Virus: la fiction sul “retroscena” è la nuova frontiera del giornalismo televisivo?

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di Benedetta Tobagi - scrittrice e consigliere d'amministrazione Rai

“Il racconto dell’attualità visto attraverso la lente dell’approfondimento”, con “l’uso di linguaggi televisivi differenti […] Un reportage snodato da studio permette di fotografare la realtà del problema in questione […] una riflessione da studio permette un ulteriore approfondimento grazie alle nuove potenzialità del fact-checking”: così era stato presentato sulla carta il programma del vice direttore de “Il Giornale” e già conduttore di “In onda” Nicola Porro, “Virus-il contagio delle idee”, il nuovo spazio informativo di prima serata di Rai2, che va a colmare un vuoto nella rete da lungo tempo “orfana” di Michele Santoro. Per carità, è fisiologico e naturale che un programma, quando prende forma sul teleschermo, si trasformi rispetto all’idea originaria. Vediamo però quanto cambia “Virus”, e come sceglie di presentarsi ai telespettatori.

La prima puntata, andata in onda mercoledì 3 luglio, era focalizzata in buona parte sulla discussione intorno alla condanna di Silvio Berlusconi nel processo Ruby e le possibili ripercussioni politiche. Il primo contributo filmato (reportage?) proponeva una semplice collezione di esternazioni raccolte fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano tra cittadini favorevoli o contrari a Berlusconi: frasi con una forte coloritura emotiva da entrambe le parti. In studio, un panel di quattro ospiti, nella più ordinaria, vetusta e consolidata tradizione del talk show. Volti peraltro ben noti al pubblico di simili trasmissioni: Monti, Epifani, Feltri (il Giornale), Giannini (La Repubblica). Il (consueto) giro di opinioni. Volendo essere gentili, potremmo limitarci a commentare: già visto.

Poi, al 19° minuto di trasmissione circa, Porro annuncia “qualcosa che abbiamo raccolto, una cosa che avviene nei quotidiani, un po’ meno nella tv: il ‘retroscena’. "Abbiamo partecipato”, spiega il conduttore, “a un pranzo con i cosiddetti ‘falchi’ del PdL e abbiamo riproposto la conversazione tra i ‘falchi’ e il sottoscritto”, Porro appunto.

Segue una ricostruzione che copia il modello ideato anni fa da Michele Santoro per raccontare, per esempio, le intercettazioni o altri documenti giudiziari. Una modalità di ricostruzione che fu oggetto di vivacissime polemiche, a suo tempo: si contestava, in buona sostanza, la legittimità e l’opportunità di presentare talune vicende (peraltro documentate) mediante ricostruzioni, all’interno di un programma giornalistico. Sullo schermo, ieri sera, ombre senza volto e senza nome che conversano al tavolo di un ristorante, doppiate da attori. Alla base della “ricostruzione”, però, non vi è alcun documento, né la registrazione di un colloquio con le fonti. È solo la plastica mise en scène di un “retroscena” romano. Porro si premura di precisare, alla fine: “È evidente che questa è una ricostruzione” – (come se la precisazione attenuasse l’impatto emotivo e pre-razionale che la visione della “ricostruzione” ha sugli spettatori) – “non c’è nessuna registrazione, ma è molto fedele”. Poi aggiunge: “La ricostruzione è vera perché ne sono testimone” (è questo il fact-checking preannunciato?).

È questo il nuovo canone dell’approfondimento giornalistico di prima serata dell’azienda di servizio pubblico? Per “racconto della realtà”, in una congiuntura economica, politica e sociale complessa come quella che stiamo vivendo, si intende l’importazione in tv del “retroscena”?

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