Le proteste in Iran contro corruzione, austerità e disoccupazione

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Una protesta che si diffonde in modo esteso in tutto il paese apparentemente in modo spontaneo e di cui si fatica a comprenderne sviluppi e significato. Da sei giorni l’Iran è terreno di proteste e scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Si tratta delle manifestazioni più grandi dalle elezioni del 2009, quando il “movimento dell’Onda Verde” scese in piazza per protestare contro la vittoria alle elezioni presidenziali del candidato conservatore, Mahmud Ahmadinejad. In quella circostanza, quando milioni di persone contestarono l’esito elettorale, le manifestazioni furono brutalmente represse con centinaia di arresti e 30 persone uccise.

via BBC

Secondo i media di Stato solo nella notte tra l’1 e il 2 gennaio nell’Iran centrale 9 nove persone, tra cui un bambino, sono morte a causa degli scontri. Sei manifestanti sono morti in quello che è stato descritto come un apparente tentativo di sequestrare armi da una stazione di polizia, scrive BBC. Altrove, un ragazzo di 11 anni e un uomo sono stati dichiarati uccisi negli scontri insieme a un membro delle Guardie rivoluzionarie. In totale, dall’inizio delle proteste, sono almeno 21 le vittime, mentre, riporta il Guardian, 450 persone sarebbero state arrestate a Teheran da sabato scorso, anche se a livello nazionale non sono state rilasciate cifre.

Il capo supremo dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, in una serie di tweet ha accusato i nemici della Repubblica Islamica di disordini a livello nazionale: «Negli eventi degli ultimi giorni, i nemici dell'Iran stanno schierando tutti i mezzi a loro disposizione tra cui denaro, armi e supporto politico e di intelligence per creare problemi per l'establishment islamico», ha detto Khamenei.

A differenza del 2009, questa volta le proteste, scrive Elena Zacchetti su Il Post, non sono partite da Teheran, la città più progressista dell’Iran, ma dalla provincia, dove i conservatori sono più forti. Giovedì 28 dicembre 2017 a Mashhad, un centro di due milioni di abitanti nella zona nord-orientale dell’Iran, centinaia di persone hanno protestato contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione. La manifestazione sembrerebbe essere stata organizzata dagli ultraconservatori, schieramento politico che fa riferimento a Khamenei e si oppone alle politiche moderate del presidente iraniano Hassan Rouhani.

Le manifestazioni hanno poi coinvolto altre due città vicine, Neyshabour e Kashmar e nei giorni successivi si sono estese al centro e all’ovest dell’Iran, fino ad arrivare a Teheran, diffondendosi in tutto il territorio nazionale e assumendo una dimensione più anti-regime, includendo tra gli obiettivi della protesta anche Khamenei, con slogan che chiedevano la caudata dell’Ayatollah e del governo islamico, scrive il Guardian.

L’intervento del presidente Rouhani, che domenica scorsa (31 dicembre) aveva parlato alla televisione nazionale riconoscendo le ragioni delle proteste, non è riuscito a sedare la rabbia. «Le persone hanno il diritto di esprimere il proprio dissenso, ma criticare è una cosa diversa dall’essere violenti e distruggere proprietà pubbliche», aveva detto il presidente.

Diversi video diffusi sui social media hanno mostrato immagini di scontri e violenze in diverse città iraniane. In particolare Telegram è stata una delle app più utilizzate dai manifestanti per comunicare e organizzarsi.

