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Nigeria: le proteste contro la violenza mortale della polizia e l’uso dei social per ottenere giustizia

2 Novembre 2020 20 min lettura

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Nigeria: le proteste contro la violenza mortale della polizia e l’uso dei social per ottenere giustizia

18 min lettura

Da inizio ottobre decine di migliaia di persone stanno manifestando in Nigeria per protestare contro un'unità di polizia, la Squadra speciale anti-rapina (SARS), per anni accusata dalle organizzazioni che difendono i diritti umani di estorsioni, molestie, torture e omicidi.

Per amplificare la voce del proprio dissenso i cittadini nigeriani, oltre a scendere per strada, hanno promosso una campagna sui social utilizzando l'hashtag #EndSARS esprimendo la propria rabbia non solo nei confronti degli abusi degli agenti ma anche per la situazione in cui da anni versa il paese.

Non è la prima volta che accade. Già nel 2018 l'hashtag era stato usato per motivi analoghi.

Questa volta, però, la risonanza è stata maggiore perché la modalità di intervento è stata diversa.

Migliaia di post su Twitter di utenti di tutto il mondo hanno espresso sostegno ai dimostranti nigeriani che continuano a pubblicare sui social immagini e video documentando quanto sta accadendo nel paese.

Cosa è successo

A scatenare le dimostrazioni un tweet pubblicato il 3 ottobre – che ha ricevuto più di 11.000 retweet – in cui un utente denunciava l'omicidio di un ragazzo presumibilmente ucciso dalla polizia a Ughelli, una città dello Stato del Delta.

Da quanto riportato da Al Jazeera le autorità, che hanno negato l'autenticità del video, avrebbero arrestato l'autore scatenando ulteriore rabbia tra i manifestanti.

L'utente del post, il cui nickname è Chinyelugo, ha raccontato alla BBC di aver sempre mantenuto, fino alla pubblicazione del tweet, un profilo basso sui social, di essere stato in passato vittima delle forze di polizia e di aver sentito la necessità di twittare quello che sembrava fosse l'ennesimo attacco degli agenti nei confronti di un giovane.

«Se la SARS vede un ragazzo di successo, in una bella auto, lo molesta e gli estorce soldi», ha dichiarato.

Nduka Orjinmo, giornalista di BBC News, ha spiegato che la protesta è diventata imponente mercoledì 7 ottobre, quattro giorni dopo il tweet di Chinyelugo, quando Rinu Oduala, una donna esperta di media, ha convinto alcuni manifestanti a passare la notte fuori al palazzo del governo, a Lagos.

Da quel momento in tutte le principali città della Nigeria sono state organizzate manifestazioni per protestare contro la morte del ragazzo. Centinaia di giovani si sono riuniti nel centro di Lagos, esibendo striscioni che chiedevano "rispetto dei diritti umani" e "una società più equa". Stessa scena ad Abuja, la capitale del paese.

Secondo le testimonianze raccolte le proteste sarebbero state disperse dalla polizia con gas lacrimogeni a partire dal terzo giorno delle manifestazioni.

L'11 ottobre Muhammed Adamu, ispettore generale di polizia, ha annunciato lo scioglimento della SARS dichiarando che l'unità sarebbe stata abolita "con effetto immediato" e che la decisione era stata presa "in risposta ai desideri del popolo nigeriano".

«Lo scioglimento della SARS è solo il primo passo del nostro impegno verso un'ampia riforma della polizia al fine di garantire che il suo compito principale, insieme alle altre forze dell'ordine, rimanga la protezione delle vite e dei mezzi di sussistenza del nostro popolo», ha detto il presidente della Repubblica federale della Nigeria Muhammadu Buhari.

Gli agenti della SARS sarebbero stati assegnati ad altri comandi, formazioni e unità di polizia.

Dopo l'intensificarsi delle proteste, l'esercito nigeriano ha rilasciato una dichiarazione per mettere in guardia "tutti gli elementi sovversivi e provocatori" e per avvisare che avrebbe proseguito a rimanere "fortemente impegnato a tutti i costi nella difesa del paese e per la democrazia".

A sostegno dei dimostranti, il 14 ottobre il collettivo hacker Anonymous ha comunicato di aver violato "più" siti web del governo nigeriano.

"Anonymous ha hackerato diversi siti web governativi in solidarietà con i manifestanti #EndSARS e come punizione per la violenza della polizia", ha twittato il gruppo.

