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Per salvare Patrick Zaki serve un deciso cambio di passo da parte del governo italiano nei confronti dell’Egitto

14 Luglio 2021 10 min lettura

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Per salvare Patrick Zaki serve un deciso cambio di passo da parte del governo italiano nei confronti dell’Egitto

10 min lettura

di Laura Cappon

Patrick Zaki a processo. Riccardo Noury (Amnesty International Italia): «Un’azione diplomatica seria del governo italiano è ora urgente. Ogni minuto senza pressioni è perso»

Aggiornamento 14 settembre 2021: Quello che si temeva è accaduto. Con l’approssimarsi della scadenza, fissata per legge, dei due anni di detenzione senza processo, dopo due interrogatori, uno a metà luglio, l’altro il 9 settembre, Patrick Zaki va a processo. Oggi, la prima udienza a Mansoura, la sua città natale, dove il ricercatore aveva trascorso la primissima parte della sua custodia cautelare, durata un anno e sette mesi.

Patrick dovrà rispondere di un articolo scritto nel luglio 2019 (e non dei dieci post di Facebook, mai visionati dalla difesa e dei quali ha sempre contestato la veridicità) sulla lotta della minoranza cristiano copta (di cui fa parte la famiglia Zaki) per pretendere il rispetto dei suoi diritti e la fine della discriminazione su base religiosi. Per quell’articolo è accusato di “diffusione di notizie false all’interno e all’estero dell’Egitto tali da recare disturbo alla sicurezza pubblica, diffondere allarme e danneggiare gli interessi pubblici”. A quanto pare, scrive il portavoce di Amnesty International Italia, Riccoardo Noury, “tra le accuse non c’è quella di terrorismo e questa sarebbe l’unica buona notizia”. Zaki rischia una multa o una condanna fino a cinque anni di carcere o l’una e l’altra.

«Siamo tutti spettatori e nessuno può dire cosa succederà», osserva a Domani Amr Abdelwahab amico di Patrick e attivista della campagna per la sua liberazione. «I magistrati potrebbero assolverlo e poi processarlo di nuovo», aggiunge al Corriere. Inoltre, la Corte di Mansoura, presso la quale Zaki sarà giudicato, è la numero 2 per i “reati minori”, diversa dal tribunale del Cairo dove si svolgevano le udienze per la custodia cautelare e specializzato nei procedimenti per terrorismo.

In questo quadro, osserva Riccardo Noury, “è fondamentale che il governo italiano dia seguito alla richiesta del Parlamento di concedere allo studente la cittadinanza italiana”. Se era urgente un’azione diplomatica seria del governo italiano per evitare che Patrick Zaki fosse rinviato a giudizio, “ora che inizia il processo ogni minuto che trascorre senza pressioni politiche sul Cairo rischia di andare colpevolmente perso”.

L'udienza è durata poco più di cinque minuti. Il processo è stato aggiornato al 28 settembre. Fino a quella data Zaki resterà in carcere. Durante la sua udienza, durata 5 minuti, il giovane ricercatore ha salutato a mani giunte una dozzina di parenti (c'erano il padre George e la sorella Marise), attivisti, due diplomatici italiani e altre due colleghe delle ambasciate di Germania e Canada, presenti in aula. «Non so perché sono in carcere, rilasciatemi. Ho esercitato solo libertà di parola», ha detto Zaki, evidenziando di di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato.

La sua legale, Hoda Nasrallah, ha chiesto l'accesso al suo dossier per avere certezza che le accuse di istigazione al terrorismo siano effettivamente decadute. I capi di accusa sono infatti meno gravi di quelli originari, dall’incitamento al «rovesciamento del regime» e al «crimine terroristico» che comporterebbero fino a 25 anni.

Egitto, per Patrick Zaki altri 45 giorni di carcere

Aggiornamento 14 luglio 2021: La custodia cautelare in carcere al Cairo di Patrick Zaki è stata prolungata di altri 45 giorni. Lo ha riferito all'ANSA Lobna Darwish, una rappresentante dell'ONG "Eipr" ("l'Iniziativa egiziana per i diritti personali").

La decisione, attesa ieri, è stata comunicata due giorni dopo l'udienza dello studente egiziano per questioni tecnico-burocratiche (l'assenza di un funzionario), hanno precisato fonti egiziane informate sui fatti.

