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La deportazione di bambini ucraini: il rapporto OSCE che documenta i crimini russi

16 Maggio 2023 7 min lettura

La deportazione di bambini ucraini: il rapporto OSCE che documenta i crimini russi

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La Russia conferma di aver deportato nei propri confini oltre 700 mila bambini ucraini

Aggiornamento del 2 agosto 2023: Le autorità russe dichiarano di aver “accolto” oltre 700 mila bambini ucraini da quando è iniziata l’invasione su larga scala del paese. A dirlo, riporta il Moscow Times, è un rapporto pubblicato domenica scorsa.

“Dal febbraio 2022, la Federazione Russa ha accolto circa 4,8 milioni di residenti provenienti dall’Ucraina e dalle Repubbliche del Donbas. Di questi, oltre 700 mila sono bambini”, dice il rapporto. La cifra comprenderebbe 1500 orfani, di cui 380 adottati da famiglie russe. Secondo quanto dichiarato da Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dell’infanzia su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale proprio per la deportazione di minori, “nella stragrande maggioranza dei casi” i minori sarebbero insieme ai propri genitori. 

Non è tuttavia possibile verificare né le dichiarazioni né i dati forniti dalle autorità russe, che finora si sono rifiutate di collaborare con gli organismi internazionali e con le autorità ucraine, come previsto dalle convenzioni internazionali. Oltre all’OSCE, anche le Nazioni Uniti hanno documentato il trasferimento forzato e la deportazioni di minori ucraini, in particolare in un rapporto del marzo scorso.

Secondo Melinda Simmons, ambasciatrice britannica in Ucraina, le deportazioni di massa di bambini ucraini di cui la Russia è accusata rappresenterebbero una strategia per togliere di mezzo “la prossima generazione di difensori del paese”. 

La Russia deve immediatamente cessare i trasferimenti forzati e le deportazioni di bambini nei territori occupati ed entro i propri confini riconosciuti. Sono queste le raccomandazioni contenute in un nuovo rapporto OSCE stilato da una Missione attivata in base al Meccanismo di Mosca, cui aderiscono sia Ucraina che Russia. “La Missione ha concluso che sono avvenute numerose violazioni dei diritti dei bambini deportati nella Federazione Russa” si legge nel rapporto. L'effetto di queste violazioni dà inoltre adito al sospetto che possa essere stato violato "il diritto di questi bambini di essere liberi dalla tortura e dai maltrattamenti, e da altri trattamenti o punizioni inumani o degradanti".

La Missione OSCE, i cui lavori si sono conclusi alla fine di aprile, si è occupata di uno tra gli aspetti più critici dell’invasione su larga scala dell’Ucraina: i trasferimenti forzati e le deportazioni di minori. Nell’indagine ci si è richiamati più volte anche ai casi successivi all’occupazione russa della Crimea. Da questo punto di vista, richiamandosi alla risoluzione 68/282 delle Nazioni Unite, il rapporto della Missione OSCE ribadisce una verità storica che fin troppo spesso è trascurata, o persino messa in discussione: la Russia è militarmente presente in Ucraina con truppe di occupazione dal 2014.

L’indagine arriva dopo che a marzo la stessa Corte penale internazionale ha emesso mandato di cattura internazionale emesso a marzo nei confronti di Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dei minori. Entrambi sono accusati proprio della deportazione forzata di bambini.

Il rapporto parte dalle doverose premesse terminologiche e giuridiche: il trasferimento forzato avviene entro i confini nazionali, compresi i territori occupati (come la Crimea e le cosiddette “repubbliche popolari”), la deportazione implica il trasferimento oltreconfine. Parlando di civili e di minori, sono in particolare due le convenzioni finite nel mirino dell’OSCE. La prima è la Convenzione di Ginevra, la seconda è la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. C’è poi da considerare lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, che tra i crimini contro l’umanità inserisce all’articolo 7 “Deportazione o trasferimento forzato della popolazione”.

Nella parte finale, del rapporto, è allegato il parere dell'Ucraina, secondo cui andrebbe considerata anche la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. Questa infatti all’art. 2 cita il trasferimento forzato di minori come uno dei tratti caratterizzanti il genocidio, quando è presente “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

In uno scenario bellico, la protezione dei civili è naturalmente dovere di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Solo in casi molto restrittivi, per motivi di sicurezza, la Convenzione di Ginevra ammette la possibilità di trasferire dei civili senza consenso. Questi trasferimenti dovrebbero essere il più possibile limitati nel tempo, e dovrebbero essere guidati da un principio di buona fede, proprio per evitare abusi. 

Le forze armate russe, invece, oltre ad abusare dei motivi di sicurezza hanno trasferito o deportato minori anche in occasione del ritiro da territori precedentemente occupati e che stavano per tornare sotto il controllo ucraino. Sono stati per esempio sgomberati luoghi come orfanotrofi, e dei bambini spostati si sono poi perse le tracce. Oppure si è largamente abusato del trasferimento per motivi di salute. La missione ha scoperto casi in cui deportazioni sono avvenute in Russia (in un caso anche in Bielorussia) per motivi medici, ma che poi sono state prolungate arbitrariamente. Come si legge nel rapporto, “l’evacuazione di bambini per motivi medici o di salute richiede il consenso dei genitori o delle persone legalmente responsabili”. Anche questo tipo di trasferimento dovrebbe essere il più temporaneo possibile, e si dovrebbe garantire sia il ritorno, sia la produzione di una documentazione medica congrua, in modo da poter dimostrare all’occorrenza la necessità di mantenere il trasferimento. Ma, come si legge nel rapporto:

A eccezione di pochi casi in cui il trasporto di bambini poteva essere giustificato a causa di un'imminente minaccia alla vita dovuta a un conflitto armato in corso, la Missione ha potuto stabilire con certezza che in generale la deportazione di bambini non può essere qualificata come volontaria.

