‘Noi la crisi non la zappiamo’


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L’altro giorno Riccardo Luna, ex direttore di Wired Italia nonché articolista di Repubblica, narrava con il solito, contagioso entusiasmo tecno-utopista la nuova «rivoluzione» in corso nel martoriato mondo del lavoro italiano: quella dei «contadini 2.0» - una definizione, ammette lo stesso Luna, «così scontata da apparire vuota».

E così, dopo l’allarme su panettieri, pizzaioli, l’avanzata degli «startupperoi», la glorificazione di McDonald’s e <inserire qui qualsiasi altro lavoro “umile/manuale” la cui funzione viene completamente stravolta dal falso pauperismo degli spacciatori d’austerità>  l’antico invito «vai a zappare», solitamente rivolto ai nullafacenti, si tinge di un’irresistibile patina tech.

Secondo Luna, infatti, ci troviamo di fronte ad una vera e propria «rivoluzione al contrario», al passaggio epocale «dai computer alla vanga», sebbene «la internet» (la internet) e i computer siano pur sempre «fondamentali per dare di nuovo un senso non solo economico al vecchio lavoro della vanga». Insomma, è un’occasione da non lasciarsi sfuggire, esattamente come hanno fatto «giovani e non più giovani che hanno studiato altro e spesso facevano altro ma a un certo punto della loro vita hanno deciso di mollare tutto e andare a vivere in campagna».

Sì, avete letto bene: «hanno deciso di mollare tutto». Così, a cazzo di cane. Gli girava così. Non perché magari un giorno, ad esempio, questi «giovani e non più giovani» hanno aperto una raccomandata con dentro la lettera di licenziamento; oppure sono stati scaricati dall’azienda; oppure hanno finito il periodo di cassintegrazione; o ancora sono diventati un numero in più nelle catastrofiche statistiche sulla disoccupazione. No, niente di tutto ciò.

Il portato più nocivo di questi articoli (che, implicitamente o esplicitamente, sono rivolti ai giovani) è quello di rimuovere completamente il contesto socio-economico in cui viviamo dal 2008 a oggi e, soprattutto, ignorare le devastanti conseguenze dell’austerità – un’austerità che, a differenza di quello che Luna lascia intendere alla fine dell’articolo, non è «un destino ingiusto»: è una precisa scelta politica.

Sebbene la responsabilità del disastro sia chiaramente imputabile ai governi di mezza Europa, la rapina con scasso del futuro dei giovani viene fatta ricadere esclusivamente su di loro. E i giovani non solo devono subire in silenzio, pena l’odiosa accusa di «lamentarsi» o «non essere propositivi»; sono pure costretti a patire la gogna inflitta da editorialisti iper-garantiti e ricoperti di soldi che la «vanga» non l’hanno vista nemmeno in un quadro astrattista di qualche galleria à la page.

In realtà, già da un pezzo i giovani italiani sono abituati al deterioramento della propria qualità di vita e all’ingoiare precarietà a getto continuo. Due studi dell'Istituto Toniolo di Milano – citati in questo articolo dell’Espresso – testimoniano con precisione la diffusa rassegnazione che serpeggia tra i choosy. Ma non la rassegnazione alla bamboccioneria, bensì quella, molto più umiliante, alla sopravvivenza in questo sistema lavorativo crudele e iniquo.

Per i ricercatori, un giovane su quattro - e al Sud il rapporto sale a uno su tre - «ormai accetterebbe anche un impiego ben lontano dal lavoro desiderato», mentre quasi un giovane su due «accetta di lavorare per uno stipendio che considera insufficiente e non rispondente alle prestazioni professionali erogate». La ricerca dell’Istituto Toniolo fa anche scoppiare la bolla dello «startupperoe» - ossia la retorica del “Non C’è Lavoro? Nessun Problema, Me Lo Invento E Sarà Tutto Facilissimo & Solferino28”. La crisi picchia selvaggiamente anche i molti (il 19,2% degli occupati under 40) che si sono messi in proprio e/o lanciati nell’imprenditoria: «dal 2008 al 2012 sono infatti spariti 331mila imprenditori under 40».