A Dorud, nella provincia occidentale di Lourestan, due persone sono state uccise dopo che la polizia ha iniziato a sparare contro i manifestanti che cercavano di occupare l’ufficio del governatorato, a Teheran ci sono stati scontri tra studenti e forze di sicurezza dell’Università. Un uomo di Teheran che guida un taxi per Snapp, l’equivalente iraniano di Uber, ha detto al Guardian di aver visto le guardie di sicurezza uscire a piene forze in moto con manganelli. L'autista ha detto che le proteste erano più diffuse nelle province che a Teheran, perché le persone della classe operaia nelle province erano le più colpite dai problemi economici dell'Iran: «A Kermanshah (nell'Iran occidentale) c'è stato un terremoto di recente e molti di quelli colpiti vivono ancora fuori. Ad Ahwaz, a 30 anni dalla guerra (tra Iran e Iraq), la situazione è ancora negativa». «La città di Arak – ha proseguito l’uomo – ha molte industrie e molte persone sono senza lavoro. Uno dei miei parenti lavora per una compagnia petrolchimica ad Arak... non hanno stipendi da qualche mese, ecco perché sono fuori... A poco a poco la gente si stanca e alza la voce».

L'attrice Taraneh Alidoosti, famosa per la sua collaborazione con il regista iraniano premio Oscar Asghar Farhadi, ha chiesto su Twitter che le autorità si astengano dall'usare la violenza contro i manifestanti e invece di capire la loro rabbia e trovare un modo per calmare la situazione.

Sempre domenica 31 dicembre, come segnalato dalla corrispondente di Le Monde, Ghazal Golshiri, è stato bloccato l'accesso ai social network (tra cui Telegram e Instagram), parzialmente a Teheran, completamente a Mashhad, racconta Farnaz Fassihi su Wall Street Journal. Fonti istituzionali hanno detto che si trattava di una decisione temporanea. Nonostante questo, molte violenze sono state riportate anche domenica, nel quarto giorno di proteste:

Lunedì 1 gennaio, Rouhani ha parlato con alcuni parlamentari in un incontro che sarebbe stato pianificato prima dell'inizio delle proteste. Il presidente ha riconosciuto la rabbia per la situazione economica critica ma ha avvertito che il governo non avrebbe esitato a usare la repressione nei confronti di coloro che considera trasgressori della legge.

Il 3 gennaio ci sono state diverse manifestazioni in più città a favore del regime alle quali avrebbero partecipato migliaia, ma nessuno è in grado di verificare effettivamente il numero dei partecipanti, scrive la CNN. Come spiega Daniel Funke su Poynter, l'assenza di giornalisti sui luoghi dove stanno avvenendo le proteste e il blocco di Instagram e Telegram da parte del regime rendono molto difficile verificare le immagini e i video che stanno circolando. La tv di Stato ha mostrato le immagini provenienti da Ahwaz, nel sud-ovest dell’Iran, Ilam, a occidente, e Arak, nel centro.

«La rivolta in Iran è stata sconfitta», hanno dichiarato i Guardiani della Rivoluzione, annunciando così la fine delle proteste scoppiate il 28 dicembre senza però portare evidenze di quanto dichiarato. Il generale Mohammed Ali Jafari ha aggiunto che all’origine della sommossa ci sarebbe stato un «appello di un sito affiliato a una persona che oggi parla contro il sistema islamico», facendo riferimento, senza nominarlo, all’ex presidente Ahmadinejad. I manifestanti sarebbero stati addestrati da «forze anti-rivoluzionarie e dai terroristi dell’Mko», i Mujaheddin del Popolo iraniano, organizzazione bandita in Iran per terrorismo.

I significati della protesta

La portata e la rapidità con cui le proteste si sono diffuse  hanno lasciato perplessi molti in Iran, compresi i riformisti critici per la situazione del paese ma non propensi a un cambio di regime, scrive ancora il Guardian. Per la prima volta manifestazioni di questo genere si sono verificate simultaneamente nelle capitali e nei piccoli centri provinciali e il regime iraniano ha temuto per decenni il dilagare di proteste per le cattive condizioni economiche, ha fatto notare in una discussione su Twitter l’analista Ali Reza Eshraghi. Non si riesce a capire, inoltre, se si tratti di una protesta unica o di più manifestazioni sganciate tra di loro, se siano spontanee o se dietro ci sia qualche organizzazione.