I genitori o le autorità ucraine che hanno finora cercato di rintracciare i bambini finiti nei territori occupati o nella Russia si sono trovate a fronteggiare, nel migliore dei casi, un muro di gomma di burocrazia, eretto per far perdere le tracce dei bambini. La Russia ha sempre ammesso trasferimenti e deportazioni di bambini, tuttavia non è mai stato possibile quantificare la portata del fenomeno. Le stime disponibili variano da 150mila, secondo la Commissione per i diritti umani del Parlamento ucraino, agli oltre 750mila dichiarati alla TASS dalla Federazione russa. 

La stessa Missione OSCE fa presente il problema dell’impossibile quantificazione, sottolineando come la mancanza di trasparenza da parte delle autorità russe concorra alla violazione delle leggi internazionali. Questo perché, prima di tutto, rende impossibile alle famiglie e alle autorità ucraine di rintracciare i minori evacuati o scomparsi. Vengono meno di fatto i criteri di temporaneità e di possibilità di identificazione - tra le procedure usate, c’è quella di registrare i bambini con nomi russi. In secondo luogo, perché si ostacolano indagini e controlli di organismi internazionali (come la stessa OSCE) formalmente riconosciuti dalla stessa Federazione Russa. “Non c’è alcun meccanismo funzionante che faciliti il ricongiungimento familiare dei bambini ucraini che si trovano in Russia o nei territori occupati dalla Russia”, si legge nel rapporto. 

Questa mancanza di trasparenza e di documentazione rappresenta già una violazione del diritto internazionale. La stessa Missione, dopo essersi insediata, ha contattato le rappresentanze OSCE dei due paesi coinvolti, Ucraina e Russia, per avere informazioni e per chiedere incontri con vari rappresentanti istituzionali. “Mentre la prima lettera ha portato a una cooperazione attiva da parte di varie autorità ucraine, la seconda è rimasta senza risposta” si legge nel rapporto. 

La missione ha individuato tre tipologie di trasferimenti o deportazioni: per motivi di sicurezza, per adozione e affido, per permanenza temporanea nei cosiddetti campi “ricreativi”. Queste ultime sono vere e proprie strutture di rieducazione e assimilazione culturale, dove i bambini ucraini sono esposti alla propaganda pro-russa. Vengono mandati con l’inganno di una presenza temporanea, e con un consenso il più delle volte estorto ai genitori ucraini tramite raggiri, ricatti e minacce, facendo di tutto per impedire in seguito il ricongiungimento familiare. 

Per quanto riguarda le adozioni, la Russia ha negli ultimi anni modificato le leggi in vigore. Poiché delle varie forme di tutela (compresi affidamento e custodia), l’adozione è riservata ai soli cittadini russi, nel marzo 2022 Putin ha fatto presente la necessità di modificare questo criterio: “Ci troviamo di fronte a circostanze straordinarie, e dobbiamo pensare più all’interesse dei bambini che alle lungaggini burocratiche”. Due mesi dopo, a maggio, è stata semplificata la procedura per i bambini provenienti dalle cosiddette “repubbliche popolari”. 

La Missione parla apertamente di “assimilazione illegale” di questi bambini, la cui identità e le cui origini sono annullate. Il fenomeno, iniziato con l’occupazione della Crimea, si è “moltiplicato assumendo rilevanza in conseguenza dell’invasione su larga scala iniziata nel febbraio 2022”: “qualunque sia la forma del ricollocamento, i bambini ucraini sono esposti a campagne di informazione pro-Russia che spesso equivalgono a una rieducazione mirata” 

Ci sono infine i bambini separati dai genitori e scomparsi dopo essere passati per i centri di filtraggio, che sono strutture al di fuori di qualunque giurisdizione per identificare i civili e raccogliere informazioni. 

Le autorità russe non hanno tentato in alcun modo di garantire un’assistenza da parte dei familiari ai bambini separati dai genitori durante i filtraggi, né hanno preso provvedimenti per garantire che non avvenisse la separazione. Allo stesso modo, quando i genitori sono stati rilasciati dai centri di filtraggio, non sono state fornite loro informazioni sul luogo in cui si trovavano i loro figli, o assistenza per assicurare il ricongiungimento familiare.

Sono così complessivamente violati vari diritti della già citata Convenzione ONU, come il diritto all’identificazione, a non essere separati dalle famiglie e al ricongiungimento, all’educazione, all’informazione, alla partecipazione alla vita culturale, all’accesso a cure mediche.

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Nelle raccomandazioni finali la Missione OSCE ha ribadito che in caso di pericolo e di necessità di evacuazione la Russia dovrebbe favorire la creazione di corridoi umanitari che permettano ai civili, in particolare ai bambini, di raggiungere un territorio sicuro e di loro libera scelta - si tratti dell’Ucraina, della Russia, o di un altro paese. La Russia, inoltre, dovrebbe quanto prima fornire i nomi e le generalità di tutti i bambini che sono stati deportati o trasferiti illegalmente dall’Ucraina, specificando lo status legale in particolare nei casi di adozione.

Sempre nella raccomandazioni finali, una parte è dedicata agli Stati e alle organizzazioni internazionali. A loro la Missione OSCE chiede di fornire urgentemente all’Ucraina “tutta l’assistenza necessaria, anche dal punto di vista logistico, del know-how e finanziario” per rintracciare i bambini trasferiti o deportati illegalmente e favorire il ricongiungimento familiare. 

Immagine in anteprima: frame video BBC via YouTube

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