Anonymous ha poi creato un account su Twitter dedicato alla Nigeria avvertendo il governo del paese di "aspettarlo".

Nonostante non sia stato specificato quali siti web siano stati violati, la versione desktop di quello della polizia nigeriana è risultato inattiva alle 0:21 di giovedì 15 ottobre, mentre era regolarmente funzionante sui dispositivi mobili.

Come in tante località della Nigeria, anche nello Stato di Osun ci sono state proteste. Durante una delle manifestazioni che hanno avuto luogo nella capitale Osogbo, il governatore Adegboyega Oyetola è sfuggito a un tentato omicidio da parte di un gruppo di persone armate di pistole e machete che hanno attaccato i manifestanti.

Dopo aver marciato insieme ai dimostranti, Oyetola è stato oggetto di spari che non lo hanno ferito ma che hanno raggiunto alcuni suoi collaboratori. La conferma è arrivata dal portavoce del governatore che ha riferito alla BBC che Oyetola e il suo vice erano sopravvissuti all'attacco, ma che alcuni collaboratori erano rimasti feriti e un giornalista locale era in condizioni critiche a causa di un grave trauma cranico.

Il 20 ottobre è stata la giornata più sanguinosa dall'inizio delle contestazioni. La protesta è stata domata con violenza dalle forze di sicurezza che sono state accusate di aver ucciso alcuni manifestanti.

Amnesty International ha dichiarato di aver raccolto "prove credibili e inquietanti di uso eccessivo della forza che ha provocato la morte di manifestanti al casello di Lekki, a Lagos", aggiungendo di stare indagando su quanto accaduto. Secondo la ONG almeno dodici cittadini disarmati sono stati uccisi e centinaia sono rimasti feriti sia a Lekki che ad Alausa.

«Quello che è successo al casello di Lekki ha tutti gli elementi propri della copertura usata dalle autorità nigeriane tutte le volte che le loro forze di difesa e di sicurezza commettono omicidi illegali», ha detto Osai Ojigho, direttore di Amnesty Nigeria.

«Le smentite iniziali del coinvolgimento dei soldati nella sparatoria sono state seguite dalla vergognosa negazione della perdita di vite umane a seguito dell'attacco dei militari nelle proteste. Molte persone risultano ancora scomparse dal giorno dell'incidente e prove affidabili dimostrano che i militari hanno impedito alle ambulanze di raggiungere i feriti gravi» ha poi aggiunto.

Un soldato di stanza a Lagos, che ha rifiutato di essere identificato perché non autorizzato a parlare con i media, ha rivelato alla Reuters che le truppe del 65° battaglione dell'81esima divisione dell'esercito, con base a Bonny Camp, hanno sparato sui civili disarmati al casello. L'informazione è stata confermata da Human Rights Watch che ha definito l'operazione "una carneficina".

Quanto accaduto a Lekki è avvenuto all'indomani della decisione delle autorità di imporre il coprifuoco 24 ore su 24 ordinando alla popolazione di rimanere a casa.

I fatti di Lekki, come tutte le proteste, sono stati ampiamente documentati sui social.

Attraverso un agghiacciante live streaming su Instagram di un dj e cantautore nigeriano, DJ Switch, oltre 130.000 persone hanno assistito alla lenta e dolorosa morte di un giovane manifestante. Secondo alcuni testimoni oculari, la vittima è stata uccisa da un soldato dell'esercito nigeriano. Media locali e internazionali, tra cui Wall Street Journal e Deutsche Welle, hanno confermato questa versione dei fatti.

Come riportato da TechCabal, sul suo account Twitter – seguito da oltre 1,1 milioni di follower – l'esercito nigeriano ha respinto tutte le accuse contrassegnando come “fake news" gli screenshot di dodici articoli – di Reuters, France 24, New York Times, tra gli altri – e avvertendo i propri follower di “fare attenzione”.

Allo stesso tempo non ha fornito prove o testimonianze a sostegno di quanto dichiarato.

Il 17 ottobre l'esercito ha annunciato che dal 20 ottobre al 31 dicembre avrebbe condotto un'esercitazione nazionale denominata "Crocodile Smile VI".