Alcune prove, spiega Karim Sadjadpour su The Atlantic, suggeriscono che inizialmente sono state incoraggiate dalle forze ultra-conservatrici per mettere in difficoltà il presidente Hassan Rouhani, ma probabilmente sono state poi alimentate dal particolare contesto economico, storico, sociale, politico, culturale dell’Iran: l’aumento del costo della vita, la corruzione endemica, la cattiva gestione delle istituzioni. A questo va aggiunto “quel cocktail amaro di repressione politica e sociale, entrambe condotte dal piedistallo morale della teocrazia islamista”. “Non è chiaro quale sia l'obiettivo generale delle proteste, non esiste una chiara e unica preoccupazione come nel 2009 [ndr quando fu contestata la vittoria alle elezioni presidenziali di Mahmud Ahmadinejad], c’è un ampio malcontento per la disparità di distribuzione della ricchezza, le aspettative di ripresa economica non realizzate, l’approccio del paese alle regole e norme sociali”, ha aggiunto Golnar Motevalli di Bloomberg.

Per comprendere cosa sta accadendo in Iran occorre quindi provare a districare più piani che sembrano sovrapporsi e che nel loro innestarsi rendono la situazione molto opaca e dagli sviluppi inaspettati.

“Le proteste del primo giorno sono state organizzate dagli ultra-conservatori”

Secondo alcuni esperti, analisti e giornalisti, dietro la protesta del 28 dicembre a Mashhad ci sarebbero i gruppi ultra-conservatori che fanno riferimento all’Ayatollah Ali Khamenei, con l’obiettivo di indebolire il governo di Rouhani, in forte competizione con Khamenei. A suffragio di questa ipotesi, il fatto che Mashhad sia una città dominata dai conservatori e, scrive Thomas Erdbrink sul New York Times, da Ibrahim Raesi, sconfitto da Rouhani alle ultime elezioni presidenziali a maggio e che in passato aveva accusato il governo di non aver saputo far risalire economicamente l’Iran. Raesi ha insistito molto nell’individuare nelle politiche di Rouhani la causa dell’incremento di disuguaglianze e povertà.

La crisi economica

Ad alimentare le proteste potrebbero esserci però altri fattori. Innanzitutto, la crisi economica e il progressivo impoverimento della popolazione. La disoccupazione è al 12,4% e comprende molti neolaureati. Molti di coloro che hanno un lavoro vengono pagati sporadicamente, riferisce Iran Wire.

Un nuovo budget presentato dal governo a dicembre, scrive Thomas Erdbrink sul New York Times, è stato molto discusso su Telegram, il social media più diffuso in Iran. Molte persone sono rimaste sconvolte dagli stanziamenti per le istituzioni religiose mentre altre aree del bilancio sono state tagliate. È aumentata una "tassa di uscita" che gli iraniani pagano ogni volta che viaggiano fuori dal paese, mentre sono stati tagliati milioni di dollari previsti per un piano di sussidi per i poveri. Allo stesso tempo, il governo ha permesso il deprezzamento della moneta iraniana nell'ultimo semestre, che ha portato all'inflazione di alcuni prodotti come le uova, il cui prezzo è aumentato del 40%.

Scrive il giornalista Borzou Daragahi su BuzzFeed che Rouhani, rendendo pubblico per la prima volta il bilancio annuale dell’Iran, potrebbe aver lui stesso alimentato il malcontento della popolazione, con l'intento scatenare proteste contro le istituzioni religiose.

A questo va aggiunta la delusione per la mancata ripresa economica auspicata da tutti dopo l’accordo sul nucleare e la revoca delle sanzioni imposta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’accordo, raggiunto nell’aprile del 2015, prevedeva che l’Iran riducesse la sua capacità di arricchire l’uranio in cambio della rimozione di alcune sanzioni internazionali. Secondo il presidente Rouhani, tra i principali sostenitori dell’accordo, la rimozione delle sanzioni avrebbe inciso sull’economia del paese.

