettivi negativi che potrebbe avere sulle aziende del settore e per le conseguenti ripercussioni sui consumatori.

Un parere negativo è arrivato anche da Confindustria che ha parlato di "un onere particolarmente importante per l'industria del confezionamento, con un potenziale raddoppio del costo del prodotto al netto dell'Iva, minando la competitività delle imprese sui mercati internazionali" e di un "provvedimento inefficace per l'ambiente, buono solo per rastrellare risorse". Per Rete Imprese Italia si tratta di una norma che presenta "rilevanti criticità" e che "non individua correttamente le azioni efficaci per disincentivare produzioni poco sostenibili". L'associazione ricorda inoltre che sugli imballaggi in plastica "già oggi gravano prelievi ambientali (Contributo ambientale Conai applicato in misura differenziata in base alle caratteristiche ambientali dell'imballaggio) che finanziano positivamente la loro raccolta e riciclo". In una lettera, inoltre, i segretari generali di Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil del Veneto hanno affermato che la misura "non aiuta a riconvertire il settore verso produzioni riciclabili" e potrebbe avere un impatto negativo sui posti di lavoro nel settore.

Banca d'Italia, in un'audizione preliminare sulla manovra economica per il triennio 2020-2022, ha precisato invece che "l’introduzione di una imposta sulla plastica non compostabile per scoraggiarne la produzione e il consumo è in linea con gli obiettivi di una recente direttiva europea per la riduzione della quota di plastica non riciclabile (Direttiva UE n. 904 del 2019)", ma che "il processo di modernizzazione tecnologica delle imprese potrebbe risentire della dimensione ridotta e della breve durata del credito di imposta per l’adeguamento tecnologico degli impianti". Per Legambiente, infine, una simile imposta è "sacrosanta", ma deve essere migliorata – "È infatti impensabile riservare lo stesso trattamento fiscale per le plastiche vergini prodotte da un petrolchimico, che vanno più che tartassate, e per quelle ottenute dal riciclo di plastiche da raccolta differenziata" – e ampliata – "Al momento colpisce solo gli imballaggi di plastica, pari a 2 milioni di tonnellate all'anno, e non riguarda tutti gli altri prodotti in plastica, che arrivano ad una produzione di circa 4 milioni di tonnellate".

Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, durante un'audizione del 12 novembre davanti le Commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha risposto alle critiche e alle osservazioni affermando che la misura verrà «migliorata e riformulata in modo da evitare che abbia effetti negativi su una filiera produttiva molto importante»: «Abbiamo avviato una riflessione tecnica e un dialogo con gli operatori del settore e auspichiamo che il Parlamento intervenga per migliorare la misura».

Anche il sottosegretario all'Ambiente Roberto Morassut ha promesso che la maggioranza lavorerà «per rimodularla sia per il tasso di incidenza che per il perimetro di incidenza. L'imposta esclude già le plastiche compostabili e alcuni settori come la sanità. Stiamo discutendo con tutti, comprese le imprese che si occupano di imballaggi, si può fare meglio tutti, si può lavorare per aumentare investimenti per sostenibilità, e chi farà questo non potrà certo essere punito». Per il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, la misura – che «non deve essere una tassa per fare cassa» – potrà essere migliorata in Parlamento, aumentando ad esempio il credito d'imposta «oppure prevedendo incentivi per le aziende che rinnovino tutta la filiera produttiva per renderla sostenibile a livello ambientale».

Le regolamentazioni sulla plastica nel mondo: norme disomogenee e lacunose

Secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente e del World Resources Institute, a partire da luglio 2018 almeno 127 paesi (sui 192 presi in considerazione dallo studio) hanno adottato alcuni provvedimenti per regolare l’utilizzo della plastica.

Questi interventi vanno dal divieto assoluto di utilizzo della plastica, come nelle Isole Marshall, alla rinuncia graduale, come in Moldavia e Uzbekistan, fino a leggi che incentivano l’uso di borse riciclabili come nel caso di Romania e Vietnam, ad esempio.