“L'esercitazione è intenzionalmente concepita per essere onnicomprensiva e includere esercizi di guerra informatica progettati per identificare, monitorare e contrastare la propaganda negativa sui social media e nello spazio digitale. Si tratta del primo esercizio di guerra cibernetica condotto nella storia delle forze armate africane", si legge in un post su Facebook.

Se contrastare la propaganda negativa sui social significa respingere notizie che si considerano dannose – scrive Alexander O. Onukwue su TechCabal – è difficile prevedere quanto sarà trasparente questo "primo esercizio di guerra informatica".

Con una dichiarazione il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha condannato l'uso "eccessivo e sproporzionato" della forza contro manifestanti pacifici da parte delle forze di sicurezza nigeriane.

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha esortato “le autorità nigeriane a prendere misure urgenti per affrontare con decisione il problema di fondo delle persistenti violazioni commesse dalle forze di sicurezza”.

Anche Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, ha condannato fermamente la violenza letale invitando tutte le parti coinvolte a "favorire il dialogo".

In base alle informazioni fornite da Amnesty International dall'inizio delle proteste al 21 ottobre sono almeno 56 le persone morte in tutto il paese, inclusi manifestanti e "teppisti che sarebbero stati assunti dalle autorità".

Dopo giorni di smentite, il 27 ottobre l'esercito nigeriano, attraverso un suo portavoce, il maggiore Osoba Olaniyi, ha ammesso che i propri ufficiali sono stati schierati per garantire il rispetto del coprifuoco in tutto lo Stato negando, però, di aver aperto il fuoco.

«In nessun momento i soldati dell'esercito nigeriano hanno aperto il fuoco sui civili», ha dichiarato Olaniyi in una nota aggiungendo che le forze erano state schierate dietro ordine del governo dello Stato di Lagos per le violenze che hanno causato incendi di diverse stazioni di polizia, la morte di alcuni poliziotti, la liberazione di alcuni sospetti trattenuti in custodia e la sottrazione di armi.

Il governatore di Lagos Babajide Sanwo-Olu ha affermato, invece, di non avere nessuna responsabilità perché lo Stato non ha alcuna autorità sull'esercito nazionale. «È doveroso spiegare che nessun governatore controlla le regole di ingaggio dell'esercito», ha scritto su Twitter il giorno successivo alla sparatoria. «Ho tuttavia chiesto l'apertura di un'indagine sulle regole di ingaggio ordinate e adottate dagli uomini dell'esercito nigeriano schierati al casello di Lekki».

Che cos'è la SARS

La SARS era un'unità di polizia speciale istituita nel 1984 quando la Nigeria, il paese più popoloso dell'Africa, si è trovata a fronteggiare un aumento preoccupante di crimini violenti tra cui rapine, furti e rapimenti.

Dopo una fase iniziale in cui il suo intervento è riuscito effettivamente a dare un duro colpo all'illegalità, successivamente l'unità si è "trasformata in banditismo", come dichiarato in un'intervista a BBC News da Fulani Kwajafa, l'uomo che l'ha fondata, ex capo della polizia, fino a diventare un'impresa criminale che agiva impunemente. Kwajafa non ha nascosto di sentirsi "triste" e "in colpa" per quello che è diventata l'agenzia.

Nel 2018 il vicepresidente della repubblica Yemi Osinbajo aveva twittato di aver ordinato che "la gestione e le attività della SARS" fossero riviste "con effetto immediato".

Lo scorso anno, un gruppo di lavoro sulle riforme dell'unità della Squadra speciale anti-rapina appositamente formato su richiesta del presidente della Repubblica aveva raccomandato una serie di provvedimenti che includevano il licenziamento e la condanna degli agenti accusati di abusi sui nigeriani.

Il presidente Buhari diede al capo della polizia tre mesi di tempo per capire come implementare le raccomandazioni, ma niente è successo.

A giugno 2020, Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui sono stati documentati almeno 82 casi di tortura, maltrattamenti ed esecuzioni extragiudiziali da parte di agenti della SARS, compiuti tra gennaio 2017 e maggio 2020. Le vittime – ha dichiarato Amnesty – erano prevalentemente uomini di età compresa tra i 18 e i 25 anni.

Il fallimento del governo nigeriano nell'affrontare questo problema, ha detto Amnesty, ha mostrato "un assoluto disprezzo per le leggi e gli standard internazionali sui diritti umani".