Invece la crescita economica sembra non esserci stata, perché nonostante le sanzioni siano state revocate, non c'è stato un effetto benefico sull'economia e, inoltre, l'Iran continua a pagare per diversi soggetti ancora presenti nella lista nera (associate al programma missilistico e all'esportazione e importazione di armi, ad esempio), spiega Katherine Ellen Foley su Quartz. Gli Stati Uniti hanno annunciato nel luglio scorso una nuova serie di sanzioni contro alcune compagnie iraniane, dopo che l'Iran ha lanciato un missile balistico. Per questo motivo, spiega Gwynne Dyer su Internazionale, le banche restano diffidenti nella gestione del denaro proveniente dall'Iran o di concedere prestiti alle sue aziende e i benefici dell'accordo non si sono mai realizzati.

Il fatto che la situazione economica non sia migliorata, ha detto alla CNN Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council, ha rafforzato la percezione di un governo corrotto, che preferisce spendere i soldi più per gli interventi in Siria e Libano che per i cittadini. «Il governo è visto come profondamente corrotto, l'ineguaglianza crescente è sentita dalla popolazione come una vera forma di ingiustizia», ​​ha spiegato sempre all’emittente americana Alireza Nader, analista internazionale iraniana e ricercatrice presso la Rand Corp a Washington, aggiungendo che «questo doveva essere un sistema che avrebbe dovuto rendere giustizia al popolo dopo la rivoluzione del 1979 e ha fallito».

La condizione delle donne

Sugli aspetti di carattere economico e politico, si innesta poi la condizione delle donne in Iran che potrebbe aver dato un ulteriore impulso alle proteste. Nella società iraniana c’è una grande spinta da parte delle donne per raggiungere la parità dei diritti, spiega Karim Sadjadpour, membro del Carnegie Endowment for International Peace. Questi sforzi sono diventati più forti negli ultimi anni, ha aggiunto Alireza Nader. «Le donne in Iran sono altamente istruite, sono coinvolte nella forza lavoro, probabilmente più di qualsiasi altro paese in Medio Oriente, e vengono continuamente represse. Questo fa parte della loro lotta per ottenere la loro libertà e i loro diritti».

Nei giorni scorsi è circolata sui social media e sui giornali la foto di una donna iraniana con la testa scoperta e un bastone in mano sul quale era appoggiato il suo velo bianco come una bandiera. L’immagine è stata subito associata alle proteste iniziate in Iran il 28 dicembre, ma non c’entra nulla con le manifestazioni. La donna stava protestando contro le regole di abbigliamento imposte dal regime iraniano ed è stata arrestata dalla polizia.

ميدان انقلاب چهارشنبه و اعتراض نمادين به حجاب اجباري. یک وقتهایی تاریخ را میخوانیم و از شهامت و جسارت امثال رزاپارکس ها برای به چالش کشیدن قدرت و اعتراض به ظلم و تبعیض غرق حیرت و حسرت میشویم... در حالی که حالا صدها و هزاران رزا پارکس ایرانی هستند که با همان شجاعت و با همان سرسختی به قوانین مرتجع و عقب مانده و تبعیض آمیز اعتراض میکنند و متاسفانه کمتر دیده میشوند و در بسیاری از مواقع با پوزخندی از کنارشان می‌گذریم. #چهارشنبه_های_سفید #نه_به_حجاب_اجباری #نه_به_تبعیض_علیه_زنان @sharagimzand

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“La foto è stata infatti scattata il 27 dicembre a Teheran e – ricostruisce Il Post – pubblicata per la prima volta su Facebook e Instagram da Masih Alinejad, 38enne attivista iraniana che da anni vive in esilio tra Londra e New York”.

