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Chiudere Internet contro il terrorismo: l’idea liberticida che piace anche ai “democratici”

10 Dicembre 2015 8 min lettura

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Chiudere Internet contro il terrorismo: l’idea liberticida che piace anche ai “democratici”

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Il ragionamento è semplice: se le minacce e le seduzioni di ISIS arrivano da Internet, perché non chiudere Internet? Lo ha proposto il candidato repubblicano alle presidenziali 2016, Donald Trump, scandalizzando il mondo. Ma non è altro che la versione in purezza, e l'estrema conseguenza, di ragionamenti e proposte che si stanno leggendo – e si sono lette e viste all'opera – ovunque, tanto nel mondo democratico quanto in regimi e autocrazie.

«Dobbiamo fare qualcosa riguardo a Internet», dice Trump, perché è tramite Internet che il reclutamento del sedicente "Stato Islamico" funziona a pieno regime. Poco importa i dati dicano altrimenti:

La premessa è condivisa da tutti i leader dei paesi minacciati dai fondamentalisti. Se il problema, parte essenziale del problema, è il loro uso della tecnologia, allora ecco ripetersi gli inviti – più o meno aggressivi – a dialogare con i gestori delle piattaforme e delle infrastrutture di rete o a punirli, per convincerli o costringerli ad avere un ruolo maggiore nella nuova "guerra al terrore". Trump ne incarna una variante estrema, dicendo di voler chiamare Bill Gates e altri che «capiscono davvero cosa sta succedendo», così che aiutino una ipotetica sua futura amministrazione a "chiudere" Internet «in qualche modo», e «in certe aree».

Non molto di diverso dal famoso kill switch per spegnere la rete in caso di emergenze di cui aveva discusso il Congresso USA già in passato, anche se dalle parole di Trump sembra dedursi si tratti di applicarlo più alla lotta globale al terrorismo e alla propaganda di ISIS che alla protezione delle infrastrutture critiche nazionali. Non solo uno strumento di difesa, insomma, ma in qualche modo anche di attacco.

A spegnere Internet sono i dittatori

Comunque sia, non sarebbe il primo caso di un paese che spegne la rete durante un'emergenza. È già accaduto, durante rivolte, elezioni o altri momenti sensibili della storia politica delle popolazioni coinvolte, nell'Egitto di Mubarak, nella Siria di Assad, nella Libia di Gheddafi e in altri cinque paesi, a cui si sono aggiunti più di recente Corea del Nord e Iraq.

Se si allarga lo sguardo allo spegnimento dei social media, il primo pensiero va alla Turchia, ma vista l'involuzione democratica di cui è vittima è facile concludere che la proposta piace più ai dittatori che agli statisti. Non a caso quella di risolvere i problemi tagliando la connessione è per l'Electronic Frontier Foundation "una tendenza in crescita" a livello globale, e le analisi di Renesys (oggi Dyn Research) mostrano come riguardi concretamente le deboli infrastrutture di rete di decine di paesi al mondo:

Fonte: Dyn Research, 2014
Fonte: Dyn Research, 2014

Renzi come Trump?

Il progetto, insomma, è assurdo ma tutt'altro che isolato. Per capire quanto non si parli di una semplice ennesima sparata di Trump, non serve tuttavia guardare ai regimi: è sufficiente restare all'Italia post-Parigi, e ricordare che secondo il Messaggero anche Palazzo Chigi vorrebbe potersi dotare del potere di "oscurare" Internet e cellulari – un'idea a oggi non smentita, per quanto impraticabile e nonostante ripetute richieste di chiarimento in merito.

Dalla prima pagina del 'Messaggero' del 29 novembre
Dalla prima pagina del 'Messaggero' del 29 novembre

"L'obiettivo è la libertà, il mezzo l'ordine"

Quello che dice Trump, in sostanza, somiglia terribilmente a quanto vorrebbero poter affermare i leader di tutto il mondo senza ipocrisie e infingimenti. Se il mezzo è incontrollabile, perché in qualche luogo le autorità sono sempre in the dark, al buio, allora potrebbero darsi dei casi – delle emergenze! – in cui va semplicemente reso inutilizzabile. È il risultato e la traduzione di una logica ben precisa, stabilita di nuovo con la massima chiarezza non da un fervente democratico, ma dalla principale autorità in materia di repressione online, il capo dell'amministrazione del cyberspazio cinese, Lu Wei:

"L'obiettivo è la libertà, il mezzo l'ordine"

Lo svolgimento varia (per Trump, chi si preoccupa per la libertà di espressione in un mondo in cui gli Stati Uniti possono spegnere Internet è "stupido"; per tutti gli altri, invece, si tratta di sacrificare libertà oggi solo per averne domani), ma nella trama il protagonista tende sempre a considerare l'accesso alla rete soprattutto un ostacolo alla sicurezza nazionale, e non uno tra i diritti fondamentali, o almeno una precondizione affinché sia davvero possibile esercitare quei diritti.

Ed ecco riformulata la premessa dei censori: se Internet è mezzo di disordine, non può servire la causa della libertà. E allora tanto vale censurarlo a ogni modo. Anche derogando ai diritti umani. Basta dichiararlo insieme a uno stato di emergenza sempre rinnovabile (Francia) o, quando ci sia addirittura un pronunciamento contrario dell'apposita Corte Europea, scrivere una norma che dia precedenza alla legislazione nazionale (Russia).