Chi sono i manifestanti

L'età media della popolazione della Nigeria è 18 anni. I protagonisti delle proteste di questi giorni appartengono a una fascia d'età giovane proveniente dalle città. La maggior parte di loro ha tra i 18 e i 24 anni, non ha mai avuto la possibilità di avere stabilmente nella propria abitazione l'elettricità, non ha beneficiato di un'istruzione gratuita e non ha potuto frequentare le università chiuse a causa dei prolungati scioperi promossi dal sindacato del personale accademico.

«La struttura demografica non è quella di 10 o 20 anni fa, e soprattutto nelle aree urbane c'è meno pazienza con il vecchio modo di fare le cose», ha detto al Guardian Nnamdi Obasi, analista dell'organizzazione no profit International Crisis Group con sede a Lagos.

«Quali sono stati i benefici che ho ricevuto da questo paese da quando sono nata?» si chiede Victoria Pang, laureata 22enne, una delle tante giovani donne presenti alle manifestazioni, che ha partecipato a una delle proteste nella capitale, Abuja. «I nostri genitori raccontano che un tempo le cose andavano bene, ma noi non l'abbiamo mai vissuto», ha raccontato a BBC News.

I giovani considerati "appariscenti" o benestanti – perché in possesso di un'auto o di un pc o quelli che hanno tatuaggi o dreadlock – attirano l'attenzione degli agenti della SARS. I ragazzi agiati, il cui stile di vita non è conforme alle norme di un paese conservatore, sono spesso etichettati come "Yahoo-Boys", un termine gergale utilizzato per i truffatori di Internet. Ciò vale soprattutto per chi lavora con il computer da casa e che per questo diventa spesso oggetto di denunce da parte dei vicini. «Una volta, la mia proprietaria ha chiamato la polizia perché ero sempre a casa, con il generatore acceso, e stavo bene», ha raccontato Bright Echefu, uno sviluppatore di siti web di 22 anni, che si è unito alla protesta ad Abuja .

Per gli agenti, i manifestanti sono criminali. In realtà si tratta di giovani che lavorano e che devono badare a se stessi senza il sostegno dello Stato.

Da sempre tatuaggi, dreadlock e piercing o la scelta di percorsi di carriera non convenzionali sono stati attribuiti all'irresponsabilità delle famiglie, delle organizzazioni religiose, di comunità e persino di scuole, spiega BBC News. «In che modo avere un tatuaggio sul braccio mi rende una criminale?» si chiede Joy Ulo, una studentessa universitaria durante una protesta.

Perché protestano

Le proteste sono iniziate per manifestare contro la SARS ma le cause del malcontento sono diverse: un'autorità stagnante, una disoccupazione in aumento, infrastrutture inadeguate, una profonda disuguaglianza e una sensazione diffusa che nulla possa cambiare.

Nonostante lo scioglimento dell'unità e un provvedimento che prevede che tutto il personale debba presentarsi al quartier generale della polizia nella capitale, Abuja, per sottoporsi a una serie di esami psicologici e medici, i manifestanti hanno continuato a protestare poiché temono che la nuova unità di armi e tattiche speciali (SWAT) di recente costituzione non sia altro che una nuova SARS sotto altro nome.

Tra le richieste formulate dai dimostranti c'è l'immediato rilascio di tutti i manifestanti arrestati, giustizia per tutte le vittime decedute a causa della brutalità della polizia e un adeguato risarcimento per le loro famiglie.

I manifestanti chiedono, inoltre, che un organismo indipendente sovrintenda alle indagini e alle denunce di cattiva condotta della polizia; alla valutazione psicologica e alla nuova formazione di tutti gli agenti della SARS prima che siano riassegnati ad altri corpi; un aumento dello stipendio degli agenti in modo che siano adeguatamente compensati per proteggere le vite e le proprietà dei cittadini.

«È stato chiaro da subito che la protesta non riguarda solo la SARS, perché il tipo di abusi documentati è qualcosa che è diventato parte della vita quotidiana dei nigeriani nel loro rapporto con i rappresentanti delle autorità», ha detto ad Al Jazeera Annie Olaloku-Teriba, analista degli affari del paese.

«La grave disuguaglianza, a cui abbiamo assistito, ha fatto sì che i giovani che scendono in strada si sentano come se si trattasse di una lotta per la sopravvivenza», ha proseguito Olaloku-Teriba che ha aggiunto che "la risposta del governo è stata unicamente usare cannoni ad acqua e aprire il fuoco sui manifestanti sottoposti a quella brutalità che fa solo aumentare le loro richieste".