"براي دختر روي سكوي خيابان انقلاب. كاري كه او كرد اعلام نارضايتي اش بود به شيوه اي مدني و مسالمت آميز. درست شبيه به كاري كه اين روزها مردم سراسر ايران دارند انجام مي دهند. بيانِ نارضايتي و اعتراض شان به وضعيت موجود. امتداد صداي هم باشيم حتي اگر بگويند هيسسسس الان وقتش نيست. زنان اين روزها شانه به شانه ي مردان ايستاده اند و شجاعانه عليه ظلم فرياد مي زنند. هيچ وقت فريب كساني را نخوريم كه ميان زنان و مردان جدايي مي اندازند و هيس هيس مي كنند. نبايد اين زن را تنها بگذاريم و نسبت به وضعيتش بي تفاوت باشيم. هميشه وقتش است كه از هم حمايت كنيم و در همه ي شرايط حتي وسط تجمع ها و تظاهرات هم حجاب اجباري را كه نمادِ سركوب و تحقير انسان است دور بياندازيم." #چهارشنبه_های_سفید #چهارشنبه_های_بدون_اجبار #whitewednesdays #نه_به_حجاب_اجباری

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Il 30 dicembre un’immagine stilizzata della donna che sventola il velo è stata pubblicata sull’account Instagram di Masih Alinejad ed è diventata, suo malgrado, immediatamente il simbolo delle recenti proteste in Iran, iniziate però il giorno successivo rispetto alla foto originale e in altre città, come già detto in precedenza a maggioranza ultraconservatrice.

Gli sviluppi

Non si può ancora sapere quali possano essere le conseguenze di questi giorni di protesta, se porteranno a un ribaltamento del regime o si spegneranno dopo poche settimane. Il Movimento Verde nel 2009 durò per mesi, queste manifestazioni sono iniziate meno di una settimana fa, non è chiaro per quanto tempo il governo permetterà questa ondata di dissenso, scrive la CNN.

Queste manifestazioni non sono nuove, spiega Suzanne Maloney, vicedirettrice del programma di politica estera del think tank americano Brookings Institution. In passato altre proteste per ragioni economiche in Iran si sono trasformate in richieste di grandi cambiamenti politici.

La mancanza di leadership, struttura e obiettivi è il motivo per cui le rivolte precedenti hanno generalmente fallito, sottolinea Farnaz Fassihi del Wall Street Journal.

Ahmad Sadri su Al Jazeera trova le ragioni del fallimento dei tentativi passati nel particolare sistema politico iraniano che vede coesistere “un piccolo cuore democratico, con camere presidenziali e parlamentari elettive, e un esoscheletro inflessibile e teocratico”. Questo piccolo cuore democratico è stato in grado di prolungare la vita del sistema ma non di ammorbidirne il guscio autoritario. Da un lato, c’è il “Leader Supremo” che detiene tre quarti del potere politico, un incarico permanente non eletto con poteri enormi, tra cui il comando delle forze armate e la gestione della politica estera; dall’altro, il presidente e il parlamento eletti democraticamente che non hanno alcuna intenzione di controllare i poteri del leader supremo. “Di conseguenza, il sistema è rimasto opaco, cieco ai suoi stessi difetti, resistente alla crescita e incapace di adattarsi ai suoi ambienti interni ed esterni in evoluzione.”

In questo contesto, sono maturate le ondate di proteste negli anni. C’è voluto un decennio dopo la rivoluzione del 1978 perché il movimento democratico cominciasse ad acquisire coscienza di sé, spiega Sadri. Ce n’è voluto un altro, dopo la fine della guerra Iran-Iraq nel 1988, perché questo sentimento prendesse forma politica nell’esperienza che ha portato al potere il presidente Mohammed Khatami nel 1997. Un tentativo di riforma del sistema che si è scontrato di fronte alla resistenza dei teocratici, che “hanno combattuto Khatami con le unghie e con i denti e sabotato i suoi piani”.