In tutto ciò, la riforma Fornero ha creato ulteriori sconquassi. In un articolo dello scorso marzo, il Fatto Quotidiano scriveva che

Solo il 5% dei precari è stato stabilizzato dopo la riforma Fornero e solo un altro 4% è passato ad un contratto flessibile con più tutele, mentre il 27% ha direttamente perso il lavoro e il 22% è scivolato verso un contratto peggiore.

Dopo le elezioni, tutti i partiti – che naturalmente hanno votato in blocco la legge – improvvisamente si sono accorti che la riforma Fornero fa schifo. Nel suo mini-tour europeo, il nuovo Presidente del Consiglio Enrico Letta ha posto la «riforma della riforma Fornero» come assoluta priorità per il rilancio dell’occupazione. Parlando con il premier spagnolo Rajoy, Letta ha annunciato che «al vertice europeo di giugno proporremo che il tema della disoccupazione giovanile diventi la questione centrale».

Anche il governatore della Bce Mario Draghi ha parlato del «problema» della disoccupazione giovanile, giunta a livelli che «rischiano di innescare forme di protesta estreme e distruttive». Un altro tema toccato da Draghi è stato quello relativo alle diseguaglianze sociali: da quasi «vent'anni è in atto una tendenza alla concentrazione dei redditi delle famiglie che penalizza i più deboli»; occorrerebbe dunque «una più equa partecipazione ai frutti della ricchezza nazionale» che aumenta «la coesione sociale» e conduce «al successo economico».

Tutto condivisibile, per carità. Peccato che lo stesso Draghi abbia anche ricordato un concetto molto semplice:

Le politiche di bilancio devono essere mantenute su sentieri sostenibili, al di là delle oscillazioni cicliche. Senza questo presupposto non vi è crescita duratura possibile.

Traduzione di Stefano Feltri del Fatto: «con un debito al 130 per cento del Pil per l'Italia l'austerità non finirà mai». E qui arriviamo al punto.

Qualche settimana fa il culto per l’austerità ha subito un durissimo colpo a livello accademico. Uno studente americano di economia, Thomas Herndon, coadiuvato dai professori Michael Ash e Robert Pollin, ha scoperto che uno dei testi fondativi dell’austerity – la ricerca Growth in the time of debt, “La crescita ai tempi del debito” – era pieno zeppo di inesattezze, strafalcioni ed errori (tra cui addirittura uno piuttosto grossolano in Excel).

Il Post ha riassunto così la ricerca:

Il documento era stato pubblicato nel 2010 da due economisti di Harvard, Carmen Reinhart e Ken Rogoff. La conclusione alla quale erano giunti era chiara e facilmente riassumibile: in media, i paesi che oltrepassano una soglia di debito pubblico superiore al 90% del PIL hanno in seguito una crescita economica negativa.

In pratica, la ricerca di Reinhart e Rogoff – apparsa prima che la troika somministrasse le sue cure da cavallo a Grecia, Irlanda e Portogallo – ha «fornito un’argomentazione in più a chi sosteneva la teoria della “austerità espansiva”, per la quale il rigore nei conti pubblici avrebbe portato – se non proprio di per sé, quasi – a un aumento della crescita». Sappiamo tutti com’è andata.

Per Paul Krugman, il fiasco della ricerca dei due economisti di Harvard va inserito nel più ampio contesto legato alla «mania dell’austerità», ossia

Il fortissimo desiderio di governanti, politici e opinionisti occidentali di abbandonare i disoccupati al loro destino e di usare la crisi economica come scusa per fare a pezzi le politiche sociali.

Da circa tre anni le misure di austerità sono presentate come «riforme necessarie», «sacrifici dolorosi ma inevitabili» e atroci espiazioni collettive, passate le quali la «crescita» tornerà a risplendere impetuosa. Purtroppo è probabile che non lo farà mai – o almeno non lo farà su false premesse e imposture ideologiche.

Nonostante le timide promesse di ripresa del «governo di pacificazione» di Enrico Letta, l’inverno europeo sarà ancora molto lungo. Il rischio è veramente quello di finire a zappare tutti quanti: e non per scelta o per fregiarsi del titolo di «contadino 2.0»; ma per mera, elementare sopravvivenza.

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