Tuttavia, nonostante la sensibilizzazione crescente sulla questione e le tante normative, l’inquinamento da plastica – riflette l’analisi dell’ONU – resta un problema ancora irrisolto. Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani, nuocendo a pesci e animali selvatici e minacciando la salute umana, una volta entrati nel circuito della catena alimentare. Resti di plastica sono stati rinvenuti nelle feci di persone di Russia, Giappone e diversi paesi europei, secondo uno studio pilota della Federal Environment Agency austriaca. La ricerca, condotta su 8 persone (5 donne e 3 uomini), scelte tra i 33 e i 65 anni e provenienti da Finlandia, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Austria e Giappone, ha individuato in media 20 micro-particelle ogni 10 grammi di feci. 

«Ci sono prime indicazioni che le microplastiche possono danneggiare il tratto gastrointestinale provocando reazioni infiammatorie o l’assorbimento di sostanze nocive», ha detto Philipp Schwabl, ricercatore alla Medical University di Vienna, specificando che si tratta di un primissimo studio e che sono necessarie ulteriori ricerche per valutare gli effetti delle microplastiche per l’uomo. Il numero di soggetti coinvolti nelle analisi è ancora troppo limitato per trarre conclusioni definitive, soprattutto riguardo gli impatti sulla salute. «Le microplastiche sono state trovate nell’acqua del rubinetto, nell’acqua in bottiglia, nel pesce, nelle cozze e persino nella birra», ha aggiunto Schwabl. «È quindi inevitabile che almeno alcune di queste cose entrino nei nostri polmoni e nel sistema digestivo». Secondo l’ONU, la contaminazione dei corpi idrici con la plastica e i suoi sottoprodotti costituisce un grave pericolo ambientale. 

Il rapporto di Nazioni Unite e World Resources Institute spiega che il motivo per cui non si riesce a impedire o rallentare l’inquinamento da plastica è legato alla disomogeneità e alle lacune delle diverse legislazioni in materia in tutto il mondo.

Alle stesse conclusioni giunge anche uno studio della Fondazione Heinrich Böll, vicina al partito dei Verdi tedesco, dal titolo “Leggi: le soluzioni vanno nella direzione sbagliata”. Secondo il rapporto, pubblicato lo scorso 4 novembre, le misure e le iniziative per gestire la crisi della produzione di plastica non mancano ma riguardano quasi tutte esclusivamente lo smaltimento dei rifiuti, non sono coordinate tra di loro e spesso assolvono i produttori dalle loro responsabilità.

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Tipi di intervento legislativo

Attualmente ci sono 18 convenzioni che regolamentano lo smaltimento dei rifiuti in 12 mari diversi: alcune riguardano le fonti marine di rifiuti di plastica, altre quelle terrestri, altre ancora si occupano di entrambe. Nel 1970 fu firmata la Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato dalle navi (MARPOL), nel 1982 la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) regolò lo scarico dei rifiuti in mare. La Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, proibisce l’uso di alcuni prodotti chimici dannosi negli oggetti di plastica, come i plastificanti. Si tratta di convenzioni anche ambiziose per gli obiettivi che si prefiggono di raggiungere, ma dall’applicabilità talmente limitata da non risultare pienamente efficaci.

Solo più di recente, prosegue il rapporto della fondazione tedesca, ci sono stati accordi che hanno tentato di affrontare la materia in tutti i suoi aspetti, come i piani d’azione del G7 e del G20 sull’inquinamento marino e sui rifiuti e una risoluzione della terza sessione dell’Assemblea ONU per l’ambiente (UNEA-3) del dicembre 2017, che però non sono vincolanti per i paesi firmatari.

A marzo 2019 c’è stata una nuova assemblea dell’ONU sull’ambiente (UNEA-4) in base alla quale si potrebbe arrivare a breve a una convenzione internazionale vincolante sulla plastica costringendo così gli Stati ad attenersi a degli obiettivi da raggiungere obbligatoriamente.

Intanto, durante la Convenzione di Basilea dello scorso maggio sono state adottate norme più rigorose sulla plastica per quanto riguarda il controllo dello spostamento transfrontaliero e dello smaltimento dei rifiuti pericolosi. Secondo gli accordi raggiunti, i rifiuti di plastica pericolosi potranno essere spediti solo se ci sarà il consenso reciproco sia dei paesi importatori che di quelli esportatori. Ciò renderà più difficile lo smaltimento dei rifiuti di plastica verso paesi che hanno regolamentazioni più blande.

Nel gennaio 2018, la Commissione europea ha individuato tre aree su cui intervenire: aumentare i tassi di riciclo e i tassi di riutilizzo; intervenire sulla diffusione plastica nell’ambiente; ridurre l’anidride carbonica emessa durante la produzione di materie plastiche. 