Il fallimento di Khatami ha creato le condizioni per una profonda sfiducia nella politica e le premesse per l’ascesa di Mahmoud Ahmadinejad. Il conseguente isolamento internazionale e la precipitosa svalutazione della moneta hanno spinto le persone a votare nel 2009 e, quando Ahmadinejad fu dichiarato vincitore, “la percezione di un'elezione rubata portò a immense manifestazioni di strada che divennero note come l’Onda Verde”. A differenza delle attuali rivolte, evidenzia Sadri, il movimento del 2009 ha avuto una visione politica ben definita e una leadership rapidamente fermata e perseguitata. Le manifestazioni di strada sono state brutalmente represse.

Il disastroso secondo mandato di Ahmadinejad, che portò il paese quasi al collasso economico sotto le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, portò all’elezione nel 2013 di Hassan Rouhani, un religioso moderato che prometteva la normalizzazione internazionale e la prosperità economica: “un ramoscello d’ulivo al gruppo conservatore di destra per superare il passato. Ma il gesto di distensione è stato respinto”. Rouhani, spiega l'Italian Institute for International Political Studies (Ispi), ha provato a realizzare una complessa opera di bilanciamento tra gli interessi politici del fronte conservatore più moderato e quelli del fronte riformista. Ma "gli apparati dello 'stato profondo' (ndr la galassia di apparati istituzionali o non istituzionali vicine al fronte più conservatore ) hanno visto con sospetto – se non aperta ostilità – ogni tentativo di apertura del sistema, sia esso politico, sociale o economico. La logica che sottende a questa ostilità sembra essere la stessa che nel 1989 in Cina guidò la repressione delle proteste di piazza Tienanmen: il timore che dall’apertura economica possa derivare una apertura politica che finisca con il mettere in pericolo la sopravvivenza stessa del sistema".

“Finché l'Iran non modificherà radicalmente la sua istituzione dell'ufficio del Capo supremo e finché l'elemento democratico di quel sistema rimarrà marginalizzato e impotente a esprimere i desideri della gente e ridurre le tensioni attraverso la rappresentanza legale”, conclude Sadri, "le rivolte e le insurrezioni saranno una caratteristica permanente della Repubblica islamica dell'Iran".

In un commento sul Washington Post, Maziar Bahari, editor di IranWire ed ex prigioniero politico in Iran, ha scritto di non ritenere le proteste sufficienti per poter far cadere il governo, ma sono ancora un segno di ciò che alla fine potrebbe accadere: "È una rivoluzione? Non ancora. Il governo iraniano è il suo peggior nemico e il popolo iraniano lo sa. I guai economici che portano a lotte intestine possono far cadere questo sistema corrotto e brutale. Diverse fazioni all'interno del governo, molto probabilmente, e lo stesso di sempre, scelgono di respingere le vere lamentele economiche del popolo iraniano e attribuire l’origine delle proteste ad agenti stranieri e a una cospirazione sionista internazionale imperialista. (...) I governanti iraniani possono scegliere di incolpare gli stranieri e i sionisti - ma difficilmente si rendono conto che il vero pericolo per il loro potere è proprio a casa ".

"Nel 1979, gli iraniani hanno vissuto una rivoluzione senza democrazia, oggi aspirano alla democrazia senza una rivoluzione", ha detto su Twitter Karim Sadjadpour. Secondo lo studioso, per quanto una giovane società iraniana stia cercando di diventare una nazione progressista più liberale, difficilmente imbraccerà le armi: "Nonostante il fatto che molti iraniani abbiano fini rivoluzionari, non penso che siano disposti a perseguire mezzi rivoluzionari in massa allo stesso modo, per esempio, di siriani, egiziani o altri hanno negli ultimi cinque anni in Medio Oriente. E se anche le proteste verranno schiacciate, non sarà la fine del malcontento”, ha aggiunto.