Nonostante l'enorme ricchezza petrolifera e una delle maggiori economie africane, la popolazione della Nigeria soffre la povertà e la mancanza di servizi di base, a causa della corruzione dilagante. La frustrazione nata nei confronti della polizia è un riflesso di quella più ampia nei confronti dello Stato.

Inoltre, c'è anche una profonda delusione nei confronti del presidente Buhari, in carica dal 2015 e il cui mandato scade nel 2023. Buhari, che deve affrontare la sfida di gestire una crisi economica aggravata dalla pandemia di coronavirus, è rimasto in gran parte in silenzio durante le proteste.

Come scrive lo scrittore, editore, avvocato e attivista nigeriano Innanoshe R.A. sul Washington Post ci sono cose, nel paese, che non cambiano mai. La brutalità della polizia e dei militari, la terribile situazione della governance, l'onnipresenza della corruzione, l'estrema povertà e disuguaglianza, l'inaffidabilità della fornitura di energia elettrica fanno parte di un ciclo senza fine.

Dopo aver riposto fiducia in un presidente che in campagna elettorale si è speso in mille promesse andate tutte disattese, oggi, dopo più di cinque anni, la Nigeria è diventata il relitto di ciò che era.

Nelle strade imperversa la violenza. I nigeriani sono sotto un attacco letale senza precedenti da parte del governo.
Ma forse – prosegue Innanoshe R.A. – una delle rappresentazioni più crude del fallimento di Buhari sono le immagini e i video diffusi sui social della popolazione che combatte con le unghie e con i denti per impossessarsi di sacchi di riso, farina, pasta, zucchero e altre scorte recentemente scoperte in magazzini di proprietà del governo pieni di aiuti per fronteggiare l'emergenza della COVID-19. Le scorte erano destinate ai nigeriani durante l'apice della pandemia di coronavirus, ma, come accade la maggior parte delle volte in Nigeria, i politici hanno deciso di tenerle per sé.

Nel 2019, la Nigeria è scesa di due posizioni (passando al 144esimo posto su 180 paesi) rispetto agli anni precedenti nell'indice annuale di Percezione della Corruzione di Transparency International. L'amministrazione Buhari ha denunciato il rapporto come "infondato".

Il rapporto del 2018 del World Poverty Clock ha appurato che nonostante la Nigeria abbia l'economia più ricca e più grande dell'Africa, ha superato l'India come paese con il maggior numero di persone che vivono in estrema povertà nel mondo.

La disoccupazione giovanile è aumentata negli ultimi anni e attestandosi attualmente quasi al 41%.

In base a una simulazione della Banca Mondiale la crisi derivata dalla pandemia COVID-19 unita alla crisi dei prezzi del petrolio potrebbe creare 10 milioni di nuovi poveri tra i nigeriani entro il 2022.

La strategia sui social

Nei primi giorni delle manifestazioni, la corrispondente della BBC dalla Nigeria Mayeni Jones ha osservato un'interessante strategia delle proteste digitali che potrebbe spiegare il motivo per cui questa volta, a differenza di due anni fa, ci sia stata maggiore attenzione rispetto al passato.

Chi l'ha organizzata ha individuato come obiettivi aziende e giornalisti, taggandoli su Twitter, chiedendo il motivo per cui non si stessero occupando di quanto stava accadendo.

La partecipazione degli utenti è stata tale che #EndSARS è diventato in poco tempo trending topic su Twitter.

Successivamente i manifestanti hanno iniziato a “bombardare” le celebrità.

Venerdì 9 ottobre il docente di strategia Dípò Awójídé ha pubblicato un tweet in cui ha taggato il pugile nigeriano-britannico Antony Joshua e l'attore di Star Wars John Boyega chiedendo di twittare, a loro volta, per sensibilizzare l'opinione pubblica su quanto stava avvenendo in Nigeria e catturare l'attenzione dei media .

Così è avvenuto.

Da lì a poco numerose celebrità del mondo dello sport, dello spettacolo, della musica hanno pubblicato i propri tweet per esprimere la propria preoccupazione sulle vicende nigeriane.

La discussione su Twitter ha raggiunto il picco di 661.340 tweet domenica 11 ottobre.