Tutto ruota intorno all’obiettivo che entro il 2030 tutti gli imballaggi in plastica e il 55% dei rifiuti da imballaggio in plastica siano riciclabili. L’Ue punta a maturare una propria risorsa di circa 7 miliardi di euro da inserire nel proprio bilancio applicando una tassazione (ndr, “un’aliquota di prelievo”) di 80 centesimi al chilo per rifiuti non riciclati. In questo quadro rientrerebbe la misura prevista nel DDL bilancio dell’Italia. 

A partire dal dicembre 2018, il Consiglio, il Parlamento e la Commissione europei hanno iniziato a vietare diversi utilizzi monouso di articoli di plastica, comprese le cannucce e le posate. In base alla direttiva europea 2019/904/UE, adottata a giugno e che gli Stati membri si sono impegnati a recepire entro luglio 2021, l’Ue si è data l’obiettivo di riciclare il 77% di questi prodotti nel 2025 e del 90% nel 2029. Insieme agli Stati Uniti, al Giappone e alla Cina, l'Unione europea è uno dei maggiori produttori mondiali di rifiuti di plastica.

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Diffusione di plastica nel mondo

Secondo uno studio dell’OCSE, pubblicato a luglio, dal 1950 nei paesi OCSE sono state prodotte circa 8.300 milioni di tonnellate di plastica e sono stati generati circa 6.300 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui il 9% è stato riciclato, il 12% incenerito e il 79% accumulato in discariche o disperso nell’ambiente. Per questo motivo, prosegue il rapporto, la plastica “pone una sfida alla gestione dei rifiuti, all’uso efficiente delle risorse e all’ambiente”. 

Ma, finora, gli interventi a livello nazionale si limitano a intervenire su alcuni aspetti senza affrontare la questione a monte, cioè costringere i produttori a ridurre la loro produzione di articoli in plastica o a sviluppare prodotti che possono essere riciclati più facilmente, spiega ancora la Fondazione Henrich Böll. L’obiettivo in Ue è così più limitato, cioè “penalizzare prodotti specifici e determinati trattamenti dei rifiuti plastici per modificare la catena del valore della plastica”, si legge nell’audizione dell'Ufficio parlamentare di bilancio (UPI) in Parlamento dello scorso 12 novembre.

Le tassazioni degli imballaggi in plastica in Europa

L’esempio più diffuso in questo senso sono proprio le tassazioni degli imballaggi in plastica. In alcuni casi (Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Olanda e Slovenia) si tratta di imposte maggiori applicate su alcuni tipi di plastica e sulle plastiche monouso. Gli esempi internazionali più ambiziosi, si legge ancora nell’audizione UPI, riguardano la Danimarca (dove è stata introdotta una “tassa verde” su tutti i materiali di imballaggio, che aumenta o diminuisce a seconda dei risultati sull’impatto ambientale dei vari materiali: le tasse variano da un minimo di 1,04 euro al chilo sulle plastiche riciclate a un massimo di 1,74 euro al chilo sulle plastiche vergini) e il Belgio, dove viene applicata una tassa di 3,60 euro al chilo sulle posate usa e getta e 3 euro al chilo sulle buste di plastica monouso. Dal 1991 in Germania i produttori di imballaggi hanno dovuto pagare per la rimozione e il riciclo dei rifiuti da imballaggio.

In Finlandia le norme sugli imballaggi sono state introdotte già nel 1997, ancor prima che fosse emanata la direttiva europea ad hoc (94/62/CEE): “La tassa riguarda gli imballaggi di bevande non alcoliche (esclusi i cartoni): produttori e importatori di merce imballata in Finlandia devono pagare 0,51 euro al litro sui contenitori riutilizzabili e non riutilizzabili, se non aderiscono, rispettivamente, a un sistema di deposito cauzionale per il riutilizzo nel caso degli imballaggi riutilizzabili, a un sistema di deposito cauzionale per il riciclo o a un sistema EPR (responsabilità estesa del produttore) nel caso di contenitori non riutilizzabili”.

In Norvegia è applicata una “basic tax” sui contenitori non riutilizzabili e per tutte le bevande, con l’esclusione di latte e bevande a base di latte, in un paese dove, riporta Il Fatto Quotidiano, “il 96% delle bottiglie di plastica viene riconsegnato ai negozi e riciclato grazie al sistema di DRS (Deposit Return Schemes)”. I produttori e gli importatori di merce imballata in Norvegia pagano una tassa ambientale sui contenitori riutilizzabili e non riutilizzabili di tutti i tipi di bevande per coprire i costi di riciclo e riutilizzo. Nessuna tassa è prevista se si supera il 95% di raccolta.

Nel Regno Unito verrà applicata una tassa a tutti gli imballaggi in plastica monouso che non includono almeno il 30% di contenuto riciclato. La misura entrerà in vigore dal 2022. La tassa penalizzerà le compagnie che immettono sul mercato imballaggi difficili da riciclare e fa parte della strategia governativa sui rifiuti per cui sono stati stanziati, nel Bilancio 2018, 20 milioni di sterline. 

Le limitazioni sui sacchetti di plastica

Un numero crescente di paesi, tra cui l’Italia, sta cercando di ridurre l'uso di articoli come i sacchetti di plastica imponendo regole e divieti. Si stima che le aziende producano circa 5 trilioni di sacchetti di plastica ogni anno (160mila sacchetti al secondo) e ognuno può impiegare più di mille anni per decomporsi. 

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Anche in questo caso, però, gli interventi non rientrano in un quadro comune e sono disomogenei tra di loro. Ad esempio, riporta Carol Excell, vicedirettrice dell’Environmental Democracy Practice del World Resource Center, la Cina vieta le importazioni di sacchetti di plastica e impone ai rivenditori di addebitare ai consumatori i sacchetti di plastica, ma non limita esplicitamente la loro produzione o esportazione. Ecuador, El Salvador e Guyana regolano solo lo smaltimento dei sacchetti di plastica, ma non la loro importazione, produzione e uso al dettaglio. Oppure i sacchetti sono vietati o tassati in base allo spessore o ad alcuni requisiti di biodegradabilità, come avviene in Francia, India, Madagascar e Italia. Solo a Capo Verde, dal 2016, è entrato in vigore il divieto totale dei sacchetti di plastica e sono ammessi solo sacchetti biodegradabili e compostabili. 

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Leggi sui sacchetti di plastica nel mondo

In alcuni casi gli effetti positivi sono stati tangibili, si legge nell’audizione UPI in Parlamento: “La tassa in Irlanda ha ridotto l’inquinamento da rifiuti di buste di plastica dal 5% del 2001 allo 0,13% del 2015 e ha generato 200 milioni di euro di ricavi tra il 2002 e il 2013. Nel Regno Unito, dall’introduzione della tassa sulle buste di plastica, i maggiori rivenditori hanno distribuito 9 miliardi in meno di buste monouso, una riduzione dell’83%. 

E poi ci sono le esenzioni. In Cambogia è permessa l’importazione di piccoli volumi di sacchetti di plastica (meno di 100 chilogrammi) per scopi non commerciali. In 14 paesi dell’Africa ci sono esenzioni in base ai prodotti o al settore per il quale si ricorre al sacchetto di plastica, come quello alimentare, il trasporto di piccoli articoli al dettaglio, l’utilizzo per la ricerca scientifica o medica. Solo in 16 paesi ci sono poi incentivi economici per chi sostituisce i sacchetti di plastica con altri biodegradabili. 

I sistemi di cauzione e restituzione

Un altro metodo per ridurre l’uso della plastica sono i sistemi di cauzione e restituzione che consistono nel far pagare una cauzione all’acquisto del prodotto che poi viene rimborsata nel momento in cui viene restituita la bottiglia, incentivando la raccolta differenziata per il successivo riciclo. È quanto accade in Australia, Canada, Cile, Danimarca, Estonia, Germania, Ungheria, Islanda, Israele, Lettonia, Messico, Olanda, Norvegia, Polonia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia e USA. In Italia uno schema di cauzione e restituzione per le bottiglie di plastica è attivo in Piemonte. 

Uno dei sistemi di cauzione e restituzione più noti è quello della Germania. Per ogni bottiglia da litro e mezzo vengono restituiti intorno ai 20 centesimi una volta che un consumatore deposita la plastica utilizzata nel compattatore. 

Le microplastiche nei cosmetici e alcuni casi non contemplati dalle leggi

Infine ci sono i divieti dell’utilizzo di microplastiche nei cosmetici, vietate in Italia, Olanda, USA, Canada, Australia e Regno Unito. Per quanto riguarda gli articoli di plastica usa e getta, come le scatole di polistirolo o le posate, infine, Costa Rica e India sono da considerare dei pionieri per il loro tentativo di vietare tutta la plastica usa e getta. Ma ci sono casistiche ancora non prese in considerazione dalle varie normative, come ad esempio l’abrasione dei pneumatici delle automobili che, secondo le stime, rappresenta quasi un terzo di tutte le emissioni di microplastica in Germania.

Alcune sperimentazioni locali

Alcuni paesi, spiega ancora Carole Excell del World Resources Institute, stanno provando a perseguire approcci innovativi e spostare le ricadute delle tassazioni e delle legislazioni sulla plastica dai consumatori alle aziende produttrici.

L'Australia e l'India, ad esempio, hanno adottato leggi che richiedono la responsabilità estesa del produttore (EPR), in base alle quali vengono tassati i materiali in fase di produzione per responsabilizzare i produttori sui rifiuti che andranno a creare. L’EPR è stata introdotta anche in Italia. 

In Colorado è stato introdotto un credito d’imposta per le spese in nuove tecnologie di riciclo della plastica mentre quasi 400 comuni in Europa stanno adottando una strategia “Rifiuti Zero”, con l’obiettivo di eliminare gradualmente i rifiuti non bruciandoli in un inceneritore o smaltendoli in discarica, ma creando sistemi che riducono la generazione di rifiuti, eliminano la plastica monouso e promuovono sistemi di distribuzione e consegna alternativi. 

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Città che adottano politiche rifiuti zero nel mondo

Un esempio è quanto sta facendo il Comune di Capannori in Toscana, la prima città in Europa a mettere in atto dal 2007 una strategia che punta ad arrivare a zero rifiuti entro il 2020. È stata avviata la raccolta differenziata, sono stati offerti incentivi economici per ridurre la produzione di rifiuti a monte, sono stati istituiti centri di recupero e riutilizzo di materiale usato dove le persone possono portare vestiti, scarpe e giocattoli di cui non hanno più bisogno che vengono riparati e venduti a persone a basso reddito. La città sovvenziona anche i pannolini lavabili, ha aperto negozi che vendono articoli di produzione locale non imballati e ha installato fontane pubbliche per l’acqua potabile in modo tale da ridurre il ricorso all’acqua in bottiglia. 

Dal 2004 al 2013 la quantità di rifiuti prodotti è calata del 39%, passando da 1,92 chilogammi al giorno per persona a 1,18, mentre il tasso di rifiuti residui per persona è sceso da 340 chili l’anno nel 2006 a 146 chili nel 2011. 

Nel 2018, San Fernando, nelle Filippine, ha adottato una serie di misure per ridurre l’impronta dei rifiuti di plastica: ha vietato l’utilizzo dei sacchetti, ha imposto una tassa molto alta sugli imballaggi monouso e previsto al tempo stesso la disponibilità di opzioni alternative. Attraverso un’attività di comunicazione continua porta-a-porta, programmi radiofonici, il dialogo con le aziende produttrici di imballaggi di plastica e titolari dei centri commerciali, ha fatto in modo che si raggiungesse un tasso di conformità dell’85% all’obiettivo tra i residenti, con ricadute positive anche per le finanze cittadine. Il costo annuale del trasporto dei rifiuti solidi in una discarica a circa 40km di distanza è calato dell’82% e i risparmi ottenuti sono stati utilizzati per assumere più lavoratori e migliorare le strutture di gestione dei rifiuti.

Capannori e San Fernando, afferma la Fondazione Henrich Böll, dimostrano che il percorso verso i rifiuti zero deve combinare misure “hard” (come la gestione dei rifiuti organici, la raccolta differenziata di diversi tipi di rifiuti, modelli decentralizzati e a bassa tecnologia, incentivi economici, divieti su determinati materiali e politiche e pratiche di riduzione dei rifiuti) e “soft” (come il coinvolgimento dei residenti e delle imprese in tutte le fasi dello sviluppo delle politiche). Tutto questo aiuta a creare nuovi modelli di business e a generare risparmi che vengono reinvestiti per la comunità.

Foto in anteprima via Pixabay.com

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