Il ruolo dei social media

Rispetto alle proteste degli anni passati, quello che sembra contraddistinguere queste manifestazioni è l’uso dei social network. Nel 2009, quando tra i 2 e i 3 milioni di iraniani protestarono silenziosamente a Teheran, meno di un milione possedeva nel paese uno smarphone, pochissimi al di fuori della capitale. Oggi, scrive Karim Sadjapour su The Atlantic, si pensa che 48 milioni di iraniani ne possegga uno e Telegram sia utilizzato da 40 milioni di persone nel paese, la metà della popolazione. “Quaranta milioni di utenti che sfuggono al controllo del governo ma che possono essere fermati se Teheran decide di limitare la connessione a Internet”.

Grazie ai social, le notizie si sono diffuse con velocità e sono state a loro volta raccolte da canali satellitari con sede all’estero, in un paese dove sono sempre meno i giornalisti presenti sul posto.

Le proteste sono state riportate su Telegram e il governo iraniano ha dovuto ammettere formalmente che quanto diffuso sui social era vero. Il 30 dicembre il CEO di Telegram, Pavel Durov, contattato su Twitter dal ministro iraniano delle Telecomunicazioni, ha chiuso alcuni canali dell’applicazione che incentivavano il ricorso alla violenza nelle città, proibito dalle policy di Telegram, e mantenuto aperti quelli utilizzati per comunicare e organizzare proteste pacifiche. Il giorno successivo, lo stesso Durov ha detto su Twitter che “le autorità iraniane stavano bloccando l’accesso a Telegram a gran parte degli iraniani dopo il rifiuto pubblico dell’azienda di chiudere canali utilizzati per proteste pacifiche”.

Le reazioni internazionali

L’amministrazione di Donald Trump, molto critica nei confronti dell’Iran per tutto il 2017, ha fatto sentire la sua voce sin dal giorno successivo alla prima manifestazione di Mashhad. Il 29 dicembre. Trump ha twittato per la prima volta, "Il mondo sta guardando!" e che "regimi oppressivi non possono durare per sempre". Trump ha detto che la leadership dell'Iran sta sprecando ricchezza per finanziare il terrorismo altrove.

In un comunicato diffuso dalla portavoce, Heather Nauert, il Dipartimento di Stato americano ha condannato gli arresti dei manifestanti pacifici in Iran ed esortato tutte le nazioni a sostenere pubblicamente il popolo iraniano.

Nei giorni successivi Trump ha continuato a sostenere le proteste anti-governative, suscitando la reazione delle autorità iraniane, che hanno definito i tweet del presidente statunitense come un tentativo di interferire con il loro governo. «La grande nazione iraniana considera il sostegno opportunista e duplice dei funzionari americani ad alcune manifestazioni che ci sono state negli ultimi giorni in alcune città iraniane come nient'altro che [parte] dell'inganno e dell'ipocrisia dell'amministrazione statunitense», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Bahram Qasemi all'agenzia di stampa Tasnim.

Il 31 dicembre, nel suo primo discorso dopo l’inizio delle proteste, Rouhani ha ricordato a Trump che solo pochi mesi prima aveva definito “terrorista” quel popolo iraniano che oggi invita a sostenere.

L’Ayatollah Khamenei ha accusato i "nemici" dell'Iran di aver scatenato disordini nel paese, sebbene non abbia mai menzionato Trump per nome, mentre il segretario del Supremo Consiglio di sicurezza nazionale dell'Iran, Ali Shamkhani, ha accusato gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'Arabia Saudita di usare hashtag e campagne di social media in Iran per incitare le rivolte.

La vicepresidente della Commissione europea, Federica Mogherini, in un comunicato ufficiale ha detto che l’Unione europea sta seguendo da vicino le manifestazioni in corso in Iran e di essere in contatto con le autorità italiane. “La dimostrazione pacifica e la libertà di espressione sono diritti fondamentali che si applicano in ogni paese, e l’Iran non costituisce un’eccezione”, si legge in un tweet dell’Ue.