Dopo quasi una settimana i tweet con l'hashtag #EndSARS erano diventati quasi 3,3 milioni e i retweet 744.000.

I social media hanno svolto un ruolo significativo anche nella raccolta fondi, come riferito dal Guardian.

Quando due banche nigeriane hanno chiuso il conto corrente di un'associazione che partecipava alle proteste, i membri hanno convertito i loro risparmi in bitcoin iniziando a raccogliere fondi in criptovaluta.

Le donazioni sono aumentate vertiginosamente dopo che l'amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey, ha incoraggiato i suoi quasi 5 milioni di follower a contribuire con una donazione.

Un altro gruppo è riuscito a raccogliere grazie ai social più di 73 milioni di naira (160mila euro), che sono stati utilizzati per assumere guardie di sicurezza private, pagare ambulanze private e coprire le spese legali dei manifestanti arrestati in tutto il paese.

Le manifestazioni in Nigeria sono state accompagnate da proteste nel mondo che si sono svolte in varie città tra cui Londra, Berlino, New York e Toronto.

In questo fine settimana i cittadini nigeriani nel mondo hanno chiamato a raccolta i propri concittadini organizzando un weekend di azione globale per continuare a mantenere viva l'attenzione.

L'uso dei social per contrastare la disinformazione dei media

Per evitare che la narrazione della protesta cambi e che i manifestanti siano accusati di essere promotori di azioni violente, i dimostranti – come documentato da Quartz Africa – cercano di raccontare il più possibile in tempo reale quanto accade nel corso delle manifestazioni, condividendolo sui social.

Grazie a questa raccolta di immagini e video è stato possibile scagionare dalle accuse un imprenditore dello spettacolo, Ademola Ojabodu, arrestato mentre stava protestando a Lagos.

Qualche ora l'arresto dopo la famiglia di Ojabodu era venuta a conoscenza che l'uomo era stato accusato dell'omicidio di un agente di polizia.

La notizia è arrivata dopo che TVC News, un'emittente televisiva affiliata al partito del governo nigeriano, ha riferito che alcuni poliziotti erano stati uccisi durante le proteste.

Effettivamente un poliziotto era stato colpito ma, contrariamente a quanto raccontato dalle televisioni locali e dalla polizia, l'uomo era deceduto per colpi di arma da fuoco sparati accidentalmente dai suoi compagni.

Per far cadere le accuse, gli organizzatori della protesta hanno cercato tra immagini e filmati condivisi su Twitter, testimonianze (trovate!) che mostrassero che Ojabodu fosse altrove rispetto al luogo dove sono avvenute le sparatorie.

A confermare che non era lui l'autore dell'omicidio le riprese del cellulare del poliziotto morto che dimostrano che a colpirlo è stato il fuoco amico.

Oltre a utilizzare i social per la mobilitazione e l'organizzazione delle proteste, i giovani manifestanti se ne servono per condividere i video delle dimostrazioni pacifiche e le prove di aggressioni da parte della polizia sui gruppi WhatsApp, informando così una fascia demografica che ne fa largo uso: gli anziani.

Si tratta di una scelta strategica poiché WhatsApp è ormai da tempo utilizzato per diffondere disinformazione nella fascia di età anagraficamente più alta.

A fronte dell'importanza che i social media e Internet ormai ricoprono nell'ambito delle proteste, accrescono i timori di una chiusura di Internet o di un blocco delle app. Per fronteggiare questa eventualità i gruppi locali per i diritti digitali stanno promuovendo campagne di sensibilizzazione su come utilizzare le VPN (reti protette) per rimanere online.

Col crescere delle proteste, aumentano i sospetti che gli attori governativi cercheranno di farle fallire incitando i manifestanti a commettere azioni violente per poter giustificare il ricorso alla repressione. Ci sono prove che ciò stia già accadendo: i manifestanti hanno raccontato di essere stati attaccati ad Abuja e Lagos da malviventi presumibilmente nel tentativo di provocare una reazione aggressiva.

Piuttosto che vendicarsi e reagire la risposta prevalente dei manifestanti è catturare questi tentativi di incitamento alla violenza con le videocamere per dissipare ogni eventuale possibilità che le loro proteste pacifiche si trasformino agli occhi dell'opinione pubblica nazionale e internazionale in manifestazioni violente, raccontando una storia diversa che nulla ha a che fare con la realtà.

immagine via Vanguard

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