La conseguenza è il moltiplicarsi di proposte che sfidano il buonsenso, ma appaiono per qualche ragione legittime nel contesto emergenziale. Qualche esempio? Mettere fuorilegge il wi-fi pubblico, un software per l'anonimato online come Tor e ogni comunicazione VoIP (per esempio, via Skype) non contenga backdoor (e non sia dunque strutturalmente insicura), come avrebbero voluto dalle parti del ministero dell'Interno francese prima che Manuel Valls si opponesse. O, per restare all'Italia, "taggare" i terroristi e monitorare "chat e PlayStation", con il rischio concreto che ciò si traduca in una normalizzazione dei malware di Stato sulla scia di quanto appena avvenuto in Spagna. Così per Il Giornale perfino spegnere la rete contro il terrore è sì una "proposta choc", ma non poi così tanto:

Ancora, secondo la stessa logica i gestori dei principali social media dovrebbero diventare, se non proprio dei fornitori di soluzioni killer per la rete, quantomeno degli "sceriffi del web" – anche questo si è già letto, specie dopo Charlie Hebdo – costretti a rilevare attivamente e segnalare i contenuti pro-ISIS direttamente alle autorità. Bill Gates, insomma, va chiamato davvero, anche se è noto grazie al lungo dibattito sul contrasto alla pirateria digitale e a insulti e minacce online che responsabilizzare gli intermediari aumenta unicamente la censura:

E se spegnessimo la rete di ISIS, invece della nostra?

Eppure sarebbe più utile ragionare semmai di come spegnere Internet per i terroristi, piuttosto che di come privarcene noi tutti in caso di un loro attacco – o di qualunque altro evento sia definito una "necessità". Qualche indicazione, da questo punto di vista, viene da un'inchiesta pubblicata da Der Spiegel che fornisce alcuni inediti dettagli su come un progetto di Stato, il "Califfato", in guerra con le principali potenze mondiali possa riuscire, prima ancora che a sfruttare Internet, a essere online.

Secondo il settimanale tedesco, sono le connessioni satellitari fornite da tecnologia europea, tramite il corridoio fornito dalla provincia di Hatay, in Turchia, a giocare un ruolo decisivo. E se ISIS, sul suo territorio, applica un ferreo controllo "statale" sulla sua installazione e uso, ricorrendo anche a blackout strategici della rete in precise aree, quello degli stati europei sugli acquirenti di quelle tecnologie è molto più incerto.

Per quanto appaia improbabile – e non ci sono prove – che le aziende produttrici stiano deliberatamente, o anche solo indirettamente, aiutando i terroristi, il risultato nei fatti è lo stesso: vendite prive di verifiche, e tecnologie messe a disposizione dei piani dei tagliagole e dei loro ideologi.

Il punto, come nel dibattito sull'esportazione degli strumenti di sorveglianza digitale scatenato dallo scandalo Hacking Team, è che non è affatto certo che i produttori non possano sapere, e non sappiano, chi acquista i loro prodotti. L'azienda milanese per esempio aveva a lungo mantenuto un velo inaccettabile di opacità sulle proprie transazioni con regimi non democratici come il Sudan, e lo aveva potuto fare nonostante divieti e inchieste ben precedenti al leak di questa estate. Anche le risposte a mezza bocca dei soggetti interpellati dallo Spiegel – fornite peraltro solo da SES ed Eutelsat – ricordano quelle di Hacking Team, prima e dopo la bufera.

Ma non possiamo accontentarci. Scrive il settimanale:

«Quando un rivenditore ad Antakya o in una città siriana come Aleppo porta a termine una transazione, non è possibile - dicono le compagnie - determinare quale azienda abbia esportato quegli strumenti dall'Europa alla Turchia.

Ma è vero? Gli operatori satellitari e i loro partner per la distribuzione possono di norma stabilire la localizzazione dell'equipaggiamento fornito. Quando installano le antenne paraboliche e configurano l'accesso a Internet, ai loro clienti è richiesto di fornire le proprie coordinate GPS. Se sono quelle sbagliate, o non ottengono l'accesso alla rete, o finiscono per disporne di uno molto scarso, dicono i documenti. E i dati GPS 2014 e 2015 visionati da Spiegel Online indicano chiaramente che le antenne paraboliche sono esattamente state dislocate in luoghi sotto il controllo dello Stato Islamico».

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La domanda, chiude Der Spiegel, è come mai le aziende facciano così poco per contrastare il fenomeno. Sarà questione di soldi, ipotizza il settimanale, o sarà che (chissà?) condividono già tutte le informazioni così raccolte su quelle connessioni con le agenzie di intelligence europee (e una delle stazioni terrestri, per Eutelsat, è proprio in Italia). Ma di nuovo, ciò che conta è si potrebbe parlare di limitare o controllare l'accesso alla rete di ISIS, invece del nostro. O almeno, sapere chi è responsabile se ciò non avviene.

Certo, non è una "soluzione", e non è nemmeno un'idea priva di controindicazioni (davvero non ci sono usi benefici per la popolazione, anche in un territorio occupato da un'organizzazione terroristica?; e soprattutto: davvero il terrorismo è un problema di comunicazione?); ma almeno non comporta ipotizzare sia lecito fare di ogni Stato, democratico e non, una sorta di "luddista" che crede sia plausibile e giusto, pur se come extrema ratio, regredire il mondo civile a un'era pre-Internet per contrastare il terrore.

Meglio non sottovalutare il peso delle parole di Trump, dunque, e prenderle sul serio. E non solo per i sondaggi, secondo The Atlantic addirittura sottostimati.
Domani, se gli attentati dovessero continuare, e l'ondata populista che ne risulta pure, molti solerti difensori delle libertà – ma subordinate alla sicurezza! – potrebbero trovarsi in bocca parole molto simili. E chissà che per allora non avremo finito per considerarle a nostra volta accettabili, proprio come oggi accettiamo interruzioni dei diritti inimmaginabili soltanto fino a ieri, prima di ISIS.

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