Il portavoce del primo ministro britannico Theresa May ha detto che il Regno Unito ha invitato l'Iran a impegnarsi in un "dibattito significativo" sulle questioni sollevate dai manifestanti. Il presidente francese Macron ha invitato la sua controparte iraniana a rispettare le libertà fondamentali e si è detto preoccupato per quanto sta accadendo in Iran. Il portavoce del partito di governo Ak, Mahir Unal, ha dichiarato che “la Turchia non vuole incertezza e destabilizzazione in Iran”, aggiungendo che “i tweet di Trump sono una seria manipolazione”.

Il 4 gennaio gli Stati Uniti hanno chiesto un incontro di urgenza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Trump starebbe usando le proteste contro il governo come un'opportunità per bloccare l'accordo sul nucleare iraniano in vista delle principali scadenze legali che incombono questo mese, scrivono Euan McKirdy e Angela Dewan della CNN. A metà gennaio, Trump dovrà ancora una volta decidere se certificare la conformità dell'Iran con l'accordo, un processo che deve verificarsi ogni 90 giorni. Il programma missilistico iraniano non ha violato i termini dell'accordo e, di conseguenza, dovrebbe continuare nonostante le obiezioni degli Stati Uniti.

La firma dell’accordo nel luglio del 2015 ha consentito la riapertura diplomatica ed economica verso paesi con i quali le relazioni si erano raffreddate a causa proprio del dossier nucleare, spiega Ispi in un rapporto sul Medio Oriente pubblicato lo scorso settembre.

In questo nuovo quadro politico ed economico, gli Stati Uniti giocano il ruolo più importante nel processo di reintegrazione dell’Iran nel sistema internazionale. Rispetto al suo predecessore Barak Obama, che aveva investito capitale politico per concludere il negoziato, Donald Trump ha dato segnali contraddittori, segnalando più volte la sua contrarietà all’accordo e, al tempo stesso, rinnovando le esenzioni delle sanzioni nei termini previsti. Agli Stati Uniti non vanno bene aspetti che esulano dalla circoscritta questione nucleare e da quanto regolato dall’accordo, prosegue Ispi. Le motivazioni dell’ostilità statunitense vanno ricercate nel “sostegno a Bashar al-Assad in Siria, all’Hezbollah libanese, agli huthi in Yemen, e, più in generale, quello che viene definito dalla Casa Bianca ‘un comportamento non responsabile’ in Medio Oriente. Diversa la posizione dell’Unione europea che ha ribadito in più circostanze di “voler continuare a implementare l’accordo”.

Secondo l'analista iraniana-americana Holly Dagres, “il resto del mondo dovrebbe aspettare e vedere cosa accadrà in Iran”. Come spiega Trita Parsi alla CNN, le proteste non sono una questione degli Stati Uniti: «Trump non ha alcuna credibilità in Iran e il suo addentrarsi nelle questioni sollevate dalle manifestazioni non è utile». Anzi, commenti contro il regime potrebbero diventare un pretesto per le repressioni, ha aggiunto Karim Sadjadpour.

Il 5 gennaio, in una dichiarazione congiunta, quattro consulenti esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno esortato le autorità iraniane a rispettare i diritti dei manifestanti ed espresso preoccupazione per la restrizione dell'utilizzo dei social network.

Aggiornamento 4 gennaio 2018, ore 11:46: Il post è stato aggiornato con le manifestazioni filo-regime del 3 gennaio e la dichiarazione dei Guardiani della Rivoluzione di aver sedato le proteste.
Aggiornamento 5 gennaio 2018, ore 16:26: Sono state inserite le riflessioni dell'antropologo Ahmad Sadri nel capitolo "Gli sviluppi" e un'analisi proveniente da un rapporto sul Medio Oriente dello scorso settembre a cura dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) nel capitolo "Le reazioni internazionali".

Foto in anteprima via AP

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