"Ci sono volute 48 ore per conoscere un esito che purtroppo molti davamo per scontato, una sentenza ancora una volta crudele, che farà aumentare fino a oltre un anno e mezzo la detenzione senza processo e senza possibilità di difendersi. Il governo convochi l'ambasciatore d'Egitto in Italia per esprimere il proprio scontento", ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Il 7 luglio la Camera dei Deputati ha approvato l'ordine del giorno per chiedere la cittadinanza per meriti speciali a Patrick Zaki, lo studente arrestato all'aeroporto del Cairo il 7 febbraio del 2020 mentre rientrava da Bologna, città dove frequentava un master in studi di genere. 305 voti favorevoli, con la sola astensione dei 30 parlamentari di Fratelli d'Italia, hanno dato il via libera al documento che vedeva come prima firmataria Lia Quartapelle del PD.

Poche settimane prima, il 16 giugno, Patrick ha compiuto 30 anni in carcere. Quando ha messo piede nel commissariato di Mansoura, prima tappa del suo calvario dopo essere scomparso dall'aeroporto e torturato, ne aveva solo 28. La sua detenzione è giustificata da un'indagine che comprende 5 capi d'accusa tra i quali concorso in associazione terroristica e diffusione di notizie false: il tutto sulla base di 10 post di Facebook che la difesa non ha mai potuto visionare e che dal primo giorno della detenzione del giovane ricercatore ritiene false.

La mozione approvata alla Camera ha un valore di indirizzo politico. Quindi impegna, ma non obbliga, "il governo ad avviare tempestivamente mediante le competenti istituzioni le necessarie verifiche al fine di conferire a Patrick George Zaki la cittadinanza italiana e a monitorare, con la presenza in aula della rappresentanza diplomatica italiana al Cairo, lo svolgimento delle udienze processuali a carico di Zaki e le sue condizioni di detenzione".

Amnesty International, subito dopo, ha diramato un comunicato dove chiede al nostro esecutivo di cambiare passo. La strategia improntata sulla cautela e il dialogo con l'Egitto, ha dichiarato all'agenzia Dire il portavoce dell'organizzazione per i diritti umani Riccardo Noury, non è finora riuscita a salvare Patrick da una situazione tragica.

Serve un cambio di passo

La richiesta di Amnesty International è lecita, così come è lecito domandarsi come intenda muoversi adesso il governo. L'ordine del giorno che chiedeva la cittadinanza per meriti speciali per Zaki era infatti già stato approvato al Senato lo scorso 14 aprile (in quel caso furono 208 i voti favorevoli e 33 gli astenuti) ma da allora nessuna azione concreta è stata ancora intrapresa. La cittadinanza per meriti speciali viene concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato e previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro degli Affari Esteri. Ma al momento il Viminale non ha preso nessuna iniziativa. Così come non è stata fatta nessuna valutazione per la seconda mozione che componeva l'ordine del giorno a Palazzo Madama. Era stata proposta dalla senatrice M5s Michela Montevecchi e chiedeva l'applicazione della convenzione ONU sulle torture e i trattamenti disumani (mozione di cui lo stesso Egitto è firmatario).

In occasione del 30esimo compleanno di Patrick, moltissime personalità della politica e delle istituzioni, dal segretario del Pd, Enrico Letta, al presidente del Parlamento Europeo David Sassoli hanno chiesto a gran voce la concessione della cittadinanza.

Sulla reale utilità di dare a Zaki un passaporto italiano sono arrivate reazioni contrastanti. La vice ministra degli Esteri Marina Sereni, anche lei PD, ha parlato di un gesto che potrebbe complicare la situazione del giovane studente mentre il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova aveva annunciato ad aprile l'inizio delle verifiche per la cittadinanza.

La cittadinanza non è risolutiva

Quel che è certo è che l'assegnazione della cittadinanza per meriti speciali non porterebbe automaticamente alla liberazione del giovane ricercatore. Zaki avrebbe due cittadinanze, ma secondo le norme internazionali quella egiziana prevarrebbe nel caso giudiziario del giovane ricercatore. La Convenzione dell’Aja del 1930, infatti, prevede che nei casi di doppia cittadinanza non sia possibile per i due Stati coinvolti attivare la protezione diplomatica l’uno contro l’altro. Per capirlo è sufficiente guardare a un precedente di alcuni anni fa che riguarda Mohammed Fahmy, uno dei tre giornalisti di Al Jazeera arrestati all'hotel Marriott del Cairo nel dicembre del 2013 e condannati a pene tra i 7 e i 10 anni per aver collaborato con i Fratelli Musulmani. La campagna per la loro liberazione fece il giro delle redazioni di tutto il mondo. Fahmy, che aveva il doppio passaporto egiziano e canadese, dovette rinunciare al primo per essere rilasciato. 

Se la misura potrebbe non rivelarsi immediatamente risolutiva per Zaki, in ogni caso, si tratterebbe di un segnale forte da parte dell'Italia che, sino a oggi, ha continuato a tenere sulla vicenda un profilo bassissimo.

A febbraio 2020, subito dopo l'arresto di Patrick, il Ministro degli Esteri, Luigi di Maio, aveva affermato che avrebbe fatto di tutto per la liberazione del giovane ricercatore. Seguì la piccata risposta del Ministero dell'Interno del Cairo, che in un tweet ribadiva che Zaki era un cittadino egiziano.

Con il passare dei mesi, la linea di Di Maio si è fatta sempre più cauta. Lo dimostrano le dichiarazioni del maggio scorso quando forte della scarcerazione dell'imprenditore Marco Zennaro in Sudan e dell'archiviazione da parte della giustizia indiana del processo per i due marò, ha rivendicato la politica low profile portata avanti dalla Farnesina definendo controproducenti le grandi campagne pubbliche per la liberazione del giovane egiziano.

La storia di Patrick

Prima di essere ammesso al master GEMMA dell'Università di Bologna, Zaki lavorava da due anni come gender officer per l'Egyptian Iniziative for Personal Rights (EIPR), un'organizzazione egiziana che si occupa di diritti umani. La sua vita e i suoi studi universitari al Cairo si sono incontrati con la storia del paese. Patrick era al terzo anno della Facoltà di Farmacia della German University del Cairo quando, nel 2011, la rivoluzione di piazza Tahrir destituì, dopo 30 anni, il dittatore Hosni Mubarak. Nei mesi seguenti alle rivolte di piazza, la transizione politica si allargò anche alle università private, compresa la GUC. Patrick faceva parte dei GUC Rebels, un collettivo studentesco che chiedeva l'istituzione del sindacato degli studenti, che sino ad allora non esisteva nelle università private, e che aveva portato avanti occupazioni e proteste anche per chiedere un cambio dei vertici nelle università (in molti atenei privati in Egitto, infatti, il board era composto da personalità di spicco del regime).

La storia della transizione del dopo rivoluzione ha forgiato e segnato la personalità di Patrick che subito dopo la laurea ha cominciato a fare il volontario in un'organizzazione che si occupa di supporto psicosociale e poi dal 2016 al 2017 è stato project manager per Salema, organizzazione specializzata nella tutela dei diritti delle donne.

Per Zaki il master Gemma era un'occasione di studiare e approfondire i temi di cui si occupava nel suo lavoro.

I rapporti tra Italia e Egitto

E proprio l'Università di Bologna è sempre stata in prima linea per chiedere la sua liberazione. Ma nonostante la mobilitazione della società civile, la campagna #freepatrickzaki e la politica della Farnesina vanno a due velocità. La seconda è giustificata, prima di tutto, dall'importanza dell'Egitto nelle relazioni diplomatiche e commerciali. Dal 2015, nonostante il colpo di Stato del 2013 e l'omicidio di Giulio Regeni nel 2016, i rapporti tra Italia e Egitto si sono intensificati e l’Italia è diventata il secondo partner commerciale e politico dell’Egitto in Europa.

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Nel marzo 2015 il più importante gruppo industriale italiano degli idrocarburi, l’ENI, aveva firmato un accordo per un investimento di cinque miliardi di dollari destinato a sviluppare risorse minerali, poi nell'autunno dello stesso anno, la scoperta del giacimento gasiero di Zohr, il più grande del Mediterraneo, ha dato una direzione univoca alla nostra politica estera improntata sulla realpolitik, stringere accordi senza chiedere mai.

Dal 2019 l’Egitto è diventato anche il principale acquirente di sistemi d’armi esportati dall'Italia.

È il paese destinatario del maggior numero di licenze dopo l’accordo da 9 miliardi di dollari raggiunto nel maggio 2020 per la vendita di ingenti sistemi militari italiani all’Egitto. La commessa del secolo, così l'hanno ribattezzata i giornali, comprende la vendita di due fregate multiruolo Fremm (consegnate a dicembre del 2020 e ad aprile del 2021), quattro navi e 20 pattugliatori, 24 caccia multiruolo Eurofighter, e altrettanti aerei addestratori M346.

La situazione dei diritti umani nel paese

A vedere i numeri degli accordi tra Roma e il Cairo si capisce anche quanto sia ambizioso il testo della mozione approvata alla Camera. Tra i vari punti, c'è anche la richiesta della liberazione dei detenuti di coscienza. Secondo alcuni report, le persone che sono recluse per motivi politici nelle carceri egiziane sono almeno 60.000  (alcune rilevazioni ne contano addirittura 80.000). Questi numeri sono solo un indicatore della dura repressione contro i diritti umani perpetrata dal regime del presidente Abdel Fattah el-Sisi che nel 2013 ha preso il potere con un colpo di Stato ponendo fine alla transizione democratica del dopo rivoluzione.

La detenzione preventiva è uno degli strumenti a cui vengono sottoposti i detenuti di coscienza. Gli attivisti lo chiamano tadweer, il riciclo dei casi. Appena un indagato in custodia cautelare sta per terminare i due anni di detenzione, il termine massimo previsto dall'ordinamento egiziano, viene iscritto in una nuova indagine. La stessa cosa può accadere anche a detenuti che, dopo essere stati rinviati a giudizio e condannati, stanno per terminare la pena. 

Così il sistema egiziano riesce a mantenere i suoi cittadini dietro le sbarre per un tempo indefinito utilizzando organi dedicati all'antiterrorismo, tra cui la Corte Suprema della Sicurezza di Stato e l'Agenzia di Sicurezza Nazionale – la sezione dei servizi segreti che fa a capo al Ministero degli Interni -, come strumenti ordinari e su un numero sempre più alto di persone. Nell'ultimo anno e mezzo le porte del carcere si sono aperte anche a youtuber e tiktoker e c'è stato un accanimento anche contro gli egiziani che studiano all'estero.

Il 6 febbraio 2021, mentre Zaki era già in carcere da un anno, un altro studente è finito dietro le sbarre. È Ahmed Amir Santawy, studente alla Central European University di Vienna. Santawy, poco dopo il suo ritorno in Egitto dalla capitale austriaca, era stato convocato dalla polizia per un interrogatorio e poi arrestato sulla base di un fascicolo segreto condotto dall'Agenzia per la sicurezza nazionale. Il 22 giugno 2021 è stato condannato a 4 anni dopo essere stato rinviato a giudizio per una seconda inchiesta relativa a dei presunti post di Facebook scritti dal giovane studente che, secondo l'accusa, avrebbero diffuso notizie false allo scopo di minacciare la sicurezza nazionale. Il 27 giugno scorso, Santawy ha cominciato uno sciopero della fame per protestare contro il verdetto.

Che gli studenti all'estero siano ormai nel mirino della autorità è dimostrato anche dalle esplicite dichiarazioni pubbliche dei membri del governo egiziano. "Gli studenti all'estero sono la parte più pericolosa dell'immigrazione egiziana", ha commentato lo scorso 6 luglio la Ministra per l'Immigrazione Nabila Makram.

Le conferme di questa nuova linea arrivano sempre più spesso. L'11 luglio la storica Alia Mussallam è stata arrestata all'aeroporto del Cairo mentre rientrava da Berlino, città dove sta svolgendo il post dottorato alla Alexander von Humboldt Foundation. Dopo essere stata interrogata per 17 ore all'aeroporto e trasferita in commissariato, è stata rilasciata su cauzione il giorno dopo. 

Immagine in anteprima: Egyptian Initiative for Personal